La bestia dietro la porta (V.M. di 14 anni)

ritratto di Antonino R. Giuffrè
 
 
Dalle imposte della camera n. 136, al terzo piano di una grande ma fatiscente struttura ospedaliera di epoca fascista, filtravano, come affilate lame di luce, gli ultimi raggi del sole che tramontava sul mare in una caleidoscopica giostra di colori. Alex Lunardi, in sovrappensiero, vi rivolse lo sguardo, mentre, contro il lenzuolo azzurrino che lo copriva fino al petto, stringeva forte i pugni, nella consapevolezza che niente, da quel momento in poi, sarebbe stato più lo stesso.
In un vortice di ricordi che gli aveva riportato alla mente, per rapidi e sfocati fotogrammi, i giorni della sua difficile adolescenza da figlio orfano del padre, fece un profondo sospiro e, per quanto nel cuore gli si addensassero le nubi della tristezza, cercò di far nascere sul suo volto un arcobaleno di fiducia; lasciandosi andare contro lo schienale del letto, distese le braccia con i palmi delle mani rivolti verso l’alto.
Con un cenno della testa diede infine il suo assenso alla vecchia, le cui rughe, a quel punto, si distesero intorno alle labbra in un’ampia espressione di compiacimento.
Fuori, il sole, sempre più basso all'orizzonte, allungava sulla sabbia le ombre delle palme piantate nella macchia di verde che delimitava la spiaggia.
«Ero sicura che avresti preso la decisione giusta, Alex» disse lei d’un fiato, mentre si avvolgeva nel suo scialle nero. «Ci rivedremo molto presto, ragazzo mio».   
Poi, appoggiandosi a un bastone, lasciò a piccoli passi la camera. Percorse un corridoio lungo e stretto, che odorava di cloroformio; luci opache, aria viziata.
Mirko, Katia e Valeria, che volevano far visita ad Alex, la incrociarono all’uscita del portone principale.
Scrutandola dall’alto verso il basso, come mossi da una curiosità incontrollabile, risero sotto i baffi al pensiero che quella fosse una barbona della vicina stazione ferroviaria. Quindi si diressero alla camera di Alex. Vi entrarono, poco dopo, quasi in punta di piedi. I loro volti, nella penombra di quella sera che si apprestava a divenir notte, erano come il fango: scuri e fradici, di sudore.
Alex era disgraziatamente caduto, circa tre mesi prima, da un ponteggio collocato ad oltre dieci metri d’altezza, mentre, su un’impalcatura, lavorava alla ristrutturazione di un palazzo. Un vero miracolo, dicevano i medici, che si fosse svegliato dal coma. Aveva però perso, con la vista e l’udito, anche l’uso delle gambe.
«Lo so, che non puoi sentirmi,» gli disse Valeria, la sorella, accarezzandogli una guancia, «ma sappi che io ti voglio tanto bene, fratellino, ed è per questo che quando ti avranno finalmente dimesso, ti porterò alla nostra amata baita di montagna, dove trascorrevamo le nostre estati quando eravamo piccoli. Ricordi? Sarà un week end fantastico - puoi giurarci. Verranno anche Mirko e Katia. Sei contento?».
Alex, con gli occhi lucidi, si girò dalla parte di Valeria, stringendole forte la mano destra, come se avesse davvero ascoltato ogni sua singola parola. Si sforzò, pure, di dare voce, magari con un semplice ‛grazie’ o con un più sofisticato ‛anch’io ti voglio bene, sorellina’, all’emozione che sentiva sbocciargli dentro, ma non vi riuscì a causa dell’afasia che lo aveva colpito dopo il trauma. Nel silenzio che saliva gelido dai corridoi dell’ospedale, cercò comunque di rimediare con un semplice sorriso: di quei sorrisi che raccontano una verità senza tuttavia rivelarla.
Mirko e Katia, che avevano assistito commossi alla scena, gli avevano intanto preso la sinistra in segno d’affetto.
«Con noi non ti sentirai mai solo» gli disse il ragazzo, sapendo che l’amico avrebbe in qualche modo percepito il calore delle sue parole. «Forza, campione! Il peggio è ormai passato».
Alex sorrise ancora.
 
La mattina della partenza verso la baita (che si trovava ai piedi di una grossa montagna, ai margini di un bosco di pioppi e castani, a diversi chilometri di distanza da qualsiasi centro abitato), Mirko era più nervoso del solito, e si grattava il mento con aria indifferente.
Odiava le località montanare sin dalla prima adolescenza, quando suo padre, sciatore professionista con il cruccio di volergli far ripercorrere le sue stesse orme, gliele dava di santa ragione con la cintura ogni volta che lui, dopo essere maldestramente caduto sulla pista da sci, scoppiava a piangere come un neonato. “Femminuccia,” gli ringhiava, mentre lo prendeva per la collottola, “così, nella vita, sarai sempre un perdente”. E quello, suo figlio, con due occhi grossi e spenti da mastino fedele, chinava corrucciato la testa e, digrignando i denti, senza fiatare, si rimetteva in piedi ancora dolorante.
Tornato su un’altura, si lasciava poi andare in un nuovo, plastico volo sulla neve. E così dieci, cento, mille volte, finché non avesse raggiunto gli obiettivi di giornata.
Dopo la morte di suo padre, avvenuta all’età di settantacinque anni, Mirko (il quale, pur riuscendo a diventare uno sciatore professionista, non era mai stato in grado di vincere una sola gara in carriera) aveva messo da parte gli sci, ma non l’odio verso le montagne, che gli ricordavano quel periodo nero della sua esistenza in cui non aveva conosciuto che il tallone di un’educazione dispotica e castrante.
Per Alex, tuttavia, era disposto a qualunque sacrificio. La loro amicizia, che durava da più di quindici anni, glielo imponeva d’altronde quasi come un dovere morale. Insieme erano cresciuti giocando a pallone per i campetti mezzi spelacchiati del loro paese natio, ed insieme erano diventati uomini, condividendo dubbi, lacerazioni e incertezze.
Per quanto, tra i due, non fossero mancati momenti di forte tensione, dovuti per lo più alla reciproca rivalità in amore e nello sport, il legame che li univa poteva perciò dirsi d’autentica fratellanza. Sicché non era raro che l’uno si rivolgesse all’altro con l’appellativo di “bro” (da “brother”, “fratello” in inglese).
Mirko, inoltre, sentiva di dover qualcosa anche a Valeria, che non poche volte lo aveva tirato fuori dai guai, dopo che lui era rimasto solo in seguito alla scomparsa della madre. Qualche mese prima della partenza verso la baita, la ragazza, grazie alle sue conoscenze mediche, lo aveva persino salvato da un’overdose di eroina.
Erano, queste, le motivazioni più profonde che avevano spinto Mirko, negli ultimi scampoli di quel torrido agosto, ad accettare di trascorrere un intero week-end in montagna.
 
Era passata da poco l’alba quando la comitiva si accomodò nella jeep di Mirko per mettersi in viaggio. Il sole, ora, brillava come un diamante.
Alex era stato sistemato sul sedile posteriore, accanto alla sorella. Giocherellava col suo nuovo cellulare per ciechi. Valeria glielo aveva regalato per il suo venticinquesimo compleanno, festeggiato soltanto due giorni prima.  
«Non vede e non sente,» constatò perplesso Mirko, che lo osservava dallo specchietto centrale dell’auto, «tuttavia non si stacca mai da quel cazzo di aggeg…».
Non finì la frase.
Una bestiola, sbucata all’improvviso dalla boscaglia circostante, si era fermata al centro del lastricato. Il ragazzo, nel tentativo di evitarla, aveva frenato così bruscamente da andare fuori strada di qualche metro. Nell’impatto aveva sbattuto la testa contro lo sterzo, ma non si era fatto niente di grave.
Gli altri, benché spaventati, stavano tutti bene.
Mirko uscì dalla macchina: «Maledetta bestiaccia!» gridò.
«Maledetta bestiaccia!» gli fece eco la sua fidanzata. «Per poco questo mostriciattolo non ci faceva ammazzare».
«Cazzo, non avevo mai visto niente di simile in vita mia» disse lui. «Deve essere uno scherzo della natura».
 Iniziò a prenderla a pedate.
La bestiola, che aveva tre corna e una piccola coda biforcuta, trovò tuttavia la forza per una reazione, e ben presto riuscì a tornare a zampe levate nella boscaglia.
«Vabbè, che muoia nel bosco!» esclamò il ragazzo.
«Ma lasciala perdere, amore, abbiamo altro a cui pensare», gli ricordò Valeria. «Poco più in là s’interrompe il sentiero. Proseguiamo a piedi?».
«Certo» rispose lui, asciugandosi il sudore dalla fronte con il dorso della mano. «Il tempo di sistemare Alex sulla carrozzina e ci incamminiamo. Entro mezzogiorno, salvo imprevisti, saremo alla baita».
I ragazzi si addentrarono nel bosco, seguiti e accarezzati dai tenui raggi del sole che filtravano dalle fitte chiome degli alberi. La temperatura era bassa, ma l’aria non troppo fredda, tanto che Mirko e Valeria indossavano una t-shirt a maniche corte. Tutt’intorno si respirava una pace di paradiso: gli uccelli saltellavano, canticchiando, di ramo in ramo, e da lontano si sentiva, come un’eco indefinita, il frusciare insistito del fiume che costeggiava la base della montagna. Solo uno sparo di fucile, a un tratto, spezzò la magia di quella quiete misterica, apparentemente inviolabile. Uno stormo di passeri dalla coda acuminata si sparpagliò rapido nel cielo, facendo cadere diverse piume sul suolo, che si coprì, quasi per intero, di un sottile strato di lanugine.
«Deve essere lui,» disse Katia, «il cacciatore».
Trascorsa una manciata di minuti, uscì, da un groviglio di vegetazione, un uomo sulla sessantina che imbracciava un luccicante L4S Deluxe Hunter. Aveva un occhio bendato, capelli diradati, una cicatrice di circa quindici centimetri sulla guancia destra.  
«Voi andate pure avanti,» disse Mirko agli altri, «mi occuperò io di lui».
Faccia a faccia con il ragazzo, l’anziano, aggrottandosi, gli chiese: «A mezzanotte in punto?»
«A mezzanotte in punto» rispose Mirko, sicuro di sé.
Al cacciatore bastarono quelle poche parole e una stretta di mano. Andò via per quello stesso ombroso groviglio di vegetazione da cui era uscito.
 
Il gruppo arrivò a destinazione con qualche minuto di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Il sole, adesso, era allo zenit.
La baita era in ‛muro di legno’, a tronchi massicci; con il suo tetto a scandole, i suoi finestroni a mezzaluna e il suo ampio portone borchiato, dominava la scena nel cuore del bosco.
E se all’esterno era in ottime condizioni, altrettanto si poteva dire dell’interno, dove spiccavano, appesi alle pareti con grossi chiodi di ferro, diversi quadri raffiguranti scene di caccia.
«Tua madre l’ha mantenuta davvero bene, questa casetta di montagna» si complimentò Katia con Valeria. «Sembra che sia stata costruita ieri».
«È strano, però,» osservò quella, «non veniva qui da anni. Io la ricordavo un po’ diversa. Forse è stato nostro zio Luca a prendersene cura».
Alex distolse lo sguardo dal monitor del cellulare: era la prima volta da quando si era messo in viaggio con i ragazzi. Sorrise alla sua maniera.
«A volte tuo fratello mi fa quasi paura,» disse Katia, tra il serio e lo scherzoso, «sorride in modo strano, ingiustificatamente. Per non parlare del suo mutismo. A me le persone che non parlano…».
«Ti fanno agitare?»
«Sì, mi trasmettono ansia».
«A me invece solo tanta tenerezza, forse anche un po’ di pietà,» spiegò Valeria, volgendo lo sguardo verso suo fratello.
Intanto Mirko, dalla cucina, faceva sapere che dai rubinetti usciva solo fango: granuloso, untuoso, color rame, orribile: «Dovrò dare io un’occhiata alle condutture dell’acqua,» disse, «qui non c’è linea neanche per chiamare un idraulico».
 
Un’ora dopo, mentre Katia e Valeria si occupavano del pranzo, si sentì, all’ingresso, un continuo raschiare contro il legno, come di unghie o di artigli.
Irritato per quel fastidioso rumore, Mirko andò subito a controllare e, con sua sorpresa, vide, nel cono di ombra prodotto dall’apertura della porta, la bestiola che aveva preso a calci sul lastricato; solo che, stavolta, quella strana creatura era molto più grande, le sue tre corna lunghe almeno il doppio, così come la coda biforcuta.
«Venite a vedere,» disse Mirko, «è tornata quella bestiaccia».
Katia e Valeria, con ancora indosso il grembiule sporco di stufato di coniglio, accorsero in pochi secondi. I loro occhi furono improvvisamente attraversati da un lampo di inquietudine.
«Non è lei,» esordì Valeria, «è diversa. Non avrebbe mai potuto crescere sino a questo punto. E poi come cazzo faceva a trovarci?».
«Io non lo so, e non mi interessa saperlo. Ma ti pare, porco Demonio, che possano esserci due ‛scherzi della natura’ in giro?» replicò stizzito il ragazzo.
La bestiola, nel frattempo, aveva affondato i suoi denti rugginosi nella gamba destra di Mirko: «È lei, è lei, diamine!» imprecò, «ora l’ammazzo. Avrei dovuto farlo già stamattina, quando, per poco, non ci faceva rompere l’osso del collo».
Afferrò il suo fucile, un 686 White Onyx, e le sparò dunque due colpi in mezzo agli occhi.
La bestia indietreggiò di un metro circa, prima di stramazzare a terra, sanguinolenta.
«Finalmente non l’avremo più tra i coglioni» concluse Mirko, richiudendo la porta alle sue spalle. «Ora andiamo a tavola. Ho molta fame».
 
A pranzo Alex non mangiò nulla. Andò in camera sua, e, sedutosi di fronte a una finestra, riprese a smanettare sul cellulare. Un nugolo di mosche gli ronzava attorno.
I ragazzi, invece, erano in cucina.
«L’hai portata, la telecamera… vero?» chiese Mirko a Valeria.
«Certo,» rispose quella, gli occhi bassi e inquieti, «ma a me, sinceramente, queste cose fanno un po’ impressione. Spogliare una persona morta, puntando l’obiettivo sul suo membro, mi sembra davvero disgustoso».
«Lo so», riconobbe quello, «ma Adolfo[1] vuole così, e noi faremo così».
«Te la stai facendo sotto proprio ora che stiamo per portare a termine il nostro piano, ecco tutto», commentò poco dopo.
«No, Mirko, non è questo» obiettò lei, scuotendo leggermente la testa». «Però… però è pur sempre mio fratello».
«Ma dai!» esclamò lui, allargando le braccia. «Lo hai sempre detestato, lo sanno pure i sassi. Probabilmente ti dispiace persino di non poterlo uccidere da sola con le tue stesse mani. Alex è la vittima giusta per il nostro assassinio rituale.  Con la sua morte saremo ufficialmente accolti nella setta. Dobbiamo essere felici. Oggi è un giorno speciale».
Quindi, leggendo ancora preoccupazione negli occhi di Valeria, aggiunse: «Non devi temere nulla: il cacciatore ci aiuterà, l’ho pagato bene per questo: prima lo ferirà gravemente, poi girerà questo fottuto video, infine si occuperà di far sparire il corpo. Noi dovremo solo dargli il colpo di grazia, accoltellandolo a turno nell’addome mentre, con le maschere e i vestiti che la setta ci ha fornito, inneggiamo: ‛Per Adolfo, per Satana’».
«Sì, ci rifaremo una nuova vita in Messico», fantasticò Katia. «Il capo sarà davvero fiero di noi».
«Lui è già fiero di noi» precisò Mirko. «Me lo ha detto qualche giorno fa».
«A proposito,» lo interruppe Katia, «ieri, poi, lo hai chiamato?».
«Sì, ma non mi ha risposto» ribatté lui, sguardo perso nel vuoto. «Devo ammettere che mi sarebbe piaciuto sentirlo prima del ’rito’».
«Credo che sia assolutamente normale» disse Valeria. «Adolfo è un uomo molto impegnato. Inoltre, sono sicura che, a questo punto, aspetta solo che gli inviamo il nostro video. Progettiamo questo assassinio da settimane. Che altro volevi dirgli?
«Niente di particolare,» rispose il ragazzo, «avrei voluto soltanto che ci desse le ultime istruzioni».
Chiuse il discorso dicendo: «Comunque, bellezze, vado a raccogliere un po’ di legna per i boschi. La temperatura si è abbassata di molto e il tempo si è improvvisamente guastato. Stasera, dovremo accendere un fuoco nel camino».
Indossò dunque un pesante cappotto di pelle e uscì di casa. Erano le quattro del pomeriggio.
 
Le ragazze, rimaste sole, cominciarono a lanciarsi sguardi carichi di malizia. La loro pelle, liscia come quella di una pesca, emanava un effluvio inebriante e selvaggio.
«Finalmente un po’ d’intimità!» disse Valeria, alzandosi dalla sedia. «Che ne dici, Katia, di andare in camera da letto?».
«Non vedevo l’ora, guarda» le rispose quella, con un tono caldo e rassicurante. «È da stamattina che attendevo questo momento».
Corpo a corpo, sopra il materasso, Katia spogliava l’amica tenendo gli occhi fissi in quelli di lei. Aveva cominciato dai jeans grigio scuro, quindi il perizoma senza laccetti, il maglioncino azzurro e il reggiseno a fascia: sapeva infatti che Valeria si eccitava solo se veniva spogliata così, seguendo questa precisa sequenza, e che di solito il piacere nei loro rapporti raggiungeva un picco di estasi erotica quando, nel toccarsi reciprocamente, le sussurrava qualche parolaccia all’orecchio sinistro. Erano anni che lo facevano di nascosto, ma, ogni volta che Katia faceva scivolare la sua lingua tra le cosce di Valeria, per poi penetrarla con dolcezza nel suo umido frutto, era sempre come al primo amplesso.
«Morirei,» iniziò a dire Katia, dopo essersi accesa una sigaretta, «se qualcuno venisse a sapere di noi. Ci tengo molto alla mia reputazione».
«Non vuoi che la gente sappia che sei bisex?».
«No, non si tratta di questo».
«E allora?».
«Non voglio che di me si dicano certe cose».
«Ad esempio, che sei una puttana?».
«Brava, hai indovinato» disse, facendo scorrere fra le dita una ciocca dei suoi capelli ambrati. «Non voglio che si sappia in giro che tradisco Mirko. Mi darebbero della ‛puttana’, e non potrei davvero sopportarlo, credimi. Non sono mica come te, tesoro».
Risero entrambe.
Quell’atmosfera di goliardia era però destinata a durare poco. Katia, infatti, aveva visto qualcuno nel corridoio: «Porca miseria,» esclamò, dopo aver rivolto lo sguardo alla porta della camera, che le ragazze, nella foga, avevano lasciato semiaperta, «c’era tuo fratello che ci spiava, ed era col suo cazzo di cellulare in mano».
Valeria, meravigliata, si girò di scatto verso l’uscio. Cercò di tranquillizzare l’amica: «Ma no, Alex è ed è sempre stato nella sua stanza. Starà facendo un pisolino, a quest’ora».
«Ti dico di no, l’ho visto, cazzo, l’ho visto! È fuggito via appena mi sono accorta di lui!».
«Sai bene che è impossibile…».
E in effetti, rifletté meglio Katia, era davvero impossibile che Alex, cieco, sordo e invalido com’era, potesse alzarsi dalla sedia a rotelle, per riprenderla, col suo telefonino, mentre faceva sesso insieme a Valeria. Si convinse pertanto di aver avuto un abbaglio: «Mah! Che ti devo dire? Sarà stato il vino che ho bevuto a pranzo» congetturò in un mezzo sorriso. «Ora direi di rivestirci, ché se torna Mirko…».
Valeria annuì.
 
Passarono due ore.
«Vieni qui!» esclamò una voce nel bosco. «Vieni qui!».
Mirko, in quel momento, si trovava sulla riva destra del fiume per sciacquarsi il volto sudato. La legna raccolta l’aveva messa in una grossa cesta di vimini.
«Chi sei?» domandò lui.
Vide una ragazza completamente nuda avanzare da dietro un pioppo.
«Rossana?» le chiese, sgranando bene gli occhi per assicurarsi di non essere in un sogno.
La giovane cominciò a correre: «Prendimi, se ci riesci!» gli disse.
Mirko si lanciò all’inseguimento.
Dovette però fermarsi poco dopo, quando la sua attenzione fu catturata da una scritta incisa sulla corteccia di un albero: “Per chi, per cosa lo fai?”.
Proseguì ancora e ne trovò un’altra, di scritta, identica alla precedente: “Per chi, per cosa lo fai?”. E così per tutti gli altri alberi su cui lui posava lo sguardo: “Per chi, per cosa lo fai?”.
Mirko si sentì confuso, stordito, quasi avesse incassato un forte pugno allo stomaco. Quelle parole, adesso, avevano acquistato un suono ben preciso, scandito, martellando senza tregua la sua mente come una grossa e pesante bocciarda: “Per chi, per cosa lo fai?”.
Si portò le mani alle orecchie per attutire quell’eco assordante, dopodiché, in ginocchio, chiuse gli occhi per alcuni secondi. Li riaprì quando realizzò di aver ricevuto uno sputo in pieno volto. Chi glielo aveva dato, disse: «Bene, bene. Finalmente ai miei piedi».
«Maledetto bastardo!» strillò Mirko, non appena capì che a parlare era stato Alex. «Tu… tu eri in carrozzina, cieco e…».
Il giovane fermò la sua lingua.
Aveva infatti visto Rossana, la sua antica fiamma, accostarsi languidamente ad Alex. I due avevano chiuso le loro bocche in un lungo bacio appassionato.
«Non poteva che scegliere me, alla fine,» disse Alex, mentre palpava con la destra il generoso fondoschiena della ragazza, «il migliore».
Mirko schiumava di rabbia come un randagio privato del suo osso. Rossana fuggì verso il fiume.
 «Vuoi picchiarmi?» gli chiese sarcastico Alex. «Acchiappami, allora».
 
Mirko, rialzatosi, iniziò a rincorrerlo per tutto il bosco, finché non giunse in un castagneto infrascato da rovi e felci.
Alex era lì, e aveva ancora tanta forza nelle gambe. Gli disse: «Ti ricordi, Mirko, quella volta in cui partecipammo a quella gara di atletica leggera. Io primo e tu secondo. Io sul gradino più alto del podio e tu in quello appena più in basso, come nella vita di tutti i giorni, come adesso. La verità è che sei un buono a nulla. Tuo padre aveva ragione».
«Taci,» gli replicò Mirko, con rabbia, «sei solo un pezzo di merda. Solo un pezzo di merda può infatti chiamare un amico ’bro’ e spassarsela, allo stesso tempo, con la sua donna».
«La tua donna?» gli chiese Alex, ridendo. «Rossana non è mai stata la tua donna. È sempre stata del tutto indifferente alle tue avances. Ti brucia, vero?».
Mirko si corrugò come un vecchio. Cambiò discorso: «La coppa di atletica» disse, ringhiando, «tu me l’hai soffiata dopo aver comprato i giudici di gara».   
«Mettiamo che sia andata così,» rispose quello, «adesso, fa una qualche differenza? Io credo di no. Una vittoria ottenuta con l’inganno, se questo non può essere smascherato, vale molto più di una sconfitta onesta. La storia, infatti, celebra sempre chi vince, a prescindere da come abbia vinto; e dimentica sempre chi perde, a prescindere da come abbia perso».
«Ma tu, tu anche hai perso…» obiettò Mirko, «la dignità».
«La dignità?» ribatté quello, interrogativo. «La dignità, vecchio mio, è un concetto molto relativo. Per quanto mi riguarda, tu hai meno dignità di me. E sai perché? Te lo spiego subito. I tuoi sentimenti per Rossana sono sempre stati niente di fronte al successo. Di fronte a una stupida coppa di atletica o di sci. Il che significa che i tuoi sentimenti sono sempre stati niente in senso assoluto. Anteponendo il successo ai sentimenti, hai finito poi per fallire in entrambi. Vedi, ‛bro’, tu sei un uomo senza qualità, senza palle».
«Un uomo senza palle che, però, si fotte ancora tua sorella» replicò Mirko, in un mezzo sorriso. «Sapessi come scopa bene, Valeria».
«Mmm… meglio di Katia, dici?» gli chiese Alex, mani incrociate dietro la nuca. «A proposito, devi sapere che quella troia della tua fidanzata mi ha fatto proprio un bel pompino, quando eri fuori per lavoro».
«Menti,» disse quello, quasi balbettando, «Katia è una brava ragazza. Non mi avrebbe mai tradito».
«Katia è una donna e, come saprai, la maggior parte delle donne, in amore, ha due volti, distinti e contrapposti» replicò Alex, voce calma e decisa, «uno angelico per il partner, e uno diabolico per gli amanti. Una sola lingua e un solo corpo, però, per far credere all’uno e agli altri di appartenere a un uomo soltanto, quello con cui, in quel dato momento, sta facendo l’amore. Ma sappiamo tutti che è una cazzata, una grandissima cazzata, ‛bro’. Le donne, in fatto di relazioni, sono creature con un forte impulso immaginativo, poetesse per natura, e hanno, o possono avere dunque, tanti uomini quante sono le loro fantasticherie di tradimento. Nessuno può dire con certezza di avere al proprio fianco una compagna che baci e abbracci solo lui, che sogni e scopi solo lui, perché una donna, in senso letterale o figurato, è quasi sempre già compagna di qualcun altro.  Questo per farti capire che io, Katia, avrei potuto strappartela in qualsiasi momento; ma, alla fine, per amicizia, ho lasciato che tu pensassi che lei volesse solo te, che lei amasse solo te, mio caro ‛bro’…».
Mirko lo afferrò per la camicia: «Fratello un cazzo,» disse, «io ti odio, Alex, io ti odio».
Dopodiché, con pugni e calci, si scagliò contro di lui.
Alex, muto come un pesce, incassava i colpi senza contrastarlo. Ghignava come se la cosa lo divertisse.
 
Mirko frenò la sua furia solo quando sentì un richiamo improvviso alle sue spalle: «Amore, ma che fai? Sei impazzito?».
Il ragazzo si voltò e, sotto un ramo carico di ricci, scorse gli occhi chiari di Katia, che lo stava cercando da circa tre quarti d’ora. «Adesso, ti metti a fare cazzotti con un povero castagno?» gli domandò la sua fidanzata.
Mirko trasalì: aveva solo sognato? La ragione, chiaramente, gli suggeriva di no, perché non si trovava più al fiume ma in un castagneto. Tuttavia, nei paraggi, non c’era traccia né di Alex né di Rossana. E la stessa corteccia del castagno, sporca del suo sangue, era lì, davanti ai suoi occhi carichi di bile, a testimoniargli che, poco prima, non aveva fatto a botte col suo rivale, bensì con un inerte tronco d’albero. Cosa gli era dunque successo?
Lanciò un’occhiataccia alla fidanzata: «Allora, dimmi un po’, amore mio,» esordì con tono minaccioso, «a chi lo hai succhiato, mentre ero via per lavoro?».
Non ricevendo alcuna risposta, decise di passare alle maniere forti: «Parla, puttana, parla!» urlò, dopo averla presa per il collo.
«Mirko, lasciami, ti prego,» rispose quella, col respiro strozzato da mille singulti, «non ho la più pallida idea di cosa tu stia parlando. Io non ti avrei mai tradito, perché ti amo, cazzo, ti amo. Mi fai male, lasc…».
Mirko mollò la presa. Le disse: «Eppure sembrava così vero…».
«Ma cosa? Cosa sembrava così vero?».
«Alex».
«Alex?».
«Sì, era qui, quella carogna, ed era in piedi, che ci vedeva e sentiva benissimo. È stato lui, per Dio! a dirmi che…».
 Un’ombra di apprensione si stese sopra gli occhi di Katia: «Che gli avevo fatto un pompino, quando eri a Torino?».
«Esatto».
«Ma che sciocchezze!» lo rassicurò lei. «Quella mezza sega di Alex, non me la farei nemmeno da morta».
Mirko cambiò umore di colpo: «Scusami, cucciola,» disse, accarezzandole una guancia, «forse avrò sbattuto la testa da qualche parte o mi sarò addormentato all’improvviso, facendo poi il sonnambulo in giro. Non so davvero cosa mi sia preso. Ero al fiume, mi sono messo a correre per inseguire Alex, che mi prendeva per il culo. Poi lui mi ha raccontato di questo pompino. E…».
«Sst!» fece lei. «Ora, basta. Scuse accettate. Siamo solo un po’ sovreccitati per stanotte. Ecco tutto».
La ragazza, poi, si grattò la nuca con la sinistra e, scandendo ogni sillaba come capita a chi è dominato da un angoscioso stupore, aggiunse: «E comunque è molto strano, devo dire. Quando ero in casa, anche a me è parso di aver visto Alex in piedi, che mi osservava a distanza per riprendermi col suo cavolo di cellulare. Ma è stato sicuramente un abbaglio, magari dovuto a qualche bicchierino di troppo: quel bastardo, a malapena, è capace di sorridere».
«Ciò però non toglie che Alex debba morire quanto prima,» disse Mirko. «L’attesa del ‛rito’ ci sta distruggendo».
«Lo so, amore, ma dobbiamo aspettare ancora qualche ora. Dopo, tutto sarà finito».
«Sì, teniamo duro».
Prima di ripartire per la baita, la ragazza gli chiese: «Ma la legna?».
«Già, la legna. Sono certo di averla presa ma chissà dove l’ho lasciata».
«Non ti preoccupare. Vorrà dire che raccoglieremo tutti i rami che troveremo da qui sino al nostro rifugio».
«Andiamo, allora. Si sta facendo buio».
Intanto una leggera pioggerella aveva cominciato a scendere continua.
 
La coppia tornò alla baita verso le diciannove.
Katia aveva con sé un piccolo quaderno ingiallito, che aveva trovato nella cassetta delle lettere fissata alla porta d’ingresso.
Valeria, perplessa, osservò l’amica per qualche istante: «E quello cos’è,» le domandò, «il tuo diario segreto?».
«Che scema! Non so cos’è: era nella buca qui fuori. Ci sono alcune frasi. Forse sono scritte in latino».
«Fa’ vedere: io ho studiato lettere classiche».
Quando aprì il quaderno, Valeria starnutì per la polvere che si era alzata dalle pagine.
«Sì, è proprio latino» disse, aguzzando la vista.
«E di cosa parla?» chiese incuriosita l’amica.
«Beh, la prima frase, sì, la prima frase si potrebbe tradurre così: ‛Tutti gli uomini, durante la loro vita terrena, sono bestie che attendono dietro una porta con la speranza di essere accolti da un Padrone’».
«Adesso, ci mancavano solo queste stronzate senza senso» si lamentò Mirko, che lasciò le due ragazze per dare un’occhiata alle tubature dell’acqua.
«In effetti, neanche a me dice un granché,» ammise Katia, sedendosi sul divanetto del soggiorno, «ma tu continua pure, Valeria».
«Ok, c’è scritto: ‛Una minoranza, che Gli è devota, teme il suo Padrone, l’ira che Egli può scatenare su di essa quando la sua Parola venga misconosciuta o derisa, e perciò aspetta docile alla sua Porta, finché non le sarà aperta a tempo dovuto. La maggioranza, invece, poiché non lo vede né lo sente dall’esterno, comincia a credere che la sua Casa sia incustodita, che Egli non esista, e perciò tenta di impossessarsene con ogni mezzo’».
«Sempre peggio. Sembra una parabola medievale.  C’è altro?».
«Sì: ‛Ma ogni Casa, accogliente o meno che sia, ha un suo Padrone, e così quegli uomini che avranno sfondato la sua Porta, saranno ricacciati fuori e, a tempo dovuto…’».
«Niente,» constatò Valeria, «non si leggono le ultime parole di questa frase».
«Beh, non importa: è una lagna!» bofonchiò Katia, sbuffando. «Vado a farmi un caffè. Tu ne vuoi?».
«No, aspetta: c’è un’ultima parte».
«Tranquilla, ne posso fare anche a meno, tesoro. Allora lo vuoi o no questo caffè?».
«Sì, grazie, senza zucchero».
Tra sé e sé Valeria lesse comunque il brano mancante: ‛Le bestie non potranno più accedere alla Casa del loro Padrone, sicché aspetteranno sull’uscio in eterno. Fuori, nella calura o nel gelo, la sete di sangue divorerà nottetempo la loro carne. Dapprima saranno piccole e indifese, poi, man mano che conosceranno il Male, saranno sempre più grandi e rabbiose. Nessuno che vi si imbatterà potrà fermarle, a meno che non sacrifichi loro una vita umana dicendo in ginocchio per tre volte: ‛HAIL SATAN’».
Quando poi Katia le portò una tazzina di caffè caldo su un vassoio di sughero, Valeria la afferrò con entrambe le mani e ne bevve il contenuto tutto d’un fiato, scottandosi leggermente la punta della lingua.
 
Dopo quella giornata trascorsa a fare su e giù per il bosco, Katia era stanca: si sentiva il viso in fiamme e i vestiti appiccati addosso per il sudore. Andò dal suo fidanzato, chiedendogli se fosse riuscito a risolvere quel fastidioso problema alle condutture. Mirko le diede una risposta positiva, ma la invitò comunque alla prudenza, perché in quella baita ‛succedevano cose davvero molto strane con l’impianto idraulico’, e non era quindi così improbabile che il fango tornasse a sgorgare dai rubinetti. Katia gli fece segno con la testa di aver capito, dopodiché s’avviò verso il bagno con una gran voglia di immergersi nell’acqua calda per almeno mezz’ora.
Riempita la vasca sin quasi all’orlo, vi entrò in punta di piedi e iniziò a strofinarsi con una spugna vegetale. Poi socchiuse gli occhi.
Al culmine del suo relax, dovette però spalancarli di botto. Qualcuno le aveva dato un pizzicotto.
 «Ahi!» fece lei.
Dalla schiuma bianca e profumata emerse la testa sorridente di Alex. Quando Katia la vide, provò a cacciare un urlo, ma il giovane, con una lieve pressione delle mani sulla sua bocca, glielo impedì.
«Dì la verità,» cominciò a dire lui, «hai sempre desiderato di ritrovarti nuda in una vasca da bagno, con la mia testa tra le tue cosce, eh? Peccato che io mi sia sempre negato. Come dici?  Non sempre? Hai ragione, mi sono fatto fare un pompino da te. E allora? L’ho fatto solo per ferire l’orgoglio di Mirko. Dici che non l’avrebbe mai scoperto, che io stesso non glielo avrei mai detto temendo che tu, per vendetta, raccontassi del pompino a Rossana? Oh, oh, io dico invece di sì, come tu avresti scoperto prima o poi che lui ama un’altra. Sorpresa? Ovvio che no, è proprio della mia fidanzata che sto parlando. Ne è sempre stato cotto e non si è mai rassegnato all’idea che lei avesse scelto me. Come te, del resto, che non ti sei mai rassegnata all’idea che io avessi scelto Rossana. Che intrigo, vero? Ma il tuo non era amore, era un’altra cosa, era un’ossessione, un’ossessione che si è lentamente trasformata in odio quando hai capito che, con il tuo corpo, non potevi comprare anche la mia anima. Un odio che hai cercato comunque di mascherare, facendomi credere di essermi rimasta amica. E guarda! Guarda come ti sei ridotta, adesso: ti sei inguaiata in una setta satanica di cui non sai nulla per farmi fuori. Ma davvero siamo arrivati a questo, Katia? Davvero?».
Mentre Alex parlava, da fuori si udiva il vento sferzare l’aria e abbattersi sulla finestra del bagno con raffiche furiose. Katia tremava silenziosa come una foglia.
 
Mirko e Valeria, intanto, amoreggiavano in salotto.
«Scopiamo?» le chiese lui, eccitato, mentre le teneva fermi i polsi contro un muro.
«Qui, adesso?».
«Sì, qui, adesso».
«E se ci sente Katia?».
«Ma no, tranquilla. Faremo attenzione. E poi… ne avrà ancora per diversi minuti» la rassicurò, mentre la baciava sul collo. «Sai com’è fatta: per farsi un bagno è più lenta di una lumaca».
«E Alex?».
«Alex è cieco e sordo. Che te ne importa?».
«Guarda che ho un ‛pudore’ io…».
«Sì, come no! Quante volte lo abbiamo fatto nella sua stanza e lui ci ha sorpreso nudi sul letto? Dieci, venti, trenta volte? E allora Alex ci vedeva e sentiva benissimo».
«Infatti era davvero imbarazzata».
«Certo, come una pornostar davanti alla telecamera».
Valeria, stizzita, gli diede uno schiaffone.
«Stronzo!» gli disse sottovoce, mentre lo respingeva con un calcio nelle parti basse.
Mirko, frattanto, si accorse, cadendo, di un’ombra che fuggiva nel corridoio: «Ci stava spiando» disse.
«Chi ci stava spiando?».
«Tuo fratello».
«Oh, ma possibile che oggi lo vediate dappertutto?».
«È così. L’ho visto pure nel bosco. Pure Katia lo ha visto in piedi. Per me sta fingendo di essere handicappato».
«Sì, e magari io sono vergine» disse lei, sollevando un ciglio. «È da parecchie ore che non esce dalla sua stanza. Forse ha fiutato che queste saranno le sue ultime ore e sta semplicemente pregando».
«Sì, sì, come no. Io direi invece di andare a vedere di persona». 
«E va bene,» ciancicò Valeria, «così puoi convincertene tu stesso».
I due, fianco a fianco, s’immisero nel corridoio, che puzzava d’umidità quasi come una palude. Giunsero alla porta della camera di Alex con un insolito batticuore, causato dall’improvvisa scomparsa della luce elettrica.
Valeria suggerì a Mirko di andare in cucina per prendere delle candele, e così fecero.
Dopo averle accese, tornarono alla porta di Alex; aspettarono lì per qualche minuto. Quando finalmente trovarono il coraggio di aprirla, Mirko avanzò di due o tre passi, orientando la luce della candela in tutti gli angoli della stanza. Non vide nessuno.
«Ecco, che ti dicevo?» osservò interrogativo Mirko. «Il tuo caro fratellino se l’è svignata».
«Ma non può essere,» ribatté Valeria, «deve pur essere qui, da qualche parte».
Una mano gelida, intanto, le aveva tirato da dietro la veste colorata. Valeria, per lo spavento, berciò così forte da far tremare ogni parete del corridoio.
In una strana penombra verdognola intravide il viso sorridente di Alex, che, a gesti, le dava a intendere che doveva andare in bagno per fare la pipì.  
«Vedi? Si diverte alle nostre spalle, il bastardello» disse spocchioso Mirko.
«Pagherà molto presto per questo, e anche per tutto il resto» replicò lei.
«Che ne dici di buttarlo sul pavimento e di prenderlo a pedate per vedere se reagisce?».
«Ok, ma non esagerare. Ci serve vivo per il ‛rito’».
Con gli occhi gonfi di rancore, Mirko afferrò Alex per un braccio, scaraventandolo a terra con un violento strattone, dopodiché, mentre Valeria lo guardava attonita ma compiaciuta, gli diede un calcio nell’addome, e poi uno nei testicoli, e poi un altro nell’addome, e poi ancora un altro nei testicoli, in un gioco al massacro che ebbe fine solo quando il ragazzo, ormai quasi completamente immobile sul pavimento, sputò diverso sangue dalla bocca.
«Basta così,» disse Valeria, «non dimentichiamoci che in fondo gli vogliamo un sacco di bene, al mio caro fratellino. Su, rimettilo sulla carrozzina».
«Cazzo, avevo un gran voglia di finirlo».
«Tutti noi abbiamo una gran voglia di finirlo, Mirko, ma dobbiamo aspettare. Se non altro, adesso, ti sarai convinto che è veramente handicappato».
«Sì, ci voleva proprio questo pestaggio».
Alex fu sistemato di nuovo sulla sedia a rotelle. Malgrado tutto, sorrideva ancora.
 
Una striscia di fango, in quel momento, usciva dalla porta del bagno.
Quando Mirko se ne accorse, la sfondò con una pedata.
Katia era mezza incosciente nella vasca. Presa in braccio dal fidanzato, fu portata in camera da letto. La luce, intanto, era tornata.
«Porca miseria, Katia!» esclamò lui, mezz’ora dopo, in salotto. «Ti avevo detto di far attenzione! Se non mi fossi accorto del fango che usciva dalla porta, saresti potuta affogare nel sonno!».
«Alex, è stato lui. Sono sicura che voleva uccidermi».
«No, è impossibile, l’ho picchiato a sangue, come meritava. Non poteva trovarsi in bagno».
«È stato lui, ti dico, è stato lui! Mi ha detto che tu hai sempre amato Rossana e non me».
«Ma che cazzate».
«Ah, davvero?».                           
«Katia,» li interruppe Valeria, «è come dice Mirko, Alex era con noi: non avrebbe mai potuto dirti niente».
Katia fece spallucce: «Sono pazza, evidentemente. Oggi è già la seconda volta che…».
«Non sei pazza,» disse quella, senza farle finire la frase, «sei solo in agitazione, tutto qui. Anche noi siamo in ansia. Prima finiamo e meglio è».
Quindi soggiunse: «Piuttosto, ragazzi, non so come sia possibile, ma il mio cellulare, adesso, prende benissimo».
«È vero,» esclamò eccitata l’amica, come se, improvvisamente, avesse messo da parte timori e preoccupazioni, «finalmente potrò dare un’occhiata al mio Facebook. Stamattina, prima di partire, avevo postato un selfie. Chissà quanti like avrà ricevuto».
Quando però anche Mirko accese il suo cellulare, Katia impallidì come un fantasma. Sul suo profilo di Instagram, infatti, era stato pubblicato un video in cui faceva sesso con Valeria. Allo stesso tempo, sul profilo di Mirko appariva un filmato che lo ritraeva insieme alla sorella di Alex, mentre la baciava tenendole fermi i polsi contro una parete. I due, ben presto, si accorsero dei rispettivi video compromettenti.
«Sono rovinata,» cominciò a dire Katia, «sono rovinata. Perderò tutti i miei followers, quelli che rimarranno, mi insulteranno a vita. Non potrò più guardare in faccia parenti e amici».
«Sei una zoccola, ecco che sei,» disse Mirko, «ti preoccupi più della reazione dei tuoi ‛amici’ virtuali che di me; ma roba da matti! E tu, Valeria, cagna più di lei, che fai il doppio gioco con entrambi».
«Io sarò pure zoccola,» ammise Katia, «ma tu con me hai chiuso, Mirko. E sai che ti dico? Io non ti ho mai amato: per me sei sempre stato un ripiego».
«E tu che credevi, invece? Che ti sborrassi in bocca per amore? Ah, povera illusa».
«Allora è vero? Tu ami Rossana!».
«Già, e tu ti scopavi Alex. Non contenta, ti sei fatta pure sua sorella».
«Senti chi parla, eh».
«Ragazzi, un attimo: riflettiamo,» disse Valeria, che nel frattempo si era messa un po’ in disparte.
«Tu zitta!» la interruppe Katia. «Ho chiuso con te: baciare il ragazzo della presunta migliore amica. Mi fai schifo. Mi fate schifo entrambi».
«È evidente,» continuò Valeria, «che questi video li poteva fare e li poteva pubblicare solo una persona: Alex. Ora capisco che, personalmente, ci possa essere, da questo momento in poi, qualche piccolo dissidio tra di noi, ma, se ci scanniamo a vicenda, facciamo solo il suo gioco, che è quello di metterci contro. La mia proposta, dunque, è questa: portiamo a termine il nostro piano con l’aiuto del cacciatore, e dopo, a mente lucida e fredda, risolviamo i nostri problemi. Ok?».
«Ok,» rispose Mirko, a denti stretti, «mi sembra sensato. Ma ora portiamolo qui e teniamolo d’occhio».
«Tu, Valeria? Sei disposta a deporre l’ascia di guerra fino a domani mattina?».
«E sia,» disse quella, arricciandosi il naso, «ma sia chiaro: io, da domani, non vorrò più vedervi in faccia!»
«E figurati io!» chiosò Mirko.
 
Un cigolio di ruote veniva intanto dal corridoio. «Sarà lui,» disse Mirko, afferrando il suo fucile, pronto a sparare, «stiamo all’erta».
Alex giunse in salotto con la testa reclinata su una spalla.
«Ma guardatelo,» affermò Katia, alla vista di Alex, «è più morto che vivo. Abbassa pure quell’arma, idiota. Qualunque cosa ci abbia fatto, ora è innocuo».
«Più morto che vivo,» constatò Mirko, «eppure con quel cazzo di cellulare ancora in mano».
Il ragazzo, in uno scatto di rabbia, glielo strappò dalle mani.
Notò che Alex aveva scambiato messaggi su Whatsapp per tutta la giornata.
Ne parlò dunque con Katia e Valeria: «Ma se, fino a pochi momenti fa,» osservò, stupita, la sua fidanzata, «non prendeva nemmeno la linea».
«A lui, sì, evidentemente» replicò Mirko. «Si è messo in contatto con uno registrato come ‛Cacciatore di anime’. Salvo l’intera conversazione in una nota e ve la invio per bluetooth».
I ragazzi, sui rispettivi schermi, si misero a leggere:
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 7,05:
 
Mirko è nervoso: la montagna gli ricorda che può fallire come falliva agli occhi del padre.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 7,06:
 
Soltanto i perdenti hanno paura di fallire prima ancora di averci provato.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 7,07:
      
Ma Mirko ci ha sempre provato in vita sua: non è questo il suo problema. Il suo problema è stato quello di sottomettersi alla volontà paterna. Se ha sempre fallito, è perché non è mai stato sé stesso, ma l’ombra di suo padre.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 7,51:
 
Come previsto, Mirko si è scagliato, come una bestia, contro la bestia.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 7,52:
 
Un giorno non lontano, avranno tutta un’eternità per scannarsi l’un l’altra, ma ad armi pari.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 7,53:
 
La bestia, in realtà, è il padre di Mirko?
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 7,54:
 
Lo saprai a tempo debito, ragazzo.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 8,45:
 
Neanche ora che ti hanno visto in faccia, hanno capito. Mirko ti ha stretto la mano con aria di superiorità. Il fatto di averti pagato gli fa credere di essere nella posizione di poter dettare legge.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 8,46:
 
Solo perché non sa che molto altro dovrà ancora pagarmi.
 
Alex al Cacciatore: inviato alle 9,54:
 
Katia e Valeria continuano con la loro stupida recita. Credono davvero che io non sappia nulla.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 9,55:
 
Chi guarda solo a se stesso non può accorgersi se gli viene un pericolo dagli altri.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 12:04:
 
Hai messo su una bella baita. Non hanno neppure notato che in tutti quei quadri c’è una bestia a tre corna che uccide chi vuole ucciderla.
 
Il cacciatore ad Alex, inviato alle 12:05:
 
Sono talmente ammaliati dall’esterno della baita da non fiutare il pericolo che si nasconde in tutte le cose belle.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 13,01:
 
Non mangiare il loro cibo. Ci hanno messo dei sonniferi per tenerti buono fino a stanotte.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 13,02:
 
Ricevuto. Andrò in camera mia, facendo finta di non aver fame.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 13,03:
 
Stanno parlando del capo della loro setta, quel maiale che fa dire ai suoi adepti, a ogni rito: “Per Adolfo, per Satana”.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 13:04:
 
Anziché “Per Satana, per Adolfo”, che egocentrismo! In realtà, Ad Adolfo premono solo i guadagni che ricava dalla vendita ai necrofili dei video che fa girare ai suoi seguaci a ogni assassinio rituale.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 13:05:
 
Sta già pagando per tutto questo, e pagherà ancora, ancora, e ancora.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 13:06:
 
Lui, come Mirko, Katia e Valeria, non hanno mai creduto nel Male. Non hanno mai creduto in Te. Hanno invece creduto di essere loro stessi il Male. Hanno creduto nel loro personalissimo ego.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 13:07:
 
Vorrebbero usare la setta per giustificare le loro azioni, per far parte di un gruppo anticonformistico, perché questa è la moda del momento. Allo stesso tempo, approfittano del ‛rito’ da compiere per far fuori te. In realtà, di me sanno quanto la maggior parte dei cattolici della loro Chiesa, cioè niente.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 13:34:
 
Mirko ha ucciso la bestia.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 13:35:
 
Lo so; ma, vedi, una mia bestia, se muore, è solo per rinascere più malvagia e feroce di prima.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 13:36
 
E ha detto ‛Porco demonio’. Quando bestemmia o impreca, non sa neppure distinguere tra Bene e Male.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 16,25:
 
Gli ho fatto avere una tua visione. Lo prendevi per i fondelli sia per Rossana che per la gara di atletica.  Ne farò avere una anche a Katia, stasera. Prima che abbiano ciò che si meritano, voglio che la verità gli sia sbattuta in faccia come una pioggia di vetro.
 
Alex al Cacciatore, inviato alle 16,26:
 
Per lo stesso motivo, io ho filmato le due ragazze mentre facevano sesso in camera da letto. Se capiterà l’occasione, lo farò anche con Mirko, che se la fa da anni con mia sorella al solo scopo di provocarmi. Devono rendersi conto di quanto facciano schifo.
 
Il Cacciatore ad Alex, inviato alle 16,27:
 
Ma una bestia non può rendersi conto della propria bestialità: può solo sentire il dolore della ferita, non il suo rovello.
 
Intanto il cellulare di Alex aveva emesso un trillo, che annunciava l’arrivo di un nuovo messaggio su Whatsapp. Mirko andò a leggerlo: il suo volto era fradicio di sudore.
«Di cosa si tratta?» chiese Valeria, altrettanto sudata.
Katia era in silenzio, gomiti sulle ginocchia.
«È del Cacciatore, lo ha appena inviato: ‛La bestia sta arrivando’».
I tre si guardarono scuri in faccia, come per chiedersi reciprocamente un'autorizzazione a parlare.
Mirko, con un filo di voce, aggiunse: «Ne sono arrivati altri tre».
«E cosa dicono?» domandò Katia.   
«‛Sta arrivando, sta arrivando, sta arrivando’».
 
Rimbombò, in quell’istante, un tonfo sordo alla porta.
Katia, con una vecchia lampada, si avvicinò a una finestra. Fece luce all’esterno, in quel buio pesto che, come un sudario, avvolgeva ora ogni cosa, animata e inanimata.
«La bestia…» disse, «la bestia adesso è enorme, e sembra intenzionata a sfondare la porta con le sue terribili corna».
«Allora, non c’è tempo da perdere», osservò Mirko. «Dopo che io avrò sprangato la porta, dovremo portare qui tutti i mobili della baita. Non dobbiamo farla entrare».
«Il Cacciatore,» sibilò Katia, «il Cacciatore è Lucifero, e quella è una sua bestiaccia. Ci ucciderà tutti».
«Cazzate,» la riprese lui, «il cacciatore deve essere quel vecchio che ho pagato perché ci aiutasse. Alex gli avrà dato più soldi e lui, da buon farabutto, ci ha traditi. Non so come si siano messi in contatto, ma deve essere andata per forza così».
«Invece ha ragione Katia» intervenne Valeria. «Abbiamo commesso qualcosa di terribile agli occhi di Lucifero e, ora, vuole punirci».
«Questo ‛rito’ è stato organizzato apposta per lui,» disse Mirko, «avrebbe dovuto esserci grati, invece».
Alex sorrise giulivo.
L’ex amico lo prese per il collo: «Che trappola ci hai teso?» gli urlò. «Dimmelo, o ti ammazzo ora stesso, bastardo. Chi è il Cacciatore?».
«Lascialo, Mirko, lascialo!» gli intimò Valeria. «Se veramente il Cacciatore è Lucifero, non possiamo provocarlo ulteriormente uccidendo Alex».
«È vero,» disse Katia, «dai messaggi risulta evidente che i due hanno stretto un patto. Sarebbe come buttarci la zappa sui piedi».
«Idiozie, ma se volete che questa latrina campi, che campi allora! Io vado ad ammazzare la bestia» replicò Mirko, imbracciando il fucile. «Uscirò dalla porta secondaria per coglierla di sorpresa».
«La bestia non potrà mai sfondare la porta» sibilò Valeria. «La sua punizione è questa. L’ho letto in quel libriccino che ha trovato Katia».
«Invece, se non la ammazziamo, la bestiaccia, lei ammazzerà noi» ribatté Mirko. «Quanto pensi che ci impiegherà a buttar già la porta? Cinque, dieci, quindici minuti, al massimo?».
Il fango, intanto, aveva preso a uscire da tutti i rubinetti della baita.
«Se restassimo qui,» disse Katia, mentre quella poltiglia granulosa le bagnava le caviglie, «moriremmo comunque».
«La bestia è immortale,» affermò Valeria, scuotendo la testa, «nessuno potrà ucciderla».
«Senti,» disse Mirko, «io, almeno, ci devo provare».
Quindi, porgendo a Valeria una pistola, chiosò: «Questa la do a te perché Katia non se la sentirebbe mai di far fuoco. Se non dovessi tornare, sparale. Purtroppo ha soltanto due colpi, ma meglio di niente. Fanne buon uso, mi raccomando».
Mirko uscì. Katia, alla finestra, si mise ad osservare la bestia che uggiolava cupamente dietro la porta.
 
Valeria si sedette sul divano.
Alex, di fronte a lei, le sorrideva come un gatto che abbia appena catturato un topo succulento.
«Mi devi perdonare, fratellino mio,» cominciò a dirgli in tono supplichevole, sicura che lui sarebbe stato in grado di ascoltarla, «per ciò che volevo farti stanotte. Dopo il responso dei medici, secondo cui non saresti stato più capace di vedere, sentire e camminare, e probabilmente anche di parlare, ho pensato che fosse giusto non farti soffrire più. Ma ho sbagliato, cazzo se ho sbagliato, sono stata davvero una pessima sorella per te, lo so; ma sono stati Katia e Mirko a traviarmi, giuro. Mi hanno consigliato di farti fuori utilizzando come pretesto il rito d’iniziazione della setta di Adolfo per incassare anche la tua parte di eredità e spassarcela tutti insieme in Messico, sotto la protezione di Adolfo. Io, da sola, non avrei mai, mai potuto… Ti prego, intercedi per me presso il Cacciatore… Lucifero… chiunque egli sia insomma, e digli che il mio pentimento è sincero».
Il placido, sereno sorriso di Alex si mutò in una grassa e sinistra risata carnascialesca, che riecheggiò come un tuono per tutte le pareti del soggiorno.
Katia, che aveva sentito ogni cosa, distolse lo sguardo dalla bestia appostata dietro la porta e, a muso duro, si scagliò contro l’ex amica:
«Non è assolutamente, vero, Alex,» disse lei, in un impeto di rabbia, «è tua sorella che ha progettato tutto sin dall’inizio. È lei che ci ha spinto a entrare in quella maledetta setta, dicendo che Adolfo ci avrebbe coperto le spalle, che Lucifero ci avrebbe dato la forza, e altre balle di questo tipo. Dopo che era fallito il suo tentativo di farti morire sul posto di lavoro, pagando un tuo collega perché manomettesse l’impalcatura del ponteggio, voleva che tutto andasse per il meglio, perciò ha cercato di coinvolgerci in questa brutta faccenda. E sai perché voleva ucciderti, Alex? Te lo dico io: tua sorella ti ha sempre odiato sin da bambino. Le attenzioni di vostra madre erano tutte concentrate su di te, mentre a lei spettavano solo le briciole. Quando poi ha scoperto che, per testamento, avrebbe lasciato a te i beni più preziosi di famiglia, non ci ha visto più e ha pensato bene di eliminarti».
«Ma stai zitta! Tutte menzogne!» intervenne Valeria, con la voce spezzata dalla paura crescente. «Scema io che mi sono fatta raggirare da voi e da Adolfo. Getti merda su di me solo per salvarti il culo».
«Menzogne un cavolo!» esclamò Katia, gesticolando come una scimmia. «Io non c’entro niente. NIENTE».
Alex ghignò come un mastino.
 
Si sentì un urlo terribile.
Katia e Valeria, tese come corde di violino, smisero d’un tratto di accusarsi a vicenda e, con il cattivo presagio che la bestia fosse riuscita a incornare Mirko, si avviarono con passo celere verso la finestra.
«È morto,» affermò Valeria, «quel buona a nulla, come immaginavo, si è fatto incornare».
«Come fai ad esserne sicura?» replicò Katia, interrogativa. «Non c’è traccia del suo corpo».
«Ma del suo sangue, sì. Guarda le corna di quella maledetta creatura. Il corpo sarà stato trascinato dalla bestia chissà dove».
Katia si mise le mani al volto. Iniziò a piangere. «Siamo finite,» disse, «stavolta, siamo davvero finite. La baita si è quasi del tutto riempita di fango e, fra poco, crollerà. I cellulari non prendono più. E quella bestia è ancora lì, sulla porta, ad aspettarci».
«Eppure,» biascicò Valeria, «abbiamo ancora una possibilità. Quel libriccino che hai trovato, parlava di bestie, ricordi?».
«E allora?».
«Beh, secondo me c’è un legame con la bestia che si è appostata dietro la nostra porta».
«Continua».
«In base a quel testo, l’unico modo per fermare una bestia di quel tipo…» Valeria prese qualche secondo, pensierosa, «è colpirla alla zampa posteriore sinistra».
«Cazzo, ma perché non lo hai detto anche a Mirko?».
«Perché tanto lui non mi avrebbe ascoltata».
Katia annuì: «E quindi?» domandò, «Qual è il nostro piano, adesso?».
«Il piano è questo: tu esci per distrarre la bestia, ed io ti vengo dietro con la pistola. Al momento opportuno sparerò alla sua zampa».
«E perché proprio io la devo distrarre?».
«E dai! Tu, forse, saresti capace di utilizzare una pistola? C      erto che no. L’unica cosa che dovresti fare è distrarla per qualche minuto, in modo che io possa prendere la mira».
«Ok, ma credo che mi ucciderà prima che tu riesca a far fuoco».
«E io morirei comunque subito dopo. Dobbiamo correre questo rischio. Non c’è alternativa, purtroppo».
Katia acconsentì perplessa.
Quando le due ragazze uscirono dalla baita, la bestia, in direzione dell’uscio, stava per prendere una della sue furiose rincorse nella pioggia battente. Si trovava adesso a una ventina di metri da loro: una distanza più che buona, pensò Valeria, per provare ad attuare il piano. Katia, le cui gambe tremavano come quelle di un agnellino, chiese allora all’ex amica se fosse giunto il momento di distrarre la bestia. Valeria le rispose che non occorreva: «E ora…» aggiunse, sussurrandole a un orecchio, «ora vai all’inferno, puttana!». Poi premette il grilletto della sua pistola.
Alla luce di un fulmine, Valeria gridò a quel punto: «HEIL SATAN, HEIL SATAN, HEIL SATAN». Tre volte, come aveva letto nel libriccino.
La bestia, però, non arrestò il suo passo davanti a lei; e anzi, con le sue tre possenti corna, le trapassò il corpo da parte a parte.
Solo in punto di morte la ragazza si ricordò che, per salvarsi la vita, avrebbe dovuto anche inginocchiarsi. Chiuse gli occhi maledicendo suo fratello.
 
Cessata la tempesta, Alex, con le sue gambe, uscì sereno dalla baita, che, poco a poco, cadeva in mille pezzi, travolta da un impetuoso fiume di fango.
La bestia era fuggita nella boscaglia.
Era ormai quasi l’alba; i primi raggi del sole cominciavano a ferire le tenebre della notte come spade di luce.
Il cacciatore, che si era nascosto dietro il tronco di un castagno, si mostrò al cospetto del giovane. A quattro o cinque metri da lui, scodinzolavano tre piccole bestiole.
«Certo che sei cambiato molto dall’ultima volta che ti ho visto» constatò Alex, sorridendo. «Allora avevi più capelli».
«Le sembianze della vecchietta,» rispose lui, «beh, non mi si addicono molto. Meglio quelle del cacciatore».  
Ora, il sole splendeva più alto all’orizzonte.
Alex era circondato da centinaia di mosche: «Era Adolfo, la bestia, non il padre di Mirko,» osservò, sistemandosi il colletto della camicia, «ma non capisco perché si fosse posizionato proprio davanti a questa baita».
«Centro, ragazzo, hai fatto centro».
«Il perché» aggiunse, «è presto spiegato. All’interno della baita, in cantina, c’era un punto di accesso all’inferno. Questo punto di accesso si è poi richiuso quando è crollato tutto. Per questo la bestia è fuggita».
«Tu glielo hai fatto trovare, ma non poteva comunque accedervi. È la maledizione che lanci a tutte quelle anime che pensano, o credono, di potersi sostituire a te».
«Buon sangue, non mente, vedo».
Quindi precisò: «Vedi, la fede, o la sia ha in Dio o la si ha in Me, Lucifero. Non c’è altra via per l’assoluta salvezza o per l’assoluta perdizione. Gli uomini che invece agiscono per se stessi, compiendo le loro azioni nel segno di Dio o di Satana a seconda dei vantaggi materiali che ne possono trarre, non saranno accolti né in paradiso né all’inferno, ma rimarranno in eterno in questo sputo di mondo a vagare da un angolo all’altro, sotto forma di bestie feroci, alla ricerca di un punto di accesso alla mia Casa suprema. Adolfo, come sai, era uno di questi».
Lucifero, con tono quasi declamatorio, spiegò anche che Adolfo, dopo essere stato scoperto dalla polizia, si era impiccato con una corda appesa alla trave di un soffitto. Una volta morto, la sua anima era stata mutata in bestia.  
«Non c’è che dire,» disse Alex, «la tua nomea è senza dubbio meritata, Lucifero. Tutti hanno creduto che fossi realmente handicappato».
«Bene, allora,» tirò le fila quello, alzando le spalle, «credo sia giunto il momento di rispettare il nostro patto. Ci attende un glorioso destino, ragazzo».
Alex si mise infatti a ridere come un giullare, assumendo, frattanto, un aspetto mostruoso e terrificante.
Lucifero trasalì: «Tu, Belzebù[2]?!» esclamò incredulo. «Che significa tutto questo? Dov’è Alex, mio figlio?».
Belzebù prese tempo.
«Alex non è Mirko,» disse poi, con voce roca e pigra, «e non ha alcuna intenzione di sottomettersi a te, alla tua autorità, come un cagnolino spaurito».
«Io… io non capisco».
«Non c’è molto da capire, in realtà. Ti sei ricordato di avere un figlio solo quando questi, raggiunta la maggiore età, avrebbe potuto aiutarti nello scontro finale tra Bene e Male. Ed è perciò che, negli ultimi sette anni, non hai fatto altro che forzare la sua volontà, in modo che combattesse al tuo fianco. Ma hai fatto male i conti. Non ci sarà infatti alcuno scontro finale tra Bene e Male, ma tra Male e Male: tra Te, e quei fantocci che ti sono ancora fedeli, e me ed Alex, l’Anticristo. Dio e la sua schiera di angeli hanno abbandonato questo mondo già da parecchio tempo, e tu non te ne sei neppure accorto, occupato com’eri a preparare la tua inutile guerra contro la Luce; qui, ora, c’è solo il Male, il buio».
Lucifero ascoltava senza fiatare.
Belzebù, allora, riprese la parola: «L’amore, oggi, è mercificato, nella realtà e sui social, come un bene di poco valore, e, anche quando non lo sia, appare più come uno sfoggio sociale o un’ossessione psicologica che come un legame in grado di fondere due anime in una; l’amicizia, ah l’amicizia è niente tra le nuove generazioni. Anzi coloro che si dichiarano amici, se non addirittura fratelli o sorelle, di qualcun altro, sono i primi a pugnalarlo alle spalle. Per non parlare dei rapporti familiari: invidia, avidità, ipocrisia sono le prime parole che mi vengono in mente per descriverli. La fede, poi, gli uomini la ripongono interamente in sé stessi, venerando il loro ego smisurato persino quando pregano in chiesa o bestemmiano in una setta».
Lucifero deglutì amaramente: «Il tuo tradimento,» disse, «non mi sorprende affatto: sei sempre stato un servo ribelle, ma mio figlio, mio figlio... Io gli ho salvato la vita dopo quel terribile incidente, io l’ho aiutato a vendicarsi di quegli idioti. Lui mi era riconoscente. Mi ha dato la sua parola che…».
«Alex è sempre stato ribelle almeno quanto me. Non ha mai pensato di cedere alla tua volontà dispotica».
Alcune mosche, intanto, si erano posate sulla testa di Lucifero, che le aveva bruciate con la sola forza del suo sguardo.
«E non era la sua parola,» continuò Belzebù, «ma la mia. Dopo che Alex me ne aveva dato il consenso, ho assunto le sue sembianze e assimilato i suoi ricordi. All’ospedale, sul lettino, ero io».
«Vi siete dunque presi gioco di me, di Lucifero?».
«Già, ma, ora, il nostro gioco è finito. Da domani inizia la guerra».
«Non avete alcuna speranza di vittoria».
«Non importa,» chiosò Belzebù, dandogli le spalle, «meglio perdere lottando per la propria libertà che vincere, al tuo fianco, in catene».  
Il sole si era spento in una notte perpetua.
 
 
[1] La setta di Adolfo esiste veramente. Per saperne di più: http://emadion.it/omicidi/mark-kilroy-ucciso-sacrificio-umano/
[2] Belzebù, detto anche “Signore delle Mosche”, occupa un ruolo di vertice nella gerarchia infernale essendo secondo solo a Satana e ad Astaroth. Secondo la tradizione cabalistica invece Belzebù, assieme a Bodon, comanda il gruppo di spiriti della menzogna (chaigidel).

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Gradimento

ritratto di Rubrus

***

Hai usato un po' la forma degli horror o slasher da campeggio per un contenuto di maggior spessore - operazione un po' simile a "Quella casa nel bosco".

La parte che ho trovato più scorrevole è quella dei messaggi in cui l'annullamento della distanza tra forma scritta e parlata (la forma si adegua al contenuto, insomma) raggiunge il massimo dell'immediatezza. Ovvio che il racconto non poteva essere scritto tutto così. Anche i dialoghi scorrono.

La parte che mi ha convinto meno è quella dell'incontro con le "bestiole" - specie la prima .- perchè la reazione dei personaggi - pur considerando che sono quel che sono e pensano di fare quel che pensano di fare - mi pare un po' debole.

Piaciuto, ciao.

 

 

 

ritratto di Antonino R. Giuffrè

… non era facile portare a termine la lettura…

… di questo racconto extra-large, quindi il mio ringraziamento, caro Roberto, è doppio. Quanto al tuo appunto, non ti nascondo che anch’io, scrivendo quelle scene, ho pensato la stessa cosa. Vedrò di apportare alcuni accorgimenti per giustificare meglio le esasperate reazioni di Mirko (ad esempio, nella seconda scena, la bestia, oltre a infastidirlo, potrebbe mordergli un piede), anche se, a dire il vero, tutto il suo personaggio è costruito così, odioso e crudele, tanto da prendersela gratuitamente sempre con chi non può difendersi, cioè, nel caso specifico, la bestiola e Alex, che avranno però modo di rivalersi. Perciò la sua prima reazione, tutto sommato, mi sembra meglio giustificata, considerando anche il fatto che la bestia, per poco, non lo faceva passare a miglior vita. Mirko non è il pio Enea, e sente spesso la necessità di sfogare il suo odio represso.

Sulla figura dell’Anticristo ribelle (qui soltanto sullo sfondo, però) avevo scritto, tempo fa, anche un altro racconto, “Penombra”.

Bentrovato, ciao. 

La bestia dietro la porta

Io mi aspettavo il rito che non c'è stato, e forse mi ha deluso un po' la mancanza di questa parte annunciata nei precedenti dialoghi che crea aspettativa nel lettore. Tuttavia il racconto anche se lungo resta sempre in tensione  e non viene mai meno l'interesse.   A volere essere sincero dirò che a me è l'eccessivo intreccio narrativo che è criticabile, non serve tutto sommato, il racconto horror può essere più semplice da questo punto di vista. Comunque il racconto è godibile anche così e anche per me è ok. Un saluto

ritratto di Antonino R. Giuffrè

… in una parola: sì. Il racconto, per il web, è in effetti…

… troppo lungo e complesso, ma ormai l’avevo scritto e, poiché non mi andava di farlo marcire in un cassetto, l’ho pubblicato comunque.

Il rito, a quel punto della narrazione, non avrebbe potuto più svolgersi per un semplice motivo: i protagonisti erano morti e il Cacciatore aveva ormai rivelato la propria identità. Spero che si sia capito che Belzebù e l’Anticristo stanno a Lucifero come Lucifero sta a Dio.

Lieto del tuo passaggio. Ciao Luciano, e grazie. 

Ti dirò.....

.....pur non intendendomi di demoni e sette, ho comunque trovato il tuo racconto piacevole e scritto bene.

Mi associo a Rubrus nel sottolineare come l'incontro con la prima "bestiola" avrebbe dovuto essere scritto diversamente, e, francamente, il fatto di non aver assistito al "rito" non mi ha scontentato, perché si capisce bene cosa i protagonisti dovessero fare.

La cose più interessanti e che costituiscono il pregio vero di questo racconto sono: il testo che scorre bene e prende per mano il lettore e lo porta fino alla fine, facendogli scoprire da solo come andrà a finire, e il fatto che, come i nodi al pettine, alla fine tutta la miseria interiore dei protagonisti viene inesorabilmente a galla e, in questo modo, non si può che dare ragione al demone: o si sceglie una parte o si sceglie l'altra. Guai a chi, per opportunismo e tornaconto proprio, decide di tenere il piede indifferentemente in due scarpe.

E guai anche a chi non legge questo racconto!

 

 

 

ritratto di Antonino R. Giuffrè

… un monito davvero inquietante, il tuo, caro Paolo…

… diciamo solo che chi non lo legge adesso, per contrappasso, sarà costretto a leggerselo in eterno dietro la Porta dell’inferno, magari sui carboni… ardenti ah ah.

A parte gli scherzi, hai perfettamente ragione a criticare quella scena. Io e Roberto ne abbiamo parlato anche in privato, e devo dire che la sua spiegazione mi ha convinto appieno. Appena possibile, cercherò di ampliarla, puntando l’attenzione sull’effetto “meraviglia”.

Quanto al resto, non posso che concordare: hai sagacemente colto lo spirito del racconto.

Stammi bene, e grazie. 

ritratto di sp3ranza

I nostri salvatori Eroi?

Beati voi italiani benestanti acculturati che potete divertirvi a leggere e scrivere di inferni immaginari, mentre tantissimi italiani non fortunati, non benestanti, con case, lavori, salute, pensioni e speranze che tantissimi continuano a perdere ogni giorno, gli inferni veri li vivono e ci muoiono nella totale indifferenza di chi se la passa ancora bene e si finge umano verso estranei, ma non verso la propria gente che muore o si suicida per non morire lentamente divorata dalle fiamme rosse ed infernali che reali demoni umani hanno acceso per poter bruciare anche l`intelligenza umana creando umanità ipocrita con sensibilità solo virtuale ma inesistente nel mondo reale e questa dai normali acculturati, viene considerata emancipazione intelligenza cultura elevatezza umana???

 

Perche' non provate a scrivere storie con stralci di verita' per renderle anche educative e per esempio per scoprire indirettamente la vera identit' dei demoni/diavoli etc...che in realta' non ernao che la rappresentazione dell'uomo toro, considerato essere divino per eccellenza, figlio del toro celeste o dio del cielo, e non a caso troviamo molte rappresentazioni, sigilli, illustrazioni, statue di divinita' sumere con fattezze taurine, con corna, coda per rappresentare il dio/toro fatto uomo sacrificato/ucciso/immolato alla fine del suo regno come comune pratica usata dai nostri avi che con il capo sacrificato, ci facevano le messe nere o cannibalismo rituale per trattenerne/tramandarne la potenza come infatti descritto sui testi e direttive di enki, su molti testi antichi con informazioni parallele con cui creavano queste bevande tramite l'immolazione/sacrificio del capo che nell'alchool, tratteneva la sua potenza illuminante assorbita dai commensati con pratiche diverse riadattate a luoghi/tempi ed intelligenze degli umani ed anche sulle pareti del faraone UNAS troviamo le stesse pratiche del cannibalismo rituale e di altri tipi degli umani e dei capi chiamati Dei, come le pratiche del kapala e dei maya, illustrate anche sul piu' antico templio dell'anatolia, che mostra infatti il culto del cranio di Adamo o culto dei crani praticato mentre si era sotto gli ordini superiori di queste altre entita'/droghre/draghi da essi usate come vitali alleati per dominare gli uomini e costruire i loro imperi occulti tramite interazione umana e senza saper ancora leggere/scrivere, potevano sviluppare tramite noi, citta' sopra sotto la terra, piramidi, ziggurats, templi, alta astronomia, culture, religioni tutto tramite l'interazione con le nostre facolta' e dna parassitato da loro...come si verifica anche nel mondo degli insetti parassitati da diversi tipi di predatori del loro dna e sistema genetico sfruttato per i cicli di quelle altre forme di vita parassite che da sempre la natura usa per controllare il sovrappopolamento di ogni tipo di parassita, incluso il parassita uomo che non e' altro che uno della serie, che sfrutta/parassita le altre forme di vita e che a sua volta subisce lo stesso da tante altre su tantissime scale/livelli...un terribile ecosistema di demoni/parassiti che da sempre si cibano delle altre forme di vita per restare in vita e questo e' il mondo reale che notiamo nel mondo vero, in quello che sembra silente e pacifico nei prati, che invece e' saturo di vita/morte lotte per la sopravvivenza di ogni singola specie di insetti/piante etc...e cosi' anche per le forme infinitamente piccole che invadono i nostri organismi, che ci fanno ammalare o morire prematuramente..siamo tutti demoni, parassiti, siamo parte di un grande sistema che imita il nostro piccolo mondo interiore dove lotte continue del nostro organismo, si verificano a nostra insaputa dentro di noi, come succede su scale piu' grandi e su quelle del cosmo, dei pianeti che nascno, che supportno vita e che muoiono a volte preservando queste spore in grado di propagarsi ed iniziare i loro cicli parassiti su pianeti che hanno condizioni favorevoli e che possiedono vite compatibili a cui poter parassitare il dna come avveniva con le meteoriti provenienti da Sirio, annuciantrici di nuove divnita'/profeti presenti alle radici di tutti i culti degli umani...

Possibile che nessun essere umano riesca a scrivere qualcosa di utile,  che contenga davvero informazioni veritiere, documentate, reali e non spezzoni di leggende rifatte, farse di  propagande religiose che da sempre immiseriscono la seria ricerca e l'intelligenza umana??? Mettete a buon uso l'arte della scrittura, perche' non basta imparare a scrivere da Dio per inventare favolette che non servono a nulla se non ai propri sfoggi di bravure e nascisismi, perche' non produrre storie anche educative che incitano alla vera/seria ricerca sul nostro reale passato che e' un nostro diritto e dovere ricercare e capire per meglio comprendere il presente e la condizione umana su questo pianeta che la nostra falsa cultura e falsa emancipazione sta distruggendo sengando la nostra stessa fine od autodistruzione della specie umana programmata dai nostri demoni/divinita' educatridi/strumentalizzatrici/divoratrici/distruttrici di intelligenza umana?

 

Beelzebub, Lucifer, and Satan actually appear in Scripture,
and they all seem to be the same person connected to
Asmodeus/jesus, to the 7 devils/Me/stations/veils/steps/secrets etc..
of mushroom crucifiction, sacrifice/rebirth of the devil/man BAFOMETTO,
creator of all religions divided to create holy wars and self destruction
of humans....

 

ritratto di Gerardo Spirito

Leggendo il titolo mi

Leggendo il titolo mi aspettavo una storia estremamente lovecraftiana, invece, e per fortuna, è riconoscibilissima la tua impronta Antonino. Il linguaggio nei dialoghi alcune volte sporco, e la scrittura precisa e mai eccessiva, nel senso che raramente negli ultimi tuoi scritti sprechi parole, e ho avuto la stessa impressione anche leggendo questo (anche se Penombra resta il mio-tuo preferito) che mi è piaciuto molto.

Anche secondo me la parte con le bestiole, soprattutto la loro prima comparsa, all'inizio, non mi aveva convinto granché; cioé, non mi aveva convinto la reazione dei ragazzi, o meglio di Mirko, però ho visto che l'hai modificata come dicevi a Rubrus (ho riletto il testo due volte, la prima volta qualche ora dopo la pubblicazione), e infatti così va decisamente meglio.

Comunque anche se il testo è lungo, la lunghezza non è stata un problema, anzi; la storia scorre liscia, e l'incipit è molto coinvolgente (e questo naturalmente per un racconto lungo non è cosa da poco, perché come ben sai è importantissimo fare subito presa sul lettore con questo tipo di storie, specie sul web).

L'ultima parte, (SPOILER) l'incontro fra le due entità demoniache, mi ha ricordato anche un racconto del terrore che scrissi qualche anno fa, ma mai postato (e non credo lo farò mai sul net, vista la lunghezza che sfiora le ventimila parole ahah).

Ad ogni modo, è stato un piacere rileggerti Antonino

ritratto di Antonino R. Giuffrè

… sono felice che tu abbia apprezzato il mio racconto…

… caro Gerardo. In realtà la scena di cui parli l’ho sì corretta parzialmente dopo il primo appunto di Rubrus ma necessita ancora di modifiche sostanziali, in modo da creare l’effetto “meraviglia”.

Sì, è vero, ultimamente cerco di utilizzare le parole strettamente necessarie alla storia, o almeno ci provo.

Il racconto non è lungo, è mostruosamente lungo per il lettore medio del web. Ma, per fortuna, non tutti sono “lettori medi del web” ah ah

Un caro saluto, grande.