Ossa

ritratto di Gerardo Spirito
OSSA
 
 
Era il terzo giorno in quel maledetto deserto. Il sole accecante, la polvere in bocca, sapore di sangue caldo, sporco. Sei compagni li avevamo già persi, mentre uno, mr C, era più di là che di qua – come si suol dire. La gamba destra che gli avevano ferito era diventata orrendamente violacea, butterata di sangue nero e rappreso, e in stato avanzato di necrosi; aveva la febbre, e aveva cominciato a ripeterci di lasciarlo lì, di lasciarlo morire.
Il sole che batteva, e che friggeva l'aria torrida, era come l'occhio di Dio. Da lui pendeva tutto: la vita e la morte, la speranza e la disperazione. Insomma, i nostri destini. Orditi come fragili fili di iuta.
Sembravamo esseri usciti da una dimensione sconosciuta al trotto dei nostri cavalli, anch'essi stremati. Ognuno lo specchio dell'altro, le labbra spaccate e le lingue rigonfie. La luce del sole stampinata sul viso. Gli indumenti scoloriti per via del sudore e gli stivali incrostati di polvere bianca. L'acqua era quasi finita e, da mangiare, ci rimanevano solo alcune strisce di carne di lepre annerita e stopposa, troppo dura da masticare.
Poco dopo mezzogiorno, ci fermammo agli estremi di una conca salina, bianca come il gesso, e lì mr C, che cavalcava insieme a Quintana, il messicano, ci ribadì ancora una volta il suo triste volere: “Basta. Ho detto basta, maledizione.” biascicò. “Vi prego, sono pronto. Voglio morire.”
Joshua Jericho, che era sempre stato al comando della nostra guarnigione, lo osservò con lo sguardo inebetito e al tempo stesso anche arrabbiato di un segugio appena uscito dalla gabbia. “Va' al diavolo.” gli disse. “Manca poco per Contention. Forse due giorni.”
Il problema stava in quel forse, non nei due giorni. E se i giorni fossero stati di più? Per fuggire avevamo cambiato rotta, ci eravamo spostati più a est, in territori che nessuno fra di noi aveva prima d'ora esplorato. E l'unico che conosceva bene il territorio – la nostra guida – aveva appena perso la vita, per cui avanzavamo a tentoni in un labirinto mortale dove tutto ci appariva mortalmente uguale, le pietre, gli abbozzi di vegetazione e persino l'orizzonte, come se guardassimo lo stesso quadro affisso ad ogni angolo dei quattro punti cardinali. Eravamo allo stremo delle forze, e con un drappello di apache Chiricahua alle calcagna; reduci da un piano di annientamento miseramente fallito, reduci da un'imboscata al limitare di uno dei pochi villaggi rimasti in piedi oltre confine, nel deserto di Chihuahua. Nella mia testa potevo sentire ancora il suono delle grida e delle frecce che mi sfioravano con un suono di frusta. I revolver che spruzzavano piombo, le facce assenti dei morti – uomini che conoscevo – la loro pelle gonfia e indurita. La visione di un numero troppo grande di indigeni, usciti come schiere di fantasmi dalle capanne del villaggio, strutture di arboscelli coperti da stracci e piantati nel terreno cosparso di quarzite. La bruma inspessita che aveva coperto rapidamente il fianco della montagna, e che aveva inabissato il riverbero accecante del sole in un'oscurità tetra e letale.
Mentalmente, ero ancora lì.
Lo Stato a quel tempo pagava a peso gli scalpi degli indigeni, quelli sconfinati oltre gli ettari di riserve a loro concesse, e così quelli rimasti – o quelli sopravvissuti alla guerra, proprio come me – per tirare avanti accettavano questa sanguinosa eventualità. Anche al di là del confine, nelle terre battute dai rurales.
Il capitano scese dal suo argentino e mi passò di mano le redini del suo cavallo. Guardò di nuovo mr C, in silenzio, i lineamenti affilati e i baffi da dragone, alto e segaligno, e poi s'arrampicò con passo deciso su per il pendio di scisti che volgeva al nostro fianco, fermandosi circa a metà strada. Lì, smontò la sua pistola e usò la canna come cannocchiale. A sudovest, al di là del deserto, la tremula curva discendente dell'orizzonte, un mondo di colline sabbiose e ondulate e rocce e chiazze della solita brulla vegetazione. Non c'era posto dove il sole non sarebbe arrivato con la sua luce. Nessuna zona d'ombra. E solo il vento poteva nascondere le nostre tracce.
Tornò giù senza dire una parola, finché Damon Landa non gli chiese se aveva visto qualcosa.
Jericho si limitò solamente a scuotere il capo, il viso inespressivo, e poi risalì a cavallo. La barba incolta lo faceva sembrare più vecchio rispetto all'età che aveva.
Damon sputò un grumo di saliva giallastra e disse che quei maledetti scarafaggi ci avrebbero inseguiti come ombre finché non ci avrebbero ammazzati uno ad uno. “Siamo stati impudenti. Sciocchi. Dovevamo prevederlo che erano in numero superiore.”
Jericho gli disse di fare silenzio, e poi mi chiese quante munizioni contavamo, ancora.
Frugai nello zaino di tela fissato all'arcione posteriore del mio cavallo. “Poche.” gli risposi dopo un po'. “Giusto un paio di cariche.”
Il vento cantava e piccoli sauri sibilavano e strisciavano su quella piana vasta e omogenea. Un esercito di formiche sulla sabbia smerlata. Ciuffi di sterpaglia. Ocotillas e fichi d'India e cespugli di chaparral.
Guardai il sole. Il cielo era luminoso.
Damon bestemmiò, e poi disse che avrebbe fatto di tutto per un sorso di whisky e salsapariglia, e per un po' di pioggia. Io gli dissi che avrei dato di tutto per ascoltare il muggito di qualche toro.
“Perché?” disse Damon.
“Perché vorrebbe dire casa.”
Jericho poi ci fece cenno di ripartire, ma la voce sottile di mr C lo fece desistere: “Mi sento svenire.” ripeté a denti stretti. Ci girammo tutti a guardarlo. Il viso rattrappito, a pezzi. Aveva perso molto sangue. Sedeva moribondo, il cappello bianco di polvere calcato sulla testa, e sedeva legato, con una corda, da fianco a fianco a Quintana, che se ne stava immobile con le mani posate sulla parte piatta del pomo della sella, pensieroso.
Jericho lo guardò. “Cosa?” ribatté.
“Mi sento svenire. Dannazione. Vi prego, lasciatemi qui.”
“Vuoi dell'acqua?” mi intromisi. Notai che gli tremavano i denti.
“No. Sapete cosa voglio, maledizione.”
“Se dici un'altra parola vengo lì e ti spacco il culo.” disse Jericho. “Mi hai sentito, C? Prova a dire un'altra parola... a costo di farti un culo così.”
Mr C riabbassò il capo e, finalmente, ripartimmo al trotto.
Macilenti, assetati e spiritati.
Le ore passarono lente, e il sole diventava ogni minuto sempre più arroventato. Cavalcai in prima linea con Jericho, al suo fianco, con lo sguardo sempre rivolto all'orizzonte sformato dall'arsura. Attraversammo un esker sulla cui cresta giacevano carcasse di animali morti, crani e ossa toraciche che parevano essere appartenute a bestie del mesozoico. Una pietraia. E poi altro terreno aspro e ostile.
Dopo un po', nel silenzio, raggiungemmo una traccia battuta chissà quando, dai solchi delle ruote di una dozzina di carri e carovane – una rotta commerciale che tagliava quel deserto in due parti – e dalle impronte dei predatori arrivati dalle pianure per cercare cibo, fino a costeggiare i resti zigzagati di un antico fiume, dove ossa e conchiglie fossilizzate giacevano fra la sabbia bianca come reliquie di un mondo dimenticato. Continuammo a percorrere quella traccia fino a sera, e poi, come d'incanto, dopo una serie scoscesa di dune, ci trovammo a contemplare una risorgiva che scorreva nel deserto e che spuntava limpida fra le rocce. Al di là di quella, il paesaggio era come mutato; rispuntò una vegetazione lussureggiante, una macchia di pioppi e agrifogli riduceva il quadrante nordest, e il vento aveva finalmente smesso di cantare. Declini dal terreno ferroso dove le notti erano fredde e tempestose.
Un colpo di fortuna, mi dissi, anche se nessuno fra di noi, prima d'ora, era mai stato o aveva mai visto quel luogo.
A ogni modo, ci fermammo alla sorgente senza neppure che Jericho ci ordinasse di farlo, o che, semplicemente, ci desse il suo consenso. Scesi da cavallo, pescai la mia borraccia dal borsone e m'inginocchiai a bere. Ma sentii quasi immediatamente un tonfo sordo, e sentii anche Quintana ripetere un paio di volte “Ayudar” con un tono di voce crescente. Sollevai dall'acqua la testa gocciolante e vidi mr C crollare giù da cavallo, con il messicano che, letteralmente, lo seguì a picco perché ancora impigliato nella bardatura. Li raggiunsi insieme a Jericho, con la borraccia mezza piena fra le mani; C aveva la faccia viola e rigonfia, gli occhi allucinati e la lingua di fuori. Slacciammo per prima cosa la corda e tirammo su Quintana. Poi Jericho mise una mano dietro la testa di mr C e lo mise a sedere e gli ripeté “Svegliati” almeno un paio di volte, mollandogli un paio di ceffoni con il palmo della mano. La testa di C si rovesciò all'indietro, esanime.
“Agua.” disse Quintana, immobile al mio fianco. “Darle agua.” fece un gesto con la mano.
Passai così la borraccia a Jericho, e questo gli rovesciò sul viso tutto il contenuto della fiasca. Ma non bastò. In quel momento i capillari degli occhi di mr C sbocciarono come azalee e poi si spaccarono sotto la sua pelle. Il respirò si attenuò fino a svanire, e il cuore disarcionò il rombo del suo tamburo, spegnendosi per sempre.
Rimanemmo in silenzio col morto disteso davanti a noi. Scarni, stremati e pallidi come spiriti risorti dall'oltretomba. O semplicemente come un branco di miserabili.
Jericho pescò dal cinturone di mr C la sua pistola, un revolver a canna lunga col calcio in palissandro, e se la mise nella fondina.
Damon disse di lasciarlo lì, ma bastò uno sguardo in tralice di Jericho, per far ritrattare a mr Landa quanto appena detto.
“Quest'uomo si merita una degna sepoltura.” disse Jericho. “In un vero camposanto. Non lo lascerò mai in quest'inferno.” accennò con il capo alla piana scabra e inospitale che ci eravamo lasciati alle spalle.
Damon e io annuimmo, riverenti. Quintana invece disse qualcosa in spagnolo; citò Dio e il Diavolo e anche l'inferno e il paradiso. Jericho, sentite quelle parole, si fece il segno della croce – io non ci ho mai creduto invece, e a tal proposito il mio vecchio mi diceva sempre “Dio esiste se credi in lui, figliolo”, e io la penso proprio così – e poi si fece aiutare a issare il morto sul suo cavallo, e a legarlo con un lazo senza nodo alla sella. Il cavallo di Jericho fremette e recalcitrò, poi tornò immobile. Pensai che non avrebbe retto molto a lungo quel peso aggiunto, ma a posteriori posso dire che mi sbagliavo.
Ripartimmo dopo un paio di minuti verso le montagne, consci che in quello stato non avremmo retto un altro giorno nel deserto.
Jericho ci disse: “Potremmo continuare su per la pista, ma sono quasi certo che non troveremo nulla. Né cibo né riparo.” poi guardò i declivi boscosi, le montagne. “Lassù abbiamo una possibilità. E forse più di una, lo sapete anche voi. Non perdiamo altro tempo.”
Cavalcammo e risalimmo le colline per tutto il lungo crepuscolo. Il cielo si era di colpo velato di grigio. Roccia nuda, terreno, pini. Impronte di volpi e gatti selvatici. Gli alberi svettavano come giganti di ere remote all'uomo, e l'aria odorava di tempesta.
Mangiammo pinoli.
Neppure quando arrivò l'oscurità, senza stelle, ci fermammo – almeno non subito. Avanzammo in fila indiana, prudenti, quasi alla cieca, cercando di fare poco rumore. Il silenzio rotto solamente dallo scalpitio incessante degli zoccoli dei cavalli e dallo scricchiolio del cuoio delle selle. A un certo punto, fra gli alberi, arrivammo al punto che non riuscivamo neppure a vederci l'un l'altro tanto era diventato buio, e così ci fermammo, senza nemmeno accendere un fuoco. Legammo i cavalli ai tronchi di una fila di alberi e ci sedemmo in cerchio sul terreno freddo, in silenzio, fermi in ascolto. Il respiro profondo dei cavalli. Il brontolio sperduto di un temporale. Il richiamo falsamente amichevole di un lupo.
Jericho ci disse di caricare le armi, e così facemmo.
Rimanemmo sul chi va là tutta la notte. Odore di terra e panni sudati. Pensai che ben presto avremmo sentito gli indigeni sotto di noi, o che sarebbero spuntati dal nulla come mostri usciti da un libro dell'orrore, così da finire questa storia. O tutte le storie.
Ma non successe nulla di tutto ciò.
Pensai a molte cose quella notte. Pensai a mio fratello, l'ultima volta che lo avevo visto era furibondo come un toro; gli avevo detto che sarei partito con la banda oltre confine, ancora, e lui l'aveva presa male. “L'ingaggio è alto.” mi ero giustificato, mentre lui continuava a ripetermi che i soldi non hanno valore quando sei sottoterra. Rividi i suoi occhi arrabbiati, una rabbia che avevo creduto di capire ma di cui non avevo capito nulla, in fondo.
Poi pensai a Jericho. La mia vita adesso pendeva anche, e soprattutto, dalle sue scelte. Era un tipo astioso, rancoroso, vecchio stampo. Ma molto intelligente. Certe volte metteva paura per come parlava della guerra o di Dio o dei selvaggi. Ripeteva sempre una frase che aveva sentito dire ad un uomo, una volta, durante una caccia: “Nessuna pietà con quei selvaggi. Anche con i loro bambini. Le larve generano i vermi.”
Comunque, Jericho, non l'ho mai conosciuto benissimo. Intendo, eravamo stati compagni di armi in molte spedizioni, in genere non bellicose, ma avevo sempre saputo ben poco della sua vita fuori. Insomma, era un ottimo stratega, un gran tiratore, e aveva i sensi affilati come un rasoio. Ma il resto, il suo resto, era nebuloso. Sapevo che conosceva mr C da molto, moltissimo tempo – forse si conoscevano da quando erano bambini – e che si portava dietro, nel suo zaino, sempre un cristo crocifisso. Vestiva sempre in abiti scuri, e spesso veniva scambiato per un predicatore. Suo padre – e questo è un fatto curioso – era stato un rabdomante, si diceva in giro, anche se Damon Landa mi disse che era stato un cercatore d'oro, uno fra i tanti. Una volta comunque, Jericho, aveva parlato di suo padre – in realtà parlò anche di sua madre. Insomma, era verso la fine dell'estate, eravamo di ritorno da una campagna, e bivaccammo in una radura fuori San Miguel; eravamo in cinque o forse in sei, il cielo era perfetto, le stelle sciamavano nella notte infinita, e alla luce di un falò ci arrostimmo carne di lepre e brindammo acquavite e tulapai. Leggermente sbronzo, Jericho, con la sigaretta che brillava nel buio, ci raccontò che i suoi erano stati ammazzati da quei selvaggi. Parole sue: “Arrivarono da est come ombre incandescenti sotto l'occhio del sole. Mandavano grida acute e lanciavano sinistre invocazione a chissà quale Dio della morte. Razziatori senza anima e sentimenti. Mia madre mi disse di correre fuori e di nascondermi in una buca vicino all'abbeveratoio dei cavalli, lì, nel retro. Rimasi lì, e guardai inerme tutta la scena.”
Ci raccontò che quei musi rossi volevano questo e quello, parlavano a gesti, presero i cavalli e le poche cose preziose che avevano in casa. Ma non bastò. Scalparono la madre e sgozzarono il padre, e poi diedero fuoco alla casa e alla piccola stalla.
Ecco, ora che ci ripenso, ho sempre creduto che il cuore di quell'uomo fosse ammorbato di sdegno e di vendetta.
E forse ho sempre avuto ragione.
Alla prima luce aurorale, il cielo era ancora coperto di grigio. Prima di ripartire ci guardammo in faccia uno ad uno, senza scambiarci neppure una parola. Gli occhi cadenti, gli zigomi contratti e la pelle incrostata del nostro sangue o del sangue dei nostri compagni, e di polvere da sparo. Barbe lunghe una settimana, almeno.
Puzzavamo da fare schifo.
Verso mezzogiorno stavamo riscendendo il costone orientale, fra la vegetazione trovammo vari oggetti: una dozzina di pignatte d'argilla, barili vuoti, uno scaldino corroso dalla ruggine. Alcuni alberi caduti fungevano da frangivento. L'aria scricchiolava, sempre, di sguardi silenziosi. Passammo davanti ad un albero dal fusto scolorito che chissà quanto tempo prima era stato bruciato da un fulmine. Un junco occhiscuri fermo su un ramo fissò la nostra triste processione. L'aria, che prima odorava di terriccio e resina, divenne più aromatica quando ci trovammo ad attraversare un campo di piante di aloe e fiori bianchi della iucca.
Il cielo era terso, faceva caldo, ma il sole pallido a intervalli compariva fra gli interstizi delle nuvole. E a nord, molto a nord, apparirono dei lampi che parevano saldare quel cielo lontano come giunzioni di metallo incandescente foggiate da un fabbro sovrannaturale.
Jericho a un certo punto si girò a fissarmi, la testa sobbalzava a ritmo del cavallo, il suo viso non sembrava più così tanto imperturbabile, e mi chiese se c'era qualcosa che rinnegavo della mia vita.
Lo guardai stranito, ma d'istinto gli risposi: “La guerra.”
Lui accennò una smorfia che non riuscii a decifrare, e poi esalò un profondo sospiro, senza mai staccarmi gli occhi di dosso. “Le crisi, le guerre... esistono solo per disintossicare il mondo.” disse. “Sono inevitabili.”
I suoi occhi mi trafissero dandomi l'impressione che, quell'uomo, poteva avere la capacità di leggere i miei pensieri.
“Io non ci credo.” risposi.
Soffiava un vento secco.
“Devi cominciare a crederci, perché è questa la verità.”
“La verità di chi?”
“La verità di Dio.”
“Dio non c'entra, mister. Sono gli uomini, e sono i loro capricci.”
Jericho sputò e, senza dire un'altra parola, spinse il cavallo più avanti.
La pista che attraversammo continuò fra le basse colline per un po', poi una radura, una macchia di ginepri e alberi di mesquite neri e deformi, e una casa, costruita in adobe con tanto di steccato recintato, e una piccola struttura di canniccio che pareva tanto essere l'abbozzo di una stalla – perché nel cortile, legato alla staccionata, un pony corvettava e trotterellava avanti e indietro, e poi in cerchio.
Era il tramonto. Luce magenta dal cielo coperto. Dalla casa uscì prima un ragazzo, messicano, che ci fissò stranito e meravigliato con quei suoi due occhi scuri e profondi come pozzi neri. Poi un anziano, e un'anziana avvolta in uno scialle dai colori sbiaditi – entrambi messicani.
Jericho ci fece cenno di fermarci e così facemmo. Scendemmo tutti, tenendo i cavalli per le briglie. Poi sporse una mano in segno di benvenuto a quelle tre figure, indistinte e anonime al resto del mondo.
Gli occhi dell'anziano ci scrutarono attentamente in ogni dettaglio. Jericho si tolse il cappello, si avvicinò alla staccionata in un tintinnio di speroni, lasciando il cavallo e il cadavere di mr C, legato di sghembo alla sella, e disse con gli occhi rivolti all'anziano: “Tranquilo. Somos amigos.”
L'anziano fece cenno alla donna e al ragazzo con una mano, come per dirgli che dovevano stare, appunto, tranquilli, e poi si avvicinò anch'esso al limitare della staccionata. Parlò con Jericho, sollevò un paio di volte le arcate sopraccigliari, ma annuì per lo più.
Alla fine si strinsero la mano, e Jericho sbatté il cappello contro il lato della gamba e poi se lo rimise in testa. Qualunque cosa gli avesse raccontato, quel vecchio messicano ci diede riparo nella sua casa per la notte. Era una famiglia di semplici contadini. Avevano un pony e quello spicchio di terra dove coltivavano, con fatica e lavoro, la propria esistenza.
Era brava gente.
La donna non ci disse mai il suo nome, ma il padre si chiamava Jesus e il nome del figlio era José.
Legammo i cavalli sul retro, a due pali piantati nel terreno, e Jesus portò agli animali un po' di foraggio. Smontammo le selle e aiutai Jericho a tirare giù il corpo di mr C. Lo lasciammo disteso nell'erba lì accanto, avvolto dalla testa ai piedi in una coperta di pelle concia.
L'uomo poi ci disse che, come suoi ospiti, ci avrebbe offerto del cibo, e così lo ringraziammo uno ad uno.
Rimanemmo nel cortile vicino ai cavalli per un po'. Più in là, oltre lo steccato, fra l'erba alta, piccoli volatili presero il volo dal falasco con grida inasprite. Due calabroni ronzavano e orbitavano intorno ai pistilli di un ciuffo di crepis. Poi, all'ora di cena, Jesus ci invitò a seguirlo in casa. Era spoglia, quadrata, costruita in legno e ornata da oggetti di legno. Un tavolo di legno, sedie di legno, ciotole di legno, bauli di legno. Due letti e una branda, appoggiata al muro di fronte. La luce proveniva da una finestra sudicia e da due lampade ad olio. E odorava di muffa e ragnatele.
Il ragazzo era già seduto al suo posto, mentre Jesus uscì e ricomparve subito dopo con due ceppi sottobraccio perché le sedie non bastavano per far accomodare tutti.
Fu una cena formale; Jericho insistette per recitare una preghiera e tutti, in silenzio, ascoltammo la sua litania. Rigorosamente in spagnolo.
La donna ci servì tortillas e una scodella, ciascuno, di guisado di bovino.
Rimanemmo in silenzio, e questo per un po' fu rotto solo dal suono delle mandibole che masticavano. Poi Jericho disse a Jesus che all'alba saremmo ripartiti. E che quel cibo era ottimo.
Finito di mangiare rimanemmo in cortile a fumare. Era sceso il buio. Il cielo si era schiarito, era più limpido ed era tappezzato di stelle. Una meteora blu con la scia bianca passò sopra le nostre teste e svanì silenziosamente nel vuoto. Poi Jesus ci porse delle coperte e ci accompagnò con una lanterna nella stalla. La luce nello stoppino oscillava.
Ci sistemammo per terra, nella polvere, con i nostri zaini. Jesus ci lasciò la lampada e fece per far uscire il suo pony dalla stalla ma Jericho gli disse che non doveva preoccuparsi. “No es un problema.” insistette. Jesus annuì. Poi uscì.
Il pony respirava irrequieto. E quando incrociava la luce della lampada con i suoi piccoli e scuri occhi, sbuffava e scartava e zampettava.
“Shh.” sussurrò un paio di volte Quintana. “Shh.”
Cominciammo a levarci gli abiti di dosso, i serapes e le camicie unte e puzzolenti e chiazzate di sangue e sudore. Il ragazzo entrò nella stalla poco dopo. Come detto, non aveva paura di noi. Jericho lo accolse e gli disse in spagnolo di venire a sedersi. José si sistemò in silenzio intorno alla lampada – doveva avere tredici forse quattordici anni – e cominciò a occhieggiarci con un moto frenetico. Il viso sporco, i capelli unti. In quel momento pensai che non ci stesse tanto con la testa, ma capii immediatamente che non era così; parlava la nostra lingua, poco, ma la parlava.
Ed era un ragazzino molto intelligente.
“Siete dei fuorilegge?” ci disse. La voce fragile, rotta forse dall'emozione.
Ci guardammo stupiti per un secondo, non sapevamo parlasse la nostra lingua. Guardai Damon e infine Jericho, che era rimasto nudo fino alla cintola.
Jericho rispose: “No. Non siamo fuorilegge. Lavoriamo per lo Stato.” e questo lo disse pronunciando le parole lentamente.
“E cosa fate qui?”
“Torniamo a casa.”
“In Messico, me refiero.”
“Abbiamo scortato una famiglia a Hermosillo.” disse Jericho mentendo – io capii in quel momento che il nostro soggiorno, quella notte, era retto da una bugia. “Però nel viaggio di ritorno abbiamo incontrato qualcuno che voleva derubarci. Musi rossi. Ci siamo difesi. L'uomo morto che vedi di fuori era un mio caro amico.” forse quella era l'unica cosa vera che aveva detto.
“Entiendo.” annuì il ragazzo. I suoi occhi continuarono a risplendere di ammirazione. Sedeva a terra, proprio come noi, con un ginocchio piegato per sostenere il gomito.
Il pony sbuffò. Un pugno di mosche gli ronzava fastidiosamente intorno. Il ragazzo si alzò e lo accarezzò. Tentò di rassicurarlo parlandogli sottovoce ad un orecchio. Poi si girò di nuovo a guardarci. “Voi siete i buoni.” disse il ragazzo.
Jericho fece finta di non aver capito. Gli chiese di ripetere.
“Ho detto che voi siete i buoni. O estoy equivocado?”
Il volto segnato di Jericho si raggrinzì in un sorriso. “No. Non sbagli. Noi siamo i buoni, figliolo.” disse.
Poi la porta della stalla si riaprì, e Jesus entrò e sgridò il ragazzo, strattonandolo per la maglia, un semplice straccio ruvido. Ci guardò e ripeté un paio di volte, almeno: “Perdòname, senores.”
Uscirono insieme, dalla stalla, subito dopo, chiudendosi la porta alle spalle e lasciandoci di nuovo da soli.
Ombra. Oscurità. La fioca luce della lampada.
Joshua Jericho pescò dal suo zaino alcuni oggetti, e tirò fuori la sua pistola. La smontò. Svitò la placca e con uno scovolino ripulì minuziosamente la canna della pistola. Tirò fuori persino un barattolo d'olio, che gli servì per ungere tutte le parti. Infine la rimontò, con cautela e precisione, e se la rigirò un paio di volte fra le mani, controllando l'innesco.
Rimise tutti gli oggetti nel suo zaino e uscì per un attimo a controllare i cavalli.
Quando rientrò, Jericho stava bevendo dalla sua borraccia di pelle. Sollevai il mio sguardo su di lui e, prima di parlare, mi schiarii la gola. Gli dissi: “Cos'hai in mente? Ci stiamo allontanando troppo dal confine, e tu questo lo sai.”
“Parla chiaro.” mi rispose con voce bassa e priva di emozione.
“Qual è il piano?”
“Adesso il mio piano è riposare. E dovrà essere anche il vostro piano. Vedremo domani.”
“So che non... insomma, questa è una buona terra, Jericho, perché non...” ma non finii la frase che Jericho disse:
“So cosa stai cercando di dirmi. La mia risposta è no e ancora no. Questa non è la sua terra. E neppure la nostra.”
“Ok, ma... avanti...”
“Avanti un cazzo. Sono cresciuto con quell'uomo, e non seppellirò mai le sue spoglie in questo paese di dannati. Il discorso è chiuso.”
Jericho irrigidì il suo volto, mostrandomi i suoi denti marci e ingialliti.
Abbassai lo sguardo.
“Riposate, almeno questa notte. Riposate.” aggiunse. Poi guardò Quintana e gli disse di rimanere sveglio di guardia per un paio di ore, e che dopo sarebbe toccato a Damon e poi a me e infine, intorno all'alba, sarebbe toccato a lui. Si sdraiò su un fianco, col torace avvolto nella sua coperta di tessuto, e aggiunse di spegnere la luce.
Io guardai Quintana, che mi guardò di rimando, al solito, in maniera inespressiva.
Sentivamo i cavalli, di fuori, sbuffare e smuovere le erbacce.
Il soffio del vento.
Il richiamo di un gufo.
Solo quando Damon Landa spense la luce della lampada il pony più in là nella stalla si calmò. Smise di ansare e calcitrare nella paglia.
Calò un buio fitto e assoluto.
 
Dormii. Un sonno scuro e privo di sogni. Mi svegliai forse un paio di volte, forse di più, in quella notte annichilita dall'oscurità. Poi mi risvegliai di nuovo, anche se percepii immediatamente che questa volta era diverso; mi scrollai come un orso, nel buio, e mi stropicciai gli occhi assonnati. Sentivo il respiro di Damon Landa e anche il respiro profondo del pony. E anche una specie di brontolio soffocato, come se da qualche parte, fuori la stalla, fosse in atto un conciliabolo di uomini che parlavano sottovoce.
Chiamai Quintana un paio di volte, flebile, ma non ricevetti alcuna risposta. Poi mi sentii toccare una spalla; mi girai di scatto, il cuore in gola.
Era Jericho.
“Shh. Fa' silenzio.” sussurrò. “Tira fuori la pistola.”
“La pistola?”
“Sì.”
“Perché?”
“Fa' silenzio.”
Calai il tono della voce, che adesso era diventato un debole bisbiglio. “Che cazzo sta succedendo?” chiesi, senza ricevere risposta.
Jericho scivolò a quattro zampe verso Damon, e lo scosse, mettendogli immediatamente una mano sulle labbra. “Zitto.” gli disse.
Raggiungemmo, imitando Jericho, l'unica finestra della stalla, un piccolo riquadro da cui proveniva il fioco chiarore latteo della luna e delle stelle, e quindi avanzando lentamente a gattoni con la testa bassa. Jericho parlò a Damon: “Esci e va' sul retro.” gli disse.
“Perché?”
“Perché sono qui. Sono loro.”
Sentendo quelle parole mi sentii il sangue ghiacciare nelle vene. Mi ammutolii, letteralmente. La paura mi diede le vertigini, anche se, rispetto a quello che avrei provato dopo, era nulla a confronto.
Giunsero dal bosco come una pestilenza, silenziosi, funesti. All'improvviso, nel cuore di quella maledetta notte.
Damon Landa uscì dalla stalla e raggiunse il retro, silenzioso come un gatto. Guardai fuori, ma oltre la sagome dalla casa e l'ombra dei cavalli legati alla staccionata non vedevo nulla. Il fruscio di un vento fresco smuoveva i steli e le radici di alcuni alberi là dove si ampliava il bosco.
“Dov'è finito Quintana?” chiesi poi a Jericho, senza guardarlo.
“Non lo so. Dannazione, non lo so.”
“Non può essere scappato.”
Jericho non disse nulla.
Poi mi mossi per fissare meglio oltre la finestra, alzai il capo ma con uno strattone Jericho mi riportò giù.
“Sta' fermo. Fermo.”
“Volevo solo...”
“È scomparso.”
“Cosa?”
“Il cavallo del messicano è scomparso. Quintana. Ci ha abbandonati.”
“Ma... per quale motivo avrebbe dovuto...” non finii la frase. Non lo potevo vedere in faccia, ma immaginai che il viso di Jericho, in quel momento, schiumasse di rabbia e di terrore. Sembrava un tipo a posto, quel messicano intendo, affidabile, ma in fin dei conti era nuovo nel gruppo. Viaggiava con noi, giusto, da un paio di settimane. Da quando Jericho lo aveva conosciuto in uno spaccio da qualche parte vicino San Simon; era bravo con le armi, ed era in cerca di un lavoro.
Poi Jericho si girò, uno scatto nel buio, e balzò verso l'angolo in cui erano ammassate le nostre cose, gli zaini e le coperte.
“Che c'è.” gli dissi a bassa voce.
“Vieni qui. Vieni qui e controlla le munizioni.”
Tornai allo zaino e lo aprì e cominciai a tastare l'interno: le fiaschette, una ciotola, gli scatoli delle munizioni, sette per la precisione. Non mancava nulla. “C'è tutto.” dissi.
“Questo è strano.” disse Jericho, il tono del suo bisbiglio adesso era meno concitato. “La tua arma è carica?”
“Sì.”
“Ok. Portati dietro lo zaino.”
Ritornammo accanto alla finestra. Il pony nel frattempo si era svegliato, e aveva appena ricominciato a sbuffare. Udimmo delle voci, direzione bosco, poi un rantolo sordo, indefinito, proveniente sempre da quelle profondità.
Jericho a quel punto mi disse di passargli la fiaschetta di polvere da sparo e un pugno di pallottole, e così feci; versò la polvere nella canna della pistola di riserva che si nascondeva nello stivale, con lo sguardo sempre rivolto verso l'esterno. La ricaricò, controllò e girò le camere a scoppio piene di polvere da sparo e infilò le pallottole con i fori rivolti verso il basso.
Uscirono in quell'istante. Cinque, sei, sette sagome. Ombre. Poi altre ancora, e senza cavalli.
Osservammo due di loro camminare in direzione della staccionata, furtivi, in silenzio, e poi attraversarla con un saltello. Selvaggi seminudi che impugnavano scure e enormi pugnali da caccia. Poi, quello stesso silenzio fu squarciato da un colpo di pistola che riecheggiò su per la radura. Proveniva dal retro della stalla. Era stato Damon a sparare.
Arrivati a quel punto, tutto diventò un inferno.
Cominciammo a fare fuoco, il pony nella stalla e gli altri cavalli legati cominciarono a scalciare e a nitrire come fossero impazziti di colpo.
Il primo apache che colpii veniva di corsa verso di noi, dal bosco. Gli feci un buco in testa, parte del suo cervello schizzò fuori dal lato posteriore del suo cranio, e lo guardai piegarsi in avanti, sulle ginocchia, restando per un momento come sospeso in preghiera, e poi cadere esanime di traverso. Anche Jericho, accanto a me, sparava. Altri indigeni caddero al suolo come teatranti inghiottiti da botole invisibili. Spari, grida e poi, si levò nell'aria fredda, anche la musica di una fanfara.
A quel punto, dal bosco, uscirono altre decine di musi rossi. Avevano gli occhi iniettati di sangue. Jericho cessò di sparare e mi disse di rovesciare per terra la fiaschetta con la polvere da sparo.
“Perché?” gli domandai concitato.
“Perché così non potranno usare le nostre pistole.”
Cominciai a protestare, ma Jericho mi urlò contro “Tu fallo e basta.” e poi si andò a sistemare accanto alla porta.
Forse il fatto che avevamo delle armi li spaventò, visto che alcuni di loro scomparirono di nuovo, come in ritirata, nel sottobosco. Però, dentro la casa, nel frattempo si era accesa una luce, e adesso potevo sentire le grida della donna, supplicante pietà al suo Dio o forse a qualcun altro. Sentii dei tonfi: rumore di sedie e di cose che si frantumano, ma non ci prestai molta attenzione. Sussultai, quando due frecce s'infissero nelle assi ai bordi della finestra da cui osservavo l'attacco. Mi tirai indietro, bestemmiando. Guardai Jericho, che mi sogguardò di rimando con il volto imbronciato e terrorizzato.
La fine, sembrava voler dire quel volto. La fine di tutto.
Poi un nuovo grido, era la voce di Damon Landa. “Lasciatemi entrare.” urlò, seguito da due picchiettii sulla porta. Jericho non ci pensò un attimo; aprì la porta e Damon barcollò dentro oscillando come un ubriaco. La porta poi si richiuse immediatamente. Damon non impugnava nessuna pistola. Aveva il cranio mezzo sfondato, tanto che all'altezza della fronte la massa appiccicosa della materia grigia fuoriusciva dalla scatola cranica.
Jericho lo prese sottobraccio e lo distese per terra, lentamente.
“Dappertutto. Sono dappertutto.” disse Damon, la voce smozzicata.
Jericho gli appoggiò dolcemente una mano sulla fronte, e si avvicinò per guardare meglio la ferita.
“Ma che diavolo...” biascicò.
“Pietre.” rispose Damon. “Quei bastardi mi hanno colpito con delle pietre.”
Il sangue caldo annerì la sabbia sotto di lui.
“Mi gira la testa.” aggiunse. La sua voce era diventata sottile, evanescente. Gli occhi strabuzzanti nel viso pallido, quasi itterico.
“Guardami.” disse Jericho.
“Mi gira...”
“Guardami, Damon.”
Gli occhi di Damon rotearono, il suo corpo si contorse; piegò la testa all'indietro e inarcò la schiena, la gamba sinistra si incurvò verso l'interno, a livello dell'anca, e l'altra verso l'esterno. Morì lì, in quell'attimo di orrore, davanti ai nostri occhi.
Tornai a sparare ma quello che vidi fu il preambolo della fine; realisticamente, non avremmo resistito molto a lungo. La casa dei messicani era stata data alle fiamme, gli Apache ci avevano scagliato contro frecce infuocate, e adesso avevano cominciato a fare lo stesso anche con la stalla. Un manto di fumo cominciò a incombere, minaccioso, seguito da lievi crepitii rabbiosi. Poi eruppero le fiamme, faville incandescenti, enormi fauci di fuoco arancione e giallo e rosso che pulsavano e esplodevano mandando in frantumi le assi di legno.
Il calore. Il vapore.
Jericho si precipitò verso il pony, lo liberò dalle funi, e gli salì in groppo. Mi guardò: “Provano a stanarci. Avanti, è la nostra unica possibilità.” mi disse, e così feci; lo raggiunsi e mi issai dietro di lui. Sentivo le ossa del dorso del pony smuoversi sotto di me, senza sella, e la stretta del fumo, che si addensava ogni secondo sempre di più. Il cavallo uscì incurante della porta sbarrata. Un tonfo sordo, l'aria fredda della notte ci investì di schianto, alle nostre spalle adesso un muro compatto di fuoco, le intelaiature si sbriciolarono in mille pezzi, e il soffitto crollò dentro la stalla con un boato spaventoso.
Ma la fuga durò poco.
Qualche metro più avanti, il pony si riversò per terra colpito dalle frecce. Caddi, la bocca impastata da ciuffi d'erba fresca, e quando mi rialzai riuscii appena a scorgere una mazza da guerra roteare e stracciare l'aria davanti al mio sguardo. E poi arrivò il colpo: improvviso, come un'apparizione. Mi spaccò la mascella. Caddi all'indietro, scosso da un dolore lancinante, infame, atroce. Sputai alcuni denti, mi si era squarciata la lingua e mi sentii gorgogliare il sangue dalla bocca. Lo sentii per poco, perché tutto divenne nero e indefinito.
 
La morte è dolorosa, questo lo dicono in molti. Lo è vivere la fine di un genitore, o di un amico. O la propria. Ma, forse, essere catturati dagli Apache è peggio di morire. Per loro non esiste vittoria più sacra e lodevole che torturare i propri nemici.
E godono, nel farlo.
Quando ripresi conoscenza, capii immediatamente che vedevo con un solo occhio, e vedevo tutto doppio. Il cielo era blu scuro, andava risvegliandosi nell'alba, e solamente qualche favilla bruciava ancora sotto la cenere.
Mi mossi e tentai di pronunciare qualche parola, ma l'unico suono che uscì dalla mia bocca fu un grugnito inarticolato. Mi sentivo la mascella a pezzi. Ero per terra, schiena alla staccionata, le mani legate dietro le spalle. Due figure si stagliavano sopra di me; parlavano una lingua aliena, una lingua che non avevo mai ascoltato prima d'ora. Rimasi lì a fissarle finché il mio unico occhio non le mise a fuoco: selvaggi seminudi, la pelle color terreno bruciato, facce smunte con le ossa sporgenti, immensi e satanici occhi neri, cisposi e solenni. Inquadrai di più la scena: sentivo il pianto di qualcuno, il suo febbrile singhiozzare, e non ci misi molto a capire che si trattava del ragazzo, di José, lì a qualche metro da me, anch'esso legato alla staccionata, così come suo padre, così come Jericho.
Più in là, i nostri cavalli, calmi, venivano mantenuti per le briglie da altri indiani. E poi il corpo della donna messicana: quando vidi quel macabro spettacolo, la mia mente si annebbiò e un abisso di collera mi si raccolse dentro come un banco di nuvole prima dell'esplosione di un temporale.
Ma ero impotente.
Avrei fatto di tutto pur di sopravvivere, ma la realtà era ben lontana dalle mie speranze e dalle mie possibilità. Potevo supplicarli, potevo piangere, raccogliermi in preghiera e tentare di evocare Dio, ma non sarebbe servito a nulla.
Lui sarebbe arrivato da lì, mi dicevo. Il traghettatore. L'esecutore.
La donna se ne stava legata a un palo, nuda, in mezzo all'erba, smembrata; le braccia fatte a pezzi e i seni recisi. Giaceva con la bocca aperta e con gli occhi vuoti fissi sul nulla.
L'avevano lasciata morire dissanguata.
Mi pisciai addosso un paio di volte alla vista di quell'immagine. Una morte indegna, lancinante, senza senso. L'unica colpa di quella donna, e così della sua famiglia, era stata la gentilezza.
Jesus disse qualcosa al figlio per rincuorarlo ma quello non smetteva di singhiozzare. Ripeté un paio di volte “Por qué?” ma nessuno gli rispose.
Poi uno dei due indiani che prima era fermo sopra di me, si spostò verso Jericho e gli disse in uno spagnolo stentato: “Tu alma es oscura.”
Lo guardò con due occhioni arrossati e duri come silicio. Il portamento coriaceo.
Jericho gli sputò sui mocassini dalle punte ricurve che indossava, alti fino al ginocchio, ma quello rimase immobile, come un ceppo, i capelli color foglia morta che gli cadevano intrecciati fin sotto le spalle e gli zigomi affilati. Il viso scalfito da antiche cicatrici di vaiolo che ne indurivano i tratti. Poi come risvegliato si mosse per colpirlo con un calcio, ma qualcuno dei suoi gli urlò qualcosa, e così si fermò, arretrando, senza mai staccare gli occhi di dosso a Jericho. Un ghigno sinistro comparì sul suo viso, come se volesse far capire a quell'uomo bianco che non era finita lì, tra loro due. Quei Chiricahua sembravano esseri apparsi da un'era antica e sconosciuta, con bandane e strani simboli di guerra dipinti o tatuati su tutto il corpo, come se fossero clown di qualche bizzarro circo itinerante. Anche i loro cavalli erano stati decorati: simboli di tuono, croci, frecce infuocate e mani rovesciate sui loro dorsi, su cui erano sistemati arcioni spelati e traballanti. Altri invece erano privi di sella, e, nonostante questo, alcuni selvaggi montavano su quei dorsi spogli, rigidi e solenni, come se lassù ci fossero nati.
E forse era proprio così.
Il loro equipaggiamento invece era vasto: archi, frecce fabbricate con canne lunghe un metro e mezzo e la punta di quarzo triangolare e aguzza, mazze e pugnali forse d'argento forse di ferro, clave, scure e sassi avvolti intorno ai polsi in sacchi di tela greggia. Solo uno fra loro, Occhi-Rossi, si portava con sé una pistola, – me ne accorsi dopo un po' – una vecchia carabina arrugginita col manico in legno. Forse, pensai, non l'aveva usata perché gli mancavano i proiettili, o ne aveva così pochi da essere obbligato a non sprecarli. Quindi, a questo proposito, era stato un bene se nell'incendio della stalla era andato perduto il mio zaino con tutte le munizioni che ci restavano.
Poi l'apache che aveva parlato a Jericho attraversò l'erba, il cadavere della donna, e si fermò a parlare con un altro guerriero a cavallo.
Erano in attesa di qualcosa. Forse dell'alba. O forse stavano semplicemente decidendo cosa farsene di noi.
Sentii Jericho strozzare a bassa voce una preghiera e così, d'istinto, a denti stretti, gli dissi di finirla. Ma quello non mi ascoltò.
Qualche minuto più tardi capii che avevano bruciato anche il corpo di mr C, avevano fatto prigionieri i nostri cavalli, adesso trattati come bestie da scorta, tranne quello di Jericho, che era stato ferito sulla groppa, forse, da una piccola freccia. Non ne ero certo con la vista offuscata. Guardai però due indiani nella penombra originata dal bagliore della luna e dalla pira di un fuoco ancora acceso, avvicinarsi a lui. Questo riuscii a distinguerlo. Il cavallo sollevò la testa e li fissò con la sua solita aria triste. Gli spararono con un colpo della mia pistola, lo capii dallo schiocco sordo dello sparo. L'eco crepitò fra le colline circostanti, e il fischio mi risuonò incessante nelle orecchie. L'animale cominciò a trotterellare, piegò le zampe anteriori e cadde in avanti, rotolando brevemente sul fianco.
Lo sentii gemere, sbuffare, per un'ultima volta.
Jericho nel frattempo continuò a pregare.
Scoppiai. “Fanculo, Joshua.” era la prima volta che lo chiamavo per nome. Jericho smise di colpo di parlare, come interdetto. “Noi non siamo figli di Dio. Dio è soltanto un cinico figlio di buona donna.”
Non so se si girò a guardarmi, questo non lo saprò mai, ma d'allora non lo sentii mai più pregare.
 
A me e a José ci caricarono su un vecchio ronzino, legato con una fune a un mezzosangue su cui erano stati fissati Jericho e il vecchio Jesus. Partimmo alla luce smorta del mattino avanzato, non appena gli indigeni ebbero scavato delle fosse e praticato uno strato rituale in onore dei compagni caduti.
Prima di partire però, il solito indiano dagli occhi arrossati, mi si avvicinò e mi chiese, in spagnolo, che ne mancava uno. Gli risposi che non capivo, ma quello mi ribadì che sulla pianura avevano contato quattro cavalli, non tre. “Falta uno. Un caballo.” mi disse.
Il cavallo che mancava era quello di Quintana.
Gli risposi seccamente: “No sé.” in attesa di una reazione, che in realtà non ci fu. L'indiano si limitò a guardarmi, si lisciò la fronte sudata col dorso della mano e infine si strofinò un amuleto che gli pendeva dal collo, due piccole zanne appese a una cordicella di cuoiame.
Poi, come detto, ripartimmo percorrendo a ritroso la strada su quei declivi che avevamo attraversato per fuggire. Ci allontanammo con l'eco dei giuggiolii dei lupi affamati, che si avvicinavano da est al campo di battaglia per addentare la carne umana ed equina in avanzo.
Oltrepassammo sentieri limacciosi fra le montagne, in discesa, alberi contorti e scheletrici. Nessun uccello cantava al nostro passaggio.
Quegli Apache – o Tinneah, come si chiamavano tra di loro – erano una milizia formata da quindici combattenti, con un numero ancora più grande, al loro seguito, di cavalli da scorta, che erano appartenuti a quelli che non ce l'avevano fatta.
Sembrava facessero tutti capo a Occhi-Rossi, che, in prima linea, tracciava la strada da seguire.
Arrivammo al confine con il deserto quando il sole, nel cielo, cominciò a battere perpendicolare sul mondo come una sciabola affilata. Ci allontanammo rapidamente dalle colline di quarzite e dai recinti boscosi. Le impronte di opossum si sostituirono in un batter d'occhio con quelle delle antilocapre o dei coyote. La vasta e immensa pianura alcalina di nuovo al nostro cospetto. Il mondo inselvatichito, nudo, sventrato.
A ogni passo dei cavalli, si sollevava un nugolo di polvere che s'incollava dappertutto, dai capelli ai vestiti, fino ai polmoni. Il ragazzo tossì, e poi, come un riflesso condizionato, tossii anche io.
Mi girai a fissare il viso di Jericho e così anche quello di Jesus, le facce stravolte dalla disperazione e dallo sporco. Cavalcavano muti e ottenebrati. Assenti. Occhi infossati e spauriti. Li guardai finché un selvaggio non si avvicinò al mio cavallo e mi fece cenno con il capo, in cagnesco, di guardare avanti. Poi si grattò i capelli infestati dai pidocchi grugnendo qualcosa nella sua lingua, e passò oltre.
Guardai il deserto che avevamo ricominciato ad attraversare; il solo pensiero di un nuovo viaggio, un viaggio senza ritorno, mi confondeva. Avevo voglia di piangere, di gridare; fallo, mi dicevo, piangi, grida. Ma la mia paura si chiamava impiccio. La paura di farli incazzare, la paura di morire. Una paura più che legittima, mi ripetevo, perché non mi sentivo pronto. Ma chi lo è mai, in fondo?
La stranezza, comunque, fu che deviammo quasi subito il percorso in favore di una pista che si ampliava in verticale molto più a est. Un breve rettilineo attraverso un arido malpais, una distesa riarsa e desertica di lava solidificata. Le rocce erano scure come le nubi di un temporale, e i ciottoli che i cavalli calpestavano con attenzione altro non erano che piccoli detriti lavici.
Al crepuscolo, oltre il malpais, ci fermammo a un pozzo che conteneva poca acqua, il cui fondo era basso e incrostato. Poi, per la notte, ci accampammo accanto a una scarpata, ma non perché lo volle Occhi-Rossi, bensì perché alcuni cavalli apache cominciarono a scrollare la testa rifiutandosi di proseguire.
Ci sistemarono per terra, uno accanto all'altro, sempre legati, e accesero rapidamente un fuoco e mangiarono stufati di cavallette e lucertole in ciotole incrinate d'argilla, e bevvero tizwin. A noi non ci diedero nulla da mangiare, né da bere. Parlottarono fra loro come se ci avessero dimenticati, ma capimmo ben presto che non era così, ovviamente.
A un certo punto un muso rosso con un tuono disegnato sulla fronte si avvicinò a Jesus e lo prese per un braccio. “No no.” ripeté José, ma il padre gli disse di stare tranquillo, gli disse che andava tutto bene.
Fronte-di-Tuono lo aiutò ad alzarsi e, insieme ad altri due o tre indiani, a spintoni, lo condusse davanti al fuoco. Era una notte bellissima, il firmamento, limpido, baluginava di gemme e cristalli.
Lo spogliarono, lasciandolo completamente nudo alla mercé del fuoco, e gli legarono le mani dietro alla schiena, e anche i piedi. Lo fecero stendere, parlavano poco, sembrava che comunicassero con quei grugniti inarticolati che si lanciavano insieme ai loro sguardi, ma c'era comunque un'ordine in quello che dicevano, o che facevano.
E infatti...
Occhi-rossi si avvicinò rapidamente a Jesus e con la lama di un grosso coltellaccio da caccia gli strappò via i genitali. Jesus lanciò un grido terrificante, che parve silenziare il mondo intero. Ma non gli indiani, che cominciarono a ridere e a ululare e a mugugnare. Estasiati, euforici.
Io rimasi stordito da tanta crudeltà. Arrivai a chiudere l'occhio buono che mi restava, con l'eco di quell'addio straziante che continuava a rimbombarmi nelle orecchie.
José invece cominciò a smuoversi, cercò di alzarsi, lanciò nell'aria un “Nooo” acuto e prolungato che per poco non superava, in vigore, quello di suo padre, ma un pellerossa gli si avvicinò e gli mollò un calcio in piena faccia facendogli perdere conoscenza per qualche minuto, giusto il tempo di concludere il lavoro.
E così Occhi-Rossi tese il braccio in aria, impugnando quel membro insanguinato come un trofeo. Lo rivolse al cielo stellato, bellissimo, ripetendo a denti stretti antiche nenie apache che riguardavano prede e cacciatori, divinità della guerra e della vendetta. Infine, si accovacciò su Jesus, gli disse qualcosa sottovoce, un mormorio febbrile, e poi gli introdusse quel membro insanguinato nella bocca, fino a quando il povero Jesus, fra spasmi e urla soffocate, non morì strangolato.
 
Quando José riaprì gli occhi, cominciò a gridare che voleva vedere suo padre. Lo ignorarono per un po', gli Apache, stretti intorno alle fiamme ingiallite e vacillanti del falò, mentre io mi sforzavo, inutilmente, di ripetergli di fare silenzio. Poi uno di loro si alzò e si avvicinò al ragazzo. Non disse nulla, lo guardò e basta, e il ragazzo si zittì, come se lo sguardo di quel Chiricahua fosse custode di un incantesimo che riusciva ad ammutolire tutti gli uomini, o a spaventarli.
Ripartimmo alle prime luci dell'alba, il corpo di Jesus fu abbandonato sulla sabbia, come bottino per gli avvoltoi. La terra aspra, ostile e sviscerata, non mostrava un centimetro quadrato di vivacità.
Josè, seduto davanti a me, continuava a piagnucolare. Ad un certo punto gli dissi che tutto sarebbe andato bene – non so perché lo dissi – e lui si girò e mi sputò in faccia.
“Che diavolo ti prende.” ribattei, l'indiano che cavalcava davanti a noi si girò a guardarci.
“Mentido.” disse José. “Vi siete nascosti a casa nostra. Stavate fuggendo da loro, hijos de puta.”
Il volto del ragazzo mi sembrò essere invecchiato in un colpo solo. Il suo sguardo era un misto di odio e di terrore.
L'indiano davanti a noi ci lanciò un fischio. Lo ignorai. “È stato Jericho.” dissi.
Ma il ragazzo non ne voleva più sapere. Abbassò lo sguardo, e non aprì più bocca.
Raggiungemmo un passo che tagliava in mezzo due colline di roccia nuda, e lo attraversammo in fila indiana. Dall'altro lato, fra i resti di un arroyo prosciugato, incontrammo un vecchio storpio, nudo e in ginocchio, emaciato e rachitico, la pelle scottata dal sole, i capelli grigi e neri arruffati in un viluppo incrostato. Non riuscii a capire se si trattava di un bianco o di un messicano. Quando ci vide arrivare, si limitò a sgranare gli occhi per un attimo, due orbite grigie, prima di tornare a fissare la sabbia.
Per un attimo cadde il silenzio, poi Occhi-Rossi e un altro paio di indiani, gli si avvicinarono lentamente a cavallo – mentre tutte le altre bestie cominciarono a nitrire e a sbattere i zoccoli sul terreno, asfissiati dalla calura. Lo fissò con grande solennità, con le sue mani, l'una sull'altra, che stringevano con forza il pomo della sella. Si rivolse allo storpio, gli disse qualcosa che non riuscii a capire, e a quel punto il vecchio alzò di nuovo lo sguardo e farfugliò in spagnolo qualcosa che aveva a che fare con il mare e con il cielo. Pensai che quell'uomo avesse perso il senno, e sono certo che lo stesso pensò anche Occhi-Rossi, perché il comandante apache si girò a guardare un suo compagno e gli mimò un gesto con la mano, e quest'ultimo si mise a ridere.
Poi scese da sella, lentamente, e solo allora riuscii a scorgere la lama del suo coltellaccio. Gli si avvicinò danzando, a quel vecchio, tracciando con la mano che stringeva il pugnale una sorta di croce nell'aria. I passi erano piccoli, sgraziati, paurosi; mi riempirono di un terrore improvviso perché i suoi movimenti mi parvero istintivi, e non quindi premeditati, anche se forse la verità era che stavo assistendo a qualche specie di rituale. Rabbrividii, comunque, perché ho sempre ritenuto l'imprevedibilità una possibilità spaventosa. Cominciai a deglutire senza interruzione, sapevo già cosa stava per accadere, finché non successe, e io non riuscii più a trattenermi.
Occhi-Rossi recise la giugulare dello storpio con un solo gesto, breve, letale, e io vomitai.
 
Chi era quel vecchio, e com'era arrivato fin lì, questo se lo chiesero un po' tutti, fra i presenti. Li osservai confabulare nella loro lingua, Fronte-di-Tuono sembrava nervoso mentre Occhi-Rossi gli continuava a mostrare l'amuleto che portava al collo. Poi lo sciamano disse qualcosa ad un indiano ancora a cavallo, e quest'ultimo si calò giù e si gettò a carponi appoggiando l'orecchio al suolo. Rimase così, fermo, in silenzio ad ascoltare per un po' il nulla o forse il vento, con i capelli lucidi di unguetto e polvere e sporcizia che adesso erano diventati ancora più sporchi. Si rialzò e mosse il capo in direzione di Occhi-Rossi; forse no, non c'era motivo di preoccuparsi, voleva dire quel gesto.
Poi ripartimmo, tra mesquite ricoperti di sabbia e la polvere alcalina che s'innalzava ad ogni passo, lenti, cauti, con gli orecchi attenti ad ascoltare quel silenzio fragoroso, quasi innaturale. Sentii in quel momento che stava per riaccadere di nuovo. Quando vivi certi
attimi di tensione, avverti cose che normalmente ignoreresti. Forse è la traccia di un senso ancora oscuro a noi uomini. Questo non lo so.
Avanzammo ancora un po' lungo la pista e, adesso, davanti a noi, a non più di tre o quattro miglia di distanza, si distendeva nel cielo turchino e nel riverbero del sole, un'ampia dorsale montuosa. Su di essa, grevi e minacciosi, cumulonembi dalla forma cilindrica e rettangolare. Eravamo diretti proprio lassù.
Poi, con le labbra screpolate dalla sete, e le gambe doloranti per le ore trascorse in groppa, fissai Occhi-Rossi fermare il gruppo al centro della pista sabbiosa. Un saguaro, alto almeno tre metri, mozzava l'uniformità della scena. Spinsero il mio cavallo e quello di Jericho fuori la traccia e poi si piazzarono davanti a noi Occhi-Rossi e i soliti tre o quattro musi rossi. Solo allora colsi la presenza, alle spalle del cactus, di un'enorme formicaio terroso. Era il più grande che avessi mai visto, doveva essere alto quasi mezzo metro e largo almeno il doppio. La forma piramidale.
Mi colpii a primo impatto, anche se la sorpresa durò poco; i selvaggi cominciarono a fissarci con aria indolente, disposti come in formazione, i pochi stracci che indossavano infestati da cimici e pidocchi, e impregnati, proprio come i nostri, dal fetore nauseabondo di sudore acre. Il pezzato di Occhi-Rossi scartò per un attimo verso destra, lanciò uno starnuto e un lieve nitrito, poi si calmò, dopo che il capo ebbe pungolato i fianchi della bestia con i talloni. Poi il muso rosso ci osservò uno ad uno, José, me e Jericho, da dietro le sue palpebre pesanti, gli occhi adesso ridotti a fessure. Studiò i nostri volti, e poi parlò, per la prima volta, nella nostra lingua: “Uno di voi è arrivato.”
Fu tutto quello che disse.
Mi sentii la bile risalire l'esofago, una sensazione orrenda, ancora, mentre quel viso privo d'espressione, rugoso, impassibile, decideva secondo chissà quale criterio, chi sarebbe stato il prossimo a lasciare questa Terra. Pensai alla vita e, conseguentemente, alla morte. Le distrazioni del mondo, il più delle volte, portano l'uomo a credere che la morte sia un esito troppo lontano dalla sua dimensione. Ma l'uomo che pensa questo è in costante errore. La morte è qui, ed è sempre accanto a noi.
L'indiano si sfiorò con una mano la bandana slavata e incolore che aveva sulla fronte e poi tornò a sollevare quel maledetto amuleto che portava al collo. Guardò il cielo, i suoi occhi cominciarono a chiudersi a scatti, come se l'avesse appena colpito un qualche attacco epilettico, e le zampe di gallina alla confluenza delle tempie gli s'indurirono come bozzi di pietra. Mi chiesi perché tutto questo. Mi chiesi, stupidamente, perché non ci ammazzava e basta.
Ahimè, conoscevo già la risposta.
Mi dissi che era patetica, che era sciocca, quella messinscena, finché il silenzio non venne scosso da un crepitio, dapprima lontano, e poi chiaro, crescente, a scatti variabile. Mi girai, mi guardai attorno, solo deserto, e poi alzai lo sguardo; ali che sbattevano, una V imponente che solcava il cielo. L'uccello piroettò, un cerchio nell'aria torrida, un secondo, scese di quota, in picchiata, e infine si fermò giù al suolo. La sabbia si smosse, rapidamente, e poi si dissipò altrettanto rapidamente; era mimetico, toni bruni e grigi, ed era più piccolo di quanto mi aspettavo. Le zampe erano corte e gli occhi erano piccoli e neri. Il succiacapre trillò, e Occhi-Rossi sorrise. Fissò Joshua Jericho. L'uccello si era posato proprio ai suoi piedi.
 
Lo fissai mentre lo legavano al cactus, Jericho, schiaffeggiandolo, con le spine che lo contorcevano dal dolore. Quei maledetti, ridevano tutti. Lui invece rimase in silenzio sopportando quel martirio per un po', il viso indurito e scavato e gli occhi sbarrati; alla fine cedette, li apostrofò in uno scatto d'ira “Bastardi.” e poi “Negri rossi.” e quelli gli tirarono un altro paio di ceffoni.
Non mi fissò quasi mai, Jericho, tranne che a un certo punto, per un secondo, quando lo slegarono e lo distesero per terra, con la testa rivolta a un'enorme cavità che sforacchiava il formicaio. Lo sguardo ammutolito. Raccolse un po' di saliva e sputò per terra. “Mi dispiace.” disse, la schiena infilzata dalle spine. Non lo so se quelle parole erano rivolte a me o al ragazzo o al Signore che tanto quell'uomo pregava e amava.
“Mi dispiace.” non lo ripeté mai più, ma quella supplica roca è ancora oggi vivida nella mia mente, come un'eco, da quando in quel maledetto giorno non arrivarono a legargli gambe e mani con due semplici corda da bestiame, costringendolo a tenere la bocca aperta con una manciata di bastoncini di legno raccattati chissà dove e chissà quando, in attesa dell'arrivo delle formiche, in attesa che gli divorassero le interiora.
 
Mi ci volle un certo sforzo di volontà per mantenermi calmo. Incupito e anche incazzato, ripartimmo dopo un'ora verso le montagne nel cielo altrettanto cupo che precedeva un nuovo crepuscolo. Il cammino era una via crucis. Il cavallo dove prima cavalcava Jericho, adesso vuoto, venne retrocesso nella fila di scorta nella retroguardia. Jericho invece lo abbandonammo lì, legato mani e piedi in balia delle formiche.
Certe visioni ti cambiano, altroché. Rifletti sugli uomini, sul dolore, sul male, e non te lo spieghi. Non ti spieghi come abbiano fatto gli uomini ad arrivare fino a questo punto, a divorarsi l'un l'altro, come bestie senz'anima e senza cuore. Ma è così da sempre. Sin dalla notte dei tempi. E così sempre sarà.
Le ombre sulla piana si allungarono, e quando raggiungemmo le montagne cominciammo a risalire una pista che tagliava fra vecchi tronchi morti e pampini di edera nera abbarbicati al pendio. Resti di canneti, farnie e pioppi bianchi. Mi stuzzicai i calli delle mani e fissai José, alle mie spalle, che aveva lo sguardo spento e assente.
Il cielo divenne vermiglio, velocemente, e poi, altrettanto velocemente, divenne più scuro, marrone, una distesa diarroica senza fine. La pista come una striscia quasi indefinibile. Oscura. Oscurità fra gli alberi, oscurità nei nostri sguardi. Un'oscurità senza nome. Ad un tratto la pista si confuse in un vero e proprio bosco, fitto e ombroso che confluiva dopo un centinaio di metri in un sentiero roccioso. Il terreno era grigio e tappezzato di muschio. Gli alberi sottili, adesso, gli uni accanto agli altri, si slanciavano contorti nel cielo morente come giganteschi femori umani. L'aria si fece più fredda, granulosa, tanto che ti lasciava in bocca un sapore che non scompariva mai.
Ebbi come l'impressione di varcare l'anticamera dell'inferno, prima di giungere al di là.
Attraversato il sentiero angusto che s'inoltrava fra le rocce, coi cavalli che sbuffavano per lo sforzo, ci addentrammo in una cavità che aveva l'aspetto di una torbiera, ma forse per quei Chiricahua quel luogo rappresentava ben altro; la superficie della depressione era acquitrinosa, sfagni e altri vegetali puntellavano la torba donandogli un aspetto spoglio e desolato. La fanghiglia grigia nei canali, le rocce incrostate forse di muschio. Dalla torba fuoriusciva del pietrisco. Il resto dell'area, era quanto di più morto e moribondo un uomo potesse mai incontrare; terra bruciata e febbricitante, come se avesse sofferto, senza sosta, per millenni l'ira di qualche tempesta di fuoco. Un mondo senza ombra né contorni. Sterile e primitivo.
E poi c'erano quei pali di legno piantati nel terreno, ammassati proprio come stalagmiti. O come lapidi in un cimitero. Sulla loro superficie, erano stati intagliati bestiari che evocavano creature mitologiche, artigli aggrovigliati, ali, code, bocche affilate. Ma quello che più mi sconvolse, fu scorgere accanto a quei pali intere distese di ossa ingiallite che potevano essere appartenute a tutti gli animali che avevano abitato il pianeta fin dalla notte dei tempi: costole, crani cornuti, toraci e altre costole a mezzaluna. Il tutto raccolto da un fetore rancido e mortifero.
Che luogo è mai questo?
Occhi-Rossi diede l'alt e tutti i cavalli e i cavalieri al seguito si fermarono al delimitare di quella dolina, e così anche il mio. Alcuni avvoltoi che fino a quel momento ci avevo scorto in silenzio, e che se ne stavano appollaiati sulle ossa, si alzarono in volo disegnando cerchi nell'aria.
Occhi-Rossi scartò con il cavallo e si girò a guardare tutti i volti dei suoi accoliti. Poi saltò a terra senza mollare le redini, e fece qualche passo davanti al suo cavallo. Piantò su di me il suo sguardo, e, poi, parlò con tono piatto:
“Il vento soffia su tutti.” disse. “Sulle carogne, sui diavoli, così come sui giusti. Noi però non siamo i giusti, ora. E neppure voi lo siete. Il mondo è una bilancia perfettamente imparziale.” Si fermò. Spalancò le braccia in segno di accoglienza e si girò a fissare quell'orribile spianata. “Questo è uno dei mille luoghi in cui riposano i nostri fratelli Tinneah.” continuò. “Le montagne brulicano di luoghi come questo. Noi lo sappiamo, ma voi questo non lo sapete, perché le nostre radici sono molto più profonde e antiche delle vostre. E sono radici di sangue. Non di morte e di distruzione come le vostre.” Occhi-Rossi si interruppe di nuovo. Il suo sguardo ritornò a incrociare il mio e quello di José. “Qui riposano dall'inizio dei tempi e riposeranno per l'eternità tutti i figli di Usen. I nostri fratelli. Nella gloria. E nella pace. Tranne l'uomo bianco. L'uomo bianco non è degno di un luogo come questo.”
Guardai Occhi-Rossi e fissai i volti di molti di quei pellirossa. Tirati, esausti, slavati. Alcuni di loro erano scesi da cavallo e avevano tirato fuori dalle bisacce caricate sui cavalli da scorta dei ceppi per accendere un fuoco. Li avevano sistemati per terra e avevano cominciato a sfregare delle pietre tra loro, così da produrre scintille. Tornai con lo sguardo sullo sciamano. Mi sentivo in dovere di dire qualcosa, arrivato a quel punto.
“Perché siamo qui?” la mia voce era bassa e spenta.
“Perché l'animale più malvagio deve capire che la mia gente, anche nella morte, sarà nella pace.”
Lo fissai torvo, ma solo per un'istante, fin quando Occhi-Rossi non aggiunse: “Se siamo diventati così, è solo per colpa vostra. È difficile lavare il sangue dai vestiti.”
Dal lato opposto della dolina, una nebbia fitta e umida e della stessa tonalità dell'argento vivo cominciò a strisciare fra le ossa come lo spettro di un'enorme serpente. La luce aspra di quel crepuscolo inoltrato andava rapidamente esaurendosi.
In un getto d'impeto dissi: “Il ragazzo non c'entra nulla.” indicando col capo José, fermo alle mie spalle. “Anche suo padre non... c'entrava.”
“Vi hanno dato riparo. Riparo da noi. È stata questa la loro condanna.”
“Non sapevano che stavamo fuggendo. Abbiamo mentito.”
“Perché?”
“Non lo so. Insomma, non è stata una mia idea.”
L'indiano non disse nulla. Cercai di leggerci qualcosa nei suoi occhi perennemente arrossati, ma le sue intenzioni mi restarono oscure. Inconoscibili.
“Lascialo libero.” gli dissi poi.
“Libero?”
“Sì.”
Occhi-Rossi scosse il capo, un movimento quasi impercettibile. “Non posso farlo. La loro condanna è stata la stupidità. Credere a uomini bianchi, sporchi e disperati, è stupido. E la stupidità è morte.”
Fissò il cielo sempre più scuro, e disse qualcosa in lingua apache a due compagni. Questi scesero da cavallo e si avvicinarono al mio, e in un breve sussulto, tirarono giù José strattonandolo dalla camicia consunta e sbrindellata.
Il ragazzo rimase immobile, come se il suo essere si fosse svuotato dell'anima o di qualunque cosa contenesse, abbandonando all'inerzia e al male quell'involucro chiamato corpo. Il fuoco nel frattempo si era acceso, e le fiamme vacillavano come le ali di un drago protese verso il cielo incupito, mentre la nebbia, imperterrita, continuava ad avanzare tra le ossa. Lo misero in ginocchio davanti al falò, i guerrieri tirarono fuori coltelli, mazze e clave e pietre e tanti altri strani gingilli di morte, e poi s'immobilizzarono anch'essi con lo sguardo rivolto al loro sciamano, Occhi-Rossi, in attesa. In quel momento l'ultimo brandello di luce solare solcò le spoglie di quella dolina rovinosa. La luce poi passò, e il buio calò.
“Lo spettro di chi muore la notte vaga nelle tenebre per l'eternità.” disse l'indiano.
In quell'attimo, tutto cominciò a rallentare: il vento, la nebbia, il vacillare del fuoco, il respiro dei presenti.
E poi.
Poi ricordo molto bene l'inferno che si scatenò dopo quelle parole. Certe cose non si possono dimenticare. Per tutta una vita. E forse neppure in due. O in tre, sempre che sia possibile.
Cominciarono dagli arti, glieli strapparono, tranciarono, sventrarono. Una gamba e un braccio. Il sangue zampillava a cascata. José perse subito conoscenza. Le grida si alzarono nell'aria, come un vortice, grida di gioia e di vittoria. Saltò fuori anche una brocca di tizwin e gli apache cominciarono a brindare in cocci d'ossa intonando strani e orripilanti canti. Famelici e allucinati. Sporchi di sangue e cenere. Alcuni di loro cominciarono a scuotere José, ancora privo di conoscenza, mentre altri mi si avvicinarono e mi tirarono giù dal cavallo, con gli occhi infossati e infervorati. Mi trascinarono accanto alle fiamme e mi lasciarono lì per terra, coi polsi legati in avanti.
Mi sputarono in faccia.
Mi maledissero.
Ma il perno della loro collera rimase José, che quella notte non si risvegliò mai più.
 
Gli avevano introdotto nell'intestino due paletti di legno, e, alla fine, non contenti, gli avevano schiacciato la testa con delle pietre, fino a ridurgliela in poltiglia.
Rimasi tutta la notte accanto al fuoco. Scosso da brividi incontrollabili e coi denti che battevano. Il sapore appiccicaticcio della cenere in bocca. Il sapore del sangue. Raccolsi un un po' di saliva e sputai un moccio scuro come fuliggine.
Li guardai bere e ridere e dormire e maledirmi per tutta la notte, su quella strana pianura di morte. Pensai per un breve momento a mio fratello chissà se lo rivedrò mai più e poi a Jericho e a quella famiglia messicana sradicata con un soffio da questa terra, per niente. Pensai a tutti quelli che adesso non c'erano più. E solo alla fine, quando il fuoco si era già spento e molti di quei musi rossi addormentati, pensai alla mia, di morte. L'idea mi confondeva, mi arrabbiava, mi terrorizzava. Pensai che quando ci sei vicino capisci molte cose. Capisci che i rimpianti sono pesanti come macigni, e che avresti dovuto fare sempre e solo quello che ti andava di fare. Giusto per non buttare i giorni, i mesi, gli anni. Ma è una verità troppo difficile da pianificare in un mondo come il nostro. Un mondo disastrato.
La notte, poi, cominciò a mutare. L'avanguardia dell'alba si portò dietro l'odore di cenere bagnata. Pioggia. Un indiano, disteso lì accanto a me, si risvegliò, mi guardò tirandosi su e mi disse con voce bassa qualcosa che non riuscii a capire. Aveva lo sguardo spento, gli occhi socchiusi e il viso lercio di sporcizia, come il viso di un commediante in un sogno piretico.
Rimasi fermo senza dire una parola, finché quello non tornò giù a dormire.
Tornò il silenzio, poi qualcosa si mosse. Da qualche parte, nell'immobilità assoluta, sentii lo schiocco della leva dell'otturatore di un fucile. Poi uno sparo. La testa dei cavalli al di là del fuoco ormai spento si sollevò torpida dalla cenere, come se tutti quanti avessero come me avvertito il click del grilletto dell'arma che aveva sparato. Il colpo poi venne soffocato da un secondo, e poi da tanti altri, incalcolabili. Una raffica di revolverate. Abbassai la testa, sentii delle grida, qualche indiano si era alzato e aveva cominciato a correre nella nebbia, qualcun altro strillava. I proiettili rimbalzarono sibilanti sulle rocce e sulle ossa e sul terreno fangoso con un risucchio. Sentii la morte passarmi accanto, un vortice nero e infinito. Sentii i cavalli impazzire. E poi quando tutto fu finito, e il silenzio ricalato, alzai lentamente la testa. Morte e sangue dappertutto. Vidi lì, accanto a me, il cadavere di Occhi-Rossi con le cervella di fuori, le palpebre semichiuse. I cavalli e gli indiani scatole senza vita. Poi un rumore. Passi. Dalla nebbia emerse un numero incalcolabile di uomini armati; un esercito dalla pelle annerita e bruciata dal sole, purulenta, ricoperta dalle piaghe nei tratti più morbidi. Moschetti e vecchi fucili arrugginiti da caccia al bisonte. Rurales messicani. E a loro capo, Quintana.
 
EPILOGO.
Ci muovemmo in quell'alba umida e grigiastra verso sudovest, evitando la pioggia di qualche minuto. Mi portarono in un villaggio senza nome dove ritrovai acqua, cibo e un po' di sano riposo. Ci vedevo sempre da un occhio solo, perciò una vecchia messicana mi portò delle bende e uno strano intruglio di erbe per medicarmi. Rimasi lì quattro giorni, poi Quintana entrò nella mia baracca di adobe e mi disse – sforzandosi di parlare spagnolo il meno possibile – che gli dispiaceva per Jericho e per tutti gli altri, ma che lui non era scappato, aveva solo cercato di sopravvivere, e che poi era tornato coi rinforzi.
“In ritardo.” gli dissi.
“Mi dispiace. Pero no soy un cobarde.”
Mi sforzai ad annuire con un grugnito. Fissai il suo viso temprato dalle intemperie, la fronte rugosa, gli occhi giallo-grigi e poi dissi: “Anche se talvolta pensiamo il contrario, o ci dicono il contrario, nessuno di noi è in grado di cambiare le cose. Nessuno.”
Questa volta annuì Quintana, e poi mi disse quello che lui e i suoi compagni avevano intenzione di fare. Alla fine rimasi in silenzio per molto tempo a pensare. Poi il pensiero svanì e gli dissi: “Va bene. Sono con te.”
Adesso siamo qui, il vento scuote la polvere e il riverbero del sole confonde l'orizzonte fino alle montagne. Il cavallo freme, il mio revolver anche. Non ho mai creduto nella vendetta, ma ora ci credo. Il villaggio di quei Chiracahua si trova dietro queste montagne. Un nuovo viaggio. Un nuovo attacco.
Alcuni rurales in avanscoperta hanno detto che ora, laggiù, ci sono solo donne, vecchi e bambini.
Sorrido.
Ripenso a quello che Jericho disse al piccolo José nella stalla, alla domanda se noi eravamo i buoni. Gli rispose di sì, al tempo. Ma questo non è affatto vero.
 
 
 
 
 
 
Rurales: è stato un gruppo di polizia o gendarmeria messicana a cavallo, esistita fra il 1861 e il 1914, che svolgevano compiti di contenimento delle rivolte contadine e di eliminazione dei banditi che infestavano i deserti del Chihuahua.
Tizwin: è una birra alcolica di mais, distillata e bevuta dagli Apache.
Usen: è la parola “Dio” in lingua apache.

 

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Gradimento

ritratto di Rubrus

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Oh be' noi italiani abbiamo fatto dei buoni film western il cui stile poi è stato in parte ripreso dagli stessi americani, non vedo perchè non dovremmo scrivere anche dei racconti western.

Mi sono venuti in mente gli spaghetti western perchè, così come là, tempi e luoghi sono dilatati - le strade delle citaddine del west sono grandi come autrostrade, i deserti più grandi del Sahara, i colpi di pistola colme bombe atomiche e la violenza diventa presto iperviolenza (bando alle pallottole emostatiche dei film di John Ford: hanno abrogato il codice Hayes), qui i ritmi sono dilatati, quasi stilizzati, le figure tutte più o meno scultoree e le uccisioni efferate.

Una nota. In tempi di "revisionismo pro indiani" (che in realtà dura da almeno quarant'anni, basti pensare a "Un uomo chiamato cavallo" o a "Soldato blu") mi scopro sempre più antirevisionista. Non nel senso che penso che siano stati gli indiani a cacciare i bianchi dai loro territori, ovviamente so benissimo che è stata una invasione, spietata come ogni invasione, da parte dei figli e dei nipoti dei coloni europei, ma nel senso che non credo che i pellirosse fossero dei pacifisti figli dei fiori ante litteram che usavano tomawhak di gommapiuma. Era una guerra di conquista e una lotta per la sopravvivenza, feroce e spietata come tutte le guerre di questo tipo e in cui una parte era assai più forte dell'altra.      

PS: una nota pedante. Se il racconto si svolge ai tempi dei "rurales" cioè alla fine del XIX secolo, si usavano ancora le fiaschette per la polvere, per le armi da fuoco?    

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio per la lettura

Ti ringrazio per la lettura Rubrus, che sicuramente sarà stata lunga ed estenuante vista la lunghezza del testo eheh!

Sono d'accordo su quanto dici; era ed è sempre stata una guerra per la sopravvivenza. Poi di tribù indiane crudeli ed efferate, anche per natura, ne sono esistite altroché – i Chiracahua di Cochise ne sono un esempio. Anche se alla fine la loro indole è stata di molto "ampliata" vista l'invasione dei coloni e tutto il resto.

Sì, le fiaschette si usavano ancora. Vorrei spendere due parole su questo punto. Contrariamente a quanto si crede (o si vedeva nei vecchi film western soprattutto) prima del 1875 circa erano molto ma molto rare le armi a “retrocarica” (specialmente i revolver – infatti furono brevettate su per giù in quell'anno). In giro c'erano prototipi, armi modificate, questo sì, ma tutti (specialmente i pellirossa) erano armati di fucili o carabine o revolver col “tamburo ad avancarica”, come la Remington o la Colt Dragoon. Insomma, il funzionamento era abbastanza complesso e neppure tanto pratico, anche se estremamente efficiente (tanto che vennero preferite anche successivamente alle nuove, in primo luogo per via della precisione di tiro garantita dalla canna lunga, e secondo perché si poteva dosare a proprio piacimento la polvere da sparo da utilizzare); sul davanti del tamburo, la camera, andava caricata con una certa quantità di polvere da sparo (differente in relazione all'arma) e poi, solo dopo aver sistemato le capsule dell'innesco sui luminelli forati, si spingeva una palla di piombo in ciascuna delle camere del revolver.

Solo più tardi (ma molto più tardi, essenzialmente per motivi quali il costo elevato e il forte rinculo) vennero usate le armi a “retrocarica”, ossia quelle che si caricavano da dietro, con le cartucce metalliche che contenevano sia palla che polvere da sparo all'interno dei bossoli di ottone, usate ancora oggi, che sicuramente erano e sono molto più veloci da ricaricare. Insomma, questa novità è un altro motivo del loro scarso utilizzo soprattutto nei primi anni di produzione della "retrocarica", perché con le munizioni “preimpostate” era praticamente impossibile personalizzare i propri dosaggi casomai provati e riprovati nel corso degli anni a cui i vari pistoleri o soldati o rurales o chicchessia si erano ormai abituati. Avviene lo stesso oggigiorno ad esempio nelle competizioni di tiro, difficilmente infatti i partecipanti utilizzano munizioni commerciali o comunque preimpostate.

Ti ringrazio ancora per il commento!

Come ho letto la prima riga.....

.....ho esultato.....perché sapevo di aver tra le mani (o nella tastiera, se preferisci....) un altro bel racconto western, scritto come solo tu sai fare.

E non mi sono sbagliato.

Qui si parla di un viaggio, che non è solo un viaggio materiale che finisce male, ma è anche un viaggio interiore dove il protagonista si guarda attorno e si pone tanti perché.

Il tutto condito con le mirabili descrizioni dei paesaggi aridi e screpolati che sono il palcoscenico della tua penna (o tastiera....).

Se il buon Rubrus ha sollevato il problema della fiaschetta, io sollevo questo:

1) frasi come "ti spacco il culo" e "ti faccio un culo così...." probabilmente non si addicono all'atmosfera western di fine XIX secolo.

2) quando il gruppo arriva a casa del messicano, dopo aver consumato la cena vengono accompagnati all'interno della stalla e lì si sdraiano.....sull'erba.....!!

Ma a parte questo, leggerti è sempre un piacere ed un ristoro.

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio per la lettura

Ti ringrazio per la lettura e il commento grande Paolo, e naturalmente anche per gli appunti che mi fai sempre molto precisi. Non avrò tanto tempo per dedicarmi al sito, causa lavoro, quindi ho postato questo racconto su cui lavoravo da un po' e che ho scritto a piccole dosi, intervallando lunghe pause con periodi in cui mi ci dedicavo quasi a tempo pieno, in termini di scrittura, a questa storia. Alla fine è venuta fuori una narrazione abbastanza lunga, giusto per rompervi i cocomeri come sempre ahah. Quindi ribadisco il ringraziamento davvero sentito.

Hai ragione, mi sono fregato citando anche "l'erba" nella stalla, ma ti giuro è stato un errore di distrazione eheh. Ho corretto. yes

ritratto di Antonino R. Giuffrè

… il racconto, benché lungo, si lascia leggere tutto d’un fiato…

… con un epilogo forse un po’ prevedibile ma non perciò meno efficace. Per come si erano messe le cose e visto che la voce narrante doveva essere rimasta in vita per raccontare la sua storia, era inevitabile che (SPOILER) il deus ex machina fosse il buon Quintana. Alcune scene, come quella dell’evirazione di Jesus, presentano una rappresentazione macabra della morte, congruente con il messaggio finale del racconto, che vuol - o vorrebbe – dimostrare come “bene” e “male”, in tempo di guerra, siano categorie soggette al continuo mutamento di prospettiva. Di qui la domanda implicita su chi siano i veri “cattivi”.

Dal punto di vista stilistico sono rimasto positivamente colpito dalle descrizioni minuziose di eventi, luoghi e personaggi, nonché dal ritmo che hai saputo imprimere alla tua storia. Tuttavia, sotto l’aspetto puramente formale, mentirei se ti dicessi che non ci sono sviste, ripetizioni (ad esempio di “Poi”) e refusi di ogni sorta (“aiutare a Jericho”, “a me e a lui ci”, apostrofi free style etc); il che, a dire il vero, mi sorprende non poco, vista la tua attenzione maniacale per i dettagli.

Eviterei di inserire bestemmie, inoltre.                            

 Il racconto mi è comunque piaciuto molto. Un caro saluto. 

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Antonino, urca che bel

Ciao Antonino, urca che bel commento. Grazie mille per aver colto il senso della storia. Mi aspettavo che non sarebbe stato un gran colpo di scena (SPOILER) la ri-comparsa di Quintana, però naturalmente non puntavo su quello. L'obiettivo era scavare nella mente di un uomo che vive la morte da vicino, la vede, la sente, la rischia, oltre che il sempiterno conflitto tra luce e ombra, bene o male. 

Hai ragione sulle bestemmie, le inserisco inconsciamente perché mi immedesimo molte volte forse troppo nei miei personaggi, in questo caso il protagonista afferma già dall'inizio della storia di essere un non-credente, e quando vede Jericho (uomo di grande fede) pregare in una situazione portata allo stremo, impazzisce. Ma ho sbagliato. 

Ho corretto moltissimi errori che ho trovato da uando ho pubblicato il racconto; quì ho faticato un po', anche perché credo che la narrazione in prima persona non sia nelle mie corde, infatti la cosa all'inizio è nata come un esperimento. Poi anche il fatto di aver scritto il racconto a piccole dosi, forse mi ha fatto perdere qualche volta la bussola (vedi le troppe ripetizione del "poi"). Ma sono comunque felice del tuo apprezzamento, ci tengo molto alla tua opinione.