MANIFESTO della DESISTENZA

ritratto di Davide Cantino

Usando dei termini tratti sia dalla storia della Seconda Guerra Mondiale sia dalla teologia di san Tommaso d’Aquino, potremmo dire che la redenzione dell’umanità si può ottenere o con il collaborazionismo delle forze superiori dell’anima (umana) con lo Spirito di Dio, o con la resistenza delle parti inferiori dell’anima (umana) stessa alla carne dell’uomo: la prima redenzione è la redenzione dal peccato che vorrebbe Dio, la seconda redenzione è la redenzione dall’esistenza che vorrebbe la Desistenza. Quindi, o collaborare con lo Spirito divino oppure resistere alla carne umana: collaborare con lo Spirito è accettare la grazia, resistere alla carne è rifiutare la disgrazia.

La redenzione che offre la resistenza della desistenza implica l’essere disposti a sacrificare i figli non ancora concepiti, la redenzione che propone il collaborazionismo comporta l’essere disponibili a sacrificare i figli già concepiti: si tratta solo di vedere quale dei due sacrifici è più “inconcepibile”. La croce del collaborazionismo è la sottomissione al Superiore, il patibolo della resistenza è l’insubordinazione all’inferiore: il collaborazionista si salva (o, meglio, spera di salvarsi) sottomettendosi alla sua ragione, per fede; il resistente (o, meglio, il desistente) crede di salvarsi non soggiacendo al suo istinto, per ragione. La redenzione sperata dal collaborazionista è concessa in grazia di Dio, quella creduta dal desistente è conquistata in forza dell’Uomo.

La redenzione della resistenza è una conquista dell’Uomo stesso, che sacrifica, con la ragione (e a ragione) l’istinto di procreare della propria natura; la redenzione della desistenza si compie in questo mondo, quella dell’esistenza nell’altro. Io, profeta della desistenza, preferisco credere alla forza d’animo piuttosto che alle virtù dell’anima: la forza d’animo garantisce una redenzione per ragione, non per fede, e quindi può essere fermamente creduta; la virtù dell’anima, invece, si rende garante di una redenzione per fede non garantita dalla ragione. Il desistente preferisce credere al credibile, piuttosto che sperare nell’incredibile; preferisce aver ragione, che aver fede.

 

Se, come dice Tommaso d’Aquino, «la causa del peccato originale è l’atto della generazione» in quanto «appartiene alla potenza generativa» (cioè al concupiscibile); e, se veramente «l’infezione del peccato originale esiste virtualmente per prima in queste potenze come nella causa», la creatura ha la “potenza” di evitare l’«infectio originalis peccati» con la “virtù” del suo sommo sacrificio: rinunciare alla procreazione, desistere dal generare, desistere dal far esistere, cioè sacrificare la propria generazione. Se una sola generazione sapesse e volesse compiere questo altissimo sacrificio, l’Altissimo non avrebbe più bisogno né di salvare né di dannare nessuno: con buona pace del cristianesimo, e di sant’Agostino, l’uomo può salvarsi da solo. La salvezza per fede va sperata, quella per ragione va semplicemente creduta.

Tommaso d’Aquino dice che il peccato originale è quello che rese possibile la ribellione (sic!) delle potenze inferiori a quelle superiori – rebellio inferiorum virtutum ad superiores – ma io credo che la vera ribellione delle virtù inferiori sia quella che può salvare e redimere le virtù superiori: si tratta solo di convincersi, una buona volta, che ci si deve salvare dall’esistenza, non dal peccato; dalla vita, non dalla morte. E, per salvarsi dalla vita, basta fomentare la ribellione delle “inferiores virtutes”: esse sono il fomite della vita, complice l’istinto, innaturale, di sopravvivenza (o conservazione). Dite tutti con me:

 

CONCUPISCO REBELLIONEM

AD FOMITEM CONCUPISCENTIAE

 

Fomento la ribellione al fomite della fomentazione procreativa. La non avversione (AVERSIO) dell’istinto dalla conversione (CONVERSIO) della ragione alla desistenza è la dissipatio humani generis di cui scrisse il buon Guido Morselli. La “dissipatio” è vera virtù, e non dissipazione: dissipato è chi fomenta il fomite generativo subornando le forze della ragione, cioè le forze dell’ordine più atavico e primordiale, il nonessere, da cui anche il Creatore dovette trarre tutto ciò che creò (= creatio ex nihilo).

Tommaso d’Aquino dice che, «in via generationis», «l’allontanamento dal bene immutabile segue la conversione verso i beni mutevoli, ma la natura del peccato attuale raggiunge il suo compimento nell’allontanamento dal bene immutabile»: il collaborazionismo istiga la creatura alla procreazione analogamente a come il Creatore fu istigato per virtù propria alla creazione in forza del suo stesso Essere, naturalmente portato a porre in essere; la resistenza sconfessa l’assioma tomistico secondo il quale «aversio sequitur conversionem in via generationis» (= la diversione dal bene non percorre il sentiero della vita): la ragion d’essere è quella che porta a compimento la conversione alla vita, ma, parimenti, la ragion di non essere compie il moto di avversione che salva dalla vita.

Tommaso d’Aquino dice che il seme dell’attuale peccato matura e cresce nell’avversione che “diverte” dal bene della vita, dal bene di essere; e, tuttavia, ad onta del presunto falso benessere attribuito all’esistenza, la desistenza crede che “ratio gratiae actualis perficitur in aversione a disgratia”. Se «per prius est peccatum originale in voluntate», allora io dico che “per posterius est gratia originalis in noluntate”: la grazia originale è primariamente nel non voler generare.

 

Tommaso d’Aquino dice che «Causa originalis peccati est actus generationis». Benissimo, Tommaso. Allora vuol dire che la generazione non è “ad-atta”: ad actum. La salvezza non è “in generationis actu”, per quanto il cristianesimo abbia voluto farlo credere “in Salvatoris generatione”. Se il peccato originale è un’infezione (sic!) che si trasmette per via seminale, semina bene chi razzola male, cioè chi non semina affatto (per raccogliere figli).

Tommaso d’Aquino dice che la giustizia non risiede nell’irascibile e nel concupiscibile, bensì nella volontà – iustitia non est in irascibili et concupiscibili, sed in voluntate –: ma io vi dico anzi che certamente la giustizia è nella volontà, però nella volontà di non volere, con l’aiuto della ragione, che il cazzo, concupiscente, continui a volere ciò che fa incazzare l’irascibile, cioè a voler fecondare. Dite tutti con me:

QUI IN PENI CONCUPISCIT,

IN POENIS IRASCETUR.

 

Chi col pene cazzeggia, nelle pene s’incazzerà. L’avversione all’Essere (= “la” Vita), è, per il cristianesimo, peccato: la conversione è infatti il ritorno all’Essere senza l’avversione «dalla / per la» Vita. La desistenza professa, al contrario, un ANTICREDO secondo il quale solo l’avversione all’esistenza è conversione salvifica, anche se non per questo il desistente può dirsi un anti-Cristo.

Cristo cercò di sanare le ferite (prima dell’anima, poi del corpo), e in questo è la sua proposta di salvezza. Il desistente cerca di evitarle, le ferite, e in questo è la sua proposta di salvezza. C’è però una differenza sostanziale, tra il CREDO cristiano e l’ANTICREDO desistente: la proposta cristiana impone il “dono (sic!) della vita” ed anche la dannazione a chi non l’accetta, mentre quella della desistenza condona a tutti (i non nati) la pena della dannazione permettendo a tutti la salvezza dalla morte eterna dell’Inferno. La leva obbligatoria del cristianesimo non solleva tutti dall’obbligo della dannazione, e poco importa, che questa “leva” imputi al “levato” la colpa di non poter essere “sollevato” (alias: va all’Inferno solo chi ci vuole andare).

Il cristianesimo pone nella «carentia visionis divinae» (= privazione della visione di Dio) la pena dei dannati; la desistenza invece propone nella “carentia visionis humanae” la beatitudine dei salvati: è la privazione della visione umana (non vedere più esseri umani sulla faccia della terra) il vero paradiso dell’umanità; non vedere mai più “anima viva” in terra è la gioia più celeste. Repugnat voluntati? Ma a quale volontà, ripugna? Alla volontà animale? O a quella razionale?

«Peccatum originale est per prius in irrationabilibus partibus animae» (?) Ovvio! Ma le parti irrazionali dell’anima si possono domare, con una castità anticoncezionale, la quale non impone l’astinenza sessuale, ma solo quella procreativa. Sono finiti, i tempi tomistici nei quali la ragione era creduta il tramite privilegiato tra anima e Spirito; i tempi nei quali si credeva che la ragione dovesse sottomettersi alla volontà procreatrice in ossequio a quella creatrice.

«Peccatum originale est quaedam perversio regiminis animae» (?) «Sed regimen animae pertinet ad rationem» (?) REGIME… già in questa parola del gran dottorone Tommasuccio si sente il medioevale autoritarismo del totalitarismo ontologico. L’anima razionale è regina, nel regime dell’essere umano cattolico: regina maschilisticamente sottomessa al suo Re, l’Essere. La ragione sarebbe dunque la secondina della grazia? la mediatrice-levatrice che fa da sensale affinché le nozze mistiche tra anima e Spirito possano celebrarsi al fine di generare la vita eterna del corpo? Il corpo è un pretesto, per i testi sacri: un pretesto che fa leva solo su coloro che temono di non poter più, dopo la morte, adempiere al servizio (eu?)caristico della vita.

Militarismo puro, quello del cristianesimo; militarismo che mette in croce tutti i soldati per amor del suo Generale. Ma il desistente è obiettore di coscienza, perché obietta al Generale: gli rinfaccia la morte di TUTTI i suoi soldati. Il Generale cattolico manda tutti a morire nella grande guerra della vita, promettendo una vittoria postuma: impone la sconfitta “in vita” promettendo la vittoria “post mortem” (!). Il desistente non vuole, però, condannare i propri figli (non ancora concepiti) ad una sconfitta certa nella speranza di una vittoria possibile: sì, possibile, dal momento che è possibile che qualcuno resti sconfitto anche oltre la morte, finendo nel cosiddetto Inferno. Va bene piangere i caduti all’«altare della patria», ma non i dannati all’«altare del Padre»!

E poi, non si può credere, a un Generale che condanna a morte i disertori: questo tipo di generali li abbiamo già (avuti?) in questo mondo, e non li vogliamo certo anche nell’altro, mondo. Il Generale divino è troppo antropomorfico: è la generalizzazione cattolica dei generali umani, di quei generali che giustiziano con la pena capitale coloro che si rifiutano di combattere. La commissione esaminatrice del “Giudizio Universale” sarà forse una specie di corte marziale?

I desistenti non vogliono combattere. I desistenti odiano la guerra e quindi odiano la vita; e se la Vita è Dio, ebbene sì: i desistenti odiano Dio! e lo odiano di cuore, innanzitutto perché quel “dio” condanna a morte chi lo odia, ed anche chi semplicemente non lo ama. Il Dio cristiano è un dio dell’odio camuffato da amore; è un dio della guerra travestito da dio della pace: è un ambasciatore di pace che porta la spada. L’ambascia della vita è annunciata da quel Supremo Ambasciatore che è l’Essere: la sua “pace” è pattuita ed estorta col ricatto, cioè con la minaccia di non essere più in eterno (vivi). Il desistente non scende a patti, con divinità di questo genere, generalissimo, di generali cattolici.

Il governo dell’anima (regimen animae) non è il regime dell’Essere: noi disertiamo le regioni superiori dell’anima, che collaborano con il Nemico, e ci rifugiamo, come partigiani del nonessere, sulle montagne, ben più alte, dei banditi: dei banditi dall’Essere. Le nostre forze, inferiori, resistono tuttavia strenuamente e indefessamente alle perbeniste potenze celesti e virtuose della ragion divina. Noi voliamoperché vogliamo: vogliamo credere di aver ragione per non dover sperare di aver fede. Dite tutti con me:

 

Con la RAGIONE si CREDE, di aver ragione.

Con la FEDE si SPERA, di aver ragione.

 

Il nostro protestantesimo professa e crede la giustificazione per ragione, abiurando e spergiurando la giustificazione per fede. Dite tutti con me:

 

Tu, con le tue OPERE ASSISTENZIALI,

mostrami la tua fede,

ed io, con le mie OMISSIONI DESISTENZIALI,

ti dimostrerò la mia ragione.

 

E sia questo il nostro motto finale:

 

Con la FEDE, tu SPERI di aver ragione;

Con la RAGIONE, io CREDO di aver ragione.

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