Matteo Salvini e il problema degli immigrati

ritratto di oedipus

Quando, finalmente dico io, Matteo Salvini vinse le elezioni, tutti in Italia, ma proprio tutti, sia quelli di destra che quelli di sinistra, pensarono che l’assedio a casa loro da parte degli immigrati neri africani, quelli ospitati negli alberghi a cinque stelle e premiati con smartphone gratis a chiamate illimitate era finito.
Ma al primo Consiglio dei Ministri il grande Matteo si presentò con certi occhi vaghi, con sguardi mai avuti, incerti, e non più quelli volitivi sicuri di qualche giorno prima, quando aveva condotto la campagna elettorale in maniera davvero fantastica.
Tutti i Ministri tacevano in attesa, ma Matteo rimaneva incerto, non aveva ancora deciso se dire a tutti quello che pensava, o far finta di niente e dire semplicemente che l’argomento immigrazione clandestina aveva bisogno di qualche giorno di ponderazione e prima di prendere qualche decisione doveva consigliarsi con i partner europei, con la Le Pen e la Merkel.
Il fatto è che Salvini ricordava con chiarezza quando, lui era ancora agli inizi, l’Italia aveva preso la decisione di tolleranza zero nei confronti delle navi piene di immigrati e aveva mandato una corvetta militare sorvegliare le coste di Pantelleria. Quelli volevano fuggire via e eludere lo sbarramento, i marinai invece avevano ricevuto ordini precisi e volevano sbarrar loro la strada.
Ci fu uno scontro e gli immigrati se ne andarono giù con tutta la nave. Lui non se ne era mica dispiaciuto, ma il capo dell’opposizione non fece passare neanche un minuto, e dopo un’oretta era già lì sulla spiaggia di Pantelleria a guardare rintristito il mare e a piangere calde e amare lacrime di sentita sofferenza.
Impedire lo sbarco o lasciarli affogare in mare, come avrebbe preferito, non era possibile, troppo assordanti sarebbero state le eco mondiali, e troppi nemici si sarebbe trovato in un attimo addosso, pronti a sbranarlo.
«Sentite, – disse alla fine – non pensate mica che possiamo farli affogare tutti!»
In fondo al tavolo c’era un ministro dal corpo un po’ strano, dalla colonna dorsale ricurva, a dalla oratoria stupenda, uno che apparteneva a una formazione più estremista, per quanto riguarda gli immigrati, perfino del grande Matteo.
«Signor primo Ministro – disse alzandosi in piedi per farsi riconoscere da tutti gli altri – non c’è mica bisogni di dargli un calcio nel culo e ributtarli a mare!»
Sul Consiglio cadde un silenzio da camposanto e tutti rimasero sbalorditi, con gli occhi sgranati e la bocca aperta. Nessuno si aspettava un dietrofront così sfacciato.
Il gobbo attese un attimo ancora prima di tornare a parlare, giusto il tempo di creare quell’attimo d’attesa che facesse da amplificatore alle sue parole. Poi iniziò:
«In Lettonia la metà russa della popolazione ha sì il passaporto, ma non ha la cittadinanza, sono liberi di andare nei paesi che vogliono ma non possono votare alle elezioni politiche … Ecco noi dobbiamo fare lo stesso …»
«Ma i francesi, gli austriaci, gli svizzeri e gli sloveni se ne accorgeranno subito e chiuderanno le frontiere …»
«Ma noi non li faremo passare per le frontiere …»
«Ma questi arrivano senza documenti, come faremo a dar loro dei nomi?»
«Anche gli italiani che arrivavano negli Stati Uniti ai primi del novecento arrivavano senza documenti, eppure quelli se li pigliavano lo stesso e li facevano lavorare. Molti erano talmente capre che non sapevano neanche dire correttamente, in italiano dico, il nome del paese di provenienza …»
«Allora? – il gran Matteo aveva superato l’attimo di smarrimento e era ritornato a dominare il Consiglio – gli diamo il passaporto di non-cittadino e poi?»
«Poi è facile, facciamo un accordo con la Rayanair e compriamo a pochi euro i posti che rimangono vuoti, e ci mettiamo le nostre merde li impacchettiamo e lo mettiamo nel culo ai nostri cari alleati europei! Se nessuno parla non se ne accorgono.»
Salvini socchiuse un po’ le palpebre e lo guardò con odio. Aveva un altro, pericolosissimo, nemico!  
   

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