IL RAPIMENTO

ritratto di ROBBY

Come tutte le mattine, anche quel giorno Sebastiano si era alzato presto per andare al lavoro, non potendo sottrarsi al condizionamento ricevuto sin dalla più tenera età: suo nonno prima, e suo padre poi, avevano ripetuto, come un mantra, che tocca al padrone   alzare la saracinesca al mattino e riabbassarla la sera, ad essere il primo ad entrare in ditta e l’ultimo ad uscirne.

Il bisnonno, semplice  ciabattino, unico dipendente di se stesso, non aveva mai pensato che qualcun altro potesse aprirgli la botteguccia, che peraltro era contigua alla modesta casa di famiglia; il nonno, che aveva seguito il padre nel mestiere, nell’immediato dopoguerra  era riuscito a metter su un piccolo laboratorio artigiano,  impiegando tre o quattro lavoranti, senza peraltro abbandonare, egli stesso, lesina e deschetto, dove, oltre a riparare scarpe e stivali, ne fabbricava di nuovi, che vendeva al mercato locale. Il padre, che era riuscito a diplomarsi perito industriale, cavalcando l’onda ancora lunga del boom economico, aveva sviluppato quel primo nucleo in una fabbrichetta ben avviata, con una cinquantina di operai, in prevalenza donne.

Sebastiano, laureato in economia aziendale, aveva a suo tempo, e per tempo, compreso che, prima o poi   Cina, Vietnam, ed altri paesi emergenti di quelle parti avrebbero prodotto scarpe a bassissimo costo, anche se di qualità, diciamo così, non eccelsa, che comunque avrebbero messo fuori mercato le sue, ottime   ma molto più care, e quindi, con il marchio Seby, si era avventurato nel settore del lusso, producendo calzature, borse e oggetti di pelletteria in genere.

La sua intuizione si era rivelata vincente, ed oramai i prodotti Seby erano venduti con successo in numerose boutique in franchising, aperte nelle più famose strade della moda nelle più importanti città di tutto il mondo.

Con l’arrivo della crisi, l’altissima qualità  della sua produzione era stata ulteriormente incrementata, perché, quando moltissimi perdono, i pochi che vincono  vincono  moltissimo, e ci tengono a farlo vedere: così aveva  lanciato una linea, prevalentemente rivolta al pubblico femminile, ma non disdegnando di ammiccare un po’anche a quello maschile, di prodotti rifiniti in foglia d’oro zecchino, riesumando le antiche tecniche dei miniaturisti di codici e dei pittori di santi e madonne, integrate da alcuni nuovi processi produttivi rigorosamente mantenuti segreti.    

Scarpe, borsette   e cinture d’oro, per non parlare dei portafogli, erano, allo stesso tempo, di un kitsch straordinario e di un prezzo stratosferico, e quindi andavano a ruba tra sultani ed   emiri arabi, oligarchi e mafiosi russi (ammesso che sia possibile distinguere tra le due categorie), narcotrafficanti sudamericani e simili, che ne adornavano compiaciuti le favorite del momento. Anche alcuni camorristi nostrani, quando venivano stanati ed estratti dai loro bunker sotterranei, dove trascorrevano una vita da sorci, si rivelavano, tuttavia, dei sorci dagli accessori dorati.

Sebastiano, anzi Sebastian, come amava farsi chiamare ora, era un uomo ricco. Già con suo padre la famiglia si era trasferita in una villetta moderna alla periferia del paese, ma a  lui quella    sistemazione non era più sembrata adeguata: era riuscito ad acquistare dai proprietari, che non   potevano più permettersela, una sontuosa villa patrizia di campagna, che aveva fatto restaurare ed arredare da un archistar, dal quale si era fatto progettare e realizzare anche uno stabilimento consono  ad un’azienda che aveva ormai scalato tutte le classifiche di vendita ed il cui patron era divenuto un autorevole rappresentante del mondo confindustriale.

Dopo aver consumato l’abbondante colazione che la cuoca gli aveva preparato – aveva preso l’abitudine del american breakfast nei due anni che aveva trascorso a Boston per un master presso la prestigiosa Sloan School of Management - rientrò in camera da letto per dare il buongiorno a  sua moglie Giovanna, alla quale una cameriera aveva appena portato il caffè del risveglio,   per poi passare a dare un’occhiata ai due figli gemelli, ancora addormentati,   che   una tata extracomunitaria (infatti proveniva dalla Svizzera tedesca) stava accingendosi a svegliare per poi prepararli per la scuola..

Uscito dalla porta della villa, l’attendeva la Enzo Ferrari, che l’autista stava finendo di lucidare:

“Buona giornata, signore, ha ordini    per me?”

“No, Carlo, niente di particolare, il solito, con la Mercedes accompagna prima i ragazzi a scuola, poi vieni a riprendere la signora, che deve andare in città per il suo giro di acquisti. Ti dirà poi lei cosa fare ancora. Naturalmente la farai accomodare sulla Bentley”

“Bene signore, come vuole, buon lavoro.”

La potente auto percorse   il viale che attraversava il parco della villa, fino al cancello automatico che si aprì sulla strada comunale, che di solito era pochissimo frequentata. Sebastiano fu pertanto molto sorpreso e seccato nel vedere un furgone bianco, fermo in mezzo alla strada che la bloccava, pochi metri dopo il suo cancello. Ma la sua irritazione si dileguò subito, di fronte al drammatico spettacolo di una moto abbandonata al suolo, con accanto quello che doveva essere il motociclista, riverso a terra immobile, con ancora il casco indossato. Un uomo, verosimilmente il conducente del furgone era chinato sul caduto, cercando evidentemente di soccorrerlo.

Sebastiano scese dall’auto e si avvicinò, per accertarsi delle condizioni del motociclista, e, mentre si chinava anche lui sul corpo disteso, si sentì afferrare da tergo da un braccio che lo strinse con una presa ferrea, mentre una mano gli premeva su naso e bocca un tampone d’ovatta imbevuto di un liquido dall’odore dolciastro e pungente.

Si risvegliò in un ambiente puzzolente a lui sconosciuto, ancora stordito, con la gola in fiamme ed un’arsura feroce, disteso su un materassino di gomma rossa e blu da spiaggia. Doveva essere ormai quasi il tramonto, a giudicare dalla poca luce che penetrava da due piccole finestrelle poste in alto, munite di sbarre, al limite delle travi di legno che sostenevano un soffitto a tavelloni, inclinato. Dal soffitto pendeva   una sudicia lampadina appesa ad un filo, dal quale si srotolavano, apparentemente da lustri   per come erano completamente ricoperti di insetti mummificati, alcune strisce acchiappamosche.  

Questo era quanto poteva vedere dalla sua posizione supina; Sebastiano si sentì abbastanza in gamba da tentare di sollevarsi, e così scoprì due terribili condizioni. Alla sua gamba sinistra era stato applicato un anello, chiuso con un lucchetto, dal quale si snodava una catenella di acciaio che terminava in un altro anello, infisso alla parete, in alto, dalla parte dove il soffitto era rialzato, non raggiungibile se non con una scaletta. Ma ancora più umiliante dell'essere legato come uno schiavo, fu l'accorgersi che il fetore che sentiva proveniva da se stesso, e con raccapriccio comprese che, in qualche momento della sua incoscienza, i suoi sfinteri si erano rilassati.

Tuttavia, pur appartenendo alla terza generazione imprenditoriale (il nonno fonda l'industria di famiglia, il padre la consolida ed espande, il figlio la dilapida), Sebastiano era un uomo forte e risoluto, e rapidamente realizzò quello che era accaduto:

"Bene, quindi è successo, sono stato rapito. Porca puttana, ma proprio con me doveva ricominciare la piaga dei rapimenti a scopo d'estorsione? Chissà cosa chiederanno, per liberarmi".   E subito dopo lo colpì un altro pensiero:

"Se poi mi libereranno vivo".

Si fece forza, scacciò i pensieri più negativi, si mise faticosamente in piedi e, pur nella semioscurità esaminò la sua prigione.

Era un ampio stanzone rettangolare, con una grande porta di lamiera su uno dei lati corti, ed una piccola porta di legno sul lato opposto; il pavimento era lastricato con grosse pietre irregolari, e in basso lungo un lato lungo, quello dove la parete era più alta, correva   una struttura di cemento che Sebastiano, ancora di recente discendenza contadina, riconobbe immediatamente come una mangiatoia.

"Quindi mi hanno nascosto in una stalla abbandonata, chissà quanto lontano da casa. Ma non resisto dalla sete, che mi portino almeno un po' d'acqua!".

E poi cominciarono a rincorrersi pensieri angosciosi:

"Mio Dio, chissà cosa starà passando Giovanna, non mi sono fatto sentire come al solito. L'avranno già contattata, 'sti maledetti? E i ragazzi? Spero che Giovanna sia stata attenta a non preoccuparli. La Polizia sarà stata avvertita, mi staranno già cercando? M forse no, magari è presto, ancora staranno cercandomi per ospedali. Ma la macchina ferma davanti al cancello? Sicuramente i rapitori l'avranno nascosta chissà dove, e se hanno chiamato a casa magari avranno detto di non avvertire la Polizia se vogliono rivedermi vivo...!".

Improvvisamente, evidentemente manovrata da un interruttore esterno, la lampadina si accese di una luce fioca, la porticina si aprì, ed entrò un uomo in tuta da meccanico, con il viso nascosto ida un passamontagna.

"Acqua, per favore acqua..." implorò Sebastiano, riuscendo a malapena ad emettere un filo di voce, tra il dolore alla gola e la lingua e le labbra gonfie.

Per tutta risposta l'uomo riuscì, rientrando immediatamente con un tubo di gomma di due o tre   metri, che collegò ad un rubinetto che stava accanto alla porta, e che Sebastiano non aveva notato. Del resto, la lunghezza della catena non gli avrebbe permesso di raggiungerlo, come pure non avrebbe potuto raggiungere né le porte né le finestre.

Sempre in silenzio il suo carceriere aprì l'acqua e gli diresse il getto addosso, prima all'altezza del viso, per farlo bere, poi all'altezza dei fianchi, evidentemente non sopportando anche lui il fetore che avvolgeva Sebastiano, chiuse l’acqua e se ne andò.

Ricomparve dopo circa una mezzora, con in una mano una scatola trasparente di quelle usate per acquistare cibi pronti, una bottiglia di plastica nell'altra, una tuta come la sua su un braccio, e dopo aver riempito la bottiglia al rubinetto, depositò   tutte le cose in terra, ad una distanza che potesse permettere al prigioniero di raggiungerle, quindi, senza profferire parola, se ne andò. Questa volta Sebastiano l’aveva osservato con attenzione: era piuttosto basso, grassoccio, e da come si muoveva doveva essere piuttosto anziano.

Sebastiano si trascinò fin lì, ignorò completamente il cibo, in una sola sorsata bevve metà dell'acqua e con l'altra meta   e frammenti di stoffa strappati dalla camicia cercò di lavarsi sommariamente, poi asciugatosi con altri pezzi di camicia, indossò la tuta. e presi i resti dei suoi abiti li tirò nell'angolo più lontano.

Solo a quel punto gettò uno sguardo sulla scatola, che conteneva una fetta di pizza tossa ed un paio di supplì, ma naturalmente il suo stomaco non era nelle condizioni di assumere del cibo.

Si ridistese sul materassino, non senza prima averlo girato, e nonostante tutti i suoi sforzi per rimanere sveglio, quando la luce, così come si era accesa, improvvisamente si spense, cadde in un sonno che si può immaginare turbato da incubi.

Le prime luci del nuovo giorno svegliarono Sebastiano, che ebbe bisogno di qualche momento per ricordare dove si trovava e perché.  Ma la moltitudine di doloretti che lo tormentavano per aver giaciuto molto tempo su di un materassino quasi sgonfio su di un pavimento di pietra, lo riportò subito alla realtà, con tutte le sue incognite. Ed inoltre il suo stomaco stava protestando per il ormai lungo digiuno.

Sicuramente il mio rapimento è ormai noto alla mia famiglia, forse…

I suoi pensieri furono interrotti dall’ingresso di due uomini, lo stesso del giorno prima ed un altro, entrambi in tuta e passamontagna; Sebastiano non poté evitare di pensare che le loro sagome gli ricordavano Stanlio e Ollio, ma il pensiero non lo divertì. Ollio recava una sedia di plastica bianca, mentre Stanlio aveva in mano un quotidiano e un cellulare appeso al collo. Ollio gli depose vicino la sedia, gli fece segno di sedersi, e a quel punto Stanlio gli porse il giornale, il principale quotidiano locale, con la prima pagina bene in vista, indicandogli di tenerlo spiegato di fronte a sé. Poi, fatti due passi indietro, gli scattò la foto.

“Questo per dimostrare che alla data di oggi sono ancora vivo?” non poté trattenersi dal dire Sebastiano “ma lo sarò anche un domani, quando scoprirete che non avrete un soldo dalla mia famiglia? Liberatemi e finiamola qui, non sono in grado di fornire elementi che permettano di risalire a voi”.

Stava evidentemente bluffando e millantanto una sicurezza ben lontano da possedere.

Stanlio uscì, Ollio raccolse la scatola del cibo, gliela pose vicino, con la bottiglia che nel frattempo aveva riempito, e questa volta parlò:

 “Ti piace fare lo sbruffone e comandare, ma qui non sei nella tua fabbrica, qui nessuno scatta ai tuoi ordini”.

Se ne andò, lasciandosi dietro la sedia sulla quale sedeva ancora un Sebastiano improvvisamente raggelato.

Aveva riconosciuto la voce, con un’inflessione dialettale caratteristica, che, con la figura fisica dell’uomo, non poteva essere che quella di Antonio, il vecchio custode dalla fabbrica di suo padre, il quale, quando si era ritirato, gli aveva raccomandato di continuare a tenerselo, perché era stato il suo primo collaboratore, ed aveva un debito di gratitudine con lui. E Sebastiano aveva aderito con piacere al desiderio del padre, anche se l’ormai vecchio Antonio non era di alcuna utilità nell’azienda.

Mio Dio, Antonio, non può non sapere che parlando si è fatto riconoscere! E questo vuol dire una sola cosa: non uscirò vivo di qui! Vivrò solo fino a quando non sarà pagato il riscatto, e poi… Antonio, chi poteva immaginarsi che covava tanto rancore, tanta invidia, tanto malanimo per la mia famiglia, che lo ha sempre considerato quasi uno di noi”.

La consapevolezza della sua prossima morte gli aveva fatto dimenticare i crampi allo stomaco, la sete, i dolori muscolari: rimase seduto sulla sedia, inebetito, continuando a ripassare i ricordi essenziali della sua vita, belli e brutti, la morte dei genitori, l’incontro con Giovanna, il matrimonio, la nascita dei gemelli, la cerimonia al Quirinale quando era stato insignito del Cavalierato del Lavoro…..

E non poté non indulgere all’autocommiserazione per ciò che gli stava capitando, quello che sarebbe successo ai suoi cari, il loro dolore per la sua morte, la rabbia per l’inutile salasso economico, il probabile fallimento dell’azienda, i suoi dipendenti per strada….

Come avrebbe affrontato il momento decisivo, con coraggio o con viltà, e poi?  sarebbe stato il nulla, o il rimpianto per tutto ciò che aveva perso sarebbe durato una eternità?  

Rimase così, in uno stato di profondo abbattimento, ignaro del tempo che scorreva, del buio che a poco a poco penetrava nella sua prigione, metafora dell’angoscia che sempre più permeava la sua coscienza.

I rumori che pervenivano da fuori della grande porta di lamiera lo richiamarono in sé.

E’ già arrivato il momento? Oh…forse, mi hanno trovato, vengono a liberami…

Il grande battente si spalancò di colpo, verso l’esterno, ed una luce accecante lo costrinse a chiudere gli occhi, senza aver potuto vedere nulla.

Poi, udì la voce di Giovanna che gridava:

“Sorridi, sei finito su scherzi del cazzo!!!!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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