La selva oscura dei poeti

ritratto di Antonino R. Giuffrè
Un mio testo, di sette anni fa, che ironizzava sui poeti (?) da web. 
 
Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una Selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Nel bujo cancelloso ed inconsciente, a mano a mano con Grande Quercia, assicutavo una Luce ariannina, tra aspri speroni e feroci arpie dagli occhi chini di merdiccia. L'Infernanza, sembrava. Sembrava l'Infernanza ovunque le mie pupille seguissero i punti all'orizzonte, tant'erano il sangue, l'ignonimia, l'ignoranza e la speranza senz'isperanza.
-Oh Tonio? Ci hai il passo sicuro per questa land desconciertata?
-Perché, Quercia? Ove siamo capitati?
-Nel posto che alcuni dicono "Paradise Regained", ed altri " Poesia Rabberciata". Qui non c'è strada che faccia al caso nostro. Se pure quella Luce Lucina ci guidasse ancorancora fino alla fine di questo scopajolo, in ogni caso, noi non ci salveremmo. È il caos. Lo vedi quel gruppetto di poetucci intorno al fuocherello intenti a celebrar versi e messe? Sono loro che ci arrovinano il gusto di poetare allegramente!
Ante che fossi colto da un brivido di miseria pella vista di quei poverelli condannati a soffrire nella loro istessa mollezza, mi accorsi ch'erano anco costretti a frugar di monnezza, e trovarci i rimasugli sugliardi del dolce e dolcetto ove vi fossero, sempre se fossero. Una di quelle ci aveva le labbra abbraciate, la vecchiaja a fiaccarle i fianchi e lo stomaco, e un sorriso, pardon, una paralisi sorridente, ad illuminar il quarto di fulgente ipocrisia.
-O Quercia, sai mica dirmi di chi si tratta? Chi è quella che, in quel piacevole convivio, trova gusto a plagiare l'allegria?
-Quella? Quella è Fioretta. E appresso a lei, Enzino Lombardo, Latogna, Capelli Bianchi, Pizzetto e Geppetto, e tanti, tanti altri alla mucchia.
-E che fanno? Pare che smorfino i romantici italiani...
-Ragione hai, Tonio. Stanno sempre a ripetere a risucchiare a rincavolare le medesime rime alearde. E ci trovano conforto a sentirsi poeti. Dico, chiaro che non lo sono, però quella è una comunità picciola e coccolosa dove tutti sono buoni, gentili, umili, amorevoli e supplichevoli - solo tra loro s'intende -, e dicono a vicenda che s'amano e rispettano alle midolla. E poi, poi... Sapessi le cornacce e le frecciate che s'involano alle terga. Io che sono uomo di paese, e ci ho un'età, so bonobono come evitarli ed evitare la mielezza senza zucchero.
Proseguendo di lena e pure di anca, anche più in là, tra rovi e discariche, stava una combriccola di poetucci, stavolta diversa diversissima da quella poc'anzi ignudata. Erano trasformati in uccellacci che si beccavano tra loro feroci e ferocemente, e, alla cola del sangue, lo inghiottivano come fosse oro immacolato. Alla mia attentio, particolarmente, venne una Gazza ladra con un boccale di birrazzo in bocca, e, sotto le ali, dei libracchi di Bukowski. Un poco ebbi scantanza ad avvicinarla, ma poi mi feci grosso e grasso alla voce:
-E tu a quale religio appartieni?
-Gra! Gra! A quella dei poeti sgrammaticanti! Gra! Gra!
-E che ci azzecchi, se sei vergine ai manuali ascoliani?
-Gra! Zitto! Zitto! Ci ho ragione! Ci ho ragione!

A tale presunzione, persi i sensi e la ragione. Solo quando riaprii gli occhiucci, m'avvidi che Grande Quercia non c'era più alle mie ispalle, e fui prigioniero di una setta cristica, tutta devota alla preghiera e allo sputo. Una, dal tono portoghese, pareva che ci avesse la lingua d'oro, crisostoma, favellando di Gesù, gli angeli, e Maria.
-Che tu sia benedetto, figliolo. Ti smarristi, ci hai bisogno della salvezza, traverso la fede e la devozione.
-Un puttanone?
-O Santi, e santi lumi! Che tu sia maledetto! Che tuoni e fulmini strazino le tue carni!
Furon sì tante le misericordie e le bontà e le fratellanze delle verba cristianorum che, da buon indiavolato, diedi loro un saluto caro e un ajuto di compensa, baci e abbracci da portare in Paradiso. Il riso, addunque, mi si tacque, al momento d'incrociar appresso i traditori. O che roditori! Nel fango a gittarsi il vomito il vocero la vodka, bestemmiando e bestemmiandomi. C'erano la Poetessa, Occhi di Gatto, Furbicciolo, ma soprattutto lui, Baffacci Neri.
-E meno male che... ti trattavo come un parente! - gli dissi a mezz'altezza.
-Schhhhhh! Devo audire! Devo audire per sparlare bene di Tonio!
-Ma sono io, Tonio!
-O Cazzeruola e cazzentini! Volevo addire di Pinocchietto o Vasilio!
-Ah! Ah! Vasilio è l'unico tra i pochi che s'assalva. Vergogna! Vergogna tu, e questa schifenzìa di teatro!
Baffacci Neri scomparve. Scomparve pure la sua ombra che più tosto era quella che aveva conversato, subdola subacida subagente, con me. Seguii quella Luce Lucina per un altro passo di lumachina. Infine, stanco e ormai stufo, abbandonai la Selva dei poeti per starmene solo sotto una vecchia quercia a modulare una canzone titiresca. Perché questo è l'ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell'uomo, di noi e degli altri.

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ritratto di Jazz Writer

ahahahahah

voglio coniare un nuovo termine toscano per questo godibile brano: "ganzerrimo"....ahahahah...ciaociao, buone vacanze.