Da "Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna" di Paolo Cognetti

ritratto di Antonino R. Giuffrè

 

Qualche anno fa ho avuto un inverno difficile. Ora non mi pare importante ricordare l’origine di quel male. Avevo trent’anni e mi sentivo senza forze, sperduto e sfiduciato come quando un’impresa in cui hai creduto finisce miseramente. Un lavoro, una storia d’amore, un progetto condiviso con altre persone, un libro che ha richiesto anni di fatica. In quel momento immaginare il futuro mi sembrava un’ipotesi remota quanto quella di mettersi in viaggio quando hai la febbre, fuori piove e la macchina è in riserva sparata. Avevo dato molto, e dove stava la mia ricompensa? Passavo il tempo tra librerie, negozi di ferramenta, l’osteria davanti a casa e il letto, a contemplare il cielo bianco di Milano dal lucernario. Soprattutto non scrivevo, che per me è come non dormire o non mangiare: era un vuoto che non avevo mai sperimentato.

 

In quei mesi i romanzi mi respingevano, ma fui attratto da storie di persone che, per rifiuto del mondo, avevano cercato esperienze di solitudine nella natura. Lessi Walden di Thoreau, La mia prima estate sulla Sierra di
John Muir, Storia di una montagna di Élisée Reclus. Quegli scrittori erano giovani uomini come me quando dissero addio alla civiltà per andarsene nei boschi. Mi colpì specialmente il viaggio di Chris McCandless, raccontato da
Jon Krakauer in Into the Wild. Forse perché Chris non era un filosofo dell’Ottocento ma un ragazzo della mia epoca, che a ventidue anni aveva lasciato la città, la famiglia, gli studi, un futuro brillante concepito secondo i canoni della società occidentale, ed era partito per un vagabondaggio solitario che sarebbe terminato in Alaska, con la morte per fame. Quando la storia divenne nota molte persone giudicarono la sua scelta idealistica, una fuga dalla realtà se non proprio una pulsione suicida. Io sentivo di capirla e dentro di me la ammiravo. Chris non fece in tempo a scrivere un libro, forse non ne aveva nemmeno l’intenzione, così non sapremo mai come la pensava lui. Ma amava Thoreau e ne aveva adottato il manifesto: «Andai nei boschi perché volevo vivere secondo i miei principi, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, per vedere se fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non avere vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, né fare pratica di rassegnazione prima del necessario. Volevo vivere profondamente e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo vigoroso e spartano e distruggere tutto ciò che non era vita, falciarlo via con ampie bracciate
radenti al suolo, chiudere la vita in un angolo e ridurla ai suoi minimi termini. E se si fosse rivelata miserabile, volevo trarne tutta la genuina miseria e mostrarla al mondo; se invece fosse stata sublime, volevo conoscerla con l’esperienza e renderne conto nella mia narrazione».
Io non tornavo in montagna da dieci anni. Fino ai venti ci avevo trascorso tutte le mie estati. Da bambino di città, allevato in appartamento, cresciuto in un quartiere in cui non era possibile scendere in cortile o per strada, la montagna aveva rappresentato per me l’idea più assoluta di libertà. Avevo imparato a muovermi lassù con un’iniziale brutalità e poi molta naturalezza, come altri bambini imparano a nuotare perché un adulto li butta in acqua: a otto anni avevo cominciato a camminare sui ghiacciai, a nove ad arrampicare su roccia e a sedici ormai andavo in giro da solo, ed ero molto più a mio agio sui sentieri che per le strade della mia città. Per dieci mesi all’anno mi sentivo costretto in abiti buoni, e in un sistema di autorità e di regole a cui obbedire; in montagna mi sbarazzavo di tutto e liberavo la mia natura. Era una libertà diversa da chi è libero di viaggiare e incontrare persone, o di passare la notte a bere, cantare e corteggiare le donne, o di trovarsi dei compagni con cui salpare per grandi imprese. Tutte libertà che apprezzo, tanto che a vent’anni mi sembrava importante esplorarle a fondo, ma a trenta
avevo quasi dimenticato com’era stare da solo in un bosco, o immergermi nudo in un torrente, o correre sul filo di una cresta dopo cui c’è soltanto cielo. Quelle cose le avevo fatte ed erano i miei ricordi più felici. Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l’esatto contrario di quel ragazzo selvatico, così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo. Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e profonda, che sentivo di avere perduto.
Avevo messo da parte un po’ di soldi, il necessario per vivere qualche mese senza lavorare. Cercai una casa che fosse lontana dai centri abitati e il più in alto possibile. Non esistono grandi spazi selvaggi sulle Alpi, ma non serve l’Alaska per vivere l’esperienza che desideravo. In primavera trovai il posto giusto nella valle accanto a quella in cui ero cresciuto: una baita di legno e pietra a duemila metri d’altezza, dove gli ultimi boschi di conifere cedono il passo ai pascoli estivi. Un luogo in cui non ero mai stato ma un paesaggio che conoscevo bene, solo l’altro versante delle montagne che battevo da ragazzo. Si trovava a una decina di chilometri dal paese più vicino e a pochi minuti da un villaggio che si popolava d’estate e d’inverno, ma il trenta di aprile, quando io ci arrivai, non c’era nessuno. I prati erano ancora in letargo, tinti dei colori bruni e ocra del disgelo; le montagne e le vallette in ombra ancora coperte di neve. Lasciai la macchina alla fine della strada asfaltata. Mi caricai lo zaino in spalla e mi incamminai per la mulattiera, attraverso un bosco e poi un pascolo innevato, fino a un gruppo di alpeggi ormai in rovina, tranne quello rimesso a nuovo che avevo preso in affitto. Arrivato alla porta d’ingresso mi voltai: intorno non c’era niente se non il
bosco, i prati e quei ruderi abbandonati; all’orizzonte le montagne che chiudono la Val d’Aosta a sud, verso il Gran Paradiso; e poi una fontana scavata in un tronco, i resti di un muretto a secco, un torrente che gorgogliava. Sarebbe stato il mio mondo per un periodo che non avevo stabilito, perché non sapevo che cosa mi riservava. Quel giorno il cielo era di un grigio funereo, una mattina gelida e senza luce. Non avevo nessuna intenzione di sottopormi a una tortura: se avessi trovato qualcosa di buono lassù sarei rimasto, ma mi poteva anche succedere di piombare in una disperazione peggiore, e in quel caso ero pronto a scappare via. Mi ero portato libri e quaderni. Speravo di ricominciare a scrivere, con il tempo. Ma adesso avevo freddo, dovevo mettermi addosso un maglione e accendere il fuoco, così spinsi la porta ed entrai nella mia nuova casa.

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di Jazz Writer

Bello, mi hai fatto

venir voglia di leggerlo...ciaociao.

ritratto di Elisabeth

Ciao Antonino. L'ho letto con

Ciao Antonino. L'ho letto con una infinità di pensieri positivi. I luoghi che un tempo ci appartenevano oggi ci fanno paura, abbiamo guadagnato nuovi strumenti per vivere l'artificiale, il costruito a misura d'uomo perdendone altri che permettono di confrontarsi con la grandezza della natura e di riflesso con noi stessi. È lei a dirci che siamo piccoli, ma che poi ci accoglie in religioso silenzio. Ritirarsi in essa anche per un periodo mette alla prova la pazienza e annulla l'ego. Una piacevole lettura questa, di vita. Un saluto.

ritratto di Antonino R. Giuffrè

… vi ringrazio, ragazzi…

… il mio intento ero proprio quello di invitarvi alla lettura del Premio Strega Cognetti.

Un caro saluto.  

"Le otto montagne"

Ho letto questo romanzo di Cognetti nei giorni dell'ultimo Natale. Me lo aveva regalato mia figlia, ispirata soltanto dal titolo e dai risvolti di copertina; una bella intuizione, la sua. Mi sento molto vicina alle percezioni di Cognetti, riguardo alla montagna, e alla vita. E' forse proprio per questo che mi dispiace un po' quella che mi sembra sia una sua sostanziale assenza di speranza, per l'una come per l'altra...

Grazie del blog.

ritratto di Antonino R. Giuffrè

... a dire il vero, di Cognetti non ho ancora letto…

… “ Le otto montagne”, ma solo il diario di cui sopra, che racconta di uno spirito estremamente libero, sensibile, versato alla profonda introspezione e all'acuta osservazione dei fenomeni naturali. A me, dunque, ha trasmesso un messaggio di autentica speranza.

Ciao Gabriella. 

non le cime innevate

da La Stampa del 18 giugno

Sarà l’uomo a soffrire non le cime innevate
Paolo Cognetti, finalista allo Strega con “Le otto montagne”

1K

11
Pubblicato il 18/06/2017
Ultima modifica il 18/06/2017 alle ore 13:37
PAOLO COGNETTI
Non è vero che le montagne stanno ferme, è che la nostra vita è troppo breve per vederle muoversi e cambiare. Le montagne si innalzano e si sgretolano, sono rocce che si coprono di terra e poi di boschi e prati e nevi, vengono scavate dall’acqua, levigate dal vento, erose dal ghiaccio, ma la loro misura del tempo non è la nostra, noi siamo come le farfalle che vivono un giorno solo e non sanno nulla degli anni e delle stagioni. Siamo noi gli esseri fragili, e quando parliamo di cambiamenti climatici dovremmo sapere che non è la montagna a soffrire, ma casomai chi la abita, né il suo futuro a essere in pericolo ma il nostro.

Noi e loro
Per l’uomo ci sono quote più significative dello zero termico, che si alzano e si abbassano insieme a quella cifra simbolica: il limite dei campi coltivabili, per esempio, o quello dei boschi, quello dei pascoli estivi e degli alpeggi, quello dei valichi transitabili per pochi mesi all’anno. Sulle Alpi ci sono state epoche più calde della nostra, lo sappiamo perché dove ora c’è il ghiacciaio un tempo si passava con merci e bestiame: ai 3300 metri del passo del Teodulo si vede ancora l’antica mulattiera inghiottita dalla morena glaciale, e sotto il ghiaccio che si ritira vengono trovati fossili di alberi di mille anni fa. Il nome del Cervino arriva da selva, bosco, e nel Medioevo il Monte Rosa – che significa monte di ghiaccio – era il Momboso, cioè monte boscoso. Poi ci fu la cosiddetta piccola glaciazione, che durò cinque secoli e toccò l’apice a metà del Seicento: anni drammatici a cui risalgono leggende come quella della città di Felik inghiottita dai ghiacci, relazioni di mercanti che non potevano più fare certe strade in alta quota, esodi di contadini che abbandonavano paesi e campi coltivati da sempre e resi infruttuosi dal gelo. Molte vie di comunicazione divennero impraticabili e le valli alpine isolate. Chissà cosa direbbero quegli uomini in fuga dai ghiacciai sapendo che ora ci lamentiamo perché si ritirano. Lo stanno facendo da più di cent’anni, da quando quella glaciazione è finita: noi stiamo solo accelerando il loro scioglimento grazie alla nostra folle crescita suicida.

La retorica
Ma come faremo senza? Vorrei qualche risposta a questa domanda, non la nostalgia dei ghiacciai di una volta che mi pare soltanto retorica dei tempi andati: o la nostra solita paura dei cambiamenti, il nostro eterno bisogno che tutto resti com’è. Io stesso provo nostalgia quando torno sul Monte Rosa trent’anni dopo e al posto del ghiaccio trovo la pietraia, ma provo anche meraviglia vedendo, sopra casa mia, i piccoli larici che spuntano a quote una volta impensate, fin quasi a 2500 metri. Il bosco sta risalendo le montagne con una tenacia commovente.

Forse un giorno quei larici arriveranno in cima al Monte Rosa, e con loro ci arriveranno i cervi, i caprioli, le lepri, le volpi; il profilo ghiacciato delle Alpi cambierà forma e tornerà boscoso; i grandi fiumi saranno ridotti a torrenti stagionali. Le montagne saranno sempre bellissime, però chissà se ci sarà ancora l’uomo ad ammirarle: la scomparsa dei ghiacciai non farà alcun male alla montagna, temo che ne farà parecchio a noi.