Un'altra via.

ritratto di Elisabeth

Fine anni '70.

(Lilly venne a dirmi che bisognava uccidere Sam.)

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Avevamo viaggiato senza sosta. Più che viaggiare eravamo in cerca di un luogo dove sostare abbastanza a lungo per organizzare un futuro.
Nessuno dei due parlava, ma speravamo entrambi che fosse un luogo  per sempre. "Per sempre" era un concetto che avevamo lasciato sull'asfalto di Torre Vecchia in cambio di nuove abitudini come camminare guardandoci  le spalle o  entrare in un negozio con  un colpo d'occhio allo scaffale e tre alla porta di ingresso. Eravamo liberi, Lilly e io, dentro un recinto senza reti visibili, confinati nella consapevolezza che vivere a quel modo ci avrebbe evitato le sbarre a vita.  A Torre Vecchia, dietro il nuovo complesso di case popolari,  vialetti e appezzamenti pronti a nuove costruzioni, fuori periferia, avevamo assaltato il piccolo ufficio postale, che serviva i residenti del vecchio quartiere. Lilly con l'attitudine alla fermezza, col cuore di cemento, come diceva lei,  non aveva retto la tensione. Il polso le tremava, l'avambraccio steso in avanti a sorreggere la P.38 puntata in viso al direttore della piccola filiale, si muoveva a scatti.  Così era andata a finire che uno degli ultimissimi clienti della mattina, una signora anziana e grassa, aveva gridato nonostante gli avessimo intimato di non fiatare, Lilly si era voltata e l'indice aveva fatto pressione da solo sul grilletto. Un colpo secco aveva attraversato la filiale e la donna grassa e anziana ora era una donna grassa, anziana e pure morta.
Ci eravamo gettati oltre la porta a vetri e saliti nella 127 che ci attendeva a motore acceso lungo il fianco della carreggiata. Tutto era volato via in pochi istanti. Il progetto di rapinare l'incasso della mattina, l'idea di vivere a lungo fuori dal mondo civilizzato a godersi la vita. Il futuro era svanito e restava solo il presente, ridotto a un'ora dopo un'altra.
Avevamo trascorso una e più notti nei boschi, proseguito sulla Ss25 fino alla Calvana e lì eravamo rimasti, tra le rocce e la macchia fitta del dorsale.  Durante l'assalto alla filiale i nostri visi erano coperti da buffe maschere di carnevale, reperite a poche lire al mercato delle pulci,  per un attimo ci eravamo sentiti come Minnie e Pluto. Quella maschera mi si addiceva, dinanzi a Lilly ero un cane, fedele, pronto a sbranare chiunque ne minasse l'ombra. Lilly lo sapeva e mi diceva che come me non avrebbe trovato nessun altro. Ci eravamo incontrati come di solito avvengono i migliori incontri, per caso, durante un discorso del partito proletario in piazza Matteotti. Era fine agosto. La sera eravamo già seduti dinanzi a un bicchiere di vino nel mio appartamento e il mio sguardo era rimasto incollato al suo collo, piegato di lato, in una posa che offriva se stesso. Nessuna condizione tra di noi, neppure nei giorni che seguirono. Lilly era stata convinta fin da subito che la rapina a mano armata fosse la soluzione giusta per noi. Aveva già maneggiato le armi nella militanza politica e si era ritirata in sordina quando a un "compagno" la polizia aveva forato il cervello. Io vivevo alla giornata, avevo  trattato in eroina per il consumo d'altri e lavoravo dove c'era bisogno.  Lo sfregio sul viso, ricordo di mio padre che a undici anni mi aveva fatto oltrepassare la porta a vetri di cucina con un calcio, non mi facilitava certi impieghi.. Un occhio era rimasto per il quaranta per cento coperto dalla palpebra e ci vedeva di meno.
Le maschere ci avevano nascosto.
 Non avevano riferimenti sui nostri connotati facciali, difficile rintracciare due personaggi della fantasia, a identificarci restavano tuttavia le nostre corporature. Gli abiti erano andati a mischiarsi con altre decine di indumenti nel bidone della raccolta per i senzatetto e avevamo indossato quelli di scorta. In tasca avevamo infilato tutti i nostri risparmi, prevedendo il peggio. Sul Monte della Calvana l'autunno si faceva avanti, ogni mattino di più. Avevamo fatto scorte di cibo in scatola e acqua nel piccolo spaccio del paese, per dormire usavamo un letto di muschio e foglie. Avevamo scoperto una grotta di sassi e calcare, dove un copioso rigagnolo d'acqua scorreva dal terreno e nelle notti fredde la  usavamo come riparo. Quando i brividi della stanchezza ci attraversavano i corpi, ci abbracciavamo, stesi l'uno avvolto nell'altro come il gheriglio dentro una noce. Eravamo due assassini, lo sapevamo, ma doveva esserci per noi, ugualmente, una via di fuga anche se perduta da qualche parte. 
-Troveremo come uscirne, diceva Lilly, poi chiudeva gli occhi color delle nocciole e si addormentava.
L'ultima confezione di carne in scatola, l'avevamo divorata la sera prima. 
Intorno all'ora di chiusura, quando ormai la gente aveva acquistato il necessario e si apprestava a sedersi a tavola, raggiungemmo di nuovo il paese. Salimmo sull'auto infrascata tra i rovi selvatici. Il sentiero sassoso si restringeva e le ruote a tratti mulinavano nel vuoto del pendio. Sulla statale, una ventina di chilometri avanti si apriva  il paese, con gruppi di case sparse come macchie su un ventaglio. Passammo dietro la piazza, una fontana solitaria zampillava acqua in una vasca e un alto cancello bianco proteggeva una villa in stile Liberty. I cornicioni delle finestre decoravano le pareti esterne, anch'esse bianche. Sull'erba tagliata all' inglese una bambina giocava da sola, cadeva e si rialzava rincorrendo una palla. 
Girammo a destra e ci fermammo dinanzi allo spaccio. Il gestore, un anziano signore col grembiule infarinato, stava spazzando  e si capiva che aveva fretta di chiudere. Mentre io cercavo quello di cui avevamo bisogno e lo depositavo sul bancone di acciaio, sentii Lilly chiedere chi viveva nella villa bianca.
L'uomo rispose:- i Soldini, quelli del cemento...
Si affrettò a fare di conto, poi continuó :- ... mai visto sui sacchi di cemento la scritta "Soldini Cemento"?
Io scossi il capo, non avevo idea di cosa parlasse.
Lilly si appartò nell' angolo, dove era appeso il telefono, il suo dito scorreva sulle pagine dell'elenco telefonico.
Di nuovo in auto,  ripassammo dinanzi all'alto cancello bianco della casa. Lo sguardo di Lilly setacciava ogni metro,

-Che guardavi sull'elenco, Lilly?
Lei, alzò le spalle, a calcare un gesto insignificante,  il suo viso era tirato nello sforzo della concentrazione.

Era sempre stato così, tra di noi. C'erano domande che non potevo rivolgere a Lilly, come quando le domandai della sua famiglia, in uno dei nostri primi incontri.  -Sono tutti al cimitero!  rispose dandomi un bacio sull'occhio semichiuso, ma si capiva che non diceva sul serio.
Davanti al rifugio di pietra, si tolse le scarpe e si massaggiò i piedi gonfi. Mangiammo pane e pomodori in scatola. 
Mi sembrava che per noi fosse arrivato il momento di proseguire fino all' appennino superiore,  stanziarci in qualche frazione e cercare di che vivere.
Lilly tiró un sospiro, e mi disse che avremmo trovato una alternativa migliore e di che vivere per molti anni. -Dobbiamo solo aspettare il momento giusto, proseguì.
Capii cosa aveva in mente un pomeriggio  che si rendeva necessario fare di nuovo scorte e io non feci in tempo a fermarla. Nel solito percorso passammo dinanzi alla villa e dal cancello uscì la bambina in compagnia di una giovane donna. Dietro la piazza, una stradina battuta dal sole, costeggiata da alti cipressi,  portava ai giardinetti pubblici. Erano recintati dal lauro. Lilly mi fece cenno di fermarmi lì. Trascorsero una ventina di minuti, in cui Lilly non rispondeva alle mie domande, l'altalena si muoveva vuota nell' aria e un pianto sommesso iniziò a venire da terra. Lilly  frugó nel cruscotto e tirò fuori le maschere. -Mettila!, mi intimó.
Strisció sul perimetro, passando sotto le foglie del lauro,  in silenzio si avvicinó alla bambina che aveva la polvere sulle ginocchia.
Più in là la giovane donna frugava affannata nella  borsa in cerca di qualcosa che non riusciva a trovare, dava le spalle alla siepe e all'altalena che ormai era di nuovo immobile nell'aria. La bimba smise di piangere e lanciò un gridolino di felicità quando vide Minnie sollevarla da terra. Due minuti dopo Lilly era in auto, sul sedile posteriore con in braccio la bambina.  Una fitta mi attraversò il torace, togliendomi il respiro, il sudore da sotto la maschera iniziò ad annebbiare la vista al mio occhio bastardo. La bambina avrá avuto quattro anni, più o meno, aveva i capelli biondi e una bocca dalle labbra rosa. Quando vide che Pluto guidava l'auto iniziò a battere le mani per lo stupore.  -Prosegui adagio, disse Lilly -e alla cabina telefonica prima dell'uscita del paese fermati. Cavò dalle tasche due gettoni del telefono.
Quando rientrò in auto io avevo compiuto ogni sforzo per tenere calma la bambina, urlai che era una cazzata, Lilly mi rispose:-Una soluzione "per sempre", centomilioni...
Sulla Calvana la bambina seguiva curiosa i miei passi lungo il sentiero in salita, attratta ancora dalla maschera. Poi, arrivò la sera e l'umidità iniziò a farsi sentire. 
Nella caverna l'acqua sgorgava dalla polla naturale sotto il terreno e le pareti grondavano, ogni giorno di più ora che ottobre era alle porte, intorno c'era il buio a cui Lilly e io eravamo abituati e in quel buio ci sentivamo al sicuro, come quando a un  bambino dal buco di un armadio  sembra di spiare il mondo. Cominciò a piangere, quando appunto scese il buio.

- Shhh, come ti chiami ?

Tirò su col naso e rispose di chiamarsi Samantha.  Lilly era nervosa, muoveva le gambe senza trovare posa sull' erba. Stava perdendo di nuovo il controllo, come era accaduto a Torre Vecchia. Mi ritirai nell'interno della caverna con Samantha. Col capo poggiato sulle mie ginocchia, si addormentó. Era nata per essere una bambina felice, per capirlo bastava guardarla. 
Fuori, seduta a gambe incrociate, Lilly dondolava il busto avanti e indietro.
-Verranno i cani, Lilly... Non abbiamo scampo.
Si voltò di scatto e i suoi occhi non erano più color nocciola, ma simili a quelli di un felino. Le pupille dilatate inglobavano ogni piccolo movimento intorno, anche quello delle formiche sulla corteccia degli alberi. 
Il mattino seguente dal promontorio si intravedeva il paese sotto che pullulava di auto delle forze dell'ordine.
Il giorno trascorse con Lilly silenziosa e Samantha che non faceva che parlare. Chiedeva in continuazione -andiamo a casa? E ad ogni mia risposta "più tardi... ora a casa non c'è  nessuno", lei aggiungeva sempre quel quesito misterioso che hanno in bocca tutti i bambini qualunque cosa tu dica:"perché? ".

-perché fa freddo?
-cosa è quello ? 
-è una arvicola, hai visto come corre veloce?
-perché? Andiamo a casa da mamma ?
-Certo! Dopo però. .. ora non c'è nessuno a casa tua,
-...perché? 

I minuti passavano come dentro a un sogno, correvano e poi si bloccavano.
Avevo sempre indosso la maschera di Pluto e Samantha si divertiva a strizzarmi il naso quando era calma.

Lilly non entrava più nella caverna. Percepivo che la sua mente esigeva un maggiore spazio di pensiero e non voleva più condividere con me nemmeno il terreno che calpestava.
Faceva avanti e indietro per  il sentiero fino al promontorio almeno tre volte al giorno e quando rientrava il suo viso era sempre più cupo.
La notte non riusciva a dormire.
Al terzo giorno, Samantha ebbe  una crisi. Aveva preso a tremare e sembrava facesse fatica a respirare. La sua maglietta sporca di fango le saliva e scendeva sul diaframma ad un ritmo troppo accelerato, sudava e singhiozzava. 
Non riuscivo più a distrarla  con nulla, nemmeno se facevo buffe voci da dietro la maschera.
A momenti speravo che i cani arrivassero il prima possibile e che tutto finisse. Ma erano già passati tre giorni da quando avevamo preso la bambina e nessuno era salito fino a lì. Ad ogni minimo rumore dal fondo valle, i brividi mi risalivano lungo le gambe e chiudevo gli occhi aspettando il momento. Samantha non mangiava più niente di quel misero pasto che la nostra cucina offriva. 
Avevo preso a chiamarla Sam, perché dopo tre giorni e due notti, aveva perduto i tratti di bambina e sembrava un maschio. Il suo viso era chiazzato da righe di sudore e terriccio, aveva graffi sulle ginocchia, i capelli le si erano appiccicati al capo, ritirandosi in corte ciocche sulla fronte.
Temevo per la sua salute.  Le accarezzavo le mani per ore, sperando di vederla sorridere o sentire la sua voce cristallina chiedere "perché? ", ma tutto il suo piccolo corpo era sigillato nel silenzio.

Al quarto giorno, verso il crepuscolo,  Lilly entrò. Disse che voleva dormire al riparo, si stese su un fianco, sulla sua faccia Minnie continuava a sorridere. Io uscii. La civetta allargò le ali volando sull'ultimo ramo di una quercia.

Poggiai la schiena sul tronco, serrando le ginocchia allo stomaco. Mi sembrò  che la fame allentasse i  suoi colpi. Sapevo che non c'era più tempo per niente, né per le promesse, né per i rimpianti, ma ne avevo: il più grande era non aver saputo guardare prima dentro agli occhi di tigre di Lilly, aver raccolto ogni suo desiderio come fosse il mio. 

Nel bosco si sentiva solo lo scrosciare dell'acqua dentro la caverna, mi addormentai. In faccia avevo ancora Pluto.
Sognai la civetta che avevo visto tante volte volare nel buio, era gigantesca e mi guardava con le sue pupille senza fondo. Dentro il tunnel dei suoi occhi, accucciata su di sè c'era Sam.

Mi sentii toccare la spalla. Lilly era in piedi davanti a me, il viso inanimato di Minnie le pendeva sulla gola. Mi fissava.

Aveva cambiato sguardo, assetto delle spalle che ora erano incurvate a cercarsi i fianchi affilati dal dimagrimento forzato degli ultimi giorni.
Lilly venne a dirmi che Sam doveva morire.
Si era addormentata Lilly, nella caverna, ridosso alla parete di sassi scivolosi. Qualcosa l'aveva svegliata, senza però allarmarla. Era Samantha che aveva ripreso conoscenza e le si era avvicinata.  Aveva afferrato Minnie per il naso e aveva scoperto il viso di Lilly. L'aveva vista, non sapeva dire per quanto tempo, ma l'aveva vista in faccia. 
-Deve morire.., disse, -...noi due proseguiamo la fuga , anzi... da soli sarà pure meglio. Il piano è andato a puttane... 

Si voltò dirigendosi, verso l'ingresso della caverna. A carponi avanzava di centimetro in centimetro, come un animale, Sam cercando per istinto di guadagnarsi l'uscita. Lilly puntò la mano destra nella cintura dei pantaloni, dietro la schiena.

Sapevo cosa stava cercando. 

Un' altra via di fuga. 

L'istinto mi fece scattare in piedi. Misi a fuoco la sua figura, obbligando l' occhio menomato a collaborare con l'altro. Ero su di lei, Lilly mi morse l'avambraccio che l'aveva bloccata, il suo corpo fece una piroetta quando la spinsi indietro e la sua testa crollò ridosso al masso di entrata della caverna producendo un suono innaturale. Stringeva nella mano la P.38 tenendola per la canna, come si impugna un bastone.

Avrei voluto piangere, ma Sam attaccò a farlo prima di me.

Potevo ancora sfruttare il buio, prima che l'alba da li a un paio d'ore si facesse avanti. Presi in braccio Sam e discesi il bosco verso la statale. La stringevo e sentendo le sue piccole mani aggrappate al mio collo mi concentrai sui passi, respingendo la paura e l'orrore per aver ucciso Lilly. A una cinquantina di metri dall'asfalto la misi a terra e le ordinai di proseguire in avanti. Rimase ferma, col labbro imbronciato, si voltò a cercarmi, senza trovarmi. Nascosto dietro la macchia, la sentii attaccare a piangere, poi la vidi mettere un passo avanti all'altro fino a che non udii i cani abbaiare. Ci furono uomini che gridavano e rumore di rami spezzati.
L'avevano trovata. 
Sam,  seppe raccontare che era stato Pluto a salvarla e che Minnie era morta.
I medici parlarono di sindrome post traumatica.
La caverna impregnata di umidità sorgiva, aveva impedito ai cani molecolari di fiutare Samantha.
Lilly se l'erano spartita i cinghiali. 
La maschera l'avevo lanciata sul ramo dove la civetta volava.

Risalendo il dorsale, dopo aver lasciato Sam, mi ero reso conto di quanto il mio occhio ammezzato si fosse adattato all'oscurità; ero capace di scorgere i più piccoli avvallamenti nel terreno, i ramoscelli che piegavano gli steli, le rughe degli alberi, i dossi da evitare e quelli da oltrepassare per sormontare il territorio, sessantaquattro km2. Di frasche, rovi, calanchi naturali, tuberi, conigli selvatici e di odori che si aprivano come sentieri.

 Avanzavo, cercando di anticipare l'alba.

 Dietro mi lasciavo il silenzio.

(a S.)

(https://m.youtube.com/watch?v=TDe1DqxwJoc)

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Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di 90Peppe90

Un'altra via

Un buon noir, scritto con il tuo stile caratteristico e riconoscibile. In particolare, riuscita la caratterizzazione di Lilly e buona la chiusa finale.

Brava, come sempre: il noir è il tuo terreno.

Ciao, Liz!

ritratto di Elisabeth

Ciao Peppe, grazie. Sempre

Ciao Peppe, grazie. Sempre gradito il tuo passaggio e mi fa piacere che tu lo trovi un buon noir. Un caro saluto.

ritratto di Rubrus

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Un buon noir che si prende il tempo che si deve prendere per raccontare quello che deve raccontare. 

Lily è una sorta di ninfa egeria oscura, una dark lady silvana la cui smania di distruzione viene narrata in un crescendo molto efficace. 

Il narratore, da gregario, rimane attratto da questo gorgo oscuro fino a un istante prima di affogare e qui c'è lo scarto che scioglie la vicenda: la presa di coscienza, tuttavia, senza il leader, è come se il narratore abbia perso anche se stesso e allora non rimane che andare verso chissà cosa, forse niente, forse quel luogo deserto d'uomini, trasfigurato nel bosco (che non a caso ne ha divorato il corpo) da cui Lily sembrava venire.

Piaciuto molto.   

ritratto di Elisabeth

Ti ringrazio. È venuto da sé

Ti ringrazio. È venuto da sé anche nella sua lunghezza. Tuttavia sono stata tentata a fine totale di stesura di cancellare ogni cosa. Non mi convince completamente perché lo avverto in qualche modo scontato. Ci sta... e può capitare. Lilly in effetti si adatta all'ambientazione così come il narratore. Quello che mi ha convinta è che ognuno alla fine torna al suo posto. Ciao e un caro saluto.

ritratto di Gerardo Spirito

E' un racconto tragico, la

 
 
E' un racconto tragico, la fuga, il freddo, il bosco e poi il rapimento. Un racconto come piace a me, anche perché il contatto con la natura in questa storia è molto forte. E poi è scritto molto bene, diretto e senza fronzoli. 
Mi è piaciuto molto l'explicit. E la figura di Lily, ovviamente, che si fa portatrice di un orrore e di una cattiveria quasi inumana. 
Hai scritto che lo trovi o almeno lo trovavi scontato, bé ti dico che non lo è in fondo in fondo; il lettore (almeno io) arriva alla fine col pensiero "la uccideranno sul serio?", "la lasceranno andare?" per dirne due.
Hai descritto molto bene anche le situazioni (in verità poche) dialogate con Samantha, o almeno i vari giochi di sguardi e sentimenti, con la piccola. Insomma, sono molto credibili. Cioè, mia opinione, far parlare - o comunque immedesimarsi, anche se non è questo il caso, in un bambino in un racconto o romanzo che sia - è molto complicato (perché il pensiero dei bambini spesso è irrazionale, diverso dal nostro ecc ecc). 
Quindi, come puoi capire, mi è piaciuto molto.
 
Qualche sciocco appunto, oggi sono a casa causa febbre e quindi posso essere pignolo:
-Il piano è andato a puttana... (dovrebbe essere puttane)
-sull'ultimo ramo di una querce. (quercia)
-...per i senzatetto e avevamo indossato quelli di scorta. In tasca avevamo... (da "In tasca" io avrei ricominciato a capo)

yes

 

ritratto di Elisabeth

Gerardo, grazie. Potevo

Gerardo, grazie. Potevo creare altre situazioni con Sam, ma ho trovato indispensabile tracciare la sua figura con pochi passaggi che fossero unicamente funzionali a unire lei e il narratore da cui poi la scelta finale. Ho provveduto a correggere : "a puttana" mi è venuto così nessuna svista ma colleghiamoci al canone conosciuto; "querce "... dalle mie parti soprattutto gli anziani usano dire "la querce... le quetci", ma dato che non è scritto in toscano ma italiano tu hai perfettamente ragione. Grazie per il tuo passaggio. Un saluto caro.

Amch'io lo trovo un ottimo noir...

...perche', come sempre, fai calare la giusta atmosfera attraverso l'uso calibrato del testo, efficace e pungente come si addice alla trama.
Si, c'e' sempre un"altra via. E il finale lascia un po' di speranza anche a noi.
Piaciutissimo.

ritratto di Elisabeth

È un racconto che alla fine

È un racconto che alla fine fornisce un'altra via, ma non per Lilly che era abituata a trovarne. Lilly le aveva esaurite tutte. Grazie per la tua lettura e mi fa piacere il tuo apprezzamento, Paolo. Un caro saluto.