"“E quindi ieri hai vissuto?” mi ha chiesto il Macero. “Non so, ma c'ero”"

E' inevitabile spogliarsi quando 
rimani solo a casa.

Culo nudo sul pavimento, 
inizio a lavorare sulla metrica 
delle pance,
scollarle una ad una è un enjambement
sugli insulti ai grassi che non hanno filtri, 
meglio di questa ostinazione di 
immettere sconforto nel tuffare arachidi 
in una tazza di “sul serio, esistono 
persone che si stimano” e
“mi allunghi il martello 
che devo destrutturare l'essenza del trascorrere dei giorni”

Stampe stinte ingabbiate nei quadri in cucina,
senza occhiali,
appaiono come una tinteggiata 
di colori e sudore imperfetta 
come se le dentature allegre di quegli scatti
non rappresentino nient'altro 
che una pantomima
sul sentire generico, generale, astraibile. 

L'asse da stiro è ricolmo di lenzuola
a cui togliere le pieghe
e dovrei essere in grado di scongelare i cordon bleu
al posto di lanciare -nome riempibile di vodka- 
oltre il davanzale.

Il ritmo circadiano ha costruito una bara di vetri 
e David Blaine issato per più di 40 giorni
tra Tower Bridge e Lord Foster
mi chiede dove può trovare un feretro 
come il mio,
frammenti spalmati di mastice e noncuranza dell'altrui. 

 

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