E' tempo di scuotere la polvere dai calzari

ritratto di Mauro Banfi
Pare che il significato antico della parola "vacanza" sia legato al vuoto.
Per me ha sempre voluto dire che quando sei stufo di aspettare i cambiamenti degli altri è tempo che ti metti in strada e cambi tu, usando le tue gambe e i tuoi piedi.
Pertanto, amiche e amici di Neteditor, buone ferie e buona vita.
Abbiate gioia

 
 

 

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ritratto di Jazz Writer

Concordo

vacanza è un senso di vuoto dagli impegni, dagli obblighi, dalla routine quotidiana che rende la vita grigia e senza picchi di "esistenzialità". Il fatto che le gambe ed i piedi ci allontanino dal troppo pieno rendendo vuote le stanze dove può immagazzinarsi nuova esistenza, lo trovo metaforicamente ma anche realmente azzeccato. Ciaociao, buone vacanze.

ritratto di organick

vuotovacanza

vuotocavanza che mi sono regalato anch'io quest'anno che sono in ferie da ieri. niente mete obbligate ma un bisogno di spazio per camminare con i cambia-menti, come dici tu... da solo o in compagnia sfiderò il caldo a quote più dolci, secondo l'occasione.

buona vita anche a te, a presto!

ritratto di Rubrus

***

Ciao e buone vacanze. 
Personalmente, ho sempre avvertito un certo fastidio, più o meno intenso, quando gli altri volevano che cambiassi nel modo che loro (il più delle volte in buona fede) consideravano migliore. Correlativamente, non mi sono mai aspettato che gli altri cambiassero nel modo che io - in altrettanta buona fede - consideravo migliore. 
Se non c'è reciproco danno, quindi, "vivi e lascia vivere".
E' ovvio che questa "via di mezzo" presenta le sue asperità, come ogni strada, pertanto ogni tanto c'è bisogno di uno spazio senza strade, di un vuoto, appunto, dove ci si espande finchè non si sente ancora il bisogno di quei confini che definiscono la nostra identità, magari nel modo che noi non ci aspettiamo.
Non per citarmi addosso, ma...

 

«Pinocchio sa benissimo che deve andare a scuola, fare i compiti e tutto il resto. L’estate non può  mica durare per sempre. È ovvio che se c’è un posto dove si sta in vacanza tutto il tempo... beh, c’è qualcosa che non va, no? Ma Pinocchio preferisce far finta di non saperlo. Non è l’Omino che lo inganna. È lui che si lascia ingannare».
Come si dice... il bambino è il padre dell’uomo?
«Insomma, l’Omino non è cattivo, è Pinocchio che è scemo...».
Tony fece una faccia pensierosa, lasciando penzoloni una delle cinghie. Da qualche parte, Ray aveva letto che, secondo alcune ricerche, i bambini nascono con una coscienza già sviluppata, anche se in forma elementare, del bene e del male. Crescendo, questa consapevolezza si complica e si offusca. Vengono fuori come attenuanti, esimenti, concause, percorsi causali alternativi... tutta roba con cui Ray aveva avuto a che fare, anche se in modo superficiale, durante la separazione. Da bambini, simili sfumature, come ogni altro genere di sfumatura, se è per questo, non esiste.               
«Mmmm.... no. L’Omino è cattivo. Nessuno gli dice di andarsene in giro di notte a portare via i bambini e Pinocchio ha avuto la sfortuna di incontrarlo, anche se un po’ della colpa è di Lucignolo. Ma la decisione di salire è di Pinocchio».
Già. Niente sfumature [omissis]
«E tu? Non ti saresti fatto ingannare, tu?».
Suo figlio parve in imbarazzo. Afferrò la cinghia e la strinse per bene, anche se sapeva benissimo di non dover salire nessuna montagna, ma solo scendere le scale per andare da sua madre.
«Non lo so... magari sì. Diavolo... a chi non piacerebbe... un’estate che dura per sempre, voglio dire...».
Sorrise, illuminandosi e, per un istante, l’amore che Ray provava per suo figlio parve espandersi fino a schiantargli il petto, come il Sole farà tra due miliardi di anni, quando, trasformatosi in supernova, inghiottirà la Terra prima di morire come spenta, pallida nana bianca.
«Magari avrei pensato che si può giocare anche da grandi, come fai tu coi giochi di prestigio». 

 

ritratto di Mauro Banfi

Mi ha preso una gran voglia di smobilitare, cari amici

Carissimi amici,
perdonate la risposta trinitaria - ogni vostro commento meriterebbe un minisaggio -, pervasa dallo spirito "smobilitante" di questo blog.
Dato che il tema è proprio quello della "mobilitazione generale e globale" e della realativa e terapeutica "smobilitazione", lascio la parola a Claudio Magris, da cui ho imparato a ragionare di questi fondamentali temi.
Abbiate gioia, ci risentiamo quando non mi sentirò più così gioiosamente "smobilitato" da tutte le menate del nostro rio tempo "mobilitante".
Non ho più voglia di essere tirato per la giacca, di essere manipolato per fare lo spettatore o il lettore o il creatore o l'artista a vita, non ho più voglia di ruoli e mascherate, non ho più voglia di essere veloce, feroce ed efficiente: ho voglia solo di alzare gli occhi al cielo per vedere i voli dell'avifauna...ho voglia solo di aver voglia di essere vivo: tutto qua.
A tutti voi auguro...

"La via dell'alta lentezza"
di Claudio Magris

"L'annientamento del presente, sacrificato precipitosamente al futuro, è da sempre un motivo fondamentale dell'esperienza filosofica, poetica e religiosa, ma viene vissuto con particolare intensità nell'età contemporanea, caratterizzata, come osservava Nietzsche, dall'eccitato “Prestissimo”; il nichilismo, ossia l'assenza o distruzione dei valori coinvolge, già nei romanzi di Jacobsen, il senso del tempo,percepito non quale tensione verso una meta, che dà significato a ogni passo di questo cammino, bensì quale continua perdita, stillicidio della vita nel nulla.
L'esistenza appare sottoposta a un'accelerazione crescente, bersagliata da assilli che esigono risposte sempre più veloci e costretta a protendersi verso mete da raggiungere e abbandonare sempre più rapidamente.
Come osservava già Michelstaedter, che ha indagato più a fondo di ogni altro la distruzione del presente, si hanno sempre più ragioni per desiderare che il tempo passi in fretta, che oggi sia già domani, che il futuro sia già arrivato, recando le risposte e le cose che si attendono ansiosamente e in tal modo si vive non per vivere ma per aver già vissuto, per essere sempre più vicini alla morte.
Si viene scagliati come proiettili nel futuro, nella vita che ha sempre ancora da venire e non c'è veramente mai, mentre il presente ci viene strappato sotto i piedi come un tappeto.
Tutto ciò insidia la fellicità e il piacere; nei Cento giorni di Joseph Roth la smaniosa fretta di Napoleone nell'amore, che impedisce l'appagamento sessuale, diviene simbolo della frenetica modernità, simile a una continua eiaculazione precoce.
La velocità aumenta in ogni settore, trasformazioni storiche epocali avvengono con un ritmo che rende difficile percepirle e seguirle; i piccoli eventi della vita quotidiana – un trasloco, il rinnovo del passaporto, la riparazione dello scaldabagno – richiedono più tempo dei grandi eventi politici che cambiano il mondo.
Si ha l'impressione di non riuscire a tener dietro alla realtà e al suo vorticoso caleidoscopio, che sbalestra i criteri e i metri di giudizio che dovrebbero comprenderla e inquadrarla. Ci si sente spesso come quell'astronauta sovietico che, ritornando sulla terra, non trovò più l'Unione Sovietica, dissoltasi nel frattempo.
Sarebbe patetico opporre a questa situazione oggettiva nostalgiche lamentele o un rifiuto relativo, predicando un rifugio nei deserti della Tebaide o nei recessi dell'interiorità. I tempi lenti delle età passate sono tramontati; gradita o sgradevole, l'accelerazione è una realtà dell'epoca e della vita e solo confrontandosi con essa, sapendo di esserne coinvolti, è possibile resisterle e difendere quei margini di lentezza senza i quali il vivere perde senso.
Sten Nádolny, uno dei più interessanti scrittori tedeschi contemporanei, proponeva nel romanzo dall'omonimo titolo La scoperta della lentezza, il valore e il significato che assume la vita quando si rallentano – a cominciare dai gesti del proprio corpo e dalle reazioni psicofisiche – i suoi ritmi frenetici, la sua corsa incalzante che brucia ogni suo attimo e sembra continuamente annientarla mentre essa si svolge. Anche Milan Kundera, proprio nel suo romanzo La lentezza, riscopre quest'ultima quale dimensione che restituisce all'esistenza la sua misura, permettendole di far maturare le sue ricchezze nascoste, le sue potenzialità latenti.
La lentezza va difesa come una strategia flessibile, elastica, senza affrontare di petto la frenesia del mondo, bensì sfuggendo alle sue spire come un lottatore cinese, marcando visita – tutte le volte che si può – quando si viene richiamati dalla sua mobilitazione generale.
Si dovrebbero praticare ogni giorno degli esercizi di lentezza; questa ginnastica aiuterebbe a conservare, nell'incalzare del quotidiano, oasi di tempo più lungo e disteso, a tener aperti quegli spiragli attraverso i quali può irrompere nella vita il senso di ciò che trascende la corsa e la fuga del tempo profano, l'intuizione dell'eterno. Questa irruzione, che squarcia la temporalità come un velo, non può essere programmata o provocata. Può essere solo accolta, come grazia irriducibile alla contingenza, e l'unica cosa che si può fare è conservare nel proprio animo la libertà e la disponibilità ad accoglierla quando si presenta, rimuovere le ansie e gli idoli quotidiani che ottundono la nostra sensibilità e ci chiudono a ogni trascendenza.
San Paolo parla dell'attimo in cui si compie la realizzazione dell'amore, di quell'attimo e quell' « adesso » sovratemporale in cui – scrive Karl Barth nel commento all'Epistola ai Romani – passato e futuro si fermano in un presente assoluto, che non può dileguare.
Questa grazia può essere salvifica, ma non è certo consolatoria né rassicurante, come scrive Luigi Pareyson, nella sua postuma Ontologia della libertà, scandagliando l'abisso di una radicale esperienza religiosa, il mistero del tempo, del male, della sofferenza e del nulla presenti in Dio stesso, che nessuna fede e nessuna Chiesa possono esorcizzare.
In quell'esperienza, tempo ed eterno si intersecano, in una croce che è salvezza ma anche dolore, sconfitta e oscuro strazio, troppo pesanti per le spalle di qualsiasi uomo e qualsiasi Chiesa. Pareyson fa toccare con mano l'inquietante demonicità dell'autentica religione, affacciata senza remore sulla vita nuda e intollerabile, nel suo gorgo al di là del bene e del male.
Rispetto a essa, la pia devozione e il moralismo laicista appaiono diete igieniche, placebo contro l'angoscia, un'angoscia tanto più forte quanto più rapido è il ritmo col quale si consuma la vita."

ritratto di Rubrus

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Riporto un aneddoto che ho narrato altre volte. Tanti anni fa lavorai in una ditta di sondaggi telefonici e me ne capitò uno in cui dovevo chiedere agli intervistati se erano interessati a possedere un cellulare, che allora stava arrivando sul mercato di massa (ebbene sì, è esisto un tempo in cui ci si chiedeva se la gente avrebbe potuto gradire i telefonini).

Le domande,  per dare risposte scientificamente attendibili, dovevano essere uguali per tutti, così come la descrizione dell'apparecchio che di lì a poco si sarebbe iniziato a produrre in grandi quantità, se le cose fossero andate come previsto. Una delle caratteristiche che si dovevano illustrare, nel modo più impersonale possibile, in modo da non dare l'impressione di voelr vendere qualcosa (scopo del sondaggio, riepto, era verificare l'interesse dei consumatori per un prodotto che era poco noto e poco diffuso) era: "Così sarà reperibile sempre e ovunque". Ricordo che una signora  rispose: "Ma io non voglio essere reperibile sempre e ovunque". 

Sappiamo che la stragrande maggioranza delle persone è stata di un parere differente e sappiamo come sono andate le cose. Poi sono arrivati la rete, gli smartphone ecc...

La mia impressione è che oggi siamo tutti ossessionati e terrorizzati dall'idea di scomparire, specie in effige (ho già parlato della "barbarie dell'immagine" vero?). Sparisci per po' dal web e presto o tardi si inizia a pensare che ti è successo chissà cosa. Soprattutto, tu pensi che, mentre non sei sul web, è successo chissà cosa. Vorremmo staccarci, ma non sempre ce la facciamo e sovente dobbiamo farci forza. Sono convinto che i produttori di ansiolitici abbiano un debito almeno morale verso la rete. Tutti ci aspettiamo che tutti, noi compresi, siamo reperibili sempre e ovunque, alla faccia di quella signora. 

Chi scrive non si sottrae a questa regola. Se il tuo scritto non ottiene l'attenzione che pensi meriti - poca o tanta che sia, ciascuno conserva nel segreto del proprio cuore l'esatta misura della propria aspirazione alla notorietà ed è bene che certi segreti rimangano tali - puoi iniziare ad avere dei dubbi. Ma per avere quell'attenzione devi essere presente. Altrimenti... "be'... se non ti fai mai sentire...".

Questo vuol dire che devi scrivere. Non soltanto tanto, ma soprattutto spesso . La predilizione - può piacere o no, ma non si può negare - per gli scritti brevi e semplici viene da lì. Non c'è molto cui siamo disponibili a dedicare più di un pensiero veloce, anche se magari siamo spiacenti di ammetterlo. In particolar modo se a scrivere sono gli altri (noi, magari, parleremmo di noi stessi, magari in modo più o meno mascherato, per ore).

Soltanto che, signore e signori, per la maggioranza di noi il pozzo delle idee non è senza fondo. E se continui ad attingere acqua a un ritmo indiavolato - e magari finisce anche che scopri che coloro cui offri quell'acqua preferiscono un'altra acqua - prima o poi lo secchi.

Non c'entra - o c'entra assai poco - la qualità (argomento da cui mi tengo ben lontano): è un banale, persino brutale, discorso quantitativo. Persino consumeristico.

La vita, gli impegni, i troll i nick e i plurinick le regole ecc. sono secondari (non che siano incovenineti inesistenti, eh?). Chi pensa che il problema sia solo quello si comporta come quel malato di cui parla Manzoni che pensa di guarire cambiando letto in continuazione.

Alla radice, a mio parere, anzi, in fondo, c'è l'estremità inferiore del pozzo. Quando arrivi lì non hai più niente da dire. E più attingi e prima ci arrivi.   A quel punto devi prendere una decisione. Alcuni se ne vanno in cerca di altri pozzi (e magari li trovano, anche se potrebbe non  essere più la stessa acqua e di solito no lo è), altri attendono senza far nulla aspettando che, da qualche parte (in fondo, che sappiamo delle prfondità della terra?) arrivi altra acqua, altri decidono di smettere di bere. Almeno quell'acqua lì.  

 

 

 

 

     

 

  

 

ritratto di Mauro Banfi

La trappola delle autoaspettative nel chaos mobilitante del Web:

come sempre, riflessioni di prim'ordine, caro Roberto: il fatto incontrovertibile della presenza di menti come la tua e di tanto talento e preparazione mi spingono comunque a settembre a continuare con questo medium, perchè il nichilismo non deve prevalere, e come spiega Magris, la smobilitazione non deve diventare nichilismo o pessimismo radicale.

Questo non vuol dire mettersi le fette di salame sugli occhi: un abile conoscitore e narratore della dinamica della Ybris come te, non poteva non centrare il punto della questione: la Rete genera troppe autoaspettative.
Che bello, posso pubblicare senza limiti! Non ci sono editori che mi rompono le palle chiedendomi soldi o facendomi impazzire con la correzione dei refusi, non ci sono lettori che mi stressano con le loro richieste alla Misery, ci sono solo dei critici improvvisati che non hanno nessuna autorità per parlare e che posso snobbare o eliminare con un tasto apposito; e allora parte la macchina autodivorante, l'Erisittone psicologico che, come hai perfettamente e classicamente delineato, comincia a creare e ricreare con il cambio in folle, senza dover tener conto di una comunità di editori e lettori e nemmeno della propria coscienza.
Ma alla propria incoscienza non si sfugge e scatta la Ybris di Erisittone:
http://www.neteditor.it/content/243478/erik-sittone

Chi ha occhi per leggere legga e chi ha orecchie interiori per intendere intenda.
E' tempo di scuotere la polvere dei miei calzari, caro amico, ma ritornerò perchè per fortuna, e tuo merito, esistono ancora dei grandi come te che sanno dove si può procedere e dove bisogna fermarsi, per non rovinare il meraviglioso gioco della vita.
Buona estate e abbi gioia e resilienza, mio fratello

 

lentamente,

di sicuro dovrò rileggere questo brano più lentamente... ;)

però già ti ringrazio, Mauro, augurando a te e a me tempo lento e ricco

ritratto di Mauro Banfi

squisita ironia lieve e smobilitante, cara Gabriella, grazie!

In questo periodo questo stile per me è pura gioia rinfrescante.
Sei inclusa al volo nel novero degli amici della "lentezza di qualità" di cui sopra.
Buona estate e abbi gioia!

 

ritratto di Elisabeth

Ecco perché il mio animale

Ecco perché il mio animale preferito è il bradipo che nella sua lentezza quando scende dal tronco verso il Suolo ha una eleganza straordinaria. In realtà tenere fede ai propri legittimi tempi, spazi, dimensioni è l'unica cosa che ci permette di essere veri e fusi in armonia. Rimane la cosa più difficile da fare in continue sollecitazioni divergenti. Ti auguro bei pensieri. Tante cose possono attendere.Se non lo faranno erano cose non nostre, ma tu lo sai perfettamente. Ti abbraccio caro Mauro.

ritratto di Mauro Banfi

E infatti il bradipo è uno degli animali più gentili della terra

grazie di cuore, Elisabeth: ricambio tutta la gioia e l'amicizia che mi hai passato in questo bel saluto e ci risentiremo a settembre, dove prometto di essere più attento e assiduo come lettore e commentatore.
Abbi gioia