Credo che la lezione di vita più importante sia che bisogna ridurre i desideri.

ritratto di Gerardo Spirito
Ancora sferragliamenti, e, dopo, il fisso raspare di quando russa. Mescolo le braci con un legnetto. Voglio credere che stiamo facendo la cosa giusta – che quella ragazza là a ovest sia la stessa che ho conosciuto al liceo, e tutto ciò di cui lei ha bisogno è ricordare chi sia. Rilke ha detto di «innalzare le sensazioni sommerse dell’ampio passato», ma dopo comprenderò che questo è un consiglio elusivo, perché la memoria non è interpretativa. Dopo mi renderò conto del fatto che le aree di sinapsi in cui risiede il ricordo sono le stesse in cui risiedono brama e desiderio, e a volte la memoria è solo un veicolo per questi due.
Ma persino ora, accanto alla brace del nostro fuoco che si smorza, non credo nelle mie motivazioni. Questo è uno dei miei tratti fondamentali, e quasi affonda le sue radici nella mia mascella rotta – il piccolo pezzo di metallo che attraversa il mio mento mi ricorda che ciò che voglio e ciò che sono autorizzato a fare sono generalmente due cose separate. Per comprende quello che intendo, bisogna immaginarmi a quattordici anni: uno e settanta di altezza, 58 chili, in una imbottitura per le spalle troppo larga e un caschetto che potevo rimuovere senza doverlo aprire.
Il sole di aprile soffoca il campo. Le cheerleader siedono sugli spalti, a giudicare il mondo e nascondere sigarette. Mastico il mio paradenti compulsivamente. Ho passato molto tempo a leggere di Nick Adam, dell’andare in guerra, dell’essere sparato. Incontro sguardi di derisione, che sanno della mia etica, che immaginano teorie riguardo al dolore e all’onore. Quando ci muoviamo per fare una difesa a campo libero, sono il primo volontario.
Il coach Duprene mi mette contro Eric Dempsey, un ragazzo dell’ultimo anno, alto più di uno e ottanta, che è della seconda linea difensiva. È abbastanza crudele. Ma in quel momento, penso «Mi sta prendendo sul serio. Mi sta dando una possibilità».
Quando il fischietto squilla, il coach lancia la palla a Eric. Non esito. Tengo il baricentro basso e allungo la schiena affondando la testa nelle spalle e guardando in alto. Non lo schivo e non punto alle sue ginocchia.
Una ventata improvvisa, e in realtà sento di essermi spezzato. Dolore rosso, agghiacciante. Mi rotolo per terra, il sole mi pugnala gli occhi, l’erba in bocca, gusto di rame caldo, sporco. Prima di spegnermi, do un’occhiata alle ragazze sugli spalti, piccoli punti di colore tutti su una riga.
Così, a 21 anni, credo che la lezione di vita più importante sia che bisogna ridurre i desideri, o questi potrebbero infiammarsi fino a far rompere una mascella. Quella croce di sutura in metallo ha tinto le mie aspettative di paura. I miei occhi guizzano nell’oscurità. Un tronco, una luna, il rumore del vento sulle rocce. Il coach sonnecchia. Suoni immaginati echeggiano nelle mie orecchie: il clangore dei birilli da bowling che cadono, l’artiglieria che scoppia sulla prua di un cacciatorpediniere. La mia mascella dorme. Niente pioggia.
 
Tra qui e il mar Giallo” di Nic Pizzolatto.

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