Luce d'inverno

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

LUCE D’INVERNO

L’amante.

La finestra era ancora buia. Tutto era ancora buio, silenzioso e freddo. La notte invernale aveva ancora tempo.

Nell’oscurità della stanza, disteso nel letto che da due anni era diventato la sua casa, il vecchio attendeva, immobile, lo sguardo aggrappato alla finestra di fronte alla sua. Pochi minuti prima aveva faticosamente alzato la testa dai quattro cuscini che, tenendolo sollevato, lo aiutavano a respirare ed aveva premuto con la fronte il pulsante che sollevava la serranda. Da quando gli era capitato di spiare, attraverso il vetro opacizzato di quella finestra, il risveglio della donna che abitava di fronte, ogni buio mattino d’inverno era divenuto il suo paradiso privato. Alla semplice curiosità delle prime volte, alla volontà di occuparsi di qualcosa che non fossero le trasmissioni televisive e le riviste religiose che la sorella gli imponeva, era subentrato, via via che quegli appuntamenti si ripetevano, un desiderio che si appagava di se stesso. La donna della finestra non sapeva nulla, naturalmente, e mentre la osservava lui si era spesso domandato il perché di quel suo aprire la serranda del bagno tutte le mattine, anche quando fuori era ancora buio. Forse era una semplice abitudine, una di quelle cose che si fanno e basta, senza pensare; o forse, e quest’ultima spiegazione lui aveva deciso per lei, perché spinta dal desiderio del giorno. Ma d’inverno il giorno arrivava tardi, troppo tardi, lei era costretta ad accendere la luce e con quel semplice gesto ogni mattina gli donava un sogno.

Lui non l’aveva mai vista nella realtà. Non conosceva il suo nome né la sua età, non il colore dei suoi occhi o quello dei capelli, ma sapeva di lei più di tutto questo, perché lui la amava. Tutte le buie mattine d’inverno, quando lei accendeva la luce dopo aver alzato la serranda, lui la amava: attraverso il vetro opaco si riempiva gli occhi di quell’immagine inafferrabile e mutevole, nitida e sfuggente come un miraggio.  

Ormai conosceva il movimento rapido delle braccia, sempre uguale e sempre nuovo, con cui si sfilava la camicia da notte passandola dalla testa, eppure ancora, come un adolescente, si emozionava per quell’attimo in cui gli si mostrava perfettamente nuda per poi subito sparire, dissolta in un’ombra indefinita - bruna farfalla prigioniera della luce - nel tempo necessario ad appendere l’indumento ed aprire l’acqua della doccia. Poi tornava presso la finestra e, in piedi davanti ad uno specchio per lui invisibile, raccoglieva sulla testa i lunghi capelli e li nascondeva sotto la cuffia; lui riconosceva chiaramente le dita affusolate che assicuravano le ciocche, il seno morbido e pieno che si sollevava con le spalle, il ventre leggermente cavo per la posizione delle braccia. In più d’una occasione era riuscito a distinguere persino i riccioli del pube. In quei casi l’ombra sembrava prendere colore, consistenza… ecco, la donna era lì, vicina, talmente vicina che lui tratteneva il respiro nel timore di tradirsi.

Poi nuovamente si mutava in una macchia indefinibile, lontana: era il momento in cui si chiudeva nella doccia. L’assenza durava sempre 4 minuti esatti, aveva controllato - il mercoledì e il sabato 8, probabilmente erano i giorni in cui si lavava i lunghi capelli - e lui occupava l’attesa immaginandole intorno una vita sempre diversa. Poteva inventare tutto, dall’età al colore degli occhi, dal temperamento ai desideri e così, di volta in volta, ideava una storia nuova, completa di lavoro, studi, figli, compagni, amici, nemici, genitori, avventure, trasgressioni, manie, difetti, paure, speranze… Tutto. Ogni mattina, nel tempo di una doccia, le regalava una nuova vita e sempre, quale che fosse la fantasia del giorno, se ne riservava l’amore.

Finalmente la donna tornava allo specchio e, dopo essersi strofinata velocemente con l’accappatoio che poi lasciava scivolare in terra, si vestiva con gesti morbidi e sicuri, sempre uguali: mutandine, reggiseno, calze, pantaloni, sempre pantaloni, camicia, golf. Il mercoledì ed il sabato si strofinava i capelli bagnati con un asciugamano e, prima di regalargli la sua nera nudità, li asciugava con spazzola e phon.

Lei era sempre puntuale a quell’appuntamento che non sapeva di avere: sempre uguale nei gesti quotidiani, rinnovava l’incantesimo che lo teneva legato alla vita.

Due soli elementi minacciavano quel suo gioco innocente. Il primo, contro cui nulla poteva, era il moto della Terra: lentamente, ma inesorabilmente, l’ora buia del risveglio si spostava verso la luce ed alla fine il Sole l’avrebbe definitivamente defraudato della sua ignara compagna, fino al successivo inverno…

L’altro, contro cui qualcosa poteva, era sua sorella.

Quell’unica sorella si era prepotentemente insediata in casa sua da quando, quasi due anni prima, un corto circuito da qualche parte nel cervello aveva trasformato la sua gagliarda vecchiaia in un lento trascinarsi delle energie vitali in un corpo quasi inerte, lasciandogli però intatte le capacità cognitive. Poteva pensare, desiderare, volere, sognare e persino amare, ma tutto il corpo aveva progressivamente cessato di rispondere alla sua volontà. Ormai aveva perduto il controllo di tutte le sue funzioni – solo gli occhi ed i muscoli del collo gli obbedivano ancora - e doveva quindi essere imboccato, lavato, sbarbato, pettinato, cambiato… Come un neonato.

Ma era un vecchio.

Un vecchio completamente indifeso nelle mani della sorella che lo accudiva, e lo odiava.

Non di un odio pulito, sincero, aperto. No. La cara sorellina era troppo perbene per prendere consapevolezza di un sentimento così disdicevole. L’odio e l’amore, come i dubbi, gli impulsi e i rimorsi, fanno parte della vita; ma della vita, della volontà di vita, del desiderio e della nostalgia e del piacere, lei nulla sapeva. Preoccupata di apparire più che di essere, aveva sempre misurato i gesti e controllato gli impulsi senza mai concedersi l’emozione di uno sbaglio, la tenerezza di un rimpianto. E dunque cosa avrebbe potuto capire di quel suo amore senile ed infantile, reale e immaginario, struggente e consolante, per un’ombra?

Nulla, se non che quell’amore lo teneva in vita. Ma per lei, abituata a stabilire modi e tempi del destino, dover attendere ancora e ancora per mettere le mani sulla sua immensa ricchezza, sarebbe stato intollerabile.

Come aveva temuto, e previsto, proprio il giorno prima il rumore della serranda che si sollevava l’aveva svegliata. Scoprendo il suo amore segreto l’aveva scrutato con disgusto ed era tornata in camera senza una parola. Poche ore dopo, essa aveva fatto la sola cosa che la sua povera mente bigotta potesse suggerirle: informare la donna. Perciò, oggi, forse, il miracolo della luce non si sarebbe ripetuto.

Ma non era scontento, il vecchio. Scrutando attraverso l’ultimo buio della notte, aspettava di assistere ad un gioco di cui lui, già dall’inverno precedente, aveva stabilito le regole e la posta: se scoprendo il suo piacere solitario ed innocente la sorella non l’avesse ostacolato, lui l’avrebbe confermata erede di tutte le sue sostanze, ad eccezione di un generoso lascito per la sconosciuta che, cercando il giorno, aveva allontanato da lui la notte; e la metà delle sue sostanze le avrebbe assegnate se, nel caso la sorella avesse tentato di frapporsi tra lui ed il suo sogno mattutino avvisandola del suo gioco amoroso, non avesse mutato abitudini. Se invece non avesse più sollevata la persiana, se avesse sacrificato il suo anelito di luce ad un oscuro pudore, lui avrebbe disposto la frettolosa liquidazione di tutto il suo patrimonio, compresa quella casa con il suo contenuto di quadri, libri, argenti, tappeti, sculture, gioielli, monete, mobili… tutto, ed il ricavato sarebbe stato immediatamente distribuito in beneficenza. Quest’ultima clausola, forse perché la più ingiusta, era quella che gli piaceva meno, ma era la sola che avrebbe costretto la cara sorellina ad andare contro i suoi astratti princìpi in nome di molto concreti desideri. I diversi documenti erano già stati predisposti dal notaio che ora, accanto a lui, attendeva di sapere.

Quando la sorella, neanche 24 ore prima, gli aveva sibilato che aveva avvertito la donna di essere oggetto della sua lascivia - lascivia, aveva usato proprio quella parola oscena – lui le aveva svelato le regole del suo ultimo gioco.

Ed ora sorrideva beffardo, il vecchio, immaginandola nella stanza accanto intenta a spiare avidamente la stessa finestra che osservava lui, sperando, come e più di lui, di vederne la serranda sollevarsi.

L’amata.

Coperte e lenzuola formavano il consueto groviglio ai piedi del letto. Come ogni mattina, la sveglia aveva suonato e la ragazza l’aveva spenta, anche se quella notte aveva dormito meno delle altre. Anzi, non aveva dormito proprio. Ci aveva provato, ma la gioia per il suo sogno prossimo a realizzarsi aveva fatto sì che lei, anziché trascorrere i pochi minuti che precedono il sonno a cancellare il ricordo della giornata appena conclusa, lasciasse liberi i suoi pensieri e questi, slanciandosi ad immaginare il futuro - un futuro che era vicinissimo, domani, ma che domani, oggi, ora! - avevano mutato i minuti di veglia in ore.

Erano trascorsi cinque anni da quando, con la testa ed il cuore pieni di illusioni, era scappata di casa. Giunta in Italia le era bastato un giorno per pentirsi della sua ingenuità, e poche settimane per comprendere molto più di quanto sarebbe stato lecito pretendere dai suoi quindici anni. Il bel ragazzo ricco e innamorato per il quale aveva abbandonato la famiglia ed il suo paese era scomparso, mentre era tragicamente reale lo stanzone umido e buio che divideva con una decina di ragazze, tutte più spaventate di lei, che come lei erano state prima violentate, poi battute ed affamate ed infine, ormai prive di volontà, distribuite sulle strade dell’amore mercenario. Quella settimana durante la quale misteriosamente, miracolosamente era riuscita a non abbandonarsi all’orrore, a mantenersi padrona dei suoi nervi continuando a cercare tenacemente una via di salvezza, non l’avrebbe dimenticata mai più; eppure, nei giorni immediatamente successivi alla fuga, quando per riuscire a nascondersi era costretta a sfamarsi con i rifiuti, a dormire non più di due o tre ore al giorno ed a camminare quasi incessantemente per allontanarsi il più possibile dai suoi aguzzini, le era inaspettatamente capitato di rimpiangerla.

Era riuscita a liberarsi approfittando di un cliente che anziché riportarla al “suo” marciapiede, chissà per quale benedetto capriccio l’aveva frettolosamente scaricata lontano, in aperta campagna. Non aveva dovuto fare altro che continuare ad allontanarsi dalla città servendosi esclusivamente dei sentieri tra i campi. Dopo giorni di infinito, furtivo, estenuante camminare nel costante terrore di venire riacciuffata, era giunta alla stazione ferroviaria di una cittadina. Non ci aveva pensato due volte e, trasformato il compenso dell’ultima violenza assecondata in un biglietto per Roma - non perché volesse andare proprio là, semplicemente era l’unica destinazione che si potesse raggiungere partendo entro pochi minuti – era salita sul treno.

Durante il viaggio, isolandosi dagli sguardi incerti tra curiosità e disprezzo degli altri passeggeri, aveva avuto tutto il tempo di analizzare la sua situazione: ormai era ragionevolmente al sicuro dai suoi sfruttatori, ma non possedeva che qualche spicciolo, le poche parole italiane che aveva dovuto imparare non erano certo adatte a toglierla dai guai, aveva fame, a Roma non avrebbe saputo dove andare, era sola e sempre più lontana da casa. Il solo pensiero del futuro la riempiva d’angoscia e così aveva deciso che non ci avrebbe pensato. Quel viaggio era la prima cosa normale che faceva da quando aveva abbandonato il suo paese e, probabilmente, sarebbe stata anche l’ultima per chissà quanto tempo. Raggomitolata in questa parentesi di tranquillità, si era addormentata.

Roma l’aveva accolta con un’alba bassa e giallastra, carica di sabbia. Camminando lungo il binario, specchiandosi negli inequivocabili sguardi della gente, aveva compreso che la prima necessità era procurarsi degli abiti più decenti ed anonimi di quelli che portava e si era ripromessa, stipulando un patto scaramantico con il destino, che mai più avrebbe indossato una gonna, neanche lunga fino ai piedi: pantaloni, sempre e solo pantaloni fino a quando non fosse riuscita a tornare a casa. In una busta di plastica appesa ad un cassonetto aveva trovato il cambio che cercava e così, dopo essersi rivestita nei bagni della stazione ed aver impegnato gli ultimi spiccioli per un panino, un pezzo di sapone, uno spazzolino da denti ed un pettine, si era nuovamente incamminata. Sebbene non fosse più necessario fuggire, aveva cercato ugualmente di mantenersi il più possibile anonima ed il giorno stesso si era rifugiata in una baracca abbandonata ai margini di un accampamento nomadi. Questi l’avevano osservata senza chiederle né offrirle nulla, così come non si chiede ragione ad una giornata limpida o piovosa. Era lì e basta, quasi invisibile, e piano piano, come se fosse sempre stata tra di loro, l’avevano accolta nella comunità. Per un anno era rimasta nel campo, vivendo soprattutto di elemosine e conquistandosi la simpatia dei bambini per i quali era diventata una specie di mamma in comune, taciturna ma sorridente.

Sul finire dell’estate era stata avvicinata dal capo della comunità che le aveva fatto una proposta sorprendente. Di lì a qualche giorno il campo sarebbe stato sgomberato dalle forze dell’ordine e loro erano dunque in procinto di partire, in cerca di un altro luogo dove sostare, verso il nord. Sapendo che quelle erano zone da cui lei si sarebbe certamente voluta tenere lontana, l’aveva venduta – sì, proprio venduta, come se fosse una sua proprietà, ceduta in cambio di denaro, di quello stesso denaro di cui aveva estremo bisogno per rientrare in patria e che non le riusciva mai di procurarsi – ad una sua vecchia conoscenza, uno con cui aveva condiviso la trincea moltissimi anni prima e con cui era rimasto in contatto. Ora era vecchio, non se la passava troppo male, divideva con la moglie un piccolo appartamento nel centro di Roma ed era in cerca di una donna tuttofare. Il nomade si era impegnato a procurargliela e, senza chiederle nulla, l’affare era stato concluso. Dunque, lei ora apparteneva di fatto ad uno sconosciuto che per lei aveva sborsato dei bei soldini e che, così aveva assicurato, prima o poi le avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno. Lasciasse quindi perdere quei bambini, per piacere, perché l’avrebbe accompagnata subito nella sua nuova casa. Certo, aveva riflettuto mentre lo seguiva docilmente per il lungo tragitto dalla periferia al centro, avrebbe potuto rifiutarsi e fuggire, fuggire ancora, ma dove sarebbe andata? Di nuovo la solitudine, la fame, la strada?

Le era stata assegnata una cameretta angusta e senza finestra, comunicante con la cucina e con il bagno di servizio, ma il padrone era stato di parola e dopo un anno aveva avuto i suoi documenti. Anche il lavoro non era male, le pulizie non erano troppo pesanti, cucinare la divertiva e lei aveva iniziato a mettere da parte i soldi necessari per pagarsi il biglietto di ritorno e quelli da restituire all’usuraio che glieli aveva prestati per la sua fuga d’amore. Era sicura che se fosse tornata a casa senza, quello non avrebbe dato pace né a lei né alla sua famiglia. Anzi, molto probabilmente stava già taglieggiando i suoi genitori.

Ma quella situazione di relativo benessere non doveva durare. Durante il terzo anno il signore era morto e la vedova si era trasferita da certi suoi parenti in un’altra città. Non avendo più bisogno di lei l’aveva licenziata, ma le aveva consentito di continuare ad abitare in quella casa ancora per un anno, fino a quando una sua nipote non fosse rientrata dall’estero. Le aveva anche offerto di trasferirsi dallo stanzino alla camera da letto vera e propria ma lei, un po’ perché era diventata insofferente ai cambiamenti, e soprattutto perché in quello sgabuzzino si sentiva protetta, aveva rifiutato. Così era rimasta in quell’appartamento nudo di mobili, tranne che per la cucina, il bagno e la sua stanza. Aveva trovato lavoro presso altre famiglie come cameriera ed era occupata mattina e pomeriggio, ma ben presto si era accorta che con quello che guadagnava, pur risparmiando all’osso, dopo aver pagato le spese non le sarebbe rimasto in tasca abbastanza per mettere insieme a tempo la forte somma di cui aveva bisogno. Doveva aumentare le ore di lavoro e così si era fatta assumere presso una ditta che la sera tra le otto e la mezzanotte puliva gli uffici ma, poiché ancora non sarebbe bastato a raccogliere in tempo tutto il denaro, alla fine stringendo i denti aveva accettato un posto come ballerina in un locale a luci rosse: lavorava solo il martedì, il venerdì ed il sabato, lo stipendio non era granché ma le mance erano spesso generose. In quei tre giorni, dopo aver sudato tra stracci, detersivi e scopettoni, correva a rivestirsi di sole paillettes, a riempirsi di caffè per non rischiare di crollare in pieno spettacolo e si esibiva in movenze erotiche con altre nove ragazze, su un palco inondato di luci assillanti, musiche spietate e zampilli d’acqua gelata. Alle quattro del mattino, esausta e profondamente umiliata per aver ostentato sorrisi invitanti ed incoraggiato sguardi sudati, rientrava nella sua tana senza finestra e crollava addormentata. Dormiva dalle quattro e un quarto alle sei del mattino, quando la sveglia la catapultava nella sua estenuante giornata. Era andata avanti in quel modo per un anno intero e tale era l’abitudine che anche i giorni di festa si alzava alla stessa ora di sempre. Dopo aver fatto la doccia, unico momento di vera pausa delle sue giornate a cui non aveva voluto rinunciare, se era inverno si rimetteva a dormire fino a saziarsene, poi usciva e camminava senza meta, assaporando la libertà; in primavera ed in estate invece prendeva il treno ed andava a guardare il mare ed a dormire sulla spiaggia sotto un ombrellone che si era comperata apposta. E sempre faceva e rifaceva i conti, calcolando gli interessi che aumentavano ogni giorno e che lei doveva riuscire ad abbattere. Per due anni aveva materialmente lavorato contro il tempo. Ed ora era finita. Finita per sempre. La sera precedente era tornata a casa con il biglietto in tasca. Dopo aver riempito una piccola sacca con i pochi abiti che possedeva, aveva nascosto tutti i risparmi in una tasca cucita all’interno della camicia, a contatto con la pelle, ed era andata a letto. Ma il sonno non era venuto. E cosa importava, ormai, se non aveva dormito?

Si stirò voluttuosamente, si alzò per l’ultima volta dal letto nello stanzino cieco, entrò in bagno e si diresse automaticamente verso la finestra per aprire la serranda. Sapeva che fuori era ancora buio e che certamente avrebbe dovuto accendere la luce, ma aveva sempre fatto così, da quando dormiva nella stanza senza finestra aveva spiato da quella del bagno, mattino dopo mattino, l’impercettibile progredire dell’alba.

Le tornò in mente la signora di mezza età che l’aveva avvicinata la mattina precedente, mentre usciva per andare al lavoro. Cos’è che le aveva detto? Ah, sì, le aveva bisbigliato di un vecchio paralitico che la spiava dal suo letto mentre lei era in bagno, e l’aveva pregata, anzi, le aveva ingiunto di non aprire più perché il vecchio era malato e quel guardare lo affaticava e ne sarebbe potuto morire. Conoscendola come una buona amica della sua signora, aveva cercato di prestarle attenzione ma, tutta presa dalla sua ultima giornata di lavoro, non aveva capito bene cosa la donna le andasse dicendo, e l’aveva dimenticata non appena questa si era allontanata. Ma ora che si apprestava ad aprire la serranda le tornò in mente. E così, un vecchio paralitico la spiava mentre si lavava e si vestiva… E allora? Le venne da ridere. Cosa mai avrebbe potuto vedere? Un’ombra o poco più. E se lui era felice della sua ombra, ebbene, lei gliel’avrebbe donata ancora. Non avrebbe rinunciato al rito dell’alba solo per fare un favore ad una sconosciuta che voleva privare un povero vecchio innocente del suo sogno. Da quanto la guardava? Magari da tutto il tempo che lei abitava lì. Certo, poteva darsi. E che male faceva, guardandola? Non si era fatta guardare per denaro, mostrando di sé molto più che un’ombra lontana, fino a due sere prima, a gente sicuramente molto meno discreta di quello sconosciuto signore?

Oggi sarebbe partita, tornava a casa, finalmente, e avrebbe dovuto rovinarsi la festa per contentare una signora che non le ispirava nessuna simpatia, nel cui sguardo bruciava una fiamma cattiva, una malvagità prepotente? Ma no, invece avrebbe aperto, come sempre, e facendo finta di nulla avrebbe donato al suo sconosciuto ammiratore, con un sentimento molto vicino alla gioia d’amore, ciò che fino al giorno prima egli le aveva carpito. Anzi, oggi avrebbe prima acceso la luce e poi aperto la serranda; così, forse, lui avrebbe capito che questa volta si trattava proprio di un dono.

La sorella.

Onore e dignità, queste erano le sole cose importanti. Davvero quello sciocco del fratello pensava che avrebbe rinunciato a se stessa, per denaro? Lei voleva quel denaro, certo che lo voleva, per il semplice motivo che solo passando dalle mani peccaminose del fratello alle sue, oneste ed innocenti e timorate di Dio, si sarebbe riscattato. Quell’immenso patrimonio non era il frutto di un lavoro onesto, né di anni di sacrifici e sudore e fatica; no, quella ricchezza era stata accumulata con la complicità del demonio, perché il demonio, lo sanno tutti, ha le mani piene d’oro e di sesso. Larga e agevole è la via che conduce all’Inferno - ricordava fin troppo bene la figura sul suo libretto del catechismo – mentre stretta ed impervia quella che conduce in Paradiso. E quel suo fratello disgraziato, tutta la vita l’aveva consumata nel piacere. Pur essendo gemelli, subito si erano mostrati completamente diversi: tanto lei era seria, posata, riflessiva e timida, così lui era aperto, allegro, impulsivo, incline al riso ed al gioco, pronto allo scherzo. I genitori li chiamavano Sole e Luna e, sebbene cercassero di non darlo a vedere, non occorreva grande intuito per comprendere quanto loro prediligessero il fratello, perché naturalmente la luna era lei. Ma questo non importava: lei avrebbe atteso, prima o poi si sarebbero accorti del loro errore. Quando poi i genitori erano morti senza aver riconosciuto nel fratello l’impronta del male, non si era scoraggiata: aveva continuato ad attendere, comportandosi con ancora maggior rigore, irreprensibile agli occhi di chiunque proprio per allontanare da sé la contaminazione fraterna. Mai s’era permessa un piacere fine a se stesso, il peccato non l’aveva mai sfiorata. Dopo una carriera scolastica da prima della classe si era brillantemente laureata in lingue per poi insegnare inglese nei licei fino all’età della pensione. Da ragazza non aveva mai fatto un viaggio se non per motivi di studio, non si era appassionata né allo sci né al tennis, sport che si era imposti di praticare, non aveva mai fumato né aveva mai lontanamente gustato il mezzo bicchiere di vino che sorbiva ai pasti come una medicina; al cinema, a teatro o al ristorante era sempre andata in compagnia degli amici e sempre si era rifiutata alle pur frequenti richieste di appuntamenti a due. Non era mai uscita da sola la sera; non era proprio mai uscita da sola tranne che per andare a far la spesa o per recarsi al lavoro. E in Chiesa, ovvio. Quando poi, compiuti quarant'anni, aveva deciso che era giunto il momento di sposarsi, aveva accettato la proposta di un diplomatico in pensione con il doppio dei suoi anni che, vedovo e senza figli, più che di una nuova compagna avrebbe avuto bisogno di un’infermiera. Il fratello aveva criticato quella scelta ed aveva insinuato che quel matrimonio le avrebbe consentito di ottenere la condizione di moglie, necessaria alla sua idea di rispettabilità, senza complicazioni sentimentali o passionali, ma soprattutto l’avrebbe tenuta lontana dal sesso di cui aveva una paura folle. Figurarsi… Paura! Le aveva sempre fatto schifo, questo sì, non se lo nascondeva e non ne faceva mistero con nessuno, ma paura… No, solo del peccato, del piacere terreno che conduce all’inferno, aveva paura. Lei doveva mantenersi al di sopra ed al di fuori di esso, e tutti dovevano guardarla con rispetto ed ammirazione per questo. E così era stato. Giovane, bella, colta e moralmente irreprensibile, era stata l’orgoglio del marito che aveva assistito e curato con devozione per i dieci anni che era durato il loro matrimonio. Poi lui era morto e lei era tornata sola. Certo, non era stata una vita allegra, ma lei non voleva una vita facile né divertente: lei voleva una vita senza peccato.

- Tu vuoi stare al sicuro - le aveva detto il fratello mentre la riaccompagnava a casa dopo il funerale – Non vuoi correre rischi: niente amore, niente figli, niente piacere, niente passione, niente dolore, niente di niente. E’ vita, questa?

- E tu, allora? – aveva replicato lei, furiosa che quel fratello infingardo le facesse la morale, lui a lei! – Sei sposato, tu? Hai figli? Ah, sì, il sesso sì, certo! Quello non ti manca proprio! Staremo a vedere, caro mio, chi avrà avuto ragione! Alla fine c’è una giustizia per tutti, ricordalo. Per tutti! 

Ed anche se quella sospirata giustizia sembrava non dovere arrivare mai, ella aveva continuato ad aspettarla, vivendo con ostentato sacrificio le sue giornate grigie e rigorose di vedova rispettabile e irreprensibile, vedova che accorreva dove c’era bisogno del suo tempo e del suo denaro, da tutti riconosciuta ed indicata come esempio di generosità e rettitudine; aveva atteso e atteso, continuando a tenere il suo nome lontano da quello del suo disgraziato fratello libertino che non s’era mai sposato perché, come le aveva sussurrato un giorno con un sorriso spudorato, amava troppo le donne per contentarsi di una sola; quel fratello che dopo la morte dei genitori, chiusa in un cassetto la laurea in Storia e Filosofia, s’era messo a girare il mondo ed aveva fatto di tutto per mantenersi, dall’idraulico al muratore, dal facchino al giocatore, dal cameriere al maestro di sci e chissà cos’altro ancora, prima di diventare un celebre regista cinematografico; quel fratello a cui tutto sembrava andare sempre bene, troppo bene, al punto da avere per l’arte un fiuto infallibile grazie al quale nel tempo aveva trasformato la sua casa nel cuore di Roma in un museo eterogeneo in cui erano accumulati quadri, sculture, monete, bastoni, armi, gioielli; quel fratello che, lei lo sapeva, per tutto questo aveva pagato un prezzo altissimo, perché a quella vita senza disciplina e senza sofferenza che era un insulto, un’ingiustizia somma ed una bestemmia non poteva esserci altra spiegazione che questa: il demonio aveva ipotecato la sua anima ed il demonio, alla fine, avrebbe riscosso il suo tributo.

Perciò lei aveva continuato ad attendere, vigile, moltiplicando le sue virtù.

E finalmente, ecco, due anni prima, quella malattia improvvisa. Un morbo raro, quasi sconosciuto, che l’aveva privato di colpo, ad appena sessantotto anni, lui così attivo, vivace, pieno di interessi e curiosità, dell’uso delle gambe e, quel che per lui era peggio, ne era certa, della sua potenza virile.

Le sue preghiere erano state esaudite: il fratello non sarebbe morto all’improvviso e, prima che la malattia completasse il suo corso, lei avrebbe avuto il tempo di farlo riflettere, di aiutarlo a pentirsi, di salvargli l’anima.

Lui era ricco e avrebbe potuto permettersi infermiere e servitù, ma lei era riuscita ad impedirlo; lasciata in fretta e furia la sua cittadina si era trasferita in casa del fratello e, per stargli sempre accanto, aveva rinunciato persino a lasciare la città quando l’estate si faceva afosa e soffocante. Solo lei poteva avvicinarlo, curarlo, accudirlo e parlargli, soprattutto parlargli. Aveva anche fatto in modo che le decine di amiche ed amichette che venivano a bussare alla sua porta, desistessero. Santo Cielo, quante erano! E che insistenza! Ma lei non poteva permettersi di perdere tempo, non sapeva quanto ne avrebbe avuto a disposizione per riuscire nella missione cui aveva dedicato la vita. Prima che fosse troppo tardi, doveva convincerlo a chiedere perdono dei suoi numerosi ed immondi peccati.

In soli due anni quella malattia sconosciuta l’aveva progressivamente mutato in un vecchio, un vecchio disgustoso, con sempre un rivolo di saliva che scendeva dall’angolo della bocca, incapace di mandar giù un boccone senza sporcarsi, che respirava rumorosamente e con affanno e che, senza i suoi continui interventi, sarebbe stato schifosamente puzzolente. Tutto aveva fatto per lui, senza mai tirarsi indietro. E in cambio, neanche un grazie. Non solo: negli occhi del fratello, che erano l’unica cosa veramente viva di quel corpo, brillava ancora quella luce sorniona e beffarda con cui l’aveva sempre guardata. Pazienza, aveva pensato lei, sono abituata ad aspettare.

Ma poi, la mattina precedente, quella scoperta: quel peccatore impenitente, quel vecchio sporcaccione, quello schifoso maniaco sessuale era riuscito a trovare un’ennesima complice per i suoi giochetti osceni. E quando l’aveva informato di avere avvertito la donna e che certamente questa avrebbe posto fine a quel suo scandaloso guardarla, quando gli aveva ripetuto ancora una volta che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sulla sua anima, quegli occhi avevano riso; avevano riso di lei!

Ed ora sapeva il perché: con lo sguardo le aveva indicato il cassetto della scrivania dove aveva trovato le regole di quel gioco assurdo che aveva preparato già dall’anno prima, quando il suo amico notaio era venuto a trovarlo. Accidenti a lei che l’aveva fatto passare! Ma come poteva immaginare… come prevedere che non solo dalle donne l’avrebbe dovuto isolare? E poi quello aveva le chiavi, ed era il notaio…

E ora, ora che lui era a un passo dalla morte, e dall’inferno, lei avrebbe dovuto rinunciare a salvarlo? E per di più, avrebbe dovuto rischiare che tutto il suo sporco patrimonio finisse nelle mani di quella sconosciuta? Ah, no! In beneficenza, in beneficenza l’avrebbe anche potuto tollerare, anche se avrebbe preferito occuparsene lei; ma a quella donna, a quella sconosciuta che oltretutto, se avesse aperto, si sarebbe rivelata degna di lui: no, questo non l’avrebbe permesso. Perdesse pure la sua anima dannata, se così aveva deciso, ma quel denaro sarebbe stato suo, tutto suo, perché se l’era guadagnato con una vita di attesa, con la sua sete di giustizia, con la sua fede nel trionfo della virtù. Suo, o di nessun altro.

Avrebbe dimostrato al suo caro fratello, una volta per tutte, che si sbagliava: lei avrebbe detto l’ultima parola, in quella vicenda. Lei, ancora una volta, avrebbe pianificato il destino.

Certo, con quella finestra aperta stava gelando, ma tanto valeva, a quel punto… Ancora pochi minuti, forse secondi… Dover aspettare non la spaventava certamente, era la cosa che sapeva fare meglio.

Perfettamente eretta, con le gambe leggermente divaricate ed i piedi saldi, la testa leggermente inclinata sul calcio del fucile appoggiato alla spalla, prese la mira ed attese. 

La parola al destino.

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Gradimento

ritratto di Vecchio Mara

che megera...

la sorella, però. Almeno lui, il fratello, se l'è goduta la vita, ha amato, forse solo carnalmente, ed è stato riamato, fino all'ultimo respiro; ma lei, la virtuosa, sapeva solo invidiare e odiare... gemelli diversissimi che, come il sole e la luna, non avrebbero mai potuto trovare un punto d'incontro, sfiorarsi per un attimo, forse sì, ma come il buio e la luce, mai percorsero uniti un intero giorno... e così la povera inconsapevole ragazza finì nel centro, oltre  che del mirino, di un gioco perverso, frutto di un odio troppo a lungo represso. Lungo ma letto d'un fiato... piaciuto molto.

Ciao Maria Angelica

Giancarlo

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Caro Giancarlo/Vecchio

Caro Giancarlo/Vecchio Mara (ma come funziona, usiamo il nome vero o il nickname? blush) ... addirittura letto d'un fiato! Grazie!

Vero: lui è molto simpatico, la sorella... poveretta... mooolto meno... proprio una megera, come dici. Ma forse sono un po' tutti innocenti, come tutti siamo innocenti, più o meno..., nella vita. 

Il finale è quindi aperto, perché il destino, il Fato o... la Provvidenza, ha l'ultima parola: la persiana è ancora chiusa e, anche se la ragazza sta per aprirla mossa questa volta da un consapevole atto d'amore, ancora è chiusa... E certo, la megera è lì con il fucile puntato mentre lui, il fratello simpatico, non sa che il suo gioco, nato per punire la sorella ed insegnarle una volta per tutte il valore dell'amore in tutte le sue declinazioni, sta per diventare un boomerang, proprio perché anche quello della sorella, per quanto distorto, è una forma d'amore, e lui non l'ha capito...

Quindi il finale è sospeso, perché l'ultima parola la dirà il destino, il Fato, la Provvidenza: non è affatto detto che finisca come sembra, io immagino chiaramente una fine divesa ma ho preferito lasciare al lettore - è lui il destino/fato/provvidenza -  la libertà di scegliersi il finale. 

Ciao ancora grazie 

Maria Angelica 

ritratto di Vecchio Mara

usiamo...

il nome... il nick l'ho pensato unendo all'età non più verde (66) la prima parte di un cognome un po' lunghetto. In ogni caso se preferisci usare il nick, non ci sono problemi, fai tu.

Ciao ciao Maria Angelica 

Bel racconto, Maria Angelica.

Bel racconto, Maria Angelica. E' ottima a mio avviso l'introspezione psicologica dei due fratelli, specie della sorella. Vedevo Bette Davis, mentre leggevo il tuo racconto, che prendeva la mira. E ovviamente tifo per la vicina. Brava

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Grazie, Anna. Contenta che ti

Grazie, Anna. Contenta che ti sia piaciuto. E ovviamente la vicina, se lo vorrai, si salverà. smiley

Ciao

Maria Angelica

MAMMA MIA.....

..............che personaggi....!!!

Soprattutto la sorella, intrisa di religiosità maniacale e di un sadismo nascosto che sconfina nella paranoia.

Non c'è che dire, personaggi tratteggiati molto finemente e trama avvincente, fino al finale, lasciato molto intelligentemente aperto, che il lettore può immaginare come meglio crede.

Ma, visto come sono andate le cose, per me il finale non può essere che uno solo!

Ottimo racconto che fila via liscio e si lascia leggere bene.

Ecco, probabilmente, io avrei evitato di evidenziare i capitoli (L'amante, l'amata, la sorella....) ma è un piccolo reminder di poco conto.

Complimenti!

 

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Ciao Paolo.  Grazie,

Ciao Paolo. 

Grazie, naturalmente contenta ti sia piaciuto. Probabilmente hai ragione, anzi, sicuramente, sia perché il lettore ha sempre ragione, sia perché il terzo titoletto non mi soddisfa per niente: meglio quindi non mettere il titolo ai capitoletti. Quando enterò qui un po' meno mordi e fuggi, li toglierò.  

Buffo, questo tuo commento mi compariva sul cellulare da giorni ma poi, quando aprivo la pagina, non c'era: pensavo fosse un virus! Ci si porebbe scrivere una storia...?

Grazie comunque

ciao ciao

MAB

ritratto di Jazz Writer

Un racconto

dalla trama semplice ma complicata allo stesso tempo, per i tanti aspetti e risvolti psicologici ed esistenziali, non ultimo quello della ragazza straniera. Giusto lasciare il finale aperto, poi ognuno faccia il tifo per chi crede. Io mi limito a dire la mia sul tipo di narrazione, fluida e precisa nonostante i periodi in alcuni casi siano lunghi, come si usava nei bei tempi andati( io ero un patito di Proust e scrivevo almeno 5 righe per frase) e pieni di immagini e contenuti. Mi era sfuggito; meno male che, curiosando sul tuo profilo in cerca di un racconto, mi è capitato sotto gli occhi... Una curiosità: la parola al destino che compare alla fine è un suggerimento al lettore per immaginare il finale? ciaociao.

ritratto di Maria Angelica BARRACCO

Caro Jazz...

esattamente come dici e... più precisamente, il lettore è il destino... wink

 

Grazie sempre dei lusinghieri commenti, sicuramente esagerati.. Se fossi goivincella potrei montarmi la testa, non lo sono e non lo farò.

Grazie comunque. 

Quando questo periodo di lavoro forsennato finirà, mi consolerò della disoccupazione leggendo qua e là, su questo bellissimo sito: magari con i tuoi racconti di periferia che nel frattempo, spero, avrai postato. 

A presto

MAB