Shade

ritratto di Venny Rouge

Shade
*
Sfumatura

Il riso risuona attenuato dal casco protettivo.

Nulla di particolarmente ingombrante, dalla struttura ovale.

Intravedo il volto che è rinchiuso.

Indubbiamente uomo; direi che abbia trent’anni, trentasei al massimo.

Rido anch’io di gusto.

Pensare di essere in questo palazzo per una sostituzione del personale scolastico fa sogghignare entrambi.

Né io né lui abbiamo le competenze necessarie. Ad accumunarci è la necessità economica.

Due settimane di lavoro saranno meglio che niente, però il dispendio di forze per esaminare gli aspiranti ci fa credere che sia in corso un gioco per frodare le statistiche sulla disoccupazione e che in ultimo procuri ancora più agio alla classe degli statali che faranno gli straordinari per trovare dieci nuovi maestri in poche battute.

- Vieni da lontano?

- No. Assolutamente. Ho casa in questa città, a pochi minuti da qui.

- Meno male; perché muoverti con il respiratore, deve essere fastidioso.

- Ci sono abituato, non pesa che un chilo o due.

- Quante ore di autonomia?

- Una giornata intera. Sono modelli evoluti.

La voce è riprodotta da un altoparlante situato chissà dove della diavoleria che lo appesantisce.

Osservo il cielo giallo fuori dei finestroni della sala bar annessa al palazzo.

Saranno le undici e già una quarantina di gradi e aumenterà ancora.

Accendo una sigaretta.

- Siamo nell’area fumatori, giusto? Domando.

- Vado alla ricerca di un’indicazione sulle pareti che individuiamo assieme:

- Sì. Puoi; conferma.

- Da fastidio per caso?

- No! Neppure l’avverto. Questa “Cosa” è pressurizzata, filtrata e climatizzata.

Cambio discorso.

- Sposato?

- No! Un tempo, avevo la ragazza e vivevamo assieme ma oggi no, non è possibile. Tu invece?

- Sì, da qualche anno.

- Figli?

- No, non ancora ma dimmi: non sei riuscito a rimanere con lei?

Ora ride di nuovo e mentre lo osservo, scruto di là del plexiglas che divide.

- Vedi questa scatola che ho in testa?

Annuisco avvertendo un leggero dolore agli zigomi.

Una cosa che mi capita quando tengo gli occhi stretti a spillo.

Mi rendo conto che sto forzando la mano per comprendere da cosa sia affetto.

- Sì la vedo.

- Questa cosa, non posso toglierla mai, dice.

Forse non importa, sussurro, comprendendo che il tipo che sta seduto al lato parla seriamente.

- Non puoi baciare. Alle volte si appanna e… non finisce la frase.

Distolgo lo sguardo. La scienza è andata avanti ma ha sempre un limite: ciò che non può restituire!

- Il mio volto; il mio viso, ripete, non esiste più. Sono il ritratto di qualcosa che non va e nessuna donna potrebbe stare con me.

La vita continua, affermo razionale mentre avverto fuoco nella carne e il pensiero nefasto: e se capitasse a me?

- Porto questa cosa perché ho una paura fottuta di morire, ma dentro lo sono altrettanto.

Ride nuovamente agitando la testa all’indietro.

Risa incomprensibili interrotte da singhiozzi e avviene in quell’ambiente asettico a pochi centimetri.

Un ultimo sguardo su quanto rimane di una disgrazia, di una vita interrotta, di sentimenti arrestati e di un collo bruciato di cui adesso squadro gli organi che lo compongono.

Poi il suono di una campanella riempie la sala e il vociare si fa più alto.

E’ il momento dei risultati:

Che vinca chi ha più bisogno, affermo sollevandomi dalla sedia.

- Che sia il migliore, risponde e ci avviamo verso la sala Grande lasciando dietro una piccola pozza umida.

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Gradimento