"The Horror of it all", di Tim Waggoner

ritratto di Blue

Ho trovato questo articolo, scritto da un autore di storie dell'orrore: voi cosa ne pensate delle sue tesi?
Le condividete? O tutto sommato, pensate che appaiano un po' supponenti e presuntuosette (a scanso di equivoci, personalmente rientro nella prima categoria)?
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"Volete scrivere horror? Un sacco di gente lo vuole. L'editoria mainstream può anche aver temporaneamente girato le spalle al genere, ma quella minore è in fermento, per non parlare del numero sempre maggiore di fanzine e siti dedicati presenti sul web.
Sfortunatamente, molte delle storie pubblicate in questa piccola fetta di mercato sono poco ispirate (per essere gentili) oppure semplicemente brutte (per essere onesti).
Volete che le vostre opere siano in grado di staccarsi da questo branco di orridi licantropi letterari? Volete poter entrare in un mercato più grande e prestigioso? Volete che le vostre storie horror siano così buone da costringere il lettore a divorarne le pagine senza respirare, per poi essere a mala pena in grado di sussurrare, "Cazzo, questa sì che era bella!" una volta finita la lettura?
Non è facile. Ma ho qui tre dritte da darvi che aumenteranno le vostre possibilità di entrare a far parte del ristretto e nero pantheon degli scrittori horror di successo.

Prima regola per scrivere Horror: guardatevi dai clichè

Leggete molto, sia all'interno che all'esterno del genere horror, così da poter riconoscere le trame che sono state usate e sfruttate fino alla morte (vivente). Allora sarete in grado di fare meglio che scrivere una storia che finisca con "... e scoprì che era stato tutto un sogno" o "e allora realizzò, non appena la donna affondò i denti nel suo collo, che lei era... era... una... vampira!"
Quando ero adolescente, scrissi una storia horror dall'imbarazzante titolo "Spaventoso Natale". In essa, un giovane delinquente tortura e uccide un vecchio, il cui fantasma ritorna poi alla ricerca della giusta vendetta. Le storie di vendetta sono uno dei più grandi cliché della narrativa horror, e a parte questo, non c'è tensione in esse. I lettori sanno esattamente cosa aspettarsi.

Eppure potete utilizzare i cliché a vostro vantaggio. Nel mio racconto, "Blackwater Dreams", ci ho riprovato con un'altra storia di fantasmi vendicativi. Solo che questa volta ho preso il cliché e l'ho utilizzato in maniera differente ed originale. Il personaggio principale, un giovane ragazzo che si sente in colpa per aver causato la morte per annegamento di un suo amico, incontra nei suoi sogni lo spirito del defunto. Lui teme che lo spirito sia venuto alla ricerca di vendetta, ma il suo amico non è arrabbiato, 'semplicemente' si sente solo. Alla fine della storia il protagonista deve prendere una terribile decisione: lasciare il suo amico a macerare nella sua acquosa solitudine, o raggiungerlo e fargli compagnia...

Nella mia storia "Alacrity's Spectatorium", ho rigirato a mio favore un altro cliché. Ho utilizzato la nozione-di-base che gli specchi non riflettono l'immagine dei vampiri e ho creato uno specchio nero in grado di riflettere solo ed unicamente l'immagine dei vampiri. Che prezzo sarebbero disposti a pagare i vampiri per una fugace visione di se stessi in un così unico specchio? E ancora, che significato avrebbe per loro una tale visione?
Anziché terminare con un cliché perché invece non cominciare con uno? Partite da "era stato tutto un sogno" e sviluppate la vostra storia da lì. Perché non cominciare con un uomo che scopre che la sua amante è una vampira e vedere che succede dopo? Oppure ribaltate il cliché: cosa succederebbe se una vampira scoprisse che il suo compagno non è un altro nosferatu ma (rabbrividiamo) un umano?

E cercate di evitare il cliché più visto nella fiction horror, quello che l'autore Gary A. Braunbeck descrive come una storia dove il personaggio principale esiste solo per diventare "cibo per mostri". Storie nelle quali i personaggi sono solo pezzi di carne che il mostro di turno (sia esso un vampiro, un lupo mannaro, l'onnipresente serial killer, o una suocera incazzata) mangia, sviscera, vuota, affetta, taglia e trasforma in patatine fritte. Queste storie non sono solo noiose, sono un insulto ai lettori che si meritano molto di più.
Probabilmente il modo migliore per evitare i cliché è quello di attenersi ad uno dei più vecchi: scrivi quello che conosci. Pescate dalla vostra esperienza diretta per le vostre storie, scrivete di quello che vi piace e che vi disturba, le persone, i luoghi, e gli eventi che formano il tessuto unico della vostra esistenza e che la rendono differente da qualsiasi altra. Se lo fate potrà aiutarvi ad essere originali.

Seconda regola per scrivere Horror: c'è differenza tra schifare i lettori e terrorizzarli

Troppi principianti credono che scrivere horror si limiti a dettagliate descrizioni di sbudellamenti e zampillanti fluidi corporei. Essi confondono l'uso di questi elementi per audacia artistica e scrittura che lascia il segno. Il buon horror, come tutte le forme di fiction, deve interessare emozionalmente i lettori. Certo, la repulsione è una reazione emozionale, ma è anche molto semplicistica e ha un effetto limitato. I lettori finiscono lo vostra storia e pensano, "Ehi, questa storia è malata...", e subito se ne dimenticano. Li avrete toccati solo al livello più superficiale.
Non sto dicendo che dovreste evitare di scrivere di cose disturbanti e nere. L'horror è fatto anche di questo, dalla quieta elusività di un'ombra sfuggente in una giornata di sole alla brutalità tangibile di un rivolo di sangue che cola dal filo tagliente di un rasoio. Ma se volete terrorizzare i lettori, dovete fare in modo che queste cose spuntino naturalmente dalla storia e che siano perfettamente integrate con essa, tanto da non poter essere rimosse senza danneggiare la narrazione.

Nella novella di Gary Braunbeck, "Some Touch of Pity", c'è un flashback dettagliato sullo stupro di un personaggio. Non solo l'aspetto fisico, ma anche quello che il personaggio sente emozionalmente. La scena è assolutamente brutale, ma è anche completamente necessaria alla storia. Se la scena fosse "abbassata di tono", o peggio, rimossa, l'intera storia sarebbe decisamente meno avvolgente a livello emozionale.
Nella mia storia, "Keeping It Together", ho scritto di un uomo gay che vive un'esistenza eterosessuale con una famiglia che si è creato per soddisfare il suo bisogno di essere quello che lui crede sia "normale". Ma è un'illusione che non può essere sostenuta, e mentre la storia progredisce, la casa, sua moglie, e la sua giovane figlia cominciano a decadere intorno a lui. In una scena fa sesso con la moglie per "dovere coniugale", e poiché in questo momento della storia lei è già ad un buon punto di dissolvimento, il loro fare l'amore... la danneggia. Ho creato questa scena non per il mero desiderio di sbalordire il lettore, ma per drammatizzare ulteriormente l'effetto di una tale profondo rifiuto dell'illusione, sia nel personaggio principale che in quelli che gli stanno intorno.

Ricordate che gli elementi estremi, come ogni cosa nella fiction, sono solo strumenti da usare per raccontare la storia nel miglior modo possibile. Ma come ogni potente strumento, dovrebbero essere usati raramente, con cautela, e solo per ottimi motivi.

Terza regola per scrivere Horror: dateci personaggi che ci interessino

Questo consiglio non sta a significare che i personaggi ci debbano piacere. Significa che i vostri personaggi dovrebbero essere così ben costruiti ed intriganti da farci venire voglia di leggere la vostra storia per sapere quello che succede loro. Ci sono personaggi, come Sherlock Holmes o Hannibal Lecter, che non sono proprio simpatici (spesso anzi odiosi) ma che sono così unici, completamente realizzati, che non possono che affascinare. La costruzione dei personaggi è la parte fondamentale della fiction memorabile, sia che voi scriviate horror che romanzi d'amore.

Nella mia storia, "Seeker", ho scritto di un crociato disilluso che ha perso la fede in Dio e vaga alla ricerca di un covo di vampiri, per provare a se stesso che esiste una sorta di aspetto spirituale nell'esistenza, anche se quest'aspetto è malvagio. La storia corre su due binari differenti. Il primo narra l'avanzata del crociato nella foresta dove vivono i vampiri, il combattimento con loro, e l'incontro col leader del gruppo (che non è un semplice vampiro ma qualcosa che si è fuso con la foresta stessa). Il secondo narra attraverso vari flashback gli eventi che hanno portato il crociato a perdere la sua fede e che l'hanno spinto disperato alla ricerca di qualcosa per cui valga la pena vivere.
Se ho lavorato bene, i lettori non solo saranno interessati all'azione nel racconto, ma anche allo stesso crociato, così che quando la storia raggiunge il suo climax e la ricerca arriva ad un punto in cui il protagonista non avrebbe mai potuto immaginare, ci sarà per loro una certa soddisfazione in termini di emozioni, e lasceranno la storia pensando un poco anche alla loro spiritualità.

Serve molto di più per scrivere del buon horror, ma se seguirete questi tre consigli non sarete solo in grado di creare storie migliori del classico racconto sullo zombie affamato di carne umana o sull'efferato serial killer di turno, ma riuscirete a creare fiction che vale la pena leggere, e che vale la pena ricordare."

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ritratto di monidol

Sono tre buoni consigli,

che valgono, secondo me, non solo per l'horror ma per tutta la letteratura in generale. Uscire dai cliché o utilizzarli per spiazzare il lettore; la sobrietà, che non significa piattume ma l'utilizzo di solo  ciò che serve alla storia, nella misura che serve alla storia, che sia una carezza o una decapitazione; creare personaggi intriganti, che, nel bene o nel male, stimolino la voglia di conoscerli e di seguirne il comportamento, anche in questo caso però, il personaggio secondo me, non deve prevalere sulla storia ma integrarsi completamente, in modo che siano uno in funzione e rafforzamento dell'altra e viceversa.

Tre buoni consigli sì, anche se probabilmente non i soli che servono a scrivere una buona storia.

Ciao Blue,

moni
 

ritratto di Mauro Banfi

Un ottimo blog, Blue, per tornare a respirare aria di Neteditor

Nonostante la settima ondata di calore italica mi tenga ancora ben lontano dalla tastiera, blog intelligenti come questo risvegliano la mia sempre latente voglia di Net; ottime le considerazioni contenute, corrispondenti al principio "la storia comanda" che in questi anni, l'alto magistero narrativo di Rubrus, ha ben ispirato e insufflato in molti di noi.
Mi soffermo sull'introduzione, ancora più interessante, dove viene detto che nel web prevalgono i siti e i blog di narrativa di genere - weird, pop, fantasy, sci-fi, ecc ecc - rispetto a quella d'autore, colta o mainstream.
E' un fenomeno che non si può non notare e per me è molto positivo e degno di nota, e voglio dare un mio approfondimento alla questione.
In breve, sostengo che con l'avvento della litweb la letteratura italiana si è finalmente "angloamericanizzata", negli aspetti positivi della cultura anglosassone, che come è noto, non ha mai fatto una distinzione così drastica e pedante tra narrativa d'autore e di genere.
In questo, gli accademici e gli editori italiani sono sempre stati dei grandi provinciali.
Poe, Lovecraft, Kafka e King sono grandi come Joyce, Borges, Mann e Proust: ognuno a suo modo, ognuno con il suo codice.
Ad esempio, mi ha colpito - una delle pochissime cose che ci è riuscita- il sito Facebook su Lovecraft e il suo successo.
Negli U.S.A il "Circolo Lovecraft" ha una storia ormai quasi secolare, come riviste in stile "Weird Tales" e tutta la cultura dei graphic novel, ma in Italia il fantastico è sempre stato un genere sottovalutato se non disprezzato dalle accademie e dalle masse.
Ogni tanto appaiono dei Buzzati, dei Landolfi, dei Michele Mari, ma sono sempre isole sperdute nel niente.
Tutto questo avviene perchè con la Rete non c'è più l'intermediario, nel bene e nel male: tutta la catena autore-revisione-stampa-promozione-distribuzione-negozio-lettore si riduce con il Web al solo contatto tra autore e lettore.
Ovviamente in questa rivoluzione non c'è solo del positivo, ma è qualcosa da cui non si può più tornare indietro: questo è certo.
E in questo modo veniamo a scoprire che gli amanti del weird sono molti di più di quelli di Dante e Manzoni.
Infatti da ragazzo leggevo solo Collodi e Salgari, tra gli italiani.
In questo devo dire grazie alla cultura web, che in questo suo senso della qualità del fantastico non ha niente a che vedere col nichilismo social.
Ma questo è un altro argomento e qua concludo.
Grazie del blog e buon fine estate.

 
ritratto di Rubrus

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D’accordo, ma la faccenda dei cliché necessita, a mio parere, di una precisazione perché, a mio giudizio, l’esempio dello specchio e del vampiro è fuorviante poiché la diceria secondo la quale i vampiri non si riflettono negli specchi non è un cliché ma una tradizione; anche se la distinzione è sfumata e sottile, un clichè è un artificio narrativo usato talmente tante volte da non dire più nulla e si tratta quindi di qualcosa interno al mondo letterario o narrativo. Una tradizione, invece, è un’idea stratificatasi nel tempo e di cui la letteratura si è appropriata. Essa può riferirsi a un contesto storico /culturale – e quindi avere una vita di secoli, o decenni, prima di diventare del tutto insignificante (anche se il processo non è mai del tutto irreversibile) – oppure a un aspetto dell’animo umano e quindi avere una vita di secoli o millenni, se non potenzialmente coincidente con la vita stessa dell’umanità.

Un esempio mi aiuterà forse a spiegarmi meglio.

Prendiamo sempre la figura “gotica” (e logora) del vampiro. Lessi anni fa un’interpretazione secondo cui il successo del romanzo di Stoker era dovuto al terrore di un ritorno vampiresco dell’aristocrazia. Mi sembra improbabile, o secondario, che l’impero commerciale/militare britannico potesse essere scosso da questo timore (mi sembra, a dirla tutta, una lettura ideologicamente orientata con cui si cerca di infilare ovunque il concetto di classe – a mio parere inesistente se non a livello statistico – per supportare le proprie idee politiche) ma non escludo che, magari inconsapevolmente, l’aristocrazia del denaro potesse avvertire un leggero brivido all’idea di una reviviscenza dell’aristocrazia di sangue. Certo è che questo timore avrebbe dovuto scomparire ben presto, o esser limitato alla Gran Bretagna, il che non è avvenuto e ciò dimostra che quella lettura è in gran parte erronea. Nel romanzo di Stoker ci sono invece (e ben più evidenti!) altri due timori “storici” uno non più attuale, l’altro tornato attuale. Il primo è la presenza di oscurantismi medievali nell’epoca del positivismo. Il romanzo ci narra la sconfitta di questi rigurgiti di medioevo grazie alla scienza e alla conoscenza… ma questa storia – e questo timore – non è più attuale. Il secondo timore storico è quello dell’immigrato che sparge un contagio letale che rischia di trasformare la società di arrivo in una società di simili all’immigrato stesso. Penso di non dover aggiungere altro. È però palese che questa paura – che non c’era per esempio negli anni centrali del secolo scorso – è un elemento più volte raccontato, ma che, previo necessario aggiornamento, ha ancora qualcosa da dire ai giorni nostri. Un cliché, quindi, che a un certo punto può anche smettere di essere un clichè e acquisire un significato attuale. Nel romanzo di Stoker c’è poi (c’è anche altra roba, ma lasciamo stare) una paura connaturata all’essere umano, vale a dire la paura della morte e che non soltanto l’ignoto irrompa, come fatalmente accadrà a tutti noi, anche se ci piacerebbe scordarlo, nelle nostre vite, ma che l’equilibrio e la barriera tra vita e morte vengano violate (il conte è un non – morto) e quindi l’ordine delle cose sia sconvolto. La forma di questo timore è il vampirismo, sublimato del cannibalismo, ma la sostanza attiene al nostro più profondo essere e quindi, anche se le sue forme sensibili possono subire alterne vicende e fortune nonchè corsi e ricorsi (le storie di vampiri hanno veramente rotto le scatole e per fortuna da un po’ non ce ne sono di nuove), non svanirà mai.

Per questo motivo, prima di evitare i cliché è bene chiedersi se siano davvero cliché o forme di sostanze più profonde, nel qual caso sarà bene non trattarli con troppa superficialità poiché, se afferiscono a qualcosa che ha a che vedere con la natura umana o il contesto attuale, potrebbero avere qualcosa da dire.

Sempre per questo motivo, sarà bene guardarsi da un altro cliché, cioè quello della ricerca dell’originalità a tutti i costi delle forme. Come visto, certe paure sono, o sono ancora attuali, o sono sempre attuali.

Cercare di parlar d’altro – come anche parlare sempre delle stesse cose nello stesso modo – porta inevitabilmente al ridicolo e, non a caso, la crisi di un genere è segnalata, oltre che dalla riproposizione seriale di certi stilemi, dal proliferare delle parodie.