Il mistero del campanile - capitolo XIII

 

CAPITOLO XIII – Nettuno

 

Per qualche secondo non successe nulla, poi le assi della cassa incominciarono a scricchiolare e a spezzarsi. Il coperchio esplose lanciando schegge in ogni direzione. Dal cumulo di polistirolo si alzarono due grandi mani di bronzo, seguite subito dopo da un busto enorme. Sulla sommità, anche se un po’ rovinata dal tempo, si ergeva la testa cesellata del dio Nettuno con la sua corona. Lampi verdi occupavano le orbite degli occhi. Il colosso di metallo era impressionante sia per le dimensioni che per i dettagli che facevano risaltare i muscoli e la barba tipica del dio del mare.

Per una frazione di secondo gli aggressori rimasero interdetti ma si ripresero molto velocemente. Si divisero in due gruppi da tre. Il primo si posizionò alla nostra destra ed incominciò a bersagliare la nostra posizione ed il gigante con le armi automatiche mentre il secondo tentava di aggirarci per arrivare alle nostre spalle.

Visto come si erano messe le cose decisi di tentare l’unica cosa possibile. Ordinai al costrutto di attaccare il gruppo che stava sparando mentre noi ci allontanavamo dalla scatola distrutta, in cerca di un altro riparo.

L’automa si alzò in tutta la sua altezza. Il gigante era alto circa quattro metri e mezzo per qualche tonnellata di peso. Era una creazione davvero impressionante e lo divenne ancora di più quando si avventò contro i nostri aggressori.

Con velocità eccezionale per la sua mole gli fu subito addosso.  Il colosso si piegò in avanti, ignorando i proiettili che lo bersagliavano e colpì violentemente con il dorso della mano sinistra il primo uomo, facendolo volare contro la parete alle sue spalle.

Il secondo aggressore cercò di spostarsi per evitare il gigante ma fu inutile. Con una mossa fulminea prese una cassa, strappandola dalle corde di sicurezza e gliela lanciò addosso. Per fortuna dell’uomo la cassa non era piena perché appena lo colpì andò in pezzi insieme ad un tripudio di polistirolo. Probabilmente non sarebbe morto ma di certo non avrebbe camminato per parecchio tempo.

Il terzo uomo, visto il disastro, cercò di fuggire dalla stiva passando dal boccaporto d ingresso ma un colpo preciso di Cristina lo colpì alla gamba destra, facendolo schiantare a terra.

 

Il secondo gruppo non aveva più la copertura e quindi fu preda facile di Cristina e del gigante di bronzo.

Dopo che il primo venne colpito alla spalla, gli altri due si arresero. Cristina requisì le loro armi e poi usando delle manette di plastica (anche se a me ricordavano molto le fascette da elettricista o da idraulico) li immobilizzò a terra bloccandogli mani e piedi.

 L’automa con le fattezze del dio del mare si era fermato ad un mio comando, nei pressi della cassa che lo aveva ospitato.

“Non c’è che dire”, disse Cristina, “il tuo intuito è stato davvero provvidenziale”

“Io la chiamerei fortuna sfacciata. Quante probabilità avevamo di trovare un costrutto integro e in grado di riconoscere i miei comandi su una nave di contrabbandieri?”

“Non molte in effetti, ma valeva tentare, giusto?”

“Tu come ti senti?”, le chiesi, cercando di sondare il suo stato d’animo. L’incontro con Paolo doveva averla sicuramente scossa.

“Arrabbiata”, mi rispose asciutta.

“Come al solito allora,”, le risposi, cercando di sdrammatizzare.

Passò qualche secondo di silenzio imbarazzante prima che io riuscissi a dire altro:“Bene, pensiamo  come affrontare quello che sta succedendo la fuori. Il colpo di prima sembrava un esplosione, senza contare che si sono sentiti chiaramente dei proiettili rimbalzare sull’acciaio”

“E’ probabile che a guidare l’azione ci sia lo Zio” rispose asciutta.

“Allora il tuo segnalatore ha funzionato, però non capisco come i nostri aguzzini non lo abbiano rilevato”

“Semplice, era disattivato. Se ti ricordi, dopo che ho spaccato il naso a Paolo” e mentre lo diceva gli occhi le brillarono di soddisfazione, “ho provato anche a colpirlo con i piedi. Battendo il tacco dell’anfibio sul pavimento, ho attivato il GPS”

“Piena di risorse come sempre”

“Adesso però dobbiamo uscire da qui per aiutarlo”

“Non sarebbe male portare il nostro amico di metallo lassù”

“Troviamo i comandi per aprire le stive e usciamo di qui”, mi rispose decisa

“ E per salire…ci facciamo dare un passaggio da Nettuno. Oltretutto, fuori da qui il nostro amico potrà usare la sua arma preferita”, conclusi io indicando la cassa.

 Sotto un cumulo di polistirolo, le punte di un enorme tridente di acciaio brunito sbucavano minacciose dai resti della cassa.

 

Sul ponte scoperto, il piccolo commando diretto dallo Zio aveva il suo bel da fare. Dopo essere sbarcati dall’elicottero si trovarono subito sotto il fuoco incrociato degli uomini fedeli ai figli di Minosse. La loro superiorità numerica e il posizionamento strategico di tiratori sulle gru e sulle sovrastrutture più alte rischiavano di vanificare la missione di soccorso.

Pe cercare di alleggerire la pressione lo Zio lanciò una bomba a mano verso una zona occupata da uno dei difensori. Il boato fece vibrare il metallo intorno a lui ma gli spari cessarono. Bisognava convergere verso il castello di poppa e raggiungere i punti di accesso degli alloggi per neutralizzare gli occupanti del mercantile.

 

L’avanzata era lenta a causa degli scarsi ripari ed i cecchini, posizionati sulle gru e sui camminamenti esterni del ponte di comando, facevano fuoco in relativa sicurezza, sulla squadra di soccorso.

Un proiettile, proveniente dalla gru di sinistra, colpì alla spalla uno degli uomini dello Zio. L’uomo ordinò all’elicottero, che fino ad allora era rimasto fuori dallo scontro per motivi di sicurezza, di bersagliare la zona del  ponte con la mitragliatrice pesante.

Il grosso Agusta Bell AB-205 arrivò da dietro il castello di poppa usandolo come scudo durante la fase di avvicinamento. Fece un passaggio davanti alla plancia di comando scaricando una pioggia di fuoco. Un inferno di metallo e cristallo si riversò sugli occupanti. Placate le scariche  dovette  subito allontanarsi perché i cecchini sulle gru avevano cessato il fuoco sui commando per direzionarlo sul velivolo. Parecchi proiettili colpirono la fusoliera non corazzata senza fare danni gravi.

 

L’azione dell’elicottero diede la possibilità al commando di avanzare fino a circa 15 metri dalle gru, salvo essere nuovamente bloccati dal fuoco incrociato di armi automatiche che adesso sparavano anche da uno dei ponti più bassi.

Erano in una posizione di stallo e soprattutto ed il tempo non era dalla loro parte. Il combattimento, prima o poi, avrebbe attirato l’attenzione di qualche natante che avrebbe di sicuro allertato la Marina Militare. L’invio un pattugliatore avrebbe messo a rischio l’intera missione.

L’ultima cosa che voleva lo Zio era dare spiegazioni a dei marinai in assetto da guerra.  Per sua fortuna un evento inaspettato quanto stupefacente risolse la situazione.

Davanti a lui il tetto di una delle tante stive incominciò ad aprirsi, sorprendendo anche i difensori che dovettero spostarsi velocemente per evitare di essere schiacciati. Dal varco vide uscire una statua alta oltre quattro metri che atterrò a pochi passi dalla prima gru, dando le spalle ai cecchini. Il ’colosso depositò due figure umane, un uomo ed una donna, dietro un parapetto di metallo.

L’uomo indicò le gru all’automa e poi si mise al riparo.  Il gigante di bronzo recuperò dalla sua schiena un enorme tridente di metallo brunito ed incominciò a colpire la base della gru in modo da farla crollare verso il castello di poppa. Dopo pochi attimi, tutta la struttura crollò rovinosamente sul ponte. Schegge di metallo, polvere e ed un denso fumo si alzarono dalla zona del crollo. Ignorando completamente i colpi dei difensori che martellavano le placche del petto e delle gambe, il colosso abbatté la seconda gru provocando ulteriori danni alla nave.

Lo Zio attese ancora qualche secondo, poi ordinò il cessate il fuoco.  Dai difensori non arrivò nessuna resistenza. Con circospezione gli uomini del commando avanzarono verso la zona degli alloggi e il ponte di comando mentre lui si dirigeva verso i due ragazzi.

***

Alessio e Cristina aspettarono che il gigante abbattesse entrambe le gru e poi attesero che il fumo e la polvere rilasciati dalle due strutture, ormai ridotte ad un insieme di rottami, si diradassero. Sulla nave non si sparava più. I due ragazzi erano abbastanza sicuri che il commando che aveva abbordato la nave fosse dalla loro parte ma per sicurezza avevano richiamato il costrutto.

Un uomo, dopo aver dato degli ordini via radio inizio a dirigersi verso di loro, il viso di Cristina si illuminò di colpo. Anche io mi rilassai perché avevo riconosciuto la camminata di quell’ uomo in mimetica nera. Non poteva essere che lo Zio.

 

L’incontro per Cristina fu liberatorio mentre io me ne rimasi in disparte scrutando i danni che aveva subito Nettuno. Tutte le placche pettorali erano segnate dai proiettili. Le gambe erano cosparse di polvere e un qualche tipo di lubrificante filtrava da alcune fessure all’altezza dei polpacci. In alcuni punti, gli ingranaggi che permettevano al gigante di muoversi, erano ben visibili. Anche il volto aveva subito danni. La corona era stata spezzata e parte dello zigomo destro era stato distrutto. Il costrutto, nello scontro, aveva certamente collezionato parecchi danni ma ero consapevole che la sua forza distruttiva era rimasta inalterata.

Mentre aspettavamo gli esiti della perlustrazione della squadra di soccorso, Cristina raccontò allo zio la nostra avventura, a partire dal rapimento al porto. Mentre lei raccontava la interruppi solo per sapere cosa ne era stato di Antonio. Lo Zio ci disse di non preoccuparci, il simpatico pescatore si era ripreso senza incidenti ed era stato il primo a dare l’allarme, avvisandolo dell’accaduto.

Mentre finiva il racconto, gli uomini del commando uscirono dalla zona abitata. Insieme a loro c’erano cinque uomini ammanettati.

“Nessun altro a bordo, “disse quello che doveva essere il secondo in comando, “ho lasciato uno dei ragazzi sulla plancia per fermare le macchine e lanciare l’ SOS. Tra pochi minuti penso che avremo parecchia attività qui attorno”.

“Ok, Claudio, allora richiama l’elicottero e fallo atterrare. Tra dieci minuti dobbiamo essere tutti a bordo del velivolo.”

“Va bene Zio.”, rispose il secondo in comando e poi chiese, “Come ci comportiamo con i prigionieri?”

“Trattenetene uno, gli altri li lasciamo alla Guardia Costiera. Avranno i loro da fare a ricostruire i fatti accaduti a bordo”.

“Bene, “disse Claudio, “allora a dopo”, concluse mentre si avviava verso i suoi uomini in attesa di disposizioni.

Mentre lo Zio parlava con il suo subalterno io e Cristina cercammo tra i prigionieri Paolo, ma lui non c’era. Perplessi, ci dirigemmo verso i commando che avevano assaltato la nave. Facemmo loro una breve descrizione dell’ex mentore di Cristina ma loro confermarono che trai i cadaveri nessuno combaciava alla descrizione.

La vidi avvampare di rabbia ma era troppo orgogliosa per cedere totalmente alle emozioni così tornammo nuovamente dallo Zio.

“Cosa ne facciamo del costrutto e delle altre casse che ci sono nella stiva?” gli chiese Cristina.

“Dobbiamo abbandonarlo sulla nave. Non abbiamo i mezzi per portarlo via”, rispose lui asciutto

“e gli altri oggetti ?”, gli chiesi.

“Per adesso li recupererà la Guardia Costiera. Poi penseremo al loro recupero e se necessario alla loro secretazione sfruttando i nostri contatti all’interno della pubblica amministrazione e della difesa”.

“Quindi adesso possiamo andare via?”

“Si”, mi rispose porgendomi la mano che strinsi con forza”, “Hai fatto un ottimo lavoro in questa crisi ma purtroppo non è ancora finita”

“Lo immaginavo...dobbiamo trovare ancora il libro ma possiamo essere soddisfatti. Presumo che la perdita del carico non farà piacere ai nostri rivali.”

“Lo penso anche io. Ma temo che ce li ritroveremo addosso molto presto”

“E noi saremo preparati; inoltre, con l’aiuto di uno di quei signori,” disse, indicando i prigionieri, “potremo facilmente ricostruire la loro rete di contatti a Messina”

“Quindi potrò tornare tranquillamente a casa mia?” gli chiesi.

 “In linea di massima, direi proprio di si”, mi rispose lo Zio accennando un sorriso.

” Adesso possiamo tornare tutti a casa”, concluse guardando Cristina.

 Aveva avuto una terribile rivelazione oggi. Era stata ingannata e tradita da una persona che aveva amato e che pensava aver perso in maniera tragica e terribile parecchio tempo fa. Oggi l’aveva ritrovata ma in una veste terrificante e crudele.

Facendo attenzione ai detriti, ci avviammo verso l’elicottero che ci attendeva, con il rotore al minimo, sul ponte  della nave. In pochi attimi ci sollevammo dal mercantile e prendemmo finalmente la direzione di casa.

 

 

CAPITOLO XIII – Nettuno

 

Per qualche secondo non successe nulla, poi le assi della cassa incominciarono a scricchiolare e a spezzarsi. Il coperchio esplose lanciando schegge in ogni direzione. Dal cumulo di polistirolo si alzarono due grandi mani di bronzo, seguite subito dopo da un busto enorme. Sulla sommità, anche se un po’ rovinata dal tempo, si ergeva la testa cesellata del dio Nettuno con la sua corona. Lampi verdi occupavano le orbite degli occhi. Il colosso di metallo era impressionante sia per le dimensioni che per i dettagli che facevano risaltare i muscoli e la barba tipica del dio del mare.

Per una frazione di secondo gli aggressori rimasero interdetti ma si ripresero molto velocemente. Si divisero in due gruppi da tre. Il primo si posizionò alla nostra destra ed incominciò a bersagliare la nostra posizione ed il gigante con le armi automatiche mentre il secondo tentava di aggirarci per arrivare alle nostre spalle.

Visto come si erano messe le cose decisi di tentare l’unica cosa possibile. Ordinai al costrutto di attaccare il gruppo che stava sparando mentre noi ci allontanavamo dalla scatola distrutta, in cerca di un altro riparo.

L’automa si alzò in tutta la sua altezza. Il gigante era alto circa quattro metri e mezzo per qualche tonnellata di peso. Era una creazione davvero impressionante e lo divenne ancora di più quando si avventò contro i nostri aggressori.

Con velocità eccezionale per la sua mole gli fu subito addosso.  Il colosso si piegò in avanti, ignorando i proiettili che lo bersagliavano e colpì violentemente con il dorso della mano sinistra il primo uomo, facendolo volare contro la parete alle sue spalle.

Il secondo aggressore cercò di spostarsi per evitare il gigante ma fu inutile. Con una mossa fulminea prese una cassa, strappandola dalle corde di sicurezza e gliela lanciò addosso. Per fortuna dell’uomo la cassa non era piena perché appena lo colpì andò in pezzi insieme ad un tripudio di polistirolo. Probabilmente non sarebbe morto ma di certo non avrebbe camminato per parecchio tempo.

Il terzo uomo, visto il disastro, cercò di fuggire dalla stiva passando dal boccaporto d ingresso ma un colpo preciso di Cristina lo colpì alla gamba destra, facendolo schiantare a terra.

 

Il secondo gruppo non aveva più la copertura e quindi fu preda facile di Cristina e del gigante di bronzo.

Dopo che il primo venne colpito alla spalla, gli altri due si arresero. Cristina requisì le loro armi e poi usando delle manette di plastica (anche se a me ricordavano molto le fascette da elettricista o da idraulico) li immobilizzò a terra bloccandogli mani e piedi.

 L’automa con le fattezze del dio del mare si era fermato ad un mio comando, nei pressi della cassa che lo aveva ospitato.

“Non c’è che dire”, disse Cristina, “il tuo intuito è stato davvero provvidenziale”

“Io la chiamerei fortuna sfacciata. Quante probabilità avevamo di trovare un costrutto integro e in grado di riconoscere i miei comandi su una nave di contrabbandieri?”

“Non molte in effetti, ma valeva tentare, giusto?”

“Tu come ti senti?”, le chiesi, cercando di sondare il suo stato d’animo. L’incontro con Paolo doveva averla sicuramente scossa.

“Arrabbiata”, mi rispose asciutta.

“Come al solito allora,”, le risposi, cercando di sdrammatizzare.

Passò qualche secondo di silenzio imbarazzante prima che io riuscissi a dire altro:“Bene, pensiamo  come affrontare quello che sta succedendo la fuori. Il colpo di prima sembrava un esplosione, senza contare che si sono sentiti chiaramente dei proiettili rimbalzare sull’acciaio”

“E’ probabile che a guidare l’azione ci sia lo Zio” rispose asciutta.

“Allora il tuo segnalatore ha funzionato, però non capisco come i nostri aguzzini non lo abbiano rilevato”

“Semplice, era disattivato. Se ti ricordi, dopo che ho spaccato il naso a Paolo” e mentre lo diceva gli occhi le brillarono di soddisfazione, “ho provato anche a colpirlo con i piedi. Battendo il tacco dell’anfibio sul pavimento, ho attivato il GPS”

“Piena di risorse come sempre”

“Adesso però dobbiamo uscire da qui per aiutarlo”

“Non sarebbe male portare il nostro amico di metallo lassù”

“Troviamo i comandi per aprire le stive e usciamo di qui”, mi rispose decisa

“ E per salire…ci facciamo dare un passaggio da Nettuno. Oltretutto, fuori da qui il nostro amico potrà usare la sua arma preferita”, conclusi io indicando la cassa.

 Sotto un cumulo di polistirolo, le punte di un enorme tridente di acciaio brunito sbucavano minacciose dai resti della cassa.

 

Sul ponte scoperto, il piccolo commando diretto dallo Zio aveva il suo bel da fare. Dopo essere sbarcati dall’elicottero si trovarono subito sotto il fuoco incrociato degli uomini fedeli ai figli di Minosse. La loro superiorità numerica e il posizionamento strategico di tiratori sulle gru e sulle sovrastrutture più alte rischiavano di vanificare la missione di soccorso.

Pe cercare di alleggerire la pressione lo Zio lanciò una bomba a mano verso una zona occupata da uno dei difensori. Il boato fece vibrare il metallo intorno a lui ma gli spari cessarono. Bisognava convergere verso il castello di poppa e raggiungere i punti di accesso degli alloggi per neutralizzare gli occupanti del mercantile.

 

L’avanzata era lenta a causa degli scarsi ripari ed i cecchini, posizionati sulle gru e sui camminamenti esterni del ponte di comando, facevano fuoco in relativa sicurezza, sulla squadra di soccorso.

Un proiettile, proveniente dalla gru di sinistra, colpì alla spalla uno degli uomini dello Zio. L’uomo ordinò all’elicottero, che fino ad allora era rimasto fuori dallo scontro per motivi di sicurezza, di bersagliare la zona del  ponte con la mitragliatrice pesante.

Il grosso Agusta Bell AB-205 arrivò da dietro il castello di poppa usandolo come scudo durante la fase di avvicinamento. Fece un passaggio davanti alla plancia di comando scaricando una pioggia di fuoco. Un inferno di metallo e cristallo si riversò sugli occupanti. Placate le scariche  dovette  subito allontanarsi perché i cecchini sulle gru avevano cessato il fuoco sui commando per direzionarlo sul velivolo. Parecchi proiettili colpirono la fusoliera non corazzata senza fare danni gravi.

 

L’azione dell’elicottero diede la possibilità al commando di avanzare fino a circa 15 metri dalle gru, salvo essere nuovamente bloccati dal fuoco incrociato di armi automatiche che adesso sparavano anche da uno dei ponti più bassi.

Erano in una posizione di stallo e soprattutto ed il tempo non era dalla loro parte. Il combattimento, prima o poi, avrebbe attirato l’attenzione di qualche natante che avrebbe di sicuro allertato la Marina Militare. L’invio un pattugliatore avrebbe messo a rischio l’intera missione.

L’ultima cosa che voleva lo Zio era dare spiegazioni a dei marinai in assetto da guerra.  Per sua fortuna un evento inaspettato quanto stupefacente risolse la situazione.

Davanti a lui il tetto di una delle tante stive incominciò ad aprirsi, sorprendendo anche i difensori che dovettero spostarsi velocemente per evitare di essere schiacciati. Dal varco vide uscire una statua alta oltre quattro metri che atterrò a pochi passi dalla prima gru, dando le spalle ai cecchini. Il ’colosso depositò due figure umane, un uomo ed una donna, dietro un parapetto di metallo.

L’uomo indicò le gru all’automa e poi si mise al riparo.  Il gigante di bronzo recuperò dalla sua schiena un enorme tridente di metallo brunito ed incominciò a colpire la base della gru in modo da farla crollare verso il castello di poppa. Dopo pochi attimi, tutta la struttura crollò rovinosamente sul ponte. Schegge di metallo, polvere e ed un denso fumo si alzarono dalla zona del crollo. Ignorando completamente i colpi dei difensori che martellavano le placche del petto e delle gambe, il colosso abbatté la seconda gru provocando ulteriori danni alla nave.

Lo Zio attese ancora qualche secondo, poi ordinò il cessate il fuoco.  Dai difensori non arrivò nessuna resistenza. Con circospezione gli uomini del commando avanzarono verso la zona degli alloggi e il ponte di comando mentre lui si dirigeva verso i due ragazzi.

***

Alessio e Cristina aspettarono che il gigante abbattesse entrambe le gru e poi attesero che il fumo e la polvere rilasciati dalle due strutture, ormai ridotte ad un insieme di rottami, si diradassero. Sulla nave non si sparava più. I due ragazzi erano abbastanza sicuri che il commando che aveva abbordato la nave fosse dalla loro parte ma per sicurezza avevano richiamato il costrutto.

Un uomo, dopo aver dato degli ordini via radio inizio a dirigersi verso di loro, il viso di Cristina si illuminò di colpo. Anche io mi rilassai perché avevo riconosciuto la camminata di quell’ uomo in mimetica nera. Non poteva essere che lo Zio.

 

L’incontro per Cristina fu liberatorio mentre io me ne rimasi in disparte scrutando i danni che aveva subito Nettuno. Tutte le placche pettorali erano segnate dai proiettili. Le gambe erano cosparse di polvere e un qualche tipo di lubrificante filtrava da alcune fessure all’altezza dei polpacci. In alcuni punti, gli ingranaggi che permettevano al gigante di muoversi, erano ben visibili. Anche il volto aveva subito danni. La corona era stata spezzata e parte dello zigomo destro era stato distrutto. Il costrutto, nello scontro, aveva certamente collezionato parecchi danni ma ero consapevole che la sua forza distruttiva era rimasta inalterata.

Mentre aspettavamo gli esiti della perlustrazione della squadra di soccorso, Cristina raccontò allo zio la nostra avventura, a partire dal rapimento al porto. Mentre lei raccontava la interruppi solo per sapere cosa ne era stato di Antonio. Lo Zio ci disse di non preoccuparci, il simpatico pescatore si era ripreso senza incidenti ed era stato il primo a dare l’allarme, avvisandolo dell’accaduto.

Mentre finiva il racconto, gli uomini del commando uscirono dalla zona abitata. Insieme a loro c’erano cinque uomini ammanettati.

“Nessun altro a bordo, “disse quello che doveva essere il secondo in comando, “ho lasciato uno dei ragazzi sulla plancia per fermare le macchine e lanciare l’ SOS. Tra pochi minuti penso che avremo parecchia attività qui attorno”.

“Ok, Claudio, allora richiama l’elicottero e fallo atterrare. Tra dieci minuti dobbiamo essere tutti a bordo del velivolo.”

“Va bene Zio.”, rispose il secondo in comando e poi chiese, “Come ci comportiamo con i prigionieri?”

“Trattenetene uno, gli altri li lasciamo alla Guardia Costiera. Avranno i loro da fare a ricostruire i fatti accaduti a bordo”.

“Bene, “disse Claudio, “allora a dopo”, concluse mentre si avviava verso i suoi uomini in attesa di disposizioni.

Mentre lo Zio parlava con il suo subalterno io e Cristina cercammo tra i prigionieri Paolo, ma lui non c’era. Perplessi, ci dirigemmo verso i commando che avevano assaltato la nave. Facemmo loro una breve descrizione dell’ex mentore di Cristina ma loro confermarono che trai i cadaveri nessuno combaciava alla descrizione.

La vidi avvampare di rabbia ma era troppo orgogliosa per cedere totalmente alle emozioni così tornammo nuovamente dallo Zio.

“Cosa ne facciamo del costrutto e delle altre casse che ci sono nella stiva?” gli chiese Cristina.

“Dobbiamo abbandonarlo sulla nave. Non abbiamo i mezzi per portarlo via”, rispose lui asciutto

“e gli altri oggetti ?”, gli chiesi.

“Per adesso li recupererà la Guardia Costiera. Poi penseremo al loro recupero e se necessario alla loro secretazione sfruttando i nostri contatti all’interno della pubblica amministrazione e della difesa”.

“Quindi adesso possiamo andare via?”

“Si”, mi rispose porgendomi la mano che strinsi con forza”, “Hai fatto un ottimo lavoro in questa crisi ma purtroppo non è ancora finita”

“Lo immaginavo...dobbiamo trovare ancora il libro ma possiamo essere soddisfatti. Presumo che la perdita del carico non farà piacere ai nostri rivali.”

“Lo penso anche io. Ma temo che ce li ritroveremo addosso molto presto”

“E noi saremo preparati; inoltre, con l’aiuto di uno di quei signori,” disse, indicando i prigionieri, “potremo facilmente ricostruire la loro rete di contatti a Messina”

“Quindi potrò tornare tranquillamente a casa mia?” gli chiesi.

 “In linea di massima, direi proprio di si”, mi rispose lo Zio accennando un sorriso.

” Adesso possiamo tornare tutti a casa”, concluse guardando Cristina.

 Aveva avuto una terribile rivelazione oggi. Era stata ingannata e tradita da una persona che aveva amato e che pensava aver perso in maniera tragica e terribile parecchio tempo fa. Oggi l’aveva ritrovata ma in una veste terrificante e crudele.

Facendo attenzione ai detriti, ci avviammo verso l’elicottero che ci attendeva, con il rotore al minimo, sul ponte  della nave. In pochi attimi ci sollevammo dal mercantile e prendemmo finalmente la direzione di casa.

 

 

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