OLTRE IL VELO DELLA REALTÀ

La mia anima sta sprofondando in un abisso senza fondo, sta vorticando in universi privi di stelle, di luce vitale. La settimana scorsa, in una serata primaverile, mi ritrovai a passeggiare dall'altra parte della città, in un quartiere degradato dall'esistenza, muovendomi languido lungo il marciapiede il mio sguardo spaziava sulle vetrate dei negozi illuminate fiocamente da luci interne. La luna era alta in un cielo oscuro e senza stelle, l'aria era così densa che quasi faticavo a inspirare, nell'atmosfera potevo percepire aria di attesa.

Camminai per un lungo lasso di tempo senza rendermi conto dove mi avrebbe portato quella strada sconosciuta dal mondo. Come se il mio corpo martoriato dall'insonnia immerso in una profonda trance e ridestatosi all'improvviso, si ritrovò a fronteggiare l'insegna sbilenca di un cinema all'apparenza abbandonato e depredato del fascino di un tempo ma era solo un impressione, meramente si era adattato, anzi, fuso con il quartiere in cui mi trovavo.

La locandina sbiadita dal sole recitava che il cortometraggio sarebbe iniziato alle dieci in punto, il mio vecchio orologio da polso mi segnalava le nove e cinquantadue, così varcai la soglia di quel decadente edificio ritrovandomi in un corridoio basso ed illuminato fiocamente da deboli luci emanate da lampadine spoglie fissate al soffitto. Oltrepassato il breve tratto di corridoio mi si presentò davanti un botteghino ricoperto da fitte ragnatele, al suo interno aleggiava un tanfo intenso, un lezzo come di morte e disfacimento. Nel rettangolo inferiore del botteghino immerso in quelle ragnatele fitte come capelli vidi un biglietto sgualcito, tracciato con inchiostro rosso sfoggiava il titolo dell'opera, INCUBO.

Entrai in una sala con pochi occupanti sparsi tra le varie serie di poltrone, intravedendo solo le loro silhouette nere come la notte più buia del mondo. Presi occupazione in penultima fila in completa solitudine, mentre sullo schermo si iniziavano ad intravedere le prime immagini del cortometraggio più disturbante e malato che abbia mai visto.

Nelle immagini in bianco e in nero che apparvero sul lungo schermo mostravano un uomo sdraiato su un lettino ospedaliero e legato con corde di nylon, la stanza in cui era prigioniero era completamente bianca e priva di aperture esterne. L'uomo era privo di indumenti e si poteva intravedere il suo organo sessuale in erezione puntare dritto verso il soffitto privo di illuminazione, sembrava in un perenne stato di catalessi ed i suoi occhi erano traboccanti di lacrime di disperazione. Dopo pochi secondi dal soffitto iniziò a sgocciolare un liquido nero, gli occhi dell'uomo fuoriuscirono quasi letteralmente dalle orbite a quella vista, il trasudare divenne sempre più intenso e in un attimo fu ricoperto da quel liquido che immaginai dovesse essere sangue, quell'inchiostro nero iniziò a trasparire anche dalle pareti ricoprendo l'intera pavimentazione.
Mentre l'uomo sul lettino iniziò ad urlare come un forsennato l'ambiente venne occupato da un'altra presenza, un uomo alto e privo di capelli, il viso ricoperto da una fitta ragnatela di rughe, i suoi piedi erano immersi in stivali di gomma, guadando quel mare d’inchiostro che ricopriva la stanza si approssimò all'uomo sul lettino brandendo una lunga cesoia, quest'ultimo iniziò a dibattersi come un posseduto mentre il secondo uomo con un taglio netto gli troncò il membro rimastogli eretto, l'uomo con la cesoia venne colpito da un fiotto di sangue in pieno viso, prese l'organo amputato e lo dispose nella tasca della logora giacca che indossava mentre tornava su i suoi passi, un enorme sorriso carente di alcuni denti era stampato sul suo volto da alienato, uscì dall’inquadratura della cinepresa, sullo sfondo rimase l'uomo sul lettino privo di conoscenza.

Arrivati a questo punto il cortometraggio ricominciava da capo, ripercorrendo lo stesso corso degli eventi, variando solo nell'amputazione dell'organo, nella seconda visione furono i suoi genitali ad essere mutilati e riposti in quel vecchio giaccone, mentre nella terza veduta di quel conturbante cortometraggio gli venne asportata la lingua. I miei occhi fissavano lo schermo come rapiti da quelle osceni e strazianti immagini, ritornai nella mia mente spossata quando dei bisbigli concitati si sparsero per la sala e notai una presenza maschile a due poltrone dalla mia postazione, non rammentavo che ci fosse qualcuno nella fila in cui sedevo e non saprei dire quando fosse avvenuta questa azione.
Accortosi della mia attenzione l'uomo volse lo sguardo e mi fissò negli occhi per quelli che mi parvero minuti, poi un sorriso obliquo gli si estese sul volto, mi tese la mano e si presentò come il signor Rocov, indossava un lungo soprabito nero sopra un completo classico, la pelle del suo volto era stranamente tesa con una lieve sfumatura giallognola come se fosse afflitto da una qualche oscura malattia. Dopo le presentazioni mi chiese se mi ero trasferito da poco in quel piccolo sobborgo perchè non rammentava di avermi mai visto da quelle parti, gli risposi che la mia povera mente colpita dall'insonnia mi aveva condotto su quelle vie prostrate dal tempo.
Sull'accennarsi della mia difficoltà ad addormentarmi l'uomo diede a vedere maggiore interesse e mi consigliò di recarmi ad una bottega che trafficava erbe per svariati disturbi tra cui l'insonnia, il signor Rocov mi confessò che per anni era stato soggetto di quel supplizio notturno e tormentato dall'incapacità di sprofondare nel mondo del riposo. Cosicchè decise di provare qualche erba curativa dell'anziana donna proprietaria di quell'umile bottega e dopo anni di sonniferi e altri futili rimedi infine si era riconciliato con il proprio sonno. Il signor Rocov mi diede una speranza che avevo perso da tempo immemore, mi feci spiegare l'ubicazione di questo ammaliante emporio dopodichè lo ringraziai e uscii da quell'ambiente tetro e cosparso di incubi, nel tragitto che percorsi per emergere da quella sala malsana ebbi l'impressione che quel misterioso uomo stesse ghignando alle mie spalle.

Al di fuori di quella struttura decadente l'aria pungente della sera mi schiaffeggiò in pieno viso, mi incamminai lungo il marciapiede per raggiungere la fine di quella logora strada dove avrei trovato l'enigmatica bottega. Nell'aria aleggiava la quiete della notte, la carreggiata era desolata, non un passante avevo incrociato in quella sonnecchiante strada, negli edifici che oltrepassavo nessuna fonte di illuminazione si scorgeva dietro i tendaggi tirati con cura, solo buio e desolazione.

Dopo pochi minuti arrivai dinanzi alla rivendita consigliatomi dal misterioso signor Rocov, l'insegna esibiva caratteri medievali a formare la scritta ERBE ZANESSE, immaginai che Zanesse doveva essere il nome dell'anziana proprietaria. Appena varcai la soglia un campanellino su di essa tintinnò con delicatezza mentre un forte effluvio di lavanda raggiunse il mio olfatto, era così intenso che mi sentii vacillare. Ad ambo i lati lunghi scaffali si espandevano davanti ai miei occhi, esposti in bella mostra barattoli di vario genere contenenti spezie, erbe e sostanze gelatinose che emanavano una leggera luminescenza verdastra. Un pulviscolo ingombrava l'atmosfera circostante rendendo il tutto un delirio della mia psiche, ero perso in queste oscene elucubrazioni quando una porta dietro al bancone di mogano si spalancò e venne fuori una abietta vecchietta con radi capelli a ricoprirgli lo scalpo, sotto i molti strati di indumenti si poteva scorgere una ripugnante gobba, aveva la mano sinistra annerita da qualche strano sortilegio, ed insolitamente le sue iridi erano di colore giallo. L'anziana donna mi si avvicinò con circospezione e le sue iridi gialle si fissarono nei miei occhi nocciola imprigionandomi in quel posto ubicato in qualche strana dimensione, un sorriso ostile si diffuse sul quel volto deturpato dalla decrepitezza, con voce esile mi disse: PER AVVENTURARVI NELLA MIA BOTTEGA A UN'ORA COSI' INDISCRETA IN UNA NOTTE TETRA COME QUESTA SOLO UN DISTURBO PUO' TORMENTARVI.
Dopo queste parole inaspettate sparì di nuovo nella porta da cui era uscita pochi attimi prima, a disturbare la quiete del negozio solo il ticchettio di un orologio perso nei meandri di quella struttura. Ritornò pochi minuti dopo stringendo tra le gracili mani una tazza scheggiata sul bordo, me la porse con delicatezza dicendomi: BEVETE L'ESSENZA DEL MONDO E PERDETEVI IN MONDI OSCURATI DALLA MENTE, TORNATE A CULLARVI TRA LE BRACCIA DI MORFEO.
In quel momento mi sentivo come una mera marionetta, ero recluso in un corpo di cui avevo perso il controllo, le mie mani afferrarono la tazza con ferocia e la portarono tra le mie labbra, dopo un secondo un denso liquido caldo discendeva giù per la mia gola arida. Come sotto ipnosi mi diressi all'uscita di quel negozio immerso nell'occulto, quando la fragile voce della vecchietta riverberò di nuovo nell'aria.
COME EFFETTI COLLATERALI QUELL'INFUSO DI ERBE POTREBBERO PORTARVI AD AVERE DEI SOGNI BIZZARRI, SOGNI CHE VI PERMETTERANNO DI VEDERE OLTRE IL VELO DELLA REALTA' E DARE UN SCORCIO NELL'IGNOTO, MA DOVETE ESSERE CAUTO SE NON VORRETE IMPAZZIRE IN ESSO.
Uscii in strada e voltatomi in direzione della vetrata del negozio scorsi l'anziana donna ancora intenta a fissarmi, e per qualche strano gioco di riflessi mi parve che il suo bulbo oculare sinistro fuoriuscisse dall'orbita e fluttuasse davanti al suo viso decadente, l’occhio aumentava la sua proporzione ogni attimo di più, mi avviai verso il mio destino.

Dopo parecchie settimane il sonno calò su di me come un sudario, un senso fisiologico magnificente, ero troppo stanco e troppo assonnato per far ritorno all'altra parte della città, così mi introdussi in un albergo a due stelle che mi si parò davanti. Mi addentrai nella camera che mi era stata assegnata, una stanza fatiscente con una gran quantità di muffa ad imbrattare le pareti, ma in quel momento volevo solo chiudere gli occhi ed introdurmi in quel mondo magico senza differenza tra razionale e irrazionale, senza sapere dove mi avrebbe trascinato quel mondo sofferente.

Mi ritrovai catapultato in un mondo immerso nella mistificazione più totale, un viaggio onirico in universi morbosi alla genesi dell'esistenza cosmica. Estensioni di terreni infiniti si espandevano davanti ai miei occhi, in alto un cielo grigio macchiato da stelle nere come tumori ad incupire il tutto, il suolo disconnesso e cosparso di detriti. Anche se la mia vista interiore era presente in questa desolazione ero cosciente della mia mancanza di un corpo materiale, ero un inconsistente aurora violetta, un fumo denso salì a spirale dal mio corpo immateriale fino a raggiungere il punto più alto di quel firmamento malato, ed in quel punto il cielo iniziò a diradarsi come un sipario teatrale che si spalanca sugli attori, e da dietro quel tendaggio apparve un gigantesco, mastodontico bulbo oculare che con la sua iride nera simile ad un pozzo di terrore scrutava in lungo e in largo per l'infinita estensione territoriale.
Quell'occhio indagatore in continuo movimento si soffermò sulla mia non consistenza, e anche se privo di materialità potevo percepirlo scavare in fondo, intrufolarsi nei recessi della mia mente per scoprire le mie impunite azioni. Quel mondo oscuro e disseminato di incubi era solo un velo in cui dietro era nascosto un cosmo ben peggiore, un universo distanziato dal nostro spaziotempo dove l'eternità ti condannava ad incubi interiori, in una continua lotta con l'inconscio, dove avresti preferito patire tra atroci supplizi.

La mia inconsistenza si ritrovò a viaggiare per quelli che mi sembrarono anni in universi cosparsi di stelle e di fuochi bianchi, la velocità era incalcolabile, costellazioni e galassie ammorbate si persero oltre la mia presenza mentre continuavo nella mia destinazione imperterrito, il tempo, quell'astrazione mentale semplicemente non esisteva, solo buio ed eternità erano presenti in quella destinazione sconosciuta.

La mia percezione si ritrovò a contemplare un mondo dove il cielo eruttava fiamme, davanti ai miei occhi diafani vi si presentava un sentiero tortuoso costeggiato da ambi i lati da un immensa estesa di foresta composta da esseri umani impalati. Lunghi pali di legno scheggiato erano infilzati nell'orifizio anale degli uomini fuoriuscendo dalle loro bocche eternamente e grottescamente disincarnate, per le donne il processo era il medesimo tranne che per l'asta di legno che veniva introdotto nell'orifizio vaginale.
Un flusso oscuro e denso di sangue fluiva attraverso le dilatazioni impartite dai pali di legno raggrumandosi alla base di essi, esseri umani di qualsiasi fase d'età condannati a questo supplizio eterno, mi immersi in questa foresta proibita ed orripilante, dei gemiti si levarono alti tra le numerose file dei condannati al patimento, mentre il cielo continuava ad emettere fiammate incandescenti mi accorsi di un ombra che si stagliava in quell'inferno, volteggiava sopra l'immensa estesa degli impalati, planò per raggiungere il suolo su cui la mia immaterialità errava, il suo profilo iniziò a delinearsi finchè lo vidi con nitidezza, mi ritrovai ad ammirare una creatura bizzarra e contro natura, aveva la massa corporale di un uomo robusto ma la testa era quella di un corvo ed era troppo sproporzionata al corpo, quando mi accorsi del suo vestiario mi ritornò alla mente il signor Rocov, anche quest'essere indossava un completo classico con soprabito che lambiva i suoi piedi immersi in un paio di scarpe stringate in pelle nera, e solo in quel momento mi accorsi che Rocov non era altro che l'anagramma di corvo, ne ero certo, l'essere che fronteggiavo era l'uomo del cinema, adesso lo vedevo nella sua vera forma, nella sua completa sostanza.
I suoi occhi erano abissi di dannazione, perdersi in quei due pozzi di terrore significava perdersi nell'infinità dell'universo, una voce roboante risuonò nell'immensità circostante, era la voce dell'uomo corvo, era la voce della sua mente:
SPREGEVOLE ESSERE CONTINUA A NAVIGARE NEL FITTIZIO, CHIUDI GLI OCCHI E CONTINUA AD AVANZARE NEL PROCESSO DEL DECADIMENTO DELLA MISERA RAZZA UMANA, CONTINUA A RIFUGIARTI NELL'IRREALE, MA PRIMA O POI MARCERETE SU QUESTE LANDE DESOLATE E CONSACRATE CON IL SANGUE DEGLI ANTICHI, E ALLORA CAPIRETE IL VERO SENSO DELLA VOSTRA ESISTENZA.
Dopo esclamate queste ignobili parole la creatura si alzò in volo e si perse nell'inferno che dimorava nel cielo, la mia incorporeità iniziò a librarsi al di sopra di quel terreno insalubre, sorvolai la foresta agonizzante e nel corso della mia ascesa constatai con ribrezzo che le orbite dei suppliziati erano inondati da viscidi vermi rossi palpitanti, mi innalzai nella volta del cielo con velocità sconcertante, finchè l'universo non mi inghiottì del tutto, spargendomi di polvere di stelle, finchè non diventai l'ennesima essenza dell'infinito.

Mi destai nel misero letto della stanza d'albergo, il mio corpo era madido di sudore, il cuore iniziò a cavalcare più selvaggio che mai mentre cercavo di rammentarmi cosa fosse appena avvenuto nei meandri oscuri della mia mente, il mio orologio da polso si era fermato alle nove e cinquantadue quindi mi era inattuabile stabilire l'arco temporale trascorso nel mio delirio psichico.

A distanza di giorni le bizzarre parole della vecchia megera echeggiano nei recessi della mia corrosa mente: SOGNI CHE VI PERMETTERANNO DI VEDERE OLTRE IL VELO DELLA REALTA' E DARE UN SCORCIO NELL'IGNOTO, MA DOVETE ESSERE CAUTO SE NON VORRETE IMPAZZIRE IN ESSO.
Possibile che ho varcato il confine di un mondo estraneo ritrovandomi nell’ignoto? possibile che ho errato con la mia immaterialità nell'oltre, o forse sono stato solo vittima di allucinazioni visive e uditive indotte da qualche droga diluita nell'infuso d'erbe.

Una cosa è certa, in quella parte della città c'è qualcosa di marcio, di oscuro e malato, forse quella città prostratasi eternamente in un limbo devastato dalla moltitudine, non è altro che un canale di connessione con un cosmo ricolmo di orrori a noi nascosti dal velo di ragnatele che la nostra coscienza tesse per non impazzire e vagare dannato in questa continua devastazione, ma siamo già dannati, nell'istante che i nostri occhi scorgono il primo albore del mondo siamo già condannati a vivere.

Sto divagando, ma purtroppo è il naturale processo della mente quando viene esposta a troppa tensione trovandosi a conflittuale con un dissidio interiore, sono giorni ormai che non dormo, non voglio ritornare nell’oscurità, non mi interessa scoprire cosa ci accadrà dopo il decesso della nostra carcassa mortale, dopo la morte del sangue e la dipartita delle ossa, non voglio smarrirmi di nuovo nell'universo morboso ubicato negli occhi dell'uomo-corvo, non voglio essere inebriato dalla polvere di stelle, non voglio essere imprigionato e divenire l'ennesima essenza dell'infinito.

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Gradimento

ritratto di Blue

Sarò...

...telegrafica: non mi è piaciuto. Sconnesso, senza un reale filo logico, una specie di finestra sull'Inferno mista ad ambientazioni simil-Barker (non me ne voglia il buon Clive), ma tutto caotico, infarcito di aggettivi spesso inutili e talvolta addirittura sbagliati (corpo "foderato" di sudore?!?), il tutto miscelato a parecchi errori grammaticali e di sintassi che rendono persino difficoltosa la lettura...

"Come se il mio corpo martoriato dall'insonnia immerso in una profonda trance e ridestatosi all'improvviso, mi ritrovai a fissare..."
"...un sentiero tortuoso dove da ambo i lati era costeggiato..."
"Possibile che ho varcato il confine di questo mondo..."
"Una cosa ne sono certo è che..."

solo per citarne alcuni.
A mio parere, avresti dovuto curare meglio l'esposizione di tutto il testo, punteggiatura compresa: non si tratta di dettagli, si rischia proprio di compromettere l'intero racconto.
 

Ciao e grazie per il

Ciao e grazie per il commento, colpa mia perché l'ho scritto in un'oretta e non l'ho rivisto, grazie per i consigli provvederò subito a correggerlo.