Tutte le cose che avrei voluto dire (Capitolo 43)

ritratto di Cenerentola

Erano le sei del mattino, e io stavo immobile, coricata sul letto, a fissare il soffitto della mia camera. Ero completamente sporca di sperma e lubrificante alla fragola, l’odore iniziava a darmi la nausea. Non solo lo ero, ma mi ci sentivo. Mi sentivo sporca dentro, malata, marcia. Continuavo ad andare a cercare il sesso, seppellendo i miei sentimenti, nascondendo il mio cuore a chiunque. Lui russava al mio fianco, e continuava a rigirarsi nel letto. Non ricordavo esattamente il suo nome, iniziava con la lettera D, ne ero quasi sicura. David, Daniel, Dave. O forse iniziava con la A?

Non era importante.

Kian nella stanza accanto si era svegliato, lo sentivo mentre si preparava per andare all’università.

D. continuava a girarsi nel letto. E a russare. E io continuavo a fissarlo, incredula. Cosa cazzo era successo? Cosa avevo combinato? Ma soprattutto come cazzo si chiamava?

Ricordavo solo che la notte precedente era stata una delle serate più riuscite di sempre, uscita con alcuni amici, una birra al pub. Niente di impegnativo. Avevamo conosciuto un gruppo di inglesi che si erano messi a bere con noi.

Di lui sapevo ben poco, ma era carino, alto, muscoloso, riccioli lunghi biondi che gli ricadevano sulle spalle e occhi nocciola. Un sogno. Tutte nel locale lo guardavano, lo bramavano, ma io ero riuscita a sedurlo. Il mio solito e strano gioco di sguardi questa volta aveva dato i suoi frutti. Era la prima volta, e questo mi eccitava da morire. I suoi occhi nocciola incollati al mio corpo, anche quello mi eccitava da morire. E quella sera mi sentivo sicura. Sicura del mio aspetto e di quello che volevo ottenere quella notte.

Eravamo seduti nei tavolini fuori dal pub, io e D. ci eravamo seduti nell’angolo più appartato.

Complice l’alcool, o forse era stata solo la mia voglia di cazzo, avevo iniziato ad accarezzare la gamba di D., salendo sempre più su. Poi, seduta a cavalcioni sopra di lui, avevamo iniziato a baciarci in modo passionale. Le sue mani forti mi stringevano nei fianchi, la sua bocca era ormai dipendente dalla mia, i suoi occhi castani ogni tanto si aprivano per guardarmi.

Quello che successe dopo è tutto tuttora avvolto nel mistero.

D. continuava a russare al mio fianco. Mi sedetti sul letto e mi girai verso lo specchio. Un enorme succhiotto brillava sul mio collo. Merda. Mi alzai finalmente dal letto con una fatica inaudita. Mi sentivo ancora stordita dall’alcool ingurgitato la sera prima. Mi accesi una sigaretta e valutai la situazione. I preservativi stavano sparsi sul pavimento, chiaro segno che la notte precedente ci eravamo divertiti. Eppure non riuscivo a ricordare nulla.

Uscii dalla mia camera e quasi inciampai nei suoi boxer. Fanculo. Volevo solo farmi una doccia, togliermi di dosso quell’odore di sesso, togliermi di dosso quella strana e appiccicosa sensazione di schifo. Mi sentivo letteralmente uno schifo, letteralmente e metaforicamente parlando, una sensazione orribile si era impossessata di me e non mi voleva lasciar andare.

Nel corridoio incontrai Kian.

“Bel succhiotto!” Disse sorridente. “E bel culo.”  Sorrise ancora una volta.

Mi guardai. Ero uscita dalla camera completamente nuda.

Lui ridendo scese le scale e uscì di casa. Io entrai immediatamente sotto la doccia.

L’acqua ghiacciata scorreva sul mio corpo. Lo sporco abbandonava il mio corpo, ma i miei pensieri non volevano abbandonare i miei pensieri. Continuavo a chiedermi chi cazzo fosse quel ragazzo nudo sul mio letto, e continuavo a domandarmi se davvero ne fosse valsa la pena. Ma soprattutto perché continuavo a comportarmi in questo modo? Ogni volta che mi piaceva qualcuno rovinavo sempre tutto andando a letto con il primo ragazzo conosciuto in un locale, un ragazzo totalmente a caso di cui nemmeno mi ero sforzata di imparare il nome.

E poi il commento di Kian, privo di ogni minima gelosia. Forse quello che provava lui era diverso da quello che provavo io. O forse lui era fatto così. Non gli importava di niente e di nessuno. Eppure quando stavamo insieme sentivo che mi desiderava solo per sé, come se non potesse e non volesse dividermi con nessun’altro. Ma forse queste erano solo mie supposizioni.

Uscii dalla doccia e tornai in camera.

Il ragazzo dai riccioli d’oro si era svegliato e mi salutò con un enorme sorriso, invitandomi a tornare a letto.

“Buongiorno. Devi andartene.” Dissi lanciandogli i boxer.

“Si, certo. Possiamo rivederci?”

“Si… Ehm…”

“Dave, mi chiamo Dave.”

“Certo. Si, ti chiamo io eh?” Sorrisi. Poco convinta.

Lui fece una smorfia, si rivestì veloce e sparì fuori dalla porta.

Almeno ora una delle mie tante domande aveva una risposta. Il ragazzo dai riccioli d’oro aveva un nome. Ma rimasi comunque turbata tutto il resto della giornata, la mia mente non ne voleva proprio sapere di stare calma e quieta, i miei pensieri continuavano a scontrarsi tra loro, sempre più incasinati, imbrigliati in una rete ormai impossibile da districare.

Mi accesi un’altra sigaretta.

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Gradimento

ritratto di Bebo60

È innegabile...

È innegabile che scrivi bene, preciso e puntuale. Anche i dialoghi sono puliti e funzionano.

Proprio per questo la tua scrittura potrebbe trovare ambiti un po' più validi sui quali esprimersi.

Non è tanto per il fatto che il racconto sia erotico, né perché il linguaggio sia crudo e volgare, peché questo ci può stare e anche quella erotica può essere letteratura valida.

Ma perché, insomma, il tema della adolescente "irrequieta", un po' "puttana", che allarga le cosce al primo che passa, che si ubriaca e al mattino non ricorda niente delle notti di sesso, e l'insieme necessariamente molto confuso delle inquietudini che si affollano nella sua giovane mente, è un tema un po' sfruttato e quindi abbondantemente frusto.

È anche vero che nella narrazione erotica sfuggire alla trappola del luogo comune, del già letto, è ancora più difficile...

Comunque ripeto che la scrittura è buona, ed è già molto.