Le parole dell'anima.

ritratto di Ester1991

Non capisco il bisogno degli umani del Mondo Moderno di avere una vita frenetica che non permette di assaporare la quotidianità della vita e delle piccole cose donateci, rimugino ammirando il bellissimo London Bridge mentre una donna mi sorpassa velocemente, come se stesse volando. Per sicurezza controllo se ai piedi calza le scarpe alate del mio caro amico Mercurio: sembra non toccare terra da quanto velocemente i suoi piccoli piedi calpestano le foglie secche degli alberi ormai spogli. Sono passate molte lune da quando ho visto Psiche e la piccola Piacere e il senso di vuoto dentro di me si espande man mano che il tempo scorre. Il mio è un compito difficile ed arduo, non è da tutti far innamorare le persone e talvolta ci si può sbagliare, come mi era capitato. Penso, infatti, molto spesso al momento in cui, per errore, una delle mie frecce si conficcò sul mio piede legando me e mia moglie per sempre. Fortunatamente, da quel terribile sbaglio, è nato un sentimento così immenso che nemmeno il regno di Poseidone può contenere.

Sento un leggero sussulto, un piagnisteo di cuore spezzato e cerco di individuare la persona dalla quale proviene il debole lamento. È una ragazza dai folti capelli castani, ricci, raggruppati in una coda disordinata che la fa sembrare più giovane di quello che pare essere. Guarda le acque calme e scure del fiume mentre è seduta su una panchina lasciando che il vento le coccoli dolcemente il viso. Le piace stare qui, si capisce da come chiude gli occhi facendosi abbracciare da un raggio di sole curioso, scappato dal mare di nuvole che sovrasta la città. Mi appoggio sul muretto che delimita le sponde di quel vecchio amico chiamato Tamigi e inizio a studiarla meglio: la bellezza di questa ragazza è ultraterrena quasi divina e mi rimembra la dolcezza ed il gentil aspetto della mia famiglia. La voce del suo cuore infranto s'insinua dentro il mio corpo, con una forza irruente capace di rompere qualsiasi barriera creata dalla mia mente.

"Ho sbagliato, ho sbagliato e basta. Merito la morte" – le cose non dette dalla sconosciuta mi fanno capire che ha bisogno di me. Sono stregato dalla crudeltà sulle parole che rivolge a se stessa e decido di entrare in azione giacché una cosa insegna il compito affidatomi: nessuno per quanto innamorato possa essere, ti amerà più di quanto ami la tua persona e questa creatura non vuol bene a se stessa. Senza pensare alle conseguenze, faccio una cosa che possiamo fare poche volte nella nostra esistenza e di cui non tutti sono a conoscenza. Tiro fuori un piccolo acino di uva dorato: possiamo tenerne tre per ogni secolo umano in cui decidiamo di vivere. Proviene dal giardino dell'Olimpo, dove passiamo le giornate a passeggiare, rilassarci ed amare la natura, regina assoluta del mondo. Ero e sono legato a quel luogo sacro in cui ho promesso devozione ed amore imperituro alla madre della mia discendenza. Schiaccio il chicco giallo, assaporo il rumore della polpa uscita dal suo involucro e, ad un tratto, il tempo si blocca: uccelli, foglie cadenti, pesci, turisti e la vita frenetica. Tutto si ghiaccia sotto l'incantesimo del frutto datomi da mia madre.

Mi avvicino alla bellissima fanciulla toccandole con la mano destra la parte centrale del suo seno in ascolto dei ricordi, abitanti di quel corpo pieno di sentimenti da scoprire.

La prima immagine a balenarmi davanti è un lungo cappotto rosso che nasconde degli stivali gialli indaffarati a correre su e giù con una coperta bianca. La bambina prende uno slittino verde sgargiante di cui è fiera: è la slitta più veloce dell'intero quartiere ed è il gioco più bello che ha, ma soprattutto gliel'ha regalato la sua nonnina, Mary, scomparsa l'estate dello stesso anno. La fiocca neve cade leggiadra bagnando i capelli della ragazzina che guardo scivolare giù per l'ennesima volta dalla lunga discesa. La piccola, spaventata da un gatto sbucato all'improvviso alla fine della pista, cade dal suo giocattolo rompendolo in maniera irrecuperabile. Sento entrare la prima crepa nel suo cuoricino, creata dal dispiacere e dalle sgrida della madre.

Successivamente, sono in mezzo a delle persone vestite di scuro intente a compiangere una coppia sorridente sulle mille foto che circondano l'elegante dimora in cui mi trovo. Parlano tra di loro sul futuro della figlia dei Kaplan, rimasta sola al mondo. La piccola Margot è nascosta in camera sua, dove continua a studiare la macchina della sua bambola senza capire come una cosa così stupida avesse potuto distruggere la sua mamma ed il suo papà. Immerso nei miei pensieri, la vedo prendere il piccolo modellino di decappottabile bianca e scagliarla fuori dalla finestra.

Ora sono in una camera scura e soffocante di un albergo dove la testa ondulata di Margot adulta, si muove sopra ad un uomo dall'aspetto distinto. Non guardo per privacy accomodandomi su una poltrona grigia macchiata da Zeus sa cosa.                                                                                             "Dio Dolcezza, sei così bagnata per me" – dice l'uomo prendendo le redini della situazione.            
"Ken, mi fai sentire così viva" – sussurra lei lasciandosi spostare.
Dopo un paio di minuti i capelli scuri cadono sopra il seno della donna appagata ed il respiro di entrambi ritorna normale. Mi avvicino in tempo per sentire una voce esclamare – "Ti amo, Ken".
Nessuna risposta, solo il rumore delle coperte scostate che fa sfondo alle scuse dell'amante.  
"Piccola, lo sai che anch'io ti amo, ma non posso: mia moglie e... ora c'è Jenny ... conviene divertirci finché possiamo".                                             "Sono stufa di tutto questo" – urla Margot alzandosi dal letto a sua volta coprendosi con le lenzuola le forme prosperose – "Io voglio di più. Sono stanca! Giuro che spiffero tutto a tua moglie se non decidi di mollarla raccontandole di NOI!".
"Mi dispiace bambola ma ora non posso. Amo mia figlia" - conclude il tipo, raccogliendo una camicia di seta nera – "Per ora questo posso darti!".

La scena cambia ancora e mi ritrovo catapultato nel presente, nel punto in cui la buccia gialla dell'acino dorato cade sul marciapiede. Scorgo delle lacrime invisibili scendere dagli occhi azzurri di quella persona pronta ad essere amata e ricambiare un sentimento reale. Decide di alzarsi avanzando verso la zona di Plimico con una borsa di nailon gialla. La seguo a debita distanza, per non farmi scoprire, ammirandola ondeggiare in mezzo all'aria umida e fredda della capitale inglese. È una creatura che si comporta da preda invece che da predatrice, ruolo per il quale sembra essere nata: qualsiasi membro del mio sesso e non solo si gira a fissarne le labbra carnose, il seno abbondante e il viso con quei lineamenti delicati. Fra tutte le anime incrociate non c'è quella disignata a lei. Seguiamo per la metro, dove saluta la guardia con un sorriso in grado di rischiarire la più buia giornata di pioggia; è una persona che emana una luce propria in grado di cambiare la vita ad altre senza rendersene conto. Scivola in mezzo al caos dell'underground con passo deciso prendendo la linea grigia, direzione Picadilly Circus. Non cerca nemmeno di sedersi lasciando passare le persone che si accavallano per timore di un furto per uno di quei sedili vecchi e logori. Come immaginato, scende nel cuore economico di Londra, devo ammetterlo, un posto che non mi dispiace: questa piazza è un incrocio perfetto di etnie e persone diverse per pelle, lineamenti, gusti sessuali e sulle forme di piacere.

Forse per questo amo la città di Elisabetta Tudor, è un oceano di stranezze e originalità. Schiavo di nuovo della voce abitante nel mio cervello, rischio di perdere la graziosa Miss Kaplan, ma ecco l'orlo della sua giacca a vento dietro la porta di un pub dalle vetrate scure; "Long Time" proclama la vecchia insegna di legno posta sopra la porta d'entrata. Decido di varcare la soglia, prima però cambio aspetto in una manciata di secondi che serve perché possa entrare, così pochi da non destare sospetti. Indosso le spoglie di un cinquantenne in giacca e cravatta, color Narciso, in ricordo di un vecchio amico, e mi siedo sul bancone del locale con le orecchie tese verso una discussione animata dove Margot è protagonista assieme ad una donna in lacrime.
"Mimí io non posso accettare ciò" – esclama la sconosciuta indicando la borsa gialla aperta su uno sgabello. Il contenuto mi lascia allibito: scatole d'insulina, siringhe, cotone ed alcol sovrastano la superficie dell'alta sedia.
"Sì Sasha, devi farlo"- ridacchia Margot raccogliendo le medicine con cura – "Tu e Matt mi avete aiutato tantissimo. Zia, siete i miei genitori e questo è il minimo che possa fare".
"Se mio fratello fosse qui, piangerebbe dalla gioia nel vedere la bontà che vive in sua figlia" – singhiozza la donna uscendo dal bancone per abbracciare forte Margot.
"Molto commovente questa scena!" – commenta una voce alle nostre spalle.
Sento un brivido lungo la schiena, un campanello d'allarme alle mie orecchie e la voce dei cherubini fa da scena: ho trovato l'anima gemella giusta per questa ragazza bisognosa di cure ed attenzione.
"Ha ha ha" – ringhia miss Kaplan – "John sei sempre il solito arrogante, cazzone e presuntuoso. Non crescerai mai".
Finalmente riesco a vederlo mentre si prepara per lavorare dietro ai fornelli. Si tratta di un ragazzo, rischio a dire più giovane di Margot, ma con il cuore altrettanto annientato per un amore non corrisposto dall'amica che guarda con occhi dolci e folgorati.
"Metterò la testa apposto quando troverò un perché di farlo" – indossa un cappello nero con il marchio del pub e ritorna all'attacco – "Esci con me Margie, farò il bravo!".

Il momento giusto è arrivato preparo le mani tese. Immagino la freccia e l'arco, li vedo nella mia testa aspetto qualche minuto e... la scocco al momento giusto, quando la mia protetta sta per rispondere. Inaspettatamente, la punta non si conficca nel cuore, ma ritorna nel mio fodero fatato. Questo significa una sola cosa, di cui non riesco a capacitarmi.
"No grazie, Jay" – rimbecca Margot sistemandosi la sciarpa viola e l'impermeabile giallo acido.
La nostra amica non ha nessun gusto estetico. Indossa dei vestiti scombinati tra di loro, probabilmente è stanca di ricevere attenzioni per il suo corpo perfetto e cerca di nasconderlo sotto abbinamenti senza senso.
"Perché no?" – chiede il bellimbusto mettendo il broncio e strizzando gli occhi neri come segno di sfida.
"Perché ora hai altro da fare, come per esempio servire il signore accanto a noi!" – concluse Margot indicandomi.
"Prego si figuri" – ribatto – "Fate pure con calma: è bello vedere una giovane coppia innamorata!"
"Innamorata?" – ripete la ragazza chiudendo l'ultimo bottone della giacca a vento – "Guardi, in questo momento credo che Cupido si sia dimenticato di me!"
"Beh, lo sa come si dice?" – domando – "Le cose belle capitano quando meno te le aspetti".
"Si certo, " – continua – "comunque è già un bel po' che io non mi aspetto nulla dalla vita."
"Perché è così dura con ciò che la circonda, Margot?"
"Un momento come fa lei a sapere il mio nome?" – esclama fissandomi un momento – "Io la conosco?"
"Conoscevo i suoi genitori, brave persone" – affermo. È la pura verità, Anny e Steven formavano una delle coppie meglio riuscite: si amavano come due colombe a Primavera, inseparabili come la luna ed il sole, un'anima divisa in due corpi.
"Oh, forse c'era al funerale?" – sussurra timorosa della risposta.
"Sì, non ci sono parole per quanto accaduto. Ricordo il suo abito bianco e rosso, no, un attimo era bianco e... ".
"Grigio" – termina Margot rimandando le lacrime indietro – "Ora scusi, devo andare."
Non faccio ora a salutarla che di lei è rimasto solo il profumo di more e ciliegie che aleggia nella sala.
"Perciò lei era amico della mia defunta cognata e di mio fratello?" – mi domanda Sasha versandomi un po' di caffè in una tazza che ha visto giorni migliori.
"Sì, esatto. Ero al funerale" – rispondo con non calanche.
"Davvero?" – commenta la donna la quale socchiude gli occhi e cerca un particolare grazie al quale potermi inquadrare. Bevo l'intruglio al gusto di caffè senza dare nessuna risposta, pago e poi esco. Prima di andarmene lancio un'ultima occhiata all'anima gemella di Margot: John. In questo momento canta e balla mentre gli hamburger soffriggono bruciacchiandosi con occhi colmi d'amore. Un anziano sta urlando perché stanco di vedere sempre la carne incenerita quando quell'angelo di ragazza si para davanti agli occhi di quel ragazzo timido innamorato.

                                                                                         ***

La sera ha finalmente assorbito Londra e la vita notturna si anima. Il mio radar è alla caccia della fanciulla che ho cercato per tutto il giorno con nessun esito positivo; è un diamante allo stato grezzo in mezzo ad un prato di sassi, mattoni, ghiaia e pezzi di vetro. Sono andato nei migliori punti di attrazione della città: Kensington, Westminster, Portobello Road, sono solo alcune delle zone sottacciate.

"Non la troverò più oggi!" – sospiro attraversando il quartiere di Camden, posto per il libero sfogo di studenti e giovani. Mi perdo tra le bancarelle del mercato, un labirinto di camper e alcuni banchetti con ogni ben dal mondo, comprese merci proibite come cioccolato alla cannabis e narghilè che sono solo delle piccole formiche a confronto di quello che sembra girare qui. Mi fermo affascinato a guardare un banco di cucina thailandese dove la cuoca mi studia con interesse dal momento che ho ripreso le mie vere sembianze attirando molti membri del gentil sesso. Vedo la mia figura rispecchiata su un dorso di un cucchiaio: i miei capelli biondi ricadono più lunghi sulle orecchie come una foresta brulicante di vita creando grovigli di paglia gialla sopra la mia testa, gli occhi sono scuri scoprendo la stanchezza di quella giornata. Le sorrido cordialmente ordinando dei noodle, i tipici spaghetti orientali, insieme ad un mix di verdure grigliate agrodolce. Tasto la tasca destra sul retro dei pantaloni per pagare, ma non sento il portafoglio verde in pelle d'idra, guardo per terra allarmato in cerca dell'oggetto e scopro un bimbo che mi sorride e corre tra la gente con in mano dei riflessi verdi chiari e scuri. Comincia l'inseguimento del piccolo ladro tra i cunicoli di quella piccola cittadina di venditori ambulanti mentre sento tutti i gusti e gli odori del mondo man mano che i piedi acquistano velocità. Scarto una coppia di ragazzi con un'asta da selfie, un uomo barbuto che sorride godendosi la scena e poi, alla fine, mi fermo a prendere il fiato. Ho esaurito quasi tutte le mie energie oggi per cui appoggio le mani sui ginocchi e cerco di calmare il cuore pronto a fuggire via dalle mie spoglie umane.              
"Non posso arrendermi!" – sussurro – "Zeus non mi perdonerebbe mai."

Una risata fresca e pulita attira il mio udito, alzo lo sguardo e la piccola testa mora del piccolo delinquente avanza in un vicolo buio con passo lesto guardarndosi le spalle. Lo seguo senza farmi notare nascondendomi dietro ad una pila di casse di legno, a dei bidoni o a delle macchine vecchie e usurate.Alla fine del lungo buio cunicolo, giriamo a destra ritrovandoci in un edificio dall'aspetto lugubre e pauroso; il bambino apre la porta della chiesa cattolica, fa il segno della croce e si dirige verso un arco dorato sull'ala sinistra delle grandi navate laterali.                                                                              

"Mathis ti ho detto più volte di non derubare la gente" – squilla una voce femminile – "Mangi lo stesso qui in mensa, anche se non paghi".              "Lo so Margot, ma per una volta volevo contribuire anch'io" – piagnucola una seconda persona strozzata dalle lacrime.
Decido di avanzare e scorgo su un corridoio, probabilmente aggiunto in un secondo momento al corpo dell'edificio, la mia protetta con il piccolo furfante.
"Non piangere! Attraverso i documenti all'interno del tuo bottino, rintracceremo questo bel signore a cui hai rubato il taccuino!" – proclama la ragazza aprendo il piccolo oggetto verde – "Strano, non c'è nulla. Chissà che pelle hanno usato? Serpente? Coccodrillo? Non lo so proprio".
"Forse drago?" – suggerisce il bimbo facendo sorridere la donna.
"In effetti, la pelle è di un'idra" – rispondo con falsa ironia.
"Le serve qualcosa?" – chiede Margot parandosi davanti al piccolo, a modo di scudo.
"Buonasera, mi chiamo Eros, sono qui perché ho seguito Mathis" – dico sorridendo al bimbo – "quando mi ha derubato il taccuino."
"Questo cambia le cose" – reclama la ragazza arrossendo – "Mathis chiedi scusa e ridai quello che non è tuo al signore."
Il birichino prende il portafoglio si pone davanti a me porgendo il pezzo di pelle verde – "Scusi signore ma volevo aiutare Don Peter e Maggie con i suoi soldi, per una volta."
"Ah sì?" – ribatto sorridendo a Margot.
"Sì, io sono senza famiglia e tutto quello che ho, me lo danno loro" – continua il bambino asciugandosi i sudori con la manica della maglia usurata.
"Bastava chiedere Mat" – affermo prendendo un centinaio di sterline – "Questa è un'offerta."
Infilo le banconote in una cassa posta sotto ad un cartello dove appaiono le facce delle persone presenti in quella stanza (escluso me) mentre colorano, giocano, scherzano e piangono. Insomma, momenti in cui queste persone vivono e non sono solo involucri di carne ed ossa.
"Hai visto?" – esclama il bambino abbracciando Margot e poi scappando con un sorriso a quarantadue denti.
"Grazie" – sussurra miss Kaplan – "Non doveva."
"Di nulla, si figuri era il minimo che potessi fare per aiutare questa nobile opera" – sbotto accomodandomi su una panchina di legno.
"Lei sa cosa facciamo qui?" – continua sedendosi accanto a me. Di fronte a noi, il cosiddetto Gesù' ci fissa con le mani in posa pronte a benedirci.
"È così bello qui" – dico senza badare alle parole appena pronunciate da Margot – "Mette un po' di soggezione però."
"Venivo spesso qui" – inizia la ragazza guardando negli occhi la statua di cera – "Sono rimasta orfana da bambina, Don Peter e questa chiesa mi hanno aiutato molto nei brutti momenti. Ancora oggi quando sembra che il mondo mi crolli addosso soffocandomi, mi rinchiudo in questo posto, in questa medesima panchina".
"Cosa fa?"
"Aspetto risposte" – afferma inchiodandomi con quei pezzi di cielo al posto degli occhi – "Mi chiedo molte cose come: perché i miei genitori siano morti? Perché l'uomo che amo non ricambia il mio amore? Perché sono destinata a restare sola qui, in questo buco di mondo? Fortunatamente ho questi ragazzi" – conclude sorridendo.
"Io credo che lei Margot sia una creatura rara" – proclamo – "una persona forte, pronta ad amare il prossimo come lei ama se stessa. Probabilmente, è una regola che ha imparato fin da piccola ma una cosa non è riuscita ad imparare: lei si deve fidare degli altri".
"Ho fiducia nel prossimo!" – ringhia alzandosi di scatto – " Lei come si permette di parlarmi così?"
"Se fosse veramente così perché non esce con Jay?"
"Cosa? Ora capisco?" – ride Margot – " Quanto l'ha pagata? Venti sterline? Cinquanta? No non me lo dica: non voglio sapere quanto sia caduto in basso".
"Non mi manda nessuno!" – controbatto irritato da questa forza della natura – "Frequento il locale in cui lavora e vedo come scherzate. Siete fatti l'uno per l'altro, innamorati al cento per cento. Le vostre anime usano lo stesso linguaggio, siete nati per stare uniti. Ecco perché la mia freccia oggi non ha funzionato... " – mi mordo subito la lingua per le parole sfuggite dalla mia bocca.
"Freccia?" – ripete Maggie attorcigliano un ricciolo sul dito indice della mano destra.
"Un modo di dire" – taglio corto – "Il punto è che dobbiamo lasciarci andare all'amore senza temere l'abbandono, il dolore e la tristezza. Questi sono aspetti senza i quali la tenerezza, gli aiuti ed i gesti dolci ed amorevoli non avrebbero nessun significato importante. Questo sentimento è bello come la vita con tutte le sue sfumature per cui risulta perfetto nelle sue imperfezioni".
"Bellissime le sue parole, ma non saprei da dove iniziare" – dice la ragazza risedendosi al suo posto.
"Lei dice?" – chiedo proprio nel momento in cui riecheggiano dei passi sul freddo pavimento in mattoni.
"Margot?" – esclama timidamente la voce di John.
È tirato a lucido, vestito con un completo bianco ed un mazzo di rose rosse in mano.
"Jay? Cosa ci fai qui?" – squittisce la ragazza andando incontro al nuovo arrivato che mi sta uccidendo con lo sguardo – "Che meraviglia questi fiori! Per chi sono?"
"Per te" – risponde Jay arrossendo – "Volevo chiederti di venire a cena con me, sempre se non disturbo."
Margot non fa ora a rispondere che viene interrotta – "Maggie so che ho sbagliato, mi sono comportato come uno stupido ragazzino, ma ora basta sono stanco di questi scherzi. Voglio costruirmi un futuro con te, cose ne dici? Usciresti con me?".                                                                              "Io non ... "- balbetta la fanciulla.
"Giuro di proteggerti ed impedire a chiunque di farti del male come ti è successo in passato. Ti prego Margot fallo per me, per quello che possiamo essere noi"- supplica James con occhi lucidi.
Miss Kaplan si gira, mi sorride imbarazzata – "Sì accetto volentieri, perché l'amore è rischiare."

Guardo la nuova coppia andarsene mano nella mano, chiudo gli occhi ammirando il futuro dove dei bambini dai capelli mori e ricci corrono per le vie della grigia capitale.

Qui la mia storia si conclude, spero vi sia piaciuta. Naturalmente è solo una delle piccole perle d' amore vissute da un'anima brava come me.
Un'ultima cosa, non dimenticate: amate e vivete perché senza sentimenti noi non esistiamo.
Parola di Cupido.

 

Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di Vecchio Mara

mi ha incollato...

allo schermo il tuo Cupido londinese... ma che bel fantasy...  narrato con una cadenza... no non lenta... e nemmeno svelta... una cadenza che asseconda i tempi che, partendo da un'illusione, o delusione, ti accompagna, corre, rallenta si ferma insieme a Cupido sino allo stupendo finale. Bello! Bellissimo... strapiaciutissimo. Lo metto tra i miei preferiti, se mi è concesso. Grazie.

Ciao Ester

Giancarlo

ritratto di Ester1991

Le parole dell'anima.

Ciao Giancarlo,
certo che puoi metterlo tra i preferiti :)
Anzi sono onorata :)
Grazie ancora.
Ester.