La stirpe dei Barbotti

ritratto di Vecchio Mara

Nota dell’autore: per la gioia degli occhi, ripropongo un secondo racconto taglia XL, d’altronde la saga della stirpe dei Barbotti, dipanandosi dal risorgimento sin dentro il secondo millennio, richiedeva qualche paginetta in più per essere narrata. 
Per agevolare il lettore l’ho diviso in dieci capitoletti; buona lettura.

LA STIRPE DEI BARBOTTI

INCIPIT

Danilo Barbotti venne alla luce, senza preavviso, mentre sua madre era intenta a sollazzare due soldati austriaci della piccola guarnigione, venti uomini, dislocati nella caserma del paese.
Il suo tempo Teresa, questo era il nome della donna, lo dedicava in gran parte agli uomini della guarnigione, rare volte le capitava di appartarsi con qualche compaesano: la moneta sonante per soggiacerle accanto scarseggiava fra i villici, mentre gli armigeri ne erano sempre ben forniti.
E lei, nonostante il pancione, se c’era da guadagnar qualche moneta d’argento, non si tirava certo indietro.
E i soldati erano ben contenti di sganciare qualche soldo in più per montarla da dietro, accarezzandole il pancione o stringendo fra le mani le mammelle gonfie.

Fu così che quella notte, quando le doglie si fecero più frequenti, uno dei due soldati a cui stava vendendo la sua merce, dovette correre a chiamare il medico del paese, mentre l’altro rimase ad assistere la partoriente.

Il medico arrivò giusto in tempo per aiutarla a partorire, assistito da due improbabili levatrici.
“Come lo vuoi chiamare tuo figlio?”, chiese il medico seduto al tavolo intento a redigere l’atto di nascita; mentre Teresa, stanca e sofferente, osservava con sguardo rapito il neonato piangere fra le sue braccia.
“Non lo so.”, rispose, rifletté un attimo, guardò i due soldati in piedi davanti a lei: “Tu, come ti chiami?”, chiese a quello che lei giudicò essere il più bello.
“Caporale Danilo Moroder!”, rispose prontamente il milite scattando sull’attenti, strappandole un sorriso.
“Danilo… lo chiamerò Danilo.”, disse guardando il piccolo con sguardo rapito.
“Danilo, figlio di, Teresa Barbotti, e…”, scandiva il medico mentre redigeva l’atto di nascita, sospirò e concluse: “E di padre ignoto.”.
“Ignoto per lei!”, ribatté contrariata Teresa, continuando a guardare il suo bambino.
“Sai chi è il padre?”, le chiese sorpreso il medico.
Teresa annuì: “Un soldato austriaco.”.
“Il suo nome?”.
“Non lo conosco… ne scelga uno a caso fra quelli della guarnigione.”, rispose serafica Teresa.
“Mah! Sei impazzita, mica posso prendere un nome a caso e metterlo sul certificato di nascita, passerei dei guai seri. Se non sai chi può essere il padre, devo mettere: figlio di padre ignoto.”, replicò risentito il medico.
“Cosa vuole che me ne importi, metta quello che vuole, io so che mio figlio è di stirpe guerriera, per questo avrà un futuro radioso.”, chiosò Teresa mangiandosi il pargolo con gli occhi.
“Contenta tu.”, fu il laconico commento del medico, mentre riponeva i ferri del mestiere dentro la borsa.

Il futuro di Danilo non fu né radioso né tantomeno onorevole.
Danilo scelse di vivere facendo un lavoro ignobile agli occhi dei suoi compaesani, un lavoro utile ma disprezzato anche da chi ne risultava beneficiato: l’esercito austroungarico che occupava la Lombardia.
Danilo esercitava il mestiere di spia, denunciava ogni azione, ogni gesto di scherno, ogni parola pronunciata dai suoi compaesani contro gli austriaci; molti di loro assaggiarono, oltre alla frusta, la sbobba gentilmente offerta agli ospiti dai carcerieri austriaci: qualche giorno di cella era il minimo sindacale garantito, grazie alle frasi riportate da Danilo al capitano della guarnigione. 
Il suo, chiamiamolo lavoro, non si limitava alla delazione; essendo lombardo poteva attraversare il confine con una certa facilità e riferire eventuali movimenti sospetti delle truppe piemontesi.

“L’austroungarico.”, così i paesani apostrofavano in tono dispregiativo l’odiato Danilo, ripromettendosi di fargliela pagare alla prima occasione.
Lui non se ne curava, non si sentiva un traditore, ma la quinta colonna dell’esercito austriaco; questo perché sua madre l’aveva cresciuto nel culto, falso, di un padre ufficiale dell’esercito austroungarico caduto in un’imboscata tesa da ribelli lombardi.
Nonostante l’odio tracimante, l’austroungarico riuscì a far innamorare una ragazza del paese e, nonostante la contrarietà dei genitori di lei, decise che sarebbe stata comunque la madre dei suoi figli.

1 L’AUSTROUNGARICO

“L’austroungarico mai! Piuttosto ti ammazzo con le mie mani!”, urlava il padre, e giù legnate sulla schiena della poveretta rannicchiata in un angolo.
Angelica piangeva e imprecava pietà, ma l’imbufalito genitore non voleva sentire ragione; bestemmiando e maledicendo l’austroungarico, continuava a menar fendenti roteando il bastone.
Lo sguardo della poverina cercò aiuto negli occhi spenti della madre; la donna, pallida e macilenta, seduta accanto alla stufa, continuò a mescolare la povera cena dentro la pentola, disinteressandosi delle urla imploranti della figlia.
Menar legnate urlando come un ossesso, si rivelò un esercizio fisicamente stancante; approfittando di un momento di pausa, Angelica sgattaiolò via sotto il naso del padre e, arrampicandosi velocemente sulla scala a pioli, andò a rifugiarsi nel soppalco: zona notte del piccolo, umido e insalubre locale, dove l’attendevano spaventati i suoi quattro fratelli.
“Maledetta! Scendi di lì!”, urlò il padre scuotendo la scala a pioli, facendo tremare le travi del soppalco.
Angelica e i fratelli si strinsero facendosi forza a vicenda; esausto dopo la violenta, rabbiosa esibizione, il padre si sedette a tavola: “Ho fame, sbrigati con quella sbobba!”, fu l’ultimo sussulto rivolto alla moglie intenta a togliere la pentola dal fuoco, prima di ingurgitare l’ennesimo bicchiere di vino.

Il giorno dopo Danilo attendeva fremente nel fienile di un cascinale l’amata: “Sei in ritardo.”, sussurrò abbracciandola.
“Ho dovuto fare un altro giro. Ieri sera, nonostante il buio qualcuno ci ha visto tornare lungo la strada del mulino ed è corso a riferirlo a mio padre. Dobbiamo essere più guardinghi.”, si giustificò lei sdraiandosi sulla paglia.
“Non voglio più nascondermi. Parlerò a tuo padre!”, sbottò Danilo.
“Ti prego, non ti ci mettere anche tu… non è ancora il momento.”.
“E quando sarà il momento? Quando morirà tuo padre? Ho ventidue anni, mia madre è morta due anni fa lasciandomi solo; voglio sposarti, avere dei figli, riesci a capirlo questo?”, la incalzò Danilo.
“Ti capisco amore… ma devi avere pazienza…”.
“La mia pazienza è al limite!”, la interruppe alterandosi.
“Calmati, ti prego… cerca di capire, ho solo sedici anni… un anno, un anno ancora… se mi ami, devi saper attendere.”, lo implorava accarezzandolo.
“Saprò aspettare… un anno ancora, poi non ci saranno più scuse; se tuo padre non ti lascerà andare, verrò a prenderti!”.
Angelica annuì sospirando, poi tirò a sé il suo uomo e lo baciò.
Immersi nudi nella paglia gemevano di piacere, il freddo dell’inverno non sfiorava la calda pelle, le miserie di una vita complicata dall’atteggiamento del padre di lei evaporarono dentro momenti pregni d’amore, il fuoco del piacere aveva acchetato la rabbia di Danilo.
“Il sole sta calando, devo andare.”, disse Angelica liberandosi dall’abbraccio dell’amato.
Piegandosi in avanti per raccogliere il misero vestiario, mostrò allo sguardo amorevole di Danilo la candida schiena, solcata dalle tumefazioni blu delle legnate ricevute il giorno prima.
“E queste… cosa sono?”, le chiese preoccupato Danilo sfiorandole con la mano.
“Nulla, sono caduta dalla scala.”, cercò di minimizzare lei, forzando un sorriso.
“Questi sono segni lasciati da una frusta… è stato lui!”, urlò scuotendola.
“Non è vero, sono caduta dalla scala…”
“Non trattarmi da stupido!”, la interruppe puntandole addosso uno sguardo rabbioso.
Angelica abbassò lo sguardo: “Ora capisci perché non voglio che venga a parlare con mio padre? Ti ammazzerebbe!”, pronosticò con voce rotta.
“Una bestia… quello non è un uomo, è una bestia!”, urlava rabbioso picchiando i pugni nella paglia.
“Non fare così, calmati, ti prego.”, replicava lei piangendo.
“Me la pagherà!”, concluse raccogliendo i vestiti.
“Dimentica questa storia, non lasciarti guidare dal desiderio di vendetta, pensa al nostro futuro.”, lo implorava Angelica.
“Il nostro futuro… a quello penso, non ci sarà futuro per noi se quel maledetto ti ammazza di botte.”.
“Promettimi che non lo affronterai.”.
“Non posso farlo.”.
“Promettilo, o non mi vedrai mai più!”.
Davanti alla risoluta richiesta di Angelica, Danilo cedette: “Non posso rischiare di perderti… ti prometto che non lo affronterò, va bene così?”, la rassicurò con tono dolce, asciugandole le lacrime.
Angelica rincuorata dalle parole dell’amato finì di vestirsi e, dopo un ultimo appassionato bacio, se ne andò.
Un ghigno diabolico attraversava lo sguardo di Danilo mentre la guardava allontanarsi nella luce del tramonto, - non posso aspettare che quel bastardo ti ammazzi… ti ho promesso che non lo affronterò, e manterrò la parola… troverò un altro modo per fargli capire come và il mondo, non la passerà liscia questa volta. -, pensava, già proteso ad elaborare il suo piano.

Tre giorni dopo, mentre Angelica, i suoi quattro fratelli e i genitori stavano cenando, quattro gendarmi senza troppi complimenti entrarono sfondando la porta.
Angelica e i suoi fratelli scapparono sul soppalco, sua madre li guardò impietrita avvicinarsi al tremebondo marito: “Pietro Galimberti, ci segua!”, tuonò l’ufficiale.
“Dove… perché… non ho fatto niente.”, biascicò.
“Ci segua in caserma!”, replicò l’ufficiale con ancor più decisione, senza aggiungere altro.
“Mah…”, ebbe solo il tempo di pronunciare, prima che, a un cenno dell’ufficiale, due militari lo afferrassero per le braccia e lo trascinassero fuori di casa fra urla e i pianti, suoi e dei familiari.
Quando le acque si furono calmate, Angelica prese lo scialle e corse fuori.
Si diresse piangendo verso la casa di Danilo, bussò con rabbia e, quando lui aprì, lo investì con una gragnola di pugni. 
“Sei stato tu a denunciarlo!”, urlava piangendo Angelica, affrontandolo a muso duro.
“Vuoi calmarti e spiegarmi di che diavolo parli?”, chiese lui mostrandosi sorpreso, trattenendola per i polsi; quando si calmò la fece accomodare sul divano e proseguì: “Ora, con calma, dimmi che ti è successo.”.
Angelica descrisse la scena che si era svolta pocanzi a casa sua; Danilo, mostrandosi incredulo, ascoltava inorridito il racconto.
“Così, tu hai pensato che in tutto questo, io centrassi in qualche modo.”, tirò le somme alla fine, mostrandosi offeso per la mancanza di fiducia.
“Non è così? Tutti in paese dicono che sei una spia al servizio degli austriaci.”.
“Dicono… ma non è vero.”, rispose amareggiato Danilo: “Sono tutti gelosi, perché sono l’unico con cui gli austriaci fanno affari. Sono un ambulante, non mi occupo di politica; io compro e vendo, tratto indifferentemente con lombardi, piemontesi e austriaci. Questa è la pura verità.”.
“Puoi giurarmelo?”.
“Te lo giuro, su quello che ho di più caro.”, rispose accarezzando il ritratto della madre appeso alla parete.
Angelica parve credere alla storia imbastita da Danilo: “Perdonami, non avrei dovuto dubitare.”.
“Non importa. Ma dimmi, ora come pensate di muovervi, conoscete qualcuno che possa intercedere presso gli austriaci?”.
“No, nessuno.”.
“Potrei interessarmene io.”.
“Davvero faresti questo per mio padre?!”, esclamò sorpresa Angelica.
Danilo scosse il capo: “Non per tuo padre, per te, lo farei per te.”.
Angelica lo abbracciò: “Oh, Danilo. Quando lo saprà mio padre cosa stai facendo, cambierà idea su di te.”.
“Ne dubito… comunque il primo passo è capire di quale reato è accusato. Domani tua madre andrà in caserma e se lo farà dire. Chiederà a tuo padre se è disposto ad accettare il mio aiuto… poi decideremo il da farsi.”.
“E’ necessario che accetti il tuo aiuto?”, chiese Angelica, dubitando fortemente di riuscire a convincere il padre.
“No, ma sarebbe gradito… tranquillizzati, se anche non dovesse accettare, lo aiuterò ugualmente.”, la rassicurò il magnanimo Danilo, facendola felice.

Il padre, al contrario di Angelica, non si fece abbindolare dal finto buonismo di Danilo e rifiutò sdegnosamente il suo aiuto.
Danilo, mostrandosi commosso davanti all’amata venuta a spiegargli in lacrime il gran rifiuto del padre, promise di aiutarlo ugualmente, e così fece.
Angelica ricambiò con qualcosa che Danilo non si sarebbe mai aspettato d’ottenere dal suo diabolico piano; la promessa che quando suo padre sarebbe tornato libero, lei avrebbe lasciato la sua casa e sarebbe andata a vivere per sempre con lui.
Dopo una settimana il padre riacquistò la libertà, e Angelica, come promesso, se ne andò a vivere con Danilo.

Fu un giochetto da bambini per il furbo Danilo convincere il capitano che si era sbagliato, ma prima di agire aveva atteso una settimana; la giusta punizione a parer suo per le bastonate rifilate alla figlia: “C’era ressa nell’osteria quella sera, ero convinto che la voce che avevo udito inveire contro l’imperatore fosse quella di Pietro. Oggi, passando davanti all’osteria ho sentito di nuovo quella voce; solo allora ho compreso a chi appartenesse.”, aveva detto mostrandosi convinto e dispiaciuto.
Al che, il capitano gli aveva chiesto di fornirgli le generalità del colpevole. 
Danilo ci aveva messo un attimo a sviscerare il nome di un povero contadino con il quale pochi giorni prima si era scornato, ottenendo il risultato voluto: liberare il riluttante suocero e far sbattere in galera il povero contadino per un mesetto.

La fuga di Angelica sancì il definitivo distacco dalla sua famiglia, né la madre né le sorelle e tantomeno il padre accettarono il legame con l’austroungarico, e cancellarono definitivamente la figlia ribelle dalla loro vita.
Nonostante il dolore provocato dalla situazione familiare, Angelica e Danilo trascorsero un periodo veramente felice; lui la trattava con la cura e l’amore promesso, facendola sentire importante. 
Ora, per completare il quadretto familiare mancava solo quel figlio che sarebbe arrivato ad allietare il focolare l’anno seguente.

Il pargolo nacque il quindici gennaio milleottocentocinquantanove, anno di sconvolgimenti epocali.

2 FRANCESCO GIUSEPPE

“Francesco Giuseppe! Il nome dell’imperatore, niente di meno merita mio figlio!”, esclamò orgoglioso alzando verso il cielo il pargolo piangente, mentre il medico e Angelica, stesa sul letto, si guardavano interrogandosi sulla scelta.
“Francesco, Giuseppe, Barbotti.”, sillabò il medico scrivendo il nome sul certificato di nascita e, sospirando, concluse: “Nome impegnativo e poco amato a queste latitudini. Speriamo non sia di cattivo auspicio per il piccolo.”.
“Non si preoccupi dottore, mio figlio godrà del rispetto dovuto al nome che porta.”, replicò risentito Danilo.
“Non sarà un nome a far di lui un uomo rispettabile, ma i suoi comportamenti, le sue azioni.”, chiosò il medico.
La frase, palesemente indirizzata a lui, ferì Danilo, che serrando la mascella si trattenne dal ribattere duramente; depose il neonato fra le braccia della madre, poi si rivolse al medico: “Gli insegnerò io a ben comportarsi… la ringrazio dottore.”, tagliò corto accompagnandolo alla porta.
“Ho paura Danilo.”, disse Angelica.
Danilo, seduto sul letto con lo sguardo perso dentro il faccino rotondo del figlio, provò a tranquillizzarla: “Non c’è ragione d’averne.”.
“Dicono che in primavera arriverà la guerra.”.
“Chiacchiere da osteria!”, sentenziò lapidario Danilo.
“Sei sicuro?”.
“Sicurissimo, fidati. Sono rientrato l’altro ieri dal Piemonte e ti posso garantire che è tutto tranquillo.”, la rassicurò appoggiandole un bacio sulla fronte. 

“E a noi non pensi? Portaci con te!”, lo implorava Angelica tenendo fra le braccia il piccolo.
Danilo, intento a buttare il vestiario dentro una sacca, si arrestò; la guardò e scuotendo il capo rispose: “E’ pericoloso, non posso rischiare. L’esercito in ritirata sarà preda d’imboscate.”.
“Allora resta con noi, tu sei lombardo, non possono arrestarti. Perché vuoi seguire gli austriaci?”.
“Non posso, sono troppo compromesso. Se resto, nella migliore delle ipotesi finirei i miei giorni dietro le sbarre di una prigione… lo capisci questo o no?!”.
Angelica abbassò il capo: “Mi hai sempre mentito, sei sempre stato dalla loro parte, questo ho capito.”, rispose sconfortata.
“Sono stato dalla parte della ragione, e la ragione è sempre quella del più forte.”.
“Ma ora, quelli che secondo te sono i più forti, stanno scappando; come te lo spieghi?”.
“Torneranno… torneremo, e allora per i traditori saranno dolori. Ti prometto che tornerò ad abbracciare mio figlio. Questa pazzia durerà poco; l’impero austroungarico tornerà in forze e spazzerà via quei quattro straccioni dell’esercito piemontese.”.
Angelica non parve troppo convinta; Danilo avrebbe voluto dirle altro, ma il tempo stringeva: la guarnigione che stava lasciando la caserma non avrebbe atteso una spia, pure se al loro servizio.
“Prendi! Questi ti aiuteranno ad andare avanti per cinque o sei mesi.”, disse passandole una piccola sacca ricolma di monete d’argento.
Angelica la prese e la posò dentro la credenza, poi si girò: “E dopo… come vivremo dopo?”.
“Tornerò prima che abbia il tempo di svuotare la sacca… te lo prometto.”, rispose; poi baciò lei e il bambino, prese la sacca degli indumenti e corse verso la caserma, dove i militari, già inquadrati, si apprestavano a lasciare per sempre il territorio che fino allora era stato parte integrante del grande impero austroungarico.
Da quel giorno di Danilo Barbotti si persero le tracce; e la povera Angelica rimase sola con un bimbo dal nome impegnativo da tirare grande, e nemmeno una tomba su cui pregare.

La vita per la vedova bianca dell’austroungarico si rivelò dura, molto dura; troppo fresco il ricordo per dimenticare il collaborazionismo di suo marito; così, anche se lei e il bambino non c’entravano per nulla con le scelte sciagurate dell’uomo, l’etichetta di moglie e figlio dell’austroungarico rimase appiccicata ai due come un marchio infamante.
Così infamante che persino i suoi familiari, quando lei tentò un riavvicinamento, la respinsero in malo modo.
Il denaro lasciatole da Danilo non durò più di tre mesi; a quel punto, Angelica, per crescere il figlio si vide costretta ad alienare l’unico bene che possedeva: la casa di Danilo; l’acquirente, impietosito dalla condizione d’estrema povertà in cui versava la donna, non se la sentì di buttarla in mezzo alla strada con un figlio ancora attaccato al seno, e le concesse una proroga di sei mesi per trovare un’altra sistemazione.
Trovare qualcuno disposto a cederle un buco, anche lercio, si rivelò impresa ardua: nessuno voleva tra i piedi la moglie dell’odiato austroungarico.
Solo il parroco, don Alessandro, mosso a pietà s’impegnò per trovare un tetto e un lavoro alla povera donna.

Ogni domenica mattina i coniugi Bianchi, Altero e Giuditta, uscivano da casa per recarsi a messa; don Alessandro, in attesa sul sagrato, si fece loro incontro: “Buona domenica Altero, felice giornata Giuditta.”.
I due ricambiarono il saluto; don Alessandro, prima di recarsi ad officiare la funzione disse loro: “Devo parlarvi, vi aspetto in sacrestia dopo la messa.”.
“Può dirci di che si tratta?”, chiese incuriosito Altero.
“E’ tardi, devo scappare, vi spiego poi.”, rispose il parroco avviandosi con passo svelto verso l’entrata della chiesa.
“Sarà per la solita offerta.”, ipotizzò Giuditta avviandosi senza fretta assieme al marito.

Altero e Giuditta Bianchi, coniugi quarantenni senza figli, proprietari di una segheria con annessa falegnameria; oltre alla vendita di legname, costruivano e riparavano le ruote e i carri dei contadini.
Timorati di Dio e sicuramente benestanti, per questo motivo don Alessandro ritenne che la loro fosse la famiglia perfetta a cui affidare Angelica e il piccolo Francesco Giuseppe.

“Non lo so, don Alessandro… non vorrei indispettire i miei clienti, mettendomi in casa la moglie e il figlio dell’austroungarico… la ferita è ancora aperta, troppi ne ha denunciati quel bastardo.”, diceva Altero camminando avanti e indietro lungo la sacrestia.
“Angelica è ingenua, una bambina diventata madre troppo presto, ti posso assicurare che degli intrallazzi di quel povero disgraziato, lei non ne sapeva niente.”, insistette don Alessandro.
“Noi le crediamo, don Alessandro, ma i contadini che verranno a farsi riparare il carro, o a prendere il legname, trovandosela davanti, come reagiranno?”, chiese Giuditta.
Il parroco si spazientì: “Come volete che reagiscano sapendo che avete tolto dalla strada una ragazzina e il suo bambino? Da buoni cristiani reagiranno!”.
Guardò Altero, fermo a riflettere nell’angolo lontano, con due lunghi passi gli arrivò a un palmo dal volto: “Ora basta scuse! Dimmi se te la senti o no!”.
Altero cercò lo sguardo di Giuditta, che annuì; ottenuta la sua approvazione, sospirò: “E va bene, ha vinto; porti la ragazza e il bambino da noi, domani mattina.”.
“Ha vinto il buon senso, e la carità cristiana, non io!”, chiosò rasserenandosi don Alessandro.

Il lunedì mattina, subito dopo aver officiato la prima messa, don Alessandro si recò da Angelica, attese che si preparasse poi s’incamminarono assieme lungo la via: “Dallo a me il bambino, la strada per arrivare alla segheria è lunga.”, disse protendendo le mani per accoglierlo fra le braccia.
D’istinto Angelica si ritrasse: “No!”, esclamò impaurita.
Don Alessandro comprese che quello scatto, altro non era che l’istinto difensivo di una madre sola nei confronti della propria prole, e non insistette: “Come vuoi, quando sarai stanca, fammelo sapere.”.
Impiegarono più di venti minuti per percorrere a piedi la strada sconnessa in mezzo ai campi che conduceva alla segheria Bianchi, ma Angelica, nonostante l’evidente affaticamento, nemmeno per un attimo lasciò il suo bambino fra le braccia del parroco.

Altero e Giuditta attendevano fuori da casa, l’imbarazzo del primo incontro fu rotto da Giuditta: “Oh, Angelica, è bellissimo il tuo bambino… come mi piacerebbe tenerlo fra le braccia.”, disse con un tono dolce, commuovendosi.
“Lo prenda!”, esclamò Angelica sorridendo, sorprendendo don Alessandro.
Stringendo fra le braccia il bambino, il volto di Giuditta s’illuminò: “Guardalo Altero, ride, gli piaccio.”, disse mostrandolo a suo marito.
Pensando al figlio tanto desiderato e mai arrivato, Altero si commosse, cercando di nasconderlo agli occhi dei presenti volse con lo sguardo in direzione della falegnameria, fu a quel punto che vide i suoi tre operai sul piazzale intenti ad osservare perplessi la scena.
“Che avete da guardare! Andate a lavorare, non vi pago per star lì a cincischiare!”, proruppe alterandosi.
Gli operai tornarono all’interno della falegnameria, ma il bambino spaventato dalla voce roboante di Altero si mise a piangere.
“Guarda cosa hai fatto, lo hai spaventato.”, lo redarguì l’apprensiva Giuditta, poi si rivolse ad Angelica: “Vieni, entriamo in casa.”.
Giuditta, con il bambino tra le braccia, e Angelica entrarono in casa, seguite da Altero e don Alessandro.
Seduti attorno al tavolo della cucina si accordarono sui compiti e la paga da domestica da elargire ad Angelica, poi salirono le scale e le mostrarono la camera dove avrebbe alloggiato insieme a suo figlio.
A chi affidare il bambino durante le ore in cui era di servizio, fu un problema che si risolse ancor prima di essere posto, Giuditta offri spontaneamente e con entusiasmo il proprio aiuto.
Altero e Giuditta si mostrarono fin da subito gentili con Angelica, e particolarmente amorevoli con il piccolo Francesco Giuseppe.

Furono anni tranquilli per il piccolo, coccolato dalla mamma e da Giuditta.
Un periodo difficile, quello della scuola, rischiò di rovinare la serenità di un tempo fatato; i figli sanno esprimere l’odio trasmesso loro dai padri moltiplicandolo per cento, non perché cattivi di natura, ma perché la vita non ha ancora insegnato loro l’arte della riflessione.
Fu così che il povero Francesco Giuseppe divenne oggetto di scherno da parte dei suoi compagni di scuola, ogni giorno doveva subire i pesanti apprezzamenti rivolti a suo padre: l’austroungarico, la spia, il bastardo, il Giuda al servizio dell’imperatore; erano alcuni degli epiteti a cui era fatto segno.
Al che, il piccolo e orgoglioso Francesco Giuseppe tentava di difendere l’onore del genitore mostrando la faccia dura, che puntualmente veniva riempita di sganassoni dalle preponderanti forze avverse.
Ogni giorno il poveretto tornava a casa malconcio, e piangendo implorava sua madre e Giuditta di tenerlo a casa.
L’intervento in aula e presso i genitori degli altri alunni da parte dello stesso don Alessandro non risolse il problema, e finì per inasprire ulteriormente l’inimicizia alleggiante nell’aula: botte e patimenti proseguirono puntuali, se possibile in modo più duro e cattivo.
Alla fine, per salvaguardare la salute psicofisica, sua e del figlio, Angelica impose la sua volontà davanti a quella dei riluttanti don Alessandro, Altero e Giuditta, che si videro costretti a cedere.
Francesco Giuseppe non avrebbe più messo piede in quell’aula pregna di odio, ma un’infarinatura d’istruzione la doveva pur avere, ragionando e scambiandosi pareri attorno al tavolo, una soluzione soddisfacente fu presto trovata; don Alessandro si prese l’impegno d’impartire la sua ora di lezione religiosa se Altero avrebbe portato il piccolo in canonica; mentre per le altre materie ci avrebbe pensato Giuditta.
Giuditta, culturalmente preparata, si prese in carico l’istruzione del piccolo Francesco Giuseppe; ogni giorno si appartava per un paio d’ore con il suo allievo e, con passione e competenza, gli insegnava a leggere, scrivere e far di conto.

Il tempo scorreva sereno, Francesco Giuseppe cresceva felice nonostante la mancanza di amici, si sentiva protetto, coccolato dalle due donne. 
E i giorni scorrevano lievi, dopo il tempo dedicato allo studio salutava Giuditta, Angelica e correva in falegnameria, lì, incollato al fianco di Altero, seguiva con un interesse sicuramente maggiore di quello dedicato allo studio, le mani esperte dell’artigiano incidere il legno regalando alla materia nuove forme.
Angelica non era ormai più la ragazzina spaventata da un impegno troppo gravoso per le sue fragili spalle; ma una donna forte e sicura.
La bellezza acerba aveva assunto le forme compite della donna capace di attirare gli sguardi vogliosi degli operai di Altero, tutti sposati con prole.
Ma la prorompente bellezza di Angelica finì con l’attirare anche gli sguardi del buon Altero, che senza accorgersene finì per innamorarsene; struggendosi cercò di combattere l’insano desiderio rifugiandosi nella preghiera, ma il tempo e la sua presenza dentro casa scalfirono la sua stoica resistenza.

Una tiepida mattina di primavera Giuditta, tenendo per mano Francesco Giuseppe, attraversò il cortile e si recò nel giardino sito dietro la falegnameria, lì, seduti all’ombra del glicine, iniziò con l’impartirgli la quotidiana lezione di matematica (materia ostica da far entrare nella testa di un bambino di sette anni), prima di passare alla grammatica italiana: la doppia lezione sarebbe durata almeno un paio d’ore.
Angelica, convinta di essere sola in casa, rassettava la camera con indosso una camicia da notte di lino lunga fino ai polpacci (niente di particolarmente arrapante oggigiorno) e per favorire il ricambio dell’aria aveva spalancato la finestra e la porta che dava sul corridoio.
Altero, chiuso nel piccolo ufficio della falegnameria, rovistava fra le carte brontolando per una fattura che non riusciva a trovare: “Deve essere nello scrittoio, su in camera!”, esclamò illuminandosi.
Chiuse a chiave l’ufficio, attraversò con passo svelto il cortile, entrò in casa e salì di corsa le scale.
La porta, spalancata, della camera di Angelica si trovava in fondo al corridoio; mentre avanzava Altero non riusciva a distogliere lo sguardo dal candido lino appoggiato sulle terga della donna, inginocchiata e piegata in avanti nel gesto di passare la cera su pavimento.
“Ciao Altero!”, esclamò Angelica voltandosi, scostando con il gesto della mano i lunghi capelli dalla fronte imperlata di sudore.
Calò un silenzio imbarazzato quando gli sguardi s’incrociarono; lei lo osservava con un’espressione invitante, mentre lui, fermo in tutta la sua imponenza in mezzo alla porta, non riuscendo a togliergli gli occhi di dosso tratteneva il desiderio d’investirla di baci serrando i pugni.
Altero, seguendo i canoni della bellezza classica, si poteva tranquillamente definire un bel fusto: alto, prestante, cappelli ondulati nerissimi e due occhi profondi che sembrano volerti rubare l’anima. 
Il suo fascino aveva colpito fin da subito anche Angelica, ma sino ad allora era riuscita a reprimere ogni desiderio peccaminoso, limitandosi a qualche volo di fantasia facendo dell’autoerotismo.
Il desiderio oramai saturo in entrambi, esplose quella tiepida mattina e proseguì con incontri clandestini dentro la falegnameria piuttosto che in camera oppure nella legnaia.
Né Giuditta né tantomeno Francesco Giuseppe negli anni a venire ebbero sentore della tresca fra i due.

Aveva tredici anni Francesco Giuseppe, quando Altero decise che era venuto il tempo d’insegnargli i segreti della sua arte assumendolo come ragazzo di bottega in falegnameria, e lui ricambiò la fiducia applicandosi molto più che nello studio.
“Questo ragazzo è nato per lavorare il legno!”, sentenziò Altero una sera a cena, facendo felici, oltre a Francesco Giuseppe, Angelica e Giuditta.
“Francesco Giuseppe seguirà le orme di Altero, e quando sarà il momento condurrà lui la falegnameria.”, confermò Giuditta accarezzando il ragazzo.
“Siete troppo buoni, se non fosse per voi non so che fine avremmo fatto. Non finirò mai di ringraziarvi.”, disse una commossa Angelica.
“Siamo noi che vi dobbiamo ringraziare…”, replicò Giuditta, e dopo una breve pausa concluse: “Per aver colorato la nostra grigia vita.”.

Trascorsero altri due anni tranquilli, Francesco Giuseppe oramai lavorava in falegnameria a tempo pieno, Angelica proseguiva serenamente il suo rapporto con Altero, mentre Giuditta era ancora all’oscuro di tutto.
Nascondere le prove del loro tradimento si faceva ogni giorno sempre più complicato, per ben tre volte: prima un paio di mutande, poi una camicia da notte e infine un paio di calze lasciate nel posto sbagliato, avevano rischiato di farli scoprire; per un soffio Angelica era riuscita a recuperare gli indumenti compromettenti prima che Giuditta li trovasse.
Ma la prova che si apprestava ad appalesarsi, sarebbe stata impossibile da nascondere.

3 ADDIO ANGELICA

Giuditta aveva chiesto a Francesco Giuseppe di accompagnarla in paese, gli operai erano andati in un cascinale a sostituire la ruota di un carro; Altero stava misurando una grossa trave adagiata nel cortile quando Angelica, affacciandosi alla finestra, lo invitò a salire.
Altero annuì sorridendo, pregustando il piacevole momento abbandonò metro e squadra e corse da lei.
Angelica lo attendeva in piedi, accanto al letto, nella sua camera: “Sono incinta!”, lo informò come lo vide.
“Mio Dio, cosa ho fatto!”, esclamò Altero fissando con sguardo incredulo il ventre di Silvia; sentendosi mancare si appoggiò alla spalliera del letto, si sedette, prese fiato e le chiese: “Sei sicura? Potrebbe essere solo un ritardo.”.
“Ne sono certa, avrò un altro figlio… e sarà il tuo.”, confermò lei, illuminandosi di felicità.
“Lo abbiamo cercato per anni, io e Giuditta, abbiamo pregato… e ora Dio, punisce così il nostro tradimento.”, diceva scuotendo il capo Altero.
“Un bambino non è una punizione divina, è un dono.”, lo corresse rattristandosi: “Dovresti essere felice per questo regalo che il Signore ha voluto farci.”, aggiunse posando le mani sul ventre.
“Dovrei, ma non lo sono… quando Giuditta lo scoprirà, le si spezzerà il cuore.”.
“Giuditta ama i bambini, capirà!”.
Altero scosse il capo: “Proprio non riesci a capire… non potrà mai perdonare il mio tradimento; ci amiamo praticamente da sempre, non avrei dovuto tradire la sua fiducia.”.
“Però l’hai fatto, e non una sola volta. E non mi sembravi così contrito quando mi montavi!”, sbottò stizzita Angelica.
“Ti prego…”.
“Ti prego cosa?!”, lo interruppe Angelica: “Ora che hai combinato il guaio, trova tu il modo per risolverlo… avanti, sto aspettando!”.
“Devo riflettere.”, mormorò stringendo la testa tra le mani. 
Trascorsero due lunghi minuti prima che Altero si riavesse: “Devi andartene lontano.”, disse sommessamente guardando il pavimento.
“Cosa stai dicendo… sei impazzito?! E guardami in faccia!”, urlò Angelica.
“Calmati e ascolta.”.
“Non mi calmo e nemmeno ti voglio ascoltare. Dopo che hai combinato il guaio, ora vuoi buttarmi fuori di casa assieme a mio figlio! Ma non ce l’hai un cuore?!”.
“Non è così, se ti degni di starmi ad ascoltare, vedrai che non è come pensi.”, provò a spiegarle Altero, mantenendo un tono pacato.
Angelica si appoggiò alla parete: “Ti ascolto.”, fece, incrociando le braccia.
“Per il denaro non dovrai preoccuparti, ci penserò io, e ti troverò anche la casa… a tuo figlio, penseremo io e mia moglie.”.
“Dovrei lasciarti mio figlio, e scappare con il tuo in pancia?!”, proruppe Angelica puntandogli contro due occhi fiammeggianti: “Ma che razza di uomo sei?!”.
“Ragiona, con noi avrebbe un futuro, imparerebbe un mestiere. E quando sarà il momento, gli lascerò la falegnameria.”.
“Faresti questo per mio figlio, e mi cacceresti da casa con il tuo di figlio… perché?”.
“Perché in Francesco Giuseppe mi rivedo da giovane; la stessa grinta, voglia d’imparare, di migliorare nella vita, è lui il figlio che avrei voluto, gli voglio bene come se fosse mio.”.
“E di questo? Che ne sarà?”, chiese Angelica indicando il ventre con lo sguardo.
“Lo terrai con te, ogni mese ti verserò una somma congrua perché possiate vivere degnamente, ma non dovrà mai sapere di chi è figlio.”.
“Perché?”.
“Perché se lo si venisse a sapere, perderei la mia onorabilità. E questo non posso permettermelo.”.
“Allora è così, conta più l’onore da mostrare agli altri, che l’amore per tuo figlio… mi fai schifo Altero!”.
“Non posso rovinare la mia onorabilità, Giuditta ne morirebbe… cerca di capire, ti prego.”, la implorò con voce accorata.
Angelica serrò la mascella, la rabbia montante si fece incontrollabile, staccò la schiena dalla parete, si avvicinò ad Altero e schiaffeggiandolo ripetutamente gli urlò in faccia: “Sei un bastardo senza onore! Cerchi d’impietosirmi mettendo di mezzo quella povera donna!”.
Improvvisamente si arrestò, respirò a fondo e concluse con un tono di sfida: “Appena torna Giuditta, le racconterò tutto, vedremo cosa ne pensa.”, poi si girò e uscì dalla camera.
Altero si sentì perduto, la rincorse raggiungendola mentre si apprestava a scendere la scala, afferrandola per un braccio cercò di trattenerla: “Non farlo, ti scongiuro, non puoi farmi questo!”, la implorò nuovamente.
Lei si divincolò dalla presa: “Lasciami!”, fu l’ultima esclamazione, seguita da un urlo agghiacciato e dal tonfo del corpo che rotolava giù dalla scala: dopo essersi divincolata, girandosi di scatto Angelica aveva messo un piede in fallo.
“Mio Dio, Angelica!”, urlò Altero precipitandosi ai piedi della scala.
Il corpo di Angelica giaceva piegato in modo innaturale; Altero piangendo cercò di rianimarla, ma quando vide il sangue uscire dalla tempia che aveva battuto contro lo spigolo di un gradino, si mise le mani fra i cappelli: “Mio Dio, cosa ho fatto… perché! Perché!”, gridava.
Si avvicinava al corpo, la guardava sbigottito e piangendo tornava ad allontanarsi; passarono cinque minuti prima che, ritrovando una parvenza di normalità, elaborasse un piano per non essere associato al tragico fatto.
Lasciò la poveretta ai piedi della scala, tornò nella falegnameria, con l’animo in subbuglio sistemò una tavola di rovere sul banco, si asciugò le lacrime, strinse fra le mani martello e scalpello e, guardando fuori dalla finestra, rimase in attesa pietrificato nell’atto di assestare il primo colpo di martello sullo scalpello che avrebbe inciso il tenace rovere.

“Eccoli!”, esclamò sentendo il cuore balzargli in gola, quando li vide appalesarsi in fondo alla via.
Menando fendenti rabbiosi sullo scalpello iniziò a incidere il rovere, con la testa bassa e lo sguardo fisso sull’utensile continuava a colpirlo con il martello, aumentando la forza e l’intensità per coprire il vociare di Giuditta e Francesco Giuseppe che si apprestavano ad entrare in casa.
Quando udì l’urlo straziante di Giuditta e il pianto del ragazzino, gettò a terra i ferri e corse in casa.
“Mio Dio, cos’è successo?!”, urlò avvicinandosi a Giuditta e Francesco Giuseppe, chinati sul corpo di Angelica.
“Porta via il ragazzo!”, urlò Giuditta piangendo.
A fatica Altero riuscì a staccarlo dalla madre: “Non piangere... non è successo niente… ora si riprenderà…”, diceva stringendo a sé Francesco Giuseppe.
“Angelica! Angelica!”, la incitava Giuditta scuotendo il corpo inerme, mentre Altero tenendo il volto del ragazzo piangente premuto contro il ventre, straniandosi dal presente malediva sé stesso e il giorno in cui non era riuscito a trattenere le pulsioni che finirono per causare il dramma.

“Addio… Angelica.”, sussurrò Altero sfiorando con un bacio l’algido volto, prima che la bara fosse definitivamente chiusa, cadendo subito dopo in un pianto irrefrenabile.
Il ricordo di Angelica, il rimpianto di due vite colpevolmente perse, una delle quali quella del figlio inseguito inutilmente da sempre con l’amata Giuditta; tormentava i giorni e le notti di Altero.
Il perenne tormento procurò all’uomo un precoce decadimento psicofisico; in poco più di tre anni, del fisico possente di un tempo non v’era rimasta traccia, Altero trascinava a stento le gambe prive d’energia all’interno della falegnameria, non era più in grado di svolgere nessun lavoro: il suo impegno si limitava ad osservare con orgoglio Francesco Giuseppe eseguire con perizia i compiti che lui stesso gli aveva insegnato.
Era cresciuto in fretta Francesco Giuseppe, a poco più di diciotto anni gestiva praticamente da solo, vista l’apatia che aveva colpito Altero, la falegnameria e, assieme a Giuditta si occupava anche della parte amministrativa dell’azienda.
La morte pose fine al tormento di Altero una gelida mattina di gennaio, a pochi giorni dal suo sessantaduesimo compleanno.

A chi avrebbe lasciato la falegnameria, la segheria e la casa Altero? Si chiedeva la gente ancor prima che il feretro venisse calato nella fossa.
“Sicuramente a Giuditta!”, diceva l’uno.
“Altero è uomo di fede, a Giuditta lascerà la casa e tutto il resto alla chiesa.”, ribatteva l’altro.
“E al figlio dell’austroungarico che ha allevato come fosse il suo, non lascerà niente?”, chiedeva un terzo, usando un tono che rivelava la non troppo segreta speranza, condivisa da tutti, che l’odiato figlio del traditore fosse buttato in mezzo alla strada.
Miserevoli curiosità che ben presto, all’apertura del testamento di Altero, sarebbero state soddisfatte.

4 IL TESTAMENTO DI ALTERO

Altero si lavò l’anima dai peccati lasciando la falegnameria con annessa segheria a Francesco Giuseppe; persino la casa lasciò a lui, ma a una condizione: che la dividesse con Giuditta prendendosi cura di lei sino alla morte.
Francesco Giuseppe, che considerava Giuditta la sua seconda madre, non ebbe difficoltà ad accettare la clausola testamentaria.
All’amata Giuditta lasciò solamente dei beni mobili: oro, gioielli e denaro, molto denaro; raccomandandole di non scialacquare, e di usarne con parsimonia solamente lo stretto necessario per vivere modestamente il breve o lungo solitario intermezzo, prima del loro definitivo ricongiungimento. 
Infine, forse per essere certo di guadagnarsi il paradiso, Altero lasciò una cospicua somma anche al parroco: da usare per sistemare il tetto e restaurare la fatiscente facciata della chiesa.

Francesco Giuseppe, coadiuvato dall’esperta Giuditta per la parte fiscale, assunse la guida dell’azienda; lavorando duramente, concedendosi solamente la pausa domenicale per farsi vedere a messa in compagnia di Giuditta, riuscì a incrementare il giro d’affari.
Nonostante la sua strategia tendente a farsi ben volere dai compaesani: vedi le parate domenicali lungo le navate della chiesa sottobraccio a Giuditta, davanti agli sguardi di buona parte dei paesani lì convenuti per la santa messa, o le generose offerte a curia e scuola; per la gente rimase il figlio dell’austroungarico, rampollo di una stirpe bastarda e traditrice.
Francesco Giuseppe conosceva la scarsa considerazione che avevano di lui, e questo lo feriva nel profondo dell’animo, non sapendo in quale altro modo reagire lo fece dedicandosi al lavoro, convinto che l’agiatezza economica e le generose offerte avrebbero alla fine convinto tutti della sua sincera bontà d’animo.

Nel milleottocentonovanta, i binari della nuova linea ferroviaria erano giunti alle porte del paese, Francesco Giuseppe stava osservando gli operai intenti a posare le rotaie a pochi metri dalla sua falegnameria, quando udì una voce: “Mi scusi, è lei il proprietario?”.
Francesco Giuseppe volse lo sguardo alla sua destra e si trovò davanti ad un gran cappello nero dal quale spuntava una lunga barba bianca: “Prego?”, esclamò.
L’uomo si avvicinò allungando la mano: “Ingegner Roberto Corda.”, disse presentandosi.
“Francesco Giuseppe Barbotti.”, replicò stringendogli la mano.
“Stavo chiedendole se era lei il proprietario della segheria.”.
“Sì, della segheria e anche della falegnameria.”.
“Molto bene! Avrei da proporle un affare.”.
“Di che si tratta?”, chiese mostrandosi interessato Francesco Giuseppe.
“Dove possiamo parlare?”.
“Nell’ufficio della falegnameria, venga.”.
L’ingegnere seguì Francesco Giuseppe nell’ufficio; uscendone un paio d’ore più tardi sorridendo:
“Tornerò fra tre giorni, pensa di poter sciogliere la riserva prima d’allora?”, gli chiese l’ingegnere.
“Sicuramente!”, rispose Francesco Giuseppe, dopodiché si salutarono.
La sera stessa Francesco Giuseppe riferì a Giuditta dell’incontro: “Non lo so, è una bella somma.”, disse lei mostrandosi perplessa.
“Lo so, ma un’occasione così non capiterà più; l’ingegnere mi ha garantito che mi farà avere un contratto quinquennale per la fornitura di legname alle ferrovie.”.
“Quello che non riesco a capire, è perché si sia rivolto a te, e non ai soliti fornitori.”.
“E’ stato un colpo di fortuna, le rotaie passano accanto alla segheria, il legname potrà essere caricato direttamente sui carri merci con un risparmio cospicuo sui costi di trasporto. Il treno è il futuro, le strade ferrate porteranno il progresso e il benessere nell’Italia del nuovo secolo; chi saprà cogliere l’attimo, cavalcherà il novecento da protagonista… gli altri, tutti gli altri, saranno costretti a subirlo. Io non resterò fermo, come un asino nel campo a guardare il treno del nuovo secolo passarmi davanti al naso, io ci salterò sopra e vivrò il novecento da protagonista… costi quel che costi.”.
“Sei giovane, la tua brama d’inseguire il futuro la comprendo benissimo… ma quello che non riesco a farmi entrare nella testa, è il motivo per cui dovresti dare del denaro a quel signore.”.
“Giuditta! E su, non fare l’ingenua.”, sbottò Francesco Giuseppe.
“Francesco Giuseppe! Che modo di rispondere è questo!”, esclamò lei redarguendolo.
“Scusa Giuditta.”, disse abbassando il tono, poi stringendole la mano proseguì: “Per muovere i carri, si devono ungere le ruote. Io non ho tutto quel denaro, ti sto chiedendo un prestito, se mi vorrai aiutare, ti ringrazierò… se non te la sentirai… pazienza; rinuncerò all’affare e ti ringrazierò ugualmente… tutto quello che ho, lo devo a te e Altero… grazie Giuditta, qualunque sia la tua decisione, grazie lo stesso.”.
Giuditta si commosse fino alle lacrime, accarezzò il volto del bambino che aveva visto diventare uomo, e con un filo di voce gli comunicò la sua decisione: “Ho settant’anni, fra poco mi unirò al mio Altero; allora il denaro che mi ha lasciato sarà tuo… in verità, l’ho è già da ora, mi considero solo l’amministratrice di una somma che Altero ha deciso di affidarmi come riserva nel caso gli affari ti fossero andati male. Questo non è accaduto, ti sei dimostrato accorto nelle scelte lavorative. Ora, se ritieni che questo denaro ti permetterà di allargare il giro d’affari… è giusto che lo abbia, è tuo!”.
Francesco Giuseppe la strinse forte a sé: “Oh Giuditta, Giuditta, ti voglio bene… non ti deluderò.”, sussurrò baciandola con il trasporto di un figlio.

Cinque anni dopo, l’azienda di Francesco Giuseppe aveva triplicato le dimensioni e dava lavoro a trenta operai: ogni settimana un treno merci scaricava i tronchi dai quali la segheria ricavava tavole e traversine da caricare sul treno merci vuoto.

Tre anni prima Giuditta aveva visto dalla sua finestra il primo treno merci scaricare i tronchi, orgogliosa per aver contribuito al successo dell’impresa, si era sdraiata sul letto, guardato il soffitto e sospirato: “Hai visto Altero? Lo abbiamo cresciuto bene il piccolo Francesco Giuseppe… anche tu, Angelica, che non hai potuto vederlo crescere, chissà quanta felicità stai provando in questo momento.”.
Poi aveva chiuso gli occhi, si era addormentata, e se n’era andata serena.

Nell’anno milleottocentonovantacinque, Francesco Giuseppe era un facoltoso imprenditore di trentasei anni, scapolo, impegnato sette giorni su sette ad incrementare il suo giro d’affari; viveva nella casa accanto alla sua azienda con Beatrice, un’orfana trentenne dal fisico imponente cresciuta in un convento di suore a Torino, fatta arrivare appositamente dal parroco accogliendo i desiderata di Francesco Giuseppe che, dopo la morte di Giuditta, cercava una donna di servizio a tempo pieno che fosse forte, educata, discreta e fedele. 
Tra serva e padrone s’instaurò un rapporto difficilmente riscontrabile in altre case padronali; dopo due anni Francesco Giuseppe si rivolgeva a Beatrice ancora con il suffisso usato durante il primo incontro: “Signora Beatrice.”, forse per una forma di rispetto, più probabilmente per mantenere un certo distacco atto a non farsi coinvolgere sentimentalmente, perché tutte le sue energie fisiche e mentali dovevano convergere verso un unico irrinunciabile obiettivo; entrare da protagonista nel nuovo secolo.

Una calda notte di giugno, vagando nell’ampio spiazzo davanti ai binari fra le tavole accatastate destinate ad essere caricate sul treno merci in arrivo l’indomani, l’odore penetrante del legname tagliato e il frinire dei grilli, Francesco Giuseppe fece il punto sulla sua scalata sociale.
Osservando compiaciuto il legname, iniziò una lunga riflessione, - Nonostante tutto questo, nonostante dia da mangiare a trenta famiglie del paese, non sono ancora riuscito a fare breccia nei cuori dei miei compaesani. Per loro sono un’anomalia, un uomo senza una famiglia alle spalle, venuto dal nulla che finirà nel nulla. La famiglia e i figli sono la forza motrice della società, per ottenere il rispetto dovuto, dovrei sposarmi, avere dei figli; solo se ci sarà qualcuno che proseguirà sulla via tracciata, pronto a prendere in mano le redini dell’azienda per farla prosperale, sarò rispettato come lo sono i vecchi patriarchi. Ma per fare ciò dovrei prima trovare una donna disposta a sposarmi, e volendo ne troverei sicuramente disposte a farlo… ma mi sposerebbero per amore? Oppure solo per il profumo della ricchezza? No, non posso rischiare di compromettere tutto quello che ho creato scegliendo la donna sbagliata. Se proprio dovrò sposarmi, lo farò con una donna di cui nutro stima e fiducia… l’unica donna dotata di tali requisiti che mi sovviene alla mente, è Beatrice. Non è una gran bellezza, ma è sicuramente fidata e dotata di un fisico forte e robusto, quello che ci vuole per mettere al mondo figli sani. Sì, se dovessi decidere, la scelta cadrebbe sicuramente su di lei… ma poi, siamo sicuri che lei accetterebbe? -, il dubbio lo convinse che era meglio soprassedere, riflettendo ancora per qualche tempo prima di decidere se fare la proposta a Beatrice.

Passarono più di due mesi prima che si decidesse al gran passo: “Signora Beatrice, mi potrebbe dedicare cinque minuti del suo prezioso tempo?”, le chiese una sera entrando in cucina.
“Sto preparando la cena, signor Francesco Giuseppe.”, rispose lei mostrando la pentola sul fuoco.
“Cenerò più tardi, venga a sedersi, la prego.”, insistette indicando le sedie attorno al tavolo.
Beatrice spostò la pentola dal fuoco e si andò a sedere.
Francesco Giuseppe attese che si accomodasse, poi si sedette di fronte a lei: “Mi riesce difficile esprimere quello che vorrei dirle, con il solito distacco.”.
“Non la seguo, cosa intende per: distacco?”.
“Beh, diciamo il modo reverenziale con il quale ci parliamo…”, rispose sorridendo; notò lo sguardo perplesso di Beatrice, e di getto completò il pensiero: “Insomma, voglio dire; sono più di tre anni che viviamo sotto lo stesso tetto. Credo che sia venuto il momento di dialogare in modo più amichevole, iniziando a togliere quel fastidioso; signore e signora, prima dei nomi.”.
Beatrice rifletté, poi si espresse: “Come desidera, signor Francesco Giuseppe.”.
“Ah! Niente signore, rammenta!”, la corresse ironicamente.
“Mi scusi Francesco…”.
“Non, mi scusi, ma, scusami!”, la corresse nuovamente interrompendola.
“Scusami… Francesco Giuseppe.”, concluse tentennando.
“Brava Beatrice, d’ora in avanti useremo sempre il: tu, sei d’accordo?”.
“Se lo desidera… oh… scusami… volevo dire, se lo desideri.”, si corresse sorridendo, strappando un sorriso complice anche a lui.
“Errori di gioventù, con un po’ di rodaggio non sbaglierai più.”, chiosò con una punta d’ironia.

Parlarono del più e del meno per un buon quarto d’ora; poi, quando il dialogo si fece empatico e fluente, Francesco Giuseppe arrivò al punto cruciale: “Devo farti una proposta; ti prego di ascoltarla attentamente senza interrompermi.”.
Beatrice annuì mostrandosi timorosa, l’impacciato Francesco Giuseppe tirò un lungo respiro e partì deciso: “Vorrei che diventassi mia moglie!”.
Dall’età della ragione aveva solo parlato e trattato di lavoro, far la corte a una donna e chiederla in moglie non era nelle sue corde, così gettò alle ortiche il lungo e pregnante discorso che si era preparato andando subito al sodo; Beatrice lo guardò basita e non rispose.
Francesco Giuseppe, palesemente a disagio, si alzò dalla sedia: “Devo andare a ispezionare il legname, lascia la cena sul tavolo e vai pure a dormire. La notte porta consiglio, domani mi dirai cosa ne pensi!”, concluse uscendo da casa, lasciando Beatrice con lo sguardo perso nel vuoto.
“Quello che dovevo, io l’ho fatto… ora tocca a lei decidere.”, si disse, sospirando come se si fosse tolto non un peso ma un macigno, camminando in mezzo alle cataste di legname.
Poco prima dell’alba Francesco Giuseppe attendeva silente, seduto al tavolo della cucina, che Beatrice, anch’essa silente, le versasse il caffè.
Un silenzio diverso da quello assonnato di mille altre colazioni mattutine, un silenzio pregno dell’attesa di una domanda o di una risposta.
“Posso sedermi?”, chiese Beatrice dopo aver posato la caffettiera sul fuoco.
“Accomodati!”, rispose Francesco Giuseppe indicando la sedia vuota accanto a lui.
Beatrice si sedette e s’immerse nuovamente nel silenzio, Francesco Giuseppe fremeva, - che fa, non dice niente… forse aspetta che sia io a iniziare… cosa le potrei dire. -, pensava cercando di non essere banale.
Ci pensò lei a toglierlo dall’impaccio: “Mi hanno sempre insegnato che il matrimonio è una promessa di fedeltà fra due innamorati… ma la tua proposta ha sconvolto tutte le mie certezze.”.
“Cosa intendi dire?”.
“Voglio dire; non mi sembra che fra noi sia scoccata all’improvviso una scintilla.”.
“No, non è scoccata, ma io sono sicuro che il nostro matrimonio sarà più felice di molti altri basati solo sull’amore.”, rispose con sincerità Francesco Giuseppe
“Cosa te lo fa credere?”.
“Il rispetto reciproco, che in tutti questi anni di convivenza sotto lo stesso tetto non è mai venuto meno. E se accetterai di essermi sposa, ti prometto che non muterà di un millimetro.”.
“Una promessa gratificante… ma l’amore?”, insistette Beatrice.
“L’amore arriverà! I figli, a loro concederemo tutto il nostro amore.”.
“Dunque è solo per questo che mi vuoi, per i figli… una fattrice e una serva, questo e nient’altro sarò per te.”, tirò le somme intristendosi Beatrice.
“Non è così, non sarà così!”, provò a rassicurarla Francesco Giuseppe innervosendosi; poi, leggendo il timore negli occhi di Beatrice, prosegui pacatamente: “Sarò servizievole, come lo deve essere ogni buon marito. Ogni domenica ti accompagnerò in chiesa, ti rispetterò…”.
“Ma non mi amerai!”, concluse Beatrice interrompendolo.
“Questo non l’ho mai detto! Un matrimonio basato sulla menzogna è destinato al fallimento, ci proverò ad amarti, ma non posso prometterti di riuscirci. Non pensi che questo mio… esserti sincero, questo confidarti ogni mio sentimento, possa essere un buon inizio? “.
“Non so più cosa pensare… sono confusa. Ho passato la notte a pensare e pregare il buon Dio perché mi aiutasse. Forse questo tuo essere sincero, è un segno del cielo… ti sposerò, sarò la madre dei tuoi figli, perché il buon Dio così aveva deciso dal giorno che mi fece arrivare in questa casa.”.
“Grazie Beatrice, hai fatto di me un uomo felice.”, disse Francesco Giuseppe stringendole le mani, esprimendosi senza il trasporto o l’enfasi necessaria a rendere credibile ciò che andava affermando.
“Si può essere felici senza amarsi?”, si chiese e chiese Beatrice sospirando perplessa; Francesco Giuseppe non rispose.
  
Beatrice e Francesco Giuseppe si sposarono a dicembre; una cerimonia semplice, per pochi intimi: i testimoni, il parroco e gli operai ai quali alla fine della cerimonia gli sposi offrirono un rinfresco all’interno della segheria.
La prima notte di nozze si rivelò un vero disastro, l’inesperta Beatrice non voleva saperne di levarsi l’ampia e lunga camicia da notte e, l’altrettanto inesperto Francesco Giuseppe, non sapendo penetrare con la dovuta dolcezza l’antro ancora intonso del piacere; innervosendosi fu vittima di un fiasco clamoroso.
La prima, e anche la seconda notte, si risolsero in un nulla di fatto; finalmente al terzo tentativo Francesco Giuseppe riuscì nell’improba impresa di deflorare l’ancor vergine Beatrice.
Negli anni a venire, lei ricordò quella prima volta solo per il dolore, e le non numerose altre volte come prive di dolore… e di piacere; mentre lui le rammentò come un compito da eseguire per inseminare il ventre che avrebbe dovuto generare la sua prole.

L’anno nuovo portò in dono al raggiante Francesco Giuseppe l’agognata notizia; la dolce attesa di Beatrice: “Ora saremo una famiglia con un futuro radioso, la stirpe dei Barbotti prospererà e sarà amata, al pari delle grandi famiglie che contribuiranno a far crescere la giovane Italia.”, proclamò in tono stentoreo, accarezzando lo scrigno dove il suo erede aveva appena iniziato a prendere forma. 

5 LA FAMIGLIA BARBOTTI
  
“Oggi! Venticinque settembre milleottocentonovantasei, è nato l’erede che perpetuerà la stirpe dei Barbotti!”, declamò Francesco Giuseppe, prendendo dalle braccia di Beatrice il pargolo nato poche ore prima.
Beatrice, distesa nel letto, sorrise: “E quale sarà il nome del piccolo principe?”, chiese con una punta d’ironia.
“Mio figlio erediterà il nome dell’uomo che più mi ha amato!”, proclamò Francesco Giuseppe.
“Danilo, il nome di tuo padre.”.
Francesco Giuseppe s’intristì: “Non ho mai conosciuto mio padre.”.
“Mah! Fosti tu a dirmi il suo nome.”, esclamò sorpresa Beatrice.
Francesco Giuseppe guardò con occhi lucidi il figlio che teneva in braccio: “Sì, te lo dissi prima che diventassimo intimi, in seguito avrei voluto correggermi, ma non trovai mai il momento, o il coraggio, per affrontare l’argomento.”.
Con la delusione dipinta nello sguardo, Beatrice espresse la sua disapprovazione: “Dunque il padre patriota che non aveva fatto in tempo a riconoscerti, perché fu ucciso dai soldati austriaci, non esiste.”.
“No, mio padre… almeno, così mi aveva raccontato mia madre, ma non ci giurerei, era un ufficiale austriaco. La sua guarnigione fu spostata prima che nascessi, e di lui si persero le tracce… probabilmente fu vittima di un’imboscata tesa da ribelli lombardi. Questo è tutto… perdonami se puoi.”.
“Sono orfana di padre e madre, capisco la tua reticenza… non hai niente di cui farti perdonare.”, disse con tono partecipato, poi, illuminandosi esclamò “Altero, è lui l’uomo che ti ha amato come un figlio!”.
“Sì, Altero è il padre che avrei desiderato avere… e in fondo lo è stato davvero. Mio figlio porterà il suo nome, e lo farà con onore, di questo ne sono certo!”, concluse con orgoglio baciando il pargolo. 
Francesco Giuseppe poteva finalmente esibire, com’era d’uso nelle potenti famiglie dell’epoca, l’erede che avrebbe perpetuato la dinastia.

Francesco Giuseppe non era certo intenzionato a fermarsi a un solo figlio; nella sua visione del nuovo stato, le grandi dinastie in grado di indirizzare la politica nazionale, sarebbero state le più ricche, non solo di denaro ma anche di figli.
Nonostante la sua quasi quotidiana applicazione al progetto, spesso anche controvoglia, per più di due anni le sue fatiche non furono premiate.
La primavera del milleottocentonovantanove portò, assieme alle rondini e ai prati in fiore, la buona novella: Beatrice attendeva il secondo figlio di Francesco Giuseppe Barbotti. 
Beatrice avrebbe gradito una femminuccia, ma la natura, o il buon Dio, decise diversamente; il quattordici novembre milleottocentonovantanove, la famiglia Barbotti festeggiava l’arrivo del secondogenito.
Francesco Giuseppe lasciò a Beatrice l’onore di scegliere il nome: “Ho pregato perché il buon Dio ci regalasse una femminuccia, l’avrei chiamata Giuditta.”, disse lei.
Francesco Giuseppe abbozzò un sorriso e, annuendo, si mostrò d’accordo con la scelta del nome.
“Ma lui ha deciso di mandarmi questo angelo…”, proseguì guardando il nuovo arrivato: “Si chiamerà Angelo, così ha deciso il buon Dio!”, concluse baciandolo sulla fronte.
“La prossima sarà una bella bambina, e si chiamerà. Giuditta.”, la rincuorò Francesco Giuseppe.
 Ma nonostante l’impegno profuso da entrambi, nessun altro vagito d’infante né maschio né femmina arrivò ad allietare casa Barbotti.

Altero e Angelo crebbero sani e forti, contribuendo in modo decisivo alla riabilitazione del buon nome dei Barbotti; l’odio e il rancore lasciato in eredità ai padri dai nonni, si andavano stemprando nel tempo, i due ragazzi crebbero in mezzo agli altri giovani del paese, senza essere respinti o apostrofati come figli o nipoti di spie al servizio del nemico.
Se l’integrazione delle nuove generazioni fu l’elemento decisivo, non si può sottacere l’iniziale apporto della ricchezza accumulata da Francesco Giuseppe; troppo potente la famiglia Barbotti per inimicarsela.
 
Francesco Giuseppe avrebbe desiderato per il suo primogenito un titolo roboante da esibire in società: “Studierai da avvocato, la segheria la manderò avanti con tuo fratello!”, tuonò, quando Altero espresse la sua contrarietà allo studio.
Lo scontro tra padre e figlio proseguì per mesi, con toni a volte anche aspri; scontri duri nei quali la povera Beatrice, dovendo schierarsi obbligatoriamente per una delle parti in causa, finiva inevitabilmente per esserne coinvolta.
Alla fine, la cocciutaggine del giovane ebbe la meglio, e il vecchio fu costretto ad arrendersi; a sedici anni Altero buttò i libri in un angolo ed entrò trionfante come coadiuvante del padre in segheria.
Francesco Giuseppe si mise l’animo in pace riversando le sue aspettative sul secondogenito, il quale lo ricambiò con l’ugual moneta usata dal fratello maggiore; buttando i libri in un angolo in ancor più giovane età.

Nella primavera del millenovecentoquattordici, mentre sui cieli d’Europa si andavano addensando nuvole minacciose, i due fratelli lavoravano fianco a fianco nella segheria.
Allo scoppio del conflitto, l’Italia saggiamente si mantenne neutrale; non tutti condivisero quest’atteggiamento; gli interventisti, spinti da spirito patriottico, premevano per l’entrata in guerra; altri, fra questi Francesco Giuseppe, per mero calcolo economico o di potere si schierarono al loro fianco.

Pensando a quanti treni merci di legname sarebbero serviti per sostenere lo sforzo bellico, Francesco Giuseppe faceva e rifaceva conti calcolando il possibile guadagno, senza curarsi dei morti, del dolore e della miseria che la guerra avrebbe portato nelle case degli italiani.
Altero lo ascoltava rapito, lui, interventista convinto, avrebbe appoggiato l’entrata in guerra in ogni caso; naturalmente con un tornaconto cospicuo, essere patriota deve essergli parso ancor più bello.
L’ancor troppo giovane Angelo, di politica e di conflitti non ne voleva sapere, il suo interessato impegno era riservato alle ragazze del paese, ben felici di farsi corteggiare dal piacente e ricco giovinotto.
Altero, fedele al suo credo, dopo la dichiarazione di guerra partì volontario per il fronte, inorgogliendo il padre, facendo piangere la madre, e sentendosi apostrofare con un: “Tu sei tutto scemo!”, dal fratello.

Negli anni del grande dolore, il legname dei Barbotti assunse la consistenza dell’oro puro, treni merci vomitavano tronchi e caricavano tavole da spedire al fronte senza soluzione di continuità; alcune volte il treno che portava i tronchi alla segheria, riportava in paese i soldati partiti su un altro treno stipato all’inverosimile di giovani che, con o senza entusiasmo, si apprestavano a difendere i sacri confini della loro giovane patria.
I poveri resti chiusi in casse, forse dello stesso legname ricavato dai tronchi lavorati nella segheria del paese e spediti al fronte, tornavano per l’ultimo saluto tra la loro gente; un giro d’onore dolente destinato a finire dentro il piccolo camposanto, con una madre in lacrime abbracciata al legno della bara.
L’effimera gloria della pugna lasciava così il posto all’eterno dolore di chi rimane a piangere un figlio, un marito, un amico, del quale non ritroverà mai più il sorriso.

Anche i più incalliti interventisti caddero preda dello sconforto, quando la guerra che avevano pronosticato “lampo” s’incancrenì in una lunga estenuante guerra di posizione, giocata dentro luride trincee, con sanguinosi attacchi e contrattacchi che non sortivano alcun effetto, se non quello di aumentare la macabra contabilità di morti e feriti; fino alla svolta drammatica e inattesa: Caporetto!

Francesco Giuseppe provò sulla propria pelle il dolore della guerra, quando un treno, assieme ai tronchi destinati a diventare ricchezza per la sua famiglia, riportò in paese i poveri resti di Altero; morto combattendo sull’Isonzo.

Pochi giorni dopo aver accompagnato nel suo ultimo viaggio il loro primogenito; Francesco Giuseppe e Beatrice subirono un altro duro colpo; Angelo, precettato due mesi prima e inquadrato nella milizia territoriale, venne frettolosamente inviato al fronte pochi giorni dopo la disfatta di Caporetto, assieme a migliaia di altri ragazzi del novantanove.

Pianse Francesco Giuseppe, pianse come non mai per il figlio perduto e per quello destinato al macello; il distacco da Angelo fu per Beatrice, già provata dall’immane perdita, il colpo di grazia assestato a un fisico già minato da una subdola malattia, manifestatosi in tutta la sua virulenza qualche mese prima: la depressione.
Un mese dopo aver salutato il figlio in partenza per il fronte, un ictus la inchiodò dentro il letto per il resto dei suoi giorni.
Beatrice se ne andò nella primavera del millenovecentodiciotto, lasciando un marito, a dire il vero non proprio inconsolabile, e un figlio al fronte a combattere una guerra che aveva sempre osteggiato.

Arrivò con l’autunno, l’agognata vittoria, Angelo sopravisse alla mattanza e riprese il suo posto accanto al padre; ora spettava a lui il compito di perpetuare la stirpe di una famiglia decimata dalla stupidità della guerra.

La vittoria mutilata portò in premio anni di povertà e scontri sociali; la svalutazione e la successiva inflazione scatenarono tensioni sociali; Francesco Giuseppe, temendo una riedizione della rivoluzione bolscevica, non si limitò a simpatizzare per il nuovo movimento politico, ma finanziò a piene mani le squadracce fasciste.
Angelo, schifato dall’orrore della guerra, addolorato per la perdita della madre e del fratello, voleva solo dimenticare il periodo più buio della sua esistenza; così, nonostante gli incitamenti del padre, rifiutò sdegnosamente l’invito a guidare la squadraccia che spadroneggiava in paese.
“Non voglio avere niente a che fare con quei cani rabbiosi, ne ho vista abbastanza di violenza, ora basta, voglio solo vivere in pace!”, disse sdegnato al padre.
“La pace non si difende scappando dai problemi, ma affrontandoli a viso aperto… lo sai anche tu che gli operai della segheria sono tutti comunisti, se li lasciamo fare ci porteranno via tutto. Non posso permettere che quattro straccioni si prendano tutto quello che ho costruito lavorando duro per tutta la vita!”, provò a spiegare le proprie ragioni, digrignando i denti, Francesco Giuseppe.
“Non accadrà!”, fu il laconico commento di Angelo, che finì per far saltare i nervi a suo padre.
“Sicuro che non accadrà! Ma non certo per merito tuo o di quelli che come te non vogliono sporcarsi le mani. Saremo noi che abbiamo visto nascere e crescere l’Italia che la salveremo, mettendoci, oltre all’amor patrio, il denaro necessario a finanziare la forza d’urto che schiaccerà una volta per tutte quei maledetti bolscevichi!”.
“Cosa vorresti fare, imbastire una guerra civile? Non ti sono bastati i morti e il dolore che la follia appena conclusa ha portato in ogni casa, non risparmiando nemmeno la nostra?”.
“Sono disposto a tutto… a tutto! Difenderò con i denti quello che ho costruito con le braccia! E se per farlo si dovrà combattere… ben venga anche una nuova guerra!”, ringhiò in faccia al figlio riluttante.
“Non ti riconosco più, le tue sono farneticazioni; come puoi invocare una nuova guerra, dopo che quella che ci siamo appena lasciati alle spalle ti ha portato via un figlio e la moglie.”, replicò sdegnato Angelo.
“Non venire a farmi la morale; tuo fratello è morto combattendo per una giusta causa, lui sì che si sarebbe schierato al mio fianco senza porsi troppe domande.”.
“Lo so che lui era il tuo preferito, ma non puoi farmi una colpa per non essere morto al posto suo…”.
“Non ti permetto nemmeno di pensarla una tale mostruosità!”, proruppe Francesco Giuseppe interrompendolo.
Angelo comprese di averlo ferito nell’animo e, abbassando il tono, provò a chiudere l’urticante argomento: “Ti chiedo scusa… meglio che la finiamo qui, non vedo la serenità necessaria per proseguire il dialogo.”.
“Io sono serenissimo! Qui non si tratta di dialogare, non c’è da mediare su nulla. Devi solo dirmi cosa pensi di fare!”, insistette Francesco Giuseppe picchiando il pugno sul tavolo.
Angelo si alzò dal tavolo: “Penso che ora, andrò al lavoro.”, rispose pacatamente, indicando la finestra dalla quale s’intravvedeva la segheria in fondo al cortile. 
Si avvicinò alla porta e, prima di uscire, aggiunse: “Poi tornerò a casa, mi laverò e andrò in paese a trascorrere la serata in compagnia degli amici, comunisti, socialisti e anche fascisti… sì papà, hai capito bene: anche fascisti, gli amici non si scelgono per le loro idee politiche. Loro hanno fatto una scelta, ed io rispetto le scelte di ognuno, ma esigo che anche la mia scelta goda di pari dignità.”.
“E alla fine di questo bel discorso, potrei sapere quale sarebbe questa tua fantomatica scelta?”.
“Ho visto troppi orrori, troppe inutili morti; desidero vivere un dopoguerra… lieve… eccola la mia scelta.”, rispose sorridendo.
“Vivere un dopoguerra lieve, è una frase senza senso, non vuol dir nulla!”.
“Per i materialisti non significa nulla, per i sognatori vuol dir tutto!”, chiosò uscendo da casa, lasciando il padre, esterrefatto, a riflettere su quell’ultima frase.

6 LA GRANDE ILLUSIONE
 
Nonostante la filosofia di vita che ispirava Angelo, il dopoguerra non fu affatto lieve nemmeno per lui; gli amici discutendo di politica finivano inevitabilmente per scontrarsi, e ad Angelo, l’unico non schierato politicamente, toccava immancabilmente il compito da far da paciere.
Con l’incancrenirsi del disagio sociale gli scontri si fecero sempre più duri e frequenti, e la compagnia di amici andò velocemente sfaldandosi. 
Angelo continuò a rigettare ogni invito a schierarsi, decretando in tal modo il suo isolamento dai vecchi amici, divisi da idee rivoluzionarie divergenti.
Il lieve dopoguerra, rimase solo nei sogni di un ragazzo poco più che ventenne, quegli anni che delusero i vincitori ed esacerbarono l’animo dei vinti, furono il terreno di coltura della più grande tragedia che l’umanità ricordi.
  
Alla marcia su Roma, seguì il delitto Matteotti e l’avvento della dittatura; sette anni dopo la fine della guerra, Angelo gettò alle ortiche la filosofia del lieve vivere e, al pari di molti altri Italiani, per puro interesse personale s’iscrisse al partito fascista.
Gli anni ruggenti convinsero anche lui che Mussolini sarebbe stato il duce che avrebbe riportato Roma all’epoca aurea dei Cesari: “Quando il treno della storia passa, o ti scansi e lo perdi, o ci salti sopra e partecipi al cambiamento.”, disse a suo padre che, sorridendo ironicamente, gli chiedeva conto del suo inaspettato voltafaccia.
“Al cambiamento, o alla spartizione delle ricche commesse innescate dalla politica espansionistica e sociale del duce?”, lo pungolò Francesco Giuseppe.
“L’un cosa, non esclude necessariamente l’altra.”, chiosò cinicamente Angelo trascinandolo al riso.
Le commesse arrivarono copiose e la segheria, in crisi da tempo, riprese a sfornare tavole, travi e traversine a pieno regime.

A trentacinque anni, Angelo era un ricco signore, un buon partito oggetto dell’attenzione delle ragazze del luogo, alle quali si concedeva volentieri per qualche incontro, senza mai promettersi a nessuna di loro.
“Trovati una donna, possibilmente ricca, sposala e fai al più presto un figlio! Voglio diventare nonno, voglio stringere fra le braccia l’erede che perpetuerà la stirpe!”, tuonava il vecchio Francesco Giuseppe, vedendo il tempo scorrere impietoso senza che il figlio si decidesse a metter su famiglia.
Passarono altri due anni prima che Angelo incrociasse lo sguardo dell’amore.
“Mi chiamo Silvia, signore.”, si presentò con un filo di voce, abbassando il capo, la ragazza diciassettenne accompagnata dalla madre a prendere servizio a casa Barbotti.
“Chiamami pure Angelo… signore, riservalo a mio padre.”, disse lui, perdendosi in due occhi verdi mai visti prima d’allora.
“Come desidera, Angelo.”, rispose lei sorridendo.
Fu un gioco da ragazzi per Angelo, promettendole amore eterno, portarsela aletto.

Nel maggio del millenovecento-trentotto, le vie del paese vennero pavesate a festa per l’arrivo del nuovo podestà; un latifondista che viveva in una grande cascina della zona con la moglie e la figlia trentenne: Arianna.
Angelo e Arianna fecero coppia fissa durante il pranzo organizzato dal partito e, di seguito, ballarono fino a tarda sera sotto lo sguardo interessato dei genitori che, accordandosi tra di loro, organizzarono altri incontri fra i due; a casa di Francesco Giuseppe o nella cascina del podestà, Achille Rambone.
La palese intenzione delle famiglie di far nascere qualcosa tra i due giovani rampolli, indispettì Silvia che, dopo aver sopportato per due mesi le frequenti visite di Arianna a casa di Angelo, sbottò: “Che ci fa quella sempre tra i piedi?!”.
Angelo guardò dalla finestra e vide Arianna aiutata dal padre scendere dalla macchina: “Zitta, potrebbe sentirti.”.
“E allora! Che ascolti pure… posso sapere cosa rappresenta per te?”.
“E’ un’amica!”.
“Un’amica? Sei sicuro, la cosa mi puzza!”.
“Un’amica speciale…”, rispose Angelo facendosi serio, attese qualche attimo poi, notando lo sguardo di Silvia immalinconirsi, sorrise e proseguì: “Ma dai… sto scherzando!”.
“Io invece sono seria… cacciala via!”.
“Mah… sei impazzita!”, sbottò incredulo Angelo.
“Se mi ami, la devi cacciare!”, insistette Silvia a muso duro.
“Non fare la bambina…”.
“Non sono una bambina!”, esclamò con voce stridula.
“Ora basta, solo una bambina può chiedermi di cacciare fuori da casa il podestà e sua figlia! Vai a fare il tuo lavoro, e non tornare fino a quando non se ne saranno andati!”, l’apostrofò Angelo con un tono che non ammetteva repliche.
Le liti, con l’intensificarsi della presenza di Arianna dentro casa, si fecero sempre più frequenti; Silvia capiva che lo stava perdendo; lei, oltre alla bellezza, a dir poco imbarazzante, e l’amore sincero, non aveva nient’altro da offrire.
Arianna, sicuramente meno bella e forse anche meno innamorata, possedeva tutto il resto: ricchezza e potere.
Toccava ad Angelo mettere sulla bilancia pregi e difetti e scegliere; fosse stato ancora il sognatore di un tempo, non ci sarebbero stati dubbi, avrebbe scelto l’amore.
Ma il tempo aveva mutato il ragazzo in un uomo pragmatico, che strizzava l’occhio al potere, e questo fece pendere il piatto della bilancia dalla parte di Arianna.

Angelo e Arianna si sposarono un mese prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, ed andarono a vivere nella grande cascina del podestà.
Il vecchio Francesco Giuseppe rimase nella casa di famiglia assieme alla donna di servizio, Silvia; la quale, dopo un periodo di burrasca generato dal matrimonio tra Angelo ed Arianna, riprese a frequentarlo diventando nota come: la giovane amante ventenne del ricco fascista quarantenne. 
L’erede della stirpe venne alla luce poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia; il nonno materno, il podestà Achille Rambone, avrebbe desiderato per il primo nipote un nome altisonante: quello del suo infallibile duce!
Ma Arianna ed Angelo avevano da tempo scelto di chiamarlo in altro modo, e impuntandosi provarono a far valere il loro legittimo diritto.
“Alessandro! Mio figlio porterà con onore il nome del grande condottiero macedone!”, tuonò Angelo.
“Farai scoppiare la bile a tuo suocero!”, lo informò sorridendo Francesco Giuseppe, aggiungendo: “Fossi in te, se proprio non ti piace il nome del duce, opterei sì per un grande condottiero, ma che sia perlomeno romano… secondo il mio modesto parere, se lo chiamassi Cesare, salveresti capra e cavoli.”.
Angelo, almeno per una volta diede ascolto al padre e, chiamando il figlio Cesare, attenuò la delusione del podestà.

Achille Rambone, pur avendo partecipato alla marcia su Roma, non era certo quello che si poteva definire: un fascista duro e puro; tra le mura domestiche aveva criticato aspramente l’emanazione delle leggi razziali, limitando la loro applicazione al minimo indispensabile per non essere tacciato di disfattismo nel territorio di sua competenza; inoltre, aveva avversato anche l’alleanza e la successiva entrata in guerra a fianco dei nazisti; salvo poi, dopo i primi fulminei successi militari, schierarsi apertamente a favore della politica guerrafondaia del suo duce.
Ma quando l’otto settembre del millenovecento-quarantatré cancellò ogni residua speranza di vittoria, e la vendicativa repubblica sociale s’instaurò nel nord ancora sotto il giogo nazifascista; Achille Rambone comprese che quella parvenza di stato sociale, un fantoccio messo lì dagli alleati nazisti, sarebbe stato solo una lunga e dolorosa agonia verso l’ineluttabile, e che se voleva salvarsi dal disastro doveva assolutamente fare qualcosa di straordinario, da poter esibire dopo la disfatta come atto eroico.

Angelo, che aveva fin da subito bollato le leggi razziali come una mostruosità, forte del rapporto con il podestà non si era fatto intimidire quando, subito dopo la loro emanazione, quattro ragazzotti si erano presentati in segheria pretendendo il licenziamento di due operai di origine ebraica: “Fuori dalle palle!”, aveva tuonato rincorrendoli con una staggia in mano.
Sorpresi dall’accoglienza poco amichevole, i quattro se l’erano data a gambe e non si erano fatti più vedere.

Erano passati più di cinque anni da quel giorno, quando due di quei ragazzotti, inguainati nella divisa della decima mas, si ripresentarono in segheria: “Siamo venuti a prendere i due ebrei che lavorano per te!”, tuonò il più duro dei due.
“Ci conosciamo?  Siamo amici? Io dico di no!”, chiese loro con un tono strafottente Angelo.
I due non compresero e si guardarono allibiti.
“Io do del tu soltanto agli amici!”, precisò con sarcasmo Angelo.
“Non fare lo spiritoso!”, ringhiò l’altro.
“Non sto facendo dello spirito, vi chiedo semplicemente di usare l’educazione che si conviene entrando in casa d’altri.”, replicò sfidando i loro sguardi.
“Stai calmo!”, esclamò il primo trattenendo per il braccio il suo camerata, poi si rivolse ad Angelo mettendolo in guardia: “Guardi che prendersi gioco della milizia, non è consentito neanche al genero del podestà!”.
“Non lo farei mai, dico solo che la milizia deve usare il tatto necessario per farsi apprezzare dalla popolazione.”.
“Va bene, abbiamo capito… ora ci dica dove sono gli ebrei!”.
“Avete fatto un viaggio a vuoto. Li ho licenziati un mese fa!”.
“Davvero?”.
“Parola di fascista!”, esclamò tendendo il braccio nel classico gesto del saluto romano.
“Questa volta voglio crederle… ma l’avverto; la prossima volta torneremo in forze e rivolteremo questo posto come un calzino. E allora, se avrà mentito passerà dei guai seri!”, concluse minaccioso, irrigidendosi, al pari dell’altro, nel saluto fascista.

“Torneranno?”, chiese uno dei due operai, spaventato a morte.
“Torneranno!”, confermò Angelo.
“Dobbiamo scappare!”, aggiunse l’altro operaio.
“E dove andrete?”.
“Non lo so, ma qua non posiamo più stare.”.
“Vivete da soli?”.
“Sì”.
“Nessun parente?”.
“No, sei anni fa siamo saliti al nord in cerca di lavoro, le nostre famiglie sono al sicuro, in Campania.”.
Angelo rifletté a lungo camminando avanti e indietro, inseguito dallo sguardo preoccupato dei due: “Potrebbero venire a cercarvi a casa… questa sera dormirete qui… domani vedrò di sistemarvi in un posto sicuro.”, disse alla fine, indicando l’ufficio della segheria.
Il posto che aveva in mente, era senz’altro il più sicuro che si potesse trovare: la cascina del podestà!

Convincere Achille Rambone non fu una gran fatica; già da qualche tempo discutevano tra loro dell’assoluta necessità di fare qualcosa d’eclatante per dimostrare, dopo l’ormai certa sconfitta, di non avere mai appoggiato i rastrellamenti e le tragiche scorribande delle milizie.
La cascina era immensa, trovare qualcuno fra quelle mura, equivaleva a cercare il classico ago nel pagliaio; inoltre, Angelo e suo suocero erano certi che le milizie mai avrebbero osato perquisire la cascina dell’ancora potente podestà.
Prima che spuntasse l’alba, Angelo andò a prelevare i due operai chiusi dentro il suo ufficio e li accompagnò nel nascondiglio, ricavato in uno degli alloggi dei contadini all’interno della cascina.
Poi tornò alla segheria e avverti l’ottantacinquenne Francesco Giuseppe e la ventenne Silvia che i soldati della milizia sarebbero passatati a perquisire la casa, e che se avessero chiesto conto dei due operai ebrei, dovevano confermare la sua versione; vale a dire: che i due erano stati licenziati da più di un mese.
“Attento Angelo, stai rischiando grosso!”, lo avvertì il padre.
“Lo so, ma se voglio salvare capra e cavoli, sono costretto ad agire. Abbiamo sbagliato, ci siamo fatti incantare dal grande illusionista che ha condotto la nazione al disastro.”.
“Se non ci fossimo affidati al fascismo, i bolscevichi l’avrebbero già distrutta, la nazione!”, ribatté convinto il vecchio.
“Non lo sapremo mai come sarebbe finita… l’unica certezza è il disastro attuale.”, replicò Angelo, poi lo abbracciò e concluse: “Non ti preoccupare papà, andrà tutto bene!”.
“A ottantacinque anni, la preoccupazione per il futuro è il mio ultimo pensiero.”, rispose con voce stanca Francesco Giuseppe; sospirò e aggiunse: “Quello che temo, è che possano fare del male a te e alla tua famiglia.”.
“Non accadrà… non accadrà, stai tranquillo e sereno, tornerò domani… ciao papà.”, concluse avviandosi verso la porta accompagnato da Silvia.
“Angelo!”, esclamò lei seguendolo fuori da casa.
“Cosa c’è?”.
“Non voglio perderti.”, sussurrò Silvia.
“Non mi perderai.”, la rassicurò baciandola, prima di chiosare: “Abbi cura del mio vecchio!”.
“Ti amo!”, l’esclamazione di Silvia echeggiò nel cortile deserto.

7 AMARSI NONOSTANTE

Francesco Giuseppe Barbotti si spense serenamente nel suo letto, il venti aprile millenovecentoquarantacinque, pochi giorni prima che la guerra finisse. 
Una pace rancorosa s’instaurò al centro nord; vendette incrociate, regolamenti di conti caratterizzarono un periodo di guerra civile strisciante.
Una caccia feroce al fascista portò il terrore nelle case di chi, fino al giorno prima, quel terrore lo aveva seminato.

Angelo, la sua famiglia e il podestà, la scamparono, grazie soprattutto ai due ebrei nascosti nella cascina, fu quello il lasciapassare che permise loro di attraversare indenni i primi durissimi, traballanti mesi di pace.
Come un fiume in piena che dopo aver rotto gli argini e scaricato la sua forza rientra nell’alveo, così la rabbia dei vincitori, dopo essere tracimata nelle campagne si chetò.
Il vecchio podestà se n’era andato alla fine del millenovecentoquarantacinque, seguito pochi mesi dopo dall’inconsolabile consorte; lasciando alla figlia e al genero un cospicuo patrimonio: cascine, terreni agricoli, appartamenti, titoli azionari e un più che pingue deposito bancario.
Tre anni dopo Angelo era tornato ad essere un signore rispettato che, fra cascina e segheria, dava lavoro a una cinquantina di persone.

Angelo sistemò Silvia nella casa che fu di suo padre, assumendola come donna di servizio, per quella che sarebbe stata la sua residenza quando, costretto dal lavoro a trattenersi in segheria fino a tarda sera, non se la sarebbe sentita di sobbarcarsi un’ora di macchina su strade deserte e dissestate per tornare in cascina; perlomeno questa fu la scusa ufficiale usata per non insospettire la moglie, in realtà, la destinazione d’uso della casa fu quella di alcova per gli incontri con l’amante.

La famiglia Barbotti era solita trascorrere le vacanze estive nella casa che Angelo aveva acquistato sui monti dove aveva combattuto durante la prima guerra mondiale. 
Angelo amava in quel periodo fare lunghe camminate insieme al figlio, mostrando con orgoglio i luoghi dove lui aveva combattuto per difendere il sacro suolo patrio, e narrando la tragica epopea della guerra, inculcava nella mente del figlio i principi ai quali avrebbe dovuto attenersi per preservare ciò che lui e molti altri avevano conquistato pagando un prezzo umanamente altissimo; il piccolo ascoltava rapito il prolisso narrare che, in buona sostanza, si poteva riassumere in tre sole parole: “Dio, patria e famiglia!”, elevando il padre a eroe invincibile ed esempio da seguire.

“La segheria non rende più, è una palla al piede, ho ricevuto un’ottima offerta... tu che ne dici?”, chiese Angelo al ventenne Cesare, geometra mancato che, nonostante i genitori insistessero perché continuasse fino all’agognato diploma, abbandonò gli studi per affiancare il padre nella gestione dell’azienda agricola.
“Io non la venderei!”, rispose deciso Cesare.
“Sono stanco, la cascina, le bestie e i campi assorbono tutte le mie energie. La segheria è diventata un peso… i soldi, quelli veri, non si fanno più con il legname.”.
“Saprei io come farla fruttare la baracca.”, buttò lì tra il serio e il faceto Cesare.
“Come?”.
“Lasciala a me, e vedrai.”.
“Ipotizzando che lo facessi… come la pagheresti?”, chiese incuriosito Angelo.
“Con un: grazie papà!”, buttò lì ridendo Cesare.
Angelo corrugò la fonte: “Uhm… ci rifletterò, domani ti darò una risposta!”, disse con l’espressione di chi aveva preso la battuta per un’offerta d’acquisto da valutare seriamente.
E ci pensò veramente, per l’intera notte, - perché non metterlo alla prova… e poi, l’amministratore mi ha detto che se voglio pagare meno tasse devo alienare un po’ di roba; tagliare i rami secchi che non rendono e sono solo un costo. Intesterò a lui la segheria… ma sì, è un bravo ragazzo, merita la mia fiducia. Poi, se proprio non ce la dovesse fare, gli darò una mano. -, concluse soddisfatto.

“Ciao Silvia, ti presento mio figlio Cesare, da oggi è lui il padrone della baracca.”, disse Angelo, prima di entrare in casa.
“Ciao Cesare!”, esclamò lei, scostandosi di lato per farli entrare.
Mentre Angelo mostrava al figlio la casa, lui era più interessato alle forme della splendida quarantenne, nonché ex amante di suo padre.   

La passione fra i due era finita cinque anni prima, quando Angelo aveva sostituito l’amante, allora trentacinquenne, con una giovane diciottenne; la giovanile passione per le ragazzine non l’aveva abbandonato nel corso degli anni. 
Era stato il rapporto di lavoro ben retribuito e null’altro a convincere la rancorosa Silvia a mantenere una parvenza, se non di amicizia almeno di rispetto reciproco.

Di sottecchi Silvia osservava Cesare, - eccolo lì il nuovo padrone, uguale a suo padre, pronto a vendersi l’anima per un paio di tette. -, pensava sorridendo notando gli occhi del giovane cadere proprio lì.
Dopo aver mostrato le camere e l’ufficio al figlio, Angelo salutò Silvia e lo accompagnò a visitare la segheria.
“Cesare… mi piace tutto di te; sei giovane, bello e ricco… ma quello che più m’intriga, è sapere che sei figlio di un bastardo! Se gioco bene le mie carte, posso prendere due piccioni con una fava; farla pagare al padre portandomi a letto il figlio; il che, visto il soggetto, non sarebbe poi un gran sacrificio… anzi, per dirla tutta, sarebbe un vero piacere.”, sogghignava osservandoli dalla finestra mentre attraversavano il cortile.

Tre giorni dopo Cesare, aiutato da Silvia, svuotava le valige e sistemava il vestiario nell’armadio della camera padronale: “Finalmente abbiamo finito, non pensavo fosse così complicato sistemare il guardaroba.”, sospirò Cesare osservando il vestiario perfettamente allineato sulle grucce dentro l’armadio.
Silvia sorrise: “Son lavori da donna questi… tu pensa alla segheria, gli armadi lasciali sistemare a me.”.
“Hai ragione… d’ora in avanti, dentro casa mi muoverò affidandomi alla tua grande esperienza.”.
Silvia s’imbrunì.
“Ho detto qualcosa di male?”, le chiese Cesare.
“La mia grande esperienza, è dovuta ai molti anni di servizio… e a quelli che mi porto dentro… hai ragione, purtroppo non sono più una ragazza di primo pelo.”, rispose con un tono dimesso.
“Ma no! Non era questo che volevo dire… è stata una battuta infelice, ti prego di scusarmi.”.
Silvia accennò un sorriso e, accarezzandolo, sussurrò: “Sei scusatissimo.”.
Un brivido partendo dalla guancia attraversò il corpo di Cesare che, spinto da un irrefrenabile desiderio, avvicinò la bocca alle labbra di Silvia, ma prima di raggiungere l’obiettivo si ritrasse.
Silvia non si mosse di un millimetro, in silenzio attese l’evolversi degli eventi; Cesare, temendo di essere respinto, recuperò un atteggiamento distaccato: “Devo andare in segheria!”, esclamò avviandosi all’uscita.
Afferrò la maniglia, osservandola comprese di aver deluso le sue attese, allora aggiunse, arrossendo come un ragazzino alla prima dichiarazione d’amore: “No, non sei una ragazzina insulsa… sei una splendida donna… sei bellissima, Silvia.”, poi uscì chiudendo la porta sullo sguardo rasserenato di lei.  

Eppure, quel quasi bacio non ebbe seguito; l’imbarazzato approccio rimase l’estemporaneo tentativo finito ancor prima d’iniziare.
Nei giorni e mesi che seguirono il rapporto fra i due, nonostante l’improbabile e provocante abbigliamento da donna di servizio indossato quotidianamente da Silvia, non andò oltre la semplice amicizia.
Alla fine Silvia si arrese; seppellendo lo stantio desiderio di vendetta sotto un’empatia di pensiero che si andava rafforzando sempre più, rinunciò al desiderio di portarsi a letto il giovane Cesare tornando ad un abbigliamento più consono al compito che era chiamata a svolgere.

In poco più di un anno Cesare raddrizzò la traballante situazione economica della falegnameria.
“M’inorgoglisce toccare con mano quello che sei riuscito a fare in così poco tempo… bravo!”, tuonò Angelo assestando al figlio una vigorosa pacca sulla spalla.
“Questo è solo l’inizio. Siamo in pieno boom edilizio, unire produzione di legname per l’edilizia alla vendita di laterizi e cemento, si è rivelata una gran pensata.”, spiegò Cesare, mostrando i laterizi che occupavano lo spazio esterno della falegnameria.
“Pensi di ampliare l’azienda?”.
“Ho in progetto di creare un altro piazzale per i laterizi dietro la falegnameria, sono in attesa dei permessi comunali.”.
“Ci vorrà molto tempo?”.
“Due, tre mesi. Spero.”.
“Dovrai ungere qualche ruota… ti serve una mano?”, gli chiese Angelo offrendo il suo aiuto economico.
“Debiti non ne ho… anzi, ho una buona liquidità in cassa. No papà, non mi serve nulla!”.
Angelo annuì: “Mi piace il tuo spirito imprenditoriale.”.
“L’avrei io una buona proposta per te.”, buttò lì Cesare.
“Di cosa si tratta?”, chiese incuriosito Angelo, scavando nel suo sguardo.
“Vorrei acquistare la casa in montagna… è chiusa da molti anni, vorrei sistemarla per passarci il tempo libero; ho sempre amato quel luogo.”.
“Già! Abbiamo passato bellissimi momenti lassù”, rammentò Angelo, poi, dopo una breve riflessione, esclamò: “E’ tua, te la regalo!”.
“No papà, per essere mia la devo pagare, dimmi quanto vuoi.”.
Angelo s’imbrunì: “Mi stai offendendo… sei il mio unico figlio, tutto quello che ho, domani sarà tuo. Non accetterò neanche una lira per quella casa; domani dirò al notaio di preparare i documenti per la donazione!”.
Cesare stava per ribattere, ma Angelo lo anticipò: “Non voglio sentire ragioni, o si fa come dico io, oppure la casa la vendo a un altro!”.
“A questo punto, non posso far atro che accettare la tua proposta… volevo spendere qualcosa di meno, ma va bene ugualmente.”, concluse allegro con una battuta, trascinando al riso anche il padre.
“E’ mia!”, esclamò Cesare dopo aver firmato, davanti al notaio, i documenti del passaggio di proprietà.
“Sì, ora è tutta tua!”, confermò Angelo passandogli le chiavi.
Stringendo tra le mani le chiavi della casa, Cesare già fantasticava di splendidi periodi da trascorrere nel suo buen retiro. 

“Dovrò prendermi un paio di giorni per sistemare la casa, te la sentiresti di venire a darmi una mano?”, chiese a Silvia.
“Due giorni, dormiremo là?”.
“Beh, sì, ci vogliono tre ore buone di macchina per tornare. Ci sono tre camere, se l’elettricista e l’idraulico riusciranno a sistemare gli impianti, dormiremo là.”.
“E se non ci riusciranno?”.
“Prenoterò due camere all’albergo, giù in paese.”.
“Hai già scelto il giorno?”.
“La settimana prossima ho tre giorni vuoti, non prenderò altri impegni. Partiremo giovedì, così se non dovessero bastare due giorni per rassettare la casa, potremo sfruttare il sabato e, al limite, anche la domenica.”.
“Non sarà una passeggiata di salute, ci sarà da lavorare duro!”.
“Lo so… ti pagherò bene.”.
“Bene, quanto?”.
“Diciamo…un cinquanta per cento in più della paga base.”.
Silvia non rispose, allora Cesare buttò lì un’offerta impossibile da rifiutare: “Va bene, ti darò il doppio.”.
Poi, vedendola ancora titubante, aggiunse: “Più il pranzo… ed anche la cena, in uno dei due ristoranti del paese. E’ la mia ultima offerta, oltre non posso proprio andare, mi sto svenando.”, concluse passando l’unghia del pollice destro sul polso sinistro.
“No, non lo fare! Non voglio averti sulla coscienza, accetto l’offerta!”, rispose lei ridendo.

Partirono alle sei di mattina, e alle nove passate da pochi minuti scendevano dalla macchina parcheggiata davanti alla casa.
“Mah! E’ bellissimo!”, esclamò Silvia stupefatta, girando con lo sguardo sulle alte vette che abbracciavano la casa, sita in un prato al limitare del bosco.
“Hai mai visto niente di più bello? Ci passerei il resto dei miei giorni in questo paradiso.”, disse Cesare, esprimendo con gli occhi e con la voce tutta l’emozione che quel luogo riusciva a trasmettergli.
“Come ti capisco, sarebbe bellissimo vivere fra queste fragranze che allargano cuore e respiro.”, ribatté Silvia inspirando a pieni polmoni.
L’ansimante motore di un furgone che s’inerpicava sulla stretta e ripida salita li distolse dall’incanto.
“E’ l’elettricista!”, confermò Cesare.
Poco dopo, l’ansimare di un secondo motore preannunciò l’arrivo anche dell’idraulico.
Dopo essersi presentati, i quattro entrarono in casa dandosi subito da fare.
Mentre l’elettricista e l’idraulico sistemavano gli impianti, Silvia e Cesare rassettarono le camere.
Dopo la pausa pranzo, nel miglior ristorante del paese, come promesso, Silvia e Cesare terminarono di sistemare le camere: “Abbiamo fatto un ottimo lavoro… a sala e cucina ci penseremo domani.”, disse Cesare dando una rapida occhiata alle camere.
L’idraulico terminò il lavoro prima di sera, ma l’elettricista scuotendo il capo gelò le speranze di Cesare: “Il sole sta calando dietro le cime, fra poco farà buio, devo terminare l’allacciamento all’esterno, dovrò tornare domattina.”.
“Peccato, avrei voluto dormire qui… proprio non ce la fa?”, chiese Cesare.
“Mi spiace.”, fu la laconica risposta che spense ogni residua speranza.
“Va beh!”, sospirò Cesare: “Vorrà dire che dormiremo giù, all’albergo.”.

Seduto nel salottino dell’albergo, Cesare attendeva che Silvia scendesse per la cena.
Dopo una lunga doccia rilassante, Silvia indossò l’abitino messo in valigia giustappunto per la cena.
Cesare lanciò lo sguardo lungo la scala, e un’esclamazione spontanea di meraviglia risuonò nel locale: “Sei stupenda!”, il sorriso contenuto di Silvia certificò che il complimento era giunto al suo orecchio.
Discese le scale, si avvicinò a Cesare e ricambiò con un timido: “Grazie.”, appena sussurrato.
“Di nulla, la mia era solo una constatazione incontrovertibile.” replicò sorridendo Cesare; poi, chiedendole: “Vogliamo andare?”, indicò la sala del ristorante.
Effettivamente, il tubino panna poco lasciava all’immaginazione; copiando fedelmente le forme si fermava ben al di sopra delle ginocchia, esaltando il colore ambrato delle gambe.

“Che atmosfera cupa.”, disse Silvia osservando la sala da pranzo dell’albergo.
“Cosa?”.
“Queste pareti di legno scuro, le poltroncine di cuoio testa di moro, non rallegrano certo l’animo.”, precisò lei.
“E’ arredato secondo i canoni tipici dell’ambiente montano.”.
“E’ vero, ma potevano fare di meglio; avrebbero potuto usare legni chiari, stoffe colorate e allegre… sai cosa intendo, vero?”.
“Sì, intendi come casa mia.”.
“Ecco, appunto, stamane entrando in casa tua per la prima volta, mi si è aperto il cuore. Entrando qui, quasi mi prendeva un colpo.”, confermò ridendo.
“Una buona cena, innaffiata con un vinello giusto, ti riaprirà il cuore.”, la rassicurò Cesare invitandola a sedersi. 
L’empatia consolidata da tempo, crebbe in modo esponenziale al consumo di un vinello morbido che andava giù ch’era un piacere; ridendo e scherzando dimenticarono la stanchezza accumulata durante il giorno: “Mio Dio, le undici e mezza!”, esclamò Silvia guardando l’orologio che portava al polso.
“Meglio andare a dormire, domani ci attende una giornata molto pesante.”, aggiunse alzandosi da tavola.
Un capogiro le fece capire che il vinello sarà stato pure morbido, ma il suo compito lo aveva svolto egregiamente.
Cesare, vedendola sbandare, la soccorse offrendole il suo braccio: “Appoggiati!”.
L’appoggio la aiutò a percorrere il tragitto fino alla scala, da lì in avanti Cesare dovette cinturarla passandole un braccio dietro la schiena per farla salire.
“Siamo arrivati, ce la fai ad entrare da sola?”, le chiese Cesare, arrestandosi davanti alla porta della sua camera.
“Non lo so!”, rispose lei.
Cesare aprì la porta, la accompagnò accanto al letto e, piegandosi in avanti, la adagiò sopra le lenzuola.
Fu in quel momento che l’approccio iniziato un anno prima, giunse al suo naturale epilogo; le labbra si sfiorarono, i corpi si sovrapposero; e fu una notte indimenticabile per entrambi, grazie anche all’iniziale aiuto del vinello abbondantemente ingurgitato.

“Non dovrà accadere mai più!”, sentenziò l’imbronciata Silvia il mattino seguente, mentre in macchina risalivano i tornanti che dal paese arrivavano sino alla casa.
“Ti sei pentita?”, chiese Cesare con lo sguardo teso sulla stretta striscia d’asfalto.
“Non ho detto questo.”.
“E allora, qual è il problema; io l’ho trovato stupendo…”.
“Ora basta, non voglio più parlarne… è pietoso far l’amore da ubriachi!”, l’interrupe Silvia inalberandosi.
Cesare si ammutolì, lei anche, l’atmosfera nell’abitacolo si fece pesante; mente arrestava la macchina davanti alla casa, Cesare, volgendo lo sguardo alla sua destra, incrociò gli occhi di Silvia: “Quello di ieri notte… è stato amore… nonostante.”, sussurrò perdendosi nelle sue pupille.
Lei serrò le labbra, come a voler trattenere un sorriso che le sfuggì dagli angoli della bocca, poi aprì la portiera e scese.

Alle quattro del pomeriggio, osservando la casa linda e pulita, Cesare poteva esclamare soddisfatto: “Abbiamo fatto veramente un gran bel lavoro!”.
“Sono d’accordo.”, confermò Silvia.
“Posso fare una proposta?”.
“Sentiamo.”.
“Sono stanco, non me la sento di mettermi in macchina e guidare per più di tre ore. L’elettricista ha sistemato l’impianto, potremmo dormire qui e ripartire domattina presto… che ne pensi.”, buttò lì Cesare.
Silvia ci pensò un attimo: “Se sei stanco, è meglio che ti riposi, sono d’accordo.”.
“Molto bene, allora proporrei; dopo una rilassante doccia, una bella cena in paese e poi subito a nanna!”.
“Sì, ma questa volta, niente vino!”, puntualizzò ironicamente Silvia.
“Promesso! Niente vino… magari un grappino alla fine?”, chiosò Cesare indicando la misura avvicinando l’indice al pollice.

Quella sera non bevvero né il vino né il grappino, eppure, quando s’infilarono nello stesso letto; fu ancora amore… nonostante.   

8 IL DIAVOLO FA LE PENTOLE…

E l’amore non si spense scendendo a valle, senza ingurgitare vino o altri aditivi, il desiderio d’amarsi si consolidò nei mesi seguenti.

Cesare avrebbe voluto gridare al mondo, quanto l’amava; ma ogniqualvolta lui toccava l’argomento matrimonio, lei lo gelava: “Non essere ridicolo! Faremmo ridere il paese… e piangere i tuoi genitori.”, le spiegava evidenziando la differenza d’età.
Il loro rapporto, definiamolo carbonaro, lo esplicitavano esclusivamente nascosti fra le mura della casa.
“Basta!”, sbottò una notte Cesare: “E’ quasi un anno che ci amiamo di nascosto, voglio prenderti per mano e uscire da qui urlando al mondo quanto ci amiamo!”.
“Non lo farai!”, sentenziò Silvia indurendo lo sguardo.
“Oh sì che lo farò… domani dirò a mio padre che ti voglio sposare.”.
“E’ una follia! Se lo farai, me ne andrò via, lontano!”.
“Non lo faresti mai!”.
“Non provocarmi.”, lo mise in guardia alzandosi dal letto; aprì l’armadio e indicando la valigia e i vestiti appesi alle grucce, aggiunse minacciosa: “Ci metto cinque minuti a buttare tutto dentro la valigia e andarmene fuori da qui e dalla tua vita… per sempre!”.
Lo sguardo severo lo convinse che sì, l’avrebbe fatto veramente: “Chiudi quell’armadio e vieni a letto… ti prego.”, la implorò Cesare.
“Lo farò, se mi prometti che non parlerai di noi a tuo padre!”.
“Non capisco la tua paura… guarda che mio padre non è un orco, capirà e benedirà il nostro rapporto… ne sono sicuro.”.
“No, non capirebbe…”, disse fra se infilandosi nel letto, guardò l’amato e accarezzandolo sussurrò: “Potrei esserti madre… lo capisci questo?”.
“Venti anni! Sono quei venti anni di differenza il muro insormontabile. Eppure, prima o poi lo dovremo abbattere per essere felici… siamo destinati a percorrere il resto della nostra vita insieme, lo sai anche tu.”.
“Io guardo solo all’oggi, e oggi sono felice… pensare al domani m’intristisce. Parliamo d’altro, ti va?”.
Cesare scosse il capo: “Non mi va di farti soffrire. Ma prima o poi lo dovremo affrontare l’argomento.”.
“Facciamo poi… ora ho solo voglia di te.”, concluse Silvia abbracciandolo.
Silvia ogni volta che c’era d’affrontare l’argomento, trovava il modo di sgattaiolare via, eppure era consapevole che prima o poi tutti i nodi sarebbero arrivati al pettine.

“Non qui! Qualcuno potrebbe vederci!”, proruppe spaventata spingendolo via dalla finestra dove, arrivandole alle spalle, aveva iniziato a mordicchiarle il lobo dell’orecchio.
Troppo tardi, Tommaso, l’anziano operaio della segheria e uomo di fiducia di suo padre, stava attraversando il cortile e alzando lo sguardo li vide, - lo sapevo. -, pensò ghignando.

Era da un po’ di tempo che gli frullava nella testa che tra i due ci fosse del tenero, lo aveva detto anche al: “Vecchio padrone.”, appellativo ironico con il quale solitamente apostrofava quello che, più che un padrone, considerava un amico.
“Stupidaggini! Potrebbe essere sua madre!”, aveva risposto Angelo, poi, riflettendo aveva aggiunto: “In ogni caso tu tienili d’occhio, se scopri qualcosa, fammelo sapere.”.
“Non mancherò!”, aveva assicurato Tommaso, oramai assurto a ruolo di spia.

“Cesare non è in casa.”, disse Silvia aprendo la porta, trovandosi davanti lo sguardo torvo di Angelo.
“Sono venuto per te.”.
“Per me?!”, esclamò spaventata, subodorando il motivo della visita.
“Entriamo in casa!”, disse Angelo con un tono perentorio.
Silvia annuì ed entrò in casa seguita da Angelo; camminava lentamente, cercando dentro sé il coraggio per affrontare l’uomo che un tempo aveva follemente amato, si fermò davanti al tavolo della cucina, inspirò profondamente, si girò, e affondando gli occhi dentro quelli di Angelo, gli chiese: “Allora, cosa mi devi dire?”.
“Perché mi stai facendo questo?”.
“Questo… cosa?”, biascicò Silvia tradendo l’imbarazzo del momento.
“Per vendicarti di me, ti stai portando a letto mio figlio!”, le urlò in faccia Angelo.
Silvia chiuse gli occhi e serrò le labbra, sospirò e con un filo di voce mormorò: “Lo amo… ci amiamo…”.
“Una donna che non potrà mai essere madre, non può permettersi d’amare.”, sentenziò Angelo ferendola nell’intimo.
“Sei un bastardo… ti dovresti vergognare…”, ribatté con rabbia digrignando i denti: “Ero una ragazzina e mi fidai ciecamente di un uomo che credevo mi amasse e lo facesse per il mio bene… in quale bordello la recuperasti quella santa donna che quasi mi dissanguò per strapparmi dal ventre tuo figlio, cancellando per sempre la possibilità di essere madre… dimmi una cosa; la notte, non pensi mai al figlio che insieme abbiamo ammazzato quella…”.
Angelo, senza lasciarle terminare la frase, la aggredì verbalmente: “Tu sei solo una vecchia troia! Che come allora sfrutta i sentimenti di un ragazzo per i propri loschi disegni…”.
Con la forza della disperazione Silvia urlò fino a coprire la voce di Angelo: “Tu! Vecchio
sporcaccione violentatore di ragazzine! Vattene fuori da qui!”.
L’inaspettata reazione di Silvia lo destabilizzò, ammutolendolo; fu questione di un attimo, la rabbia divenne incontrollabile, colpendola con un mal rovescio la fece cadere di schiena sopra al tavolo; poi, in preda a un raptus irrefrenabile, investendola di epiteti le strappò le vesti.
Silvia urlava, cercando di divincolarsi dal peso di quella belva che la teneva schiacciata contro il tavolo; Angelo, con occhi iniettati di sangue guardò il corpo che strappando le vesti aveva quasi totalmente denudato, e con una violenza inusitata le tolse anche l’ultimo indumento rimasto a coprire le più intime nudità.
Improvvisamente si sentì afferrare alle spalle e sollevare: “Cesare no!”, urlò Silvia.
“Papà! Sei impazzito?!”, urlò a sua volta Cesare, tirandolo a sé.
“Te la stai portando a letto!”, replicò Angelo, indicando Silvia che piangeva distesa nuda sopra il tavolo.
“Io l’amo, noi ci amiamo; riesci a capirlo questo?!”, ribatté scuotendolo Cesare.
Angelo si divincolò: “Quella non sa amare!”, sentenziò ansimando.
Si ricompose e, prima di uscire, concluse calmo: “Prima di giudicare il mio comportamento… e il suo, fatti raccontare come ci siamo conosciuti.”.
Aprì la porta, girandosi vide lo sguardo agghiacciato di suo figlio chiedere conto di quanto aveva appena ascoltato a Silvia; allora, rivolgendosi a lei, aggiunse: “Digli la verità, non tralasciare nulla… ha il diritto di sapere che se ti sposa, decreterà la fine della stirpe dei Barbotti.”, poi uscì sbattendo la porta.

“Stai bene?”, le chiese Cesare sfiorandole con la mano il vistoso ematoma sulla guancia, doloroso ricordo del mal rovescio assestatole da Angelo.
Lei si ritrasse: “Guarda come mi ha ridotto tuo padre.”, disse indicando i lividi sul corpo nudo.
“Sono sconvolto, non avrei mai pensato che mio padre fosse capace di tanto.”.
“Beh, ora lo sai!”, urlò con tutto il fiato che l’era rimasto, poi singhiozzando aggiunse: “E questo è niente… mi ha fatto di peggio.”.
“Se non è la prima volta, perché non me ne hai mai parlato?”.
“E’ giusto che tu sappia tutta la verità.”, rispose singhiozzando, “Sento ancora il suo odore sulla pelle; devo lavarmi via il suo sapore, poi ti racconterò”, attese un cenno d’assenso, poi salì in camera.
Cesare scostò una sedia e si accomodò, appoggiando i gomiti sul tavolo strinse la fronte tra le mani, ripetendo con rabbia: “Perché! Perché! Perché!”.

Seduta nella doccia piangeva, strofinando con rabbia l’orrore dal suo corpo tumefatto. 
Impiegò un buon quarto d’ora prima di riprendersi; quando uscì dalla doccia, stringendosi dentro l’accappatoio vide riflessa nello specchio la guancia tumefatta: “Guarda qui come mi ha ridotto.”, disse fra sé singhiozzando.
Si asciugò strofinando a lungo, con veemenza, l’accappatoio sul corpo, cercando con quel gesto ossessivo di cancellare i segni della violenza subita, non solo dal corpo ma sopratutto dall’anima.
Infine indossò un grembiule, e sospirando mormorò: “Ora arriva la parte più difficile.”. 
Scendendo le scale vide Cesare seduto al tavolo con lo sguardo perso nel vuoto, - ora ci faremo male… molto male. -, pensava accomodandosi davanti a lui, dal lato opposto del tavolo.

Cesare ascoltò in silenzio, inorridito, Silvia narrare del rapporto prima d’amore e in seguito di odio che la legava a suo padre. 
Silvia non fece sconti nemmeno a sé stessa, raccontò per filo e per segno i sentimenti, le sensazioni provate nell’arco degli anni, finanche il desiderio di vendetta coltivato a lungo nell’animo esacerbato, senza tralasciare nessun particolare, nemmeno il più scabroso: “Questa è tutta la verità… ora, che intendi fare?”, concluse, sollevata per essere riuscita a liberarsi di un peso che la opprimeva da quando si era innamorata del figlio del suo ex amante.
“Non lo so, dovrò riflettere… e riflettere a lungo… mio padre ti ha rovinato la vita, ma tu, tu avresti potuto rifiutare di abortire!”, rispose facendola sentire colpevole.
“Ero una ragazzina innamorata di un uomo che credevo giusto, oltre che innamorato… mi sono affidata a lui, e lui mi ha circuita spingendomi a sbagliare… capisco l’umano desiderio di alleggerire la posizione di tuo padre… io non voglio intromettermi, vedetevela tra di voi. Domani lascerò la casa.”, fu l’accorata replica di Silvia.
“Dove andrai?”.
“A Milano, da mia sorella. “, rispose sperando che in un sussulto d’amore la fermasse.
“Oggi dirò al ragioniere di saldarti il dovuto.”, replicò con tono padronale Cesare gelando le residue speranze di Silvia, poi si alzò e se ne andò senza aggiungere altro. 
Silvia lo guardò uscire dalla sua vita, e straniandosi rivisse gli esaltanti giorni d’amore perduti per sempre.

Quella notte Cesare la passò fuori di casa; rientrò solo il pomeriggio del giorno dopo, quando Silvia aveva ormai lasciato la casa, per sempre.

Cesare attendeva da giorni d’affrontare il padre, ma lui si guardò bene dal farsi vedere nei paraggi della segheria; e con il trascorrere dei giorni il rancore cresceva: “Se Maometto non va alla montagna…”, esclamò rabbioso un mattino uscendo da casa; salì in macchina e sgommando si avviò verso l’incontro scontro, presso la cascina dove vivevano i genitori.

9 C’ERA UNA VOLTA UNA FAMIGLIA 

“Qual buon vento, figlio mio!”, esclamò Arianna, vedendolo sopraggiungere a spron battuto alzando un gran polverone in mezzo alla corte, scendere dalla macchina e precipitarsi dentro casa.
“Ciao mamma! Dov’è papà?”, chiese scuro in volto.
“E’ accaduto qualcosa di grave?”, ribatté spaventata, notando oltre alla barba incolta l’aspetto complessivamente trasandato.
“Devo vederlo ora… dov’è!”, esclamò con acredine, serrando la mascella.
“Il tuo sguardo cattivo mi terrorizza… dimmi cosa vuoi da tuo padre!”.
“Ti prego, non costringermi a farlo.”, la implorò Cesare schivando lo sguardo severo della madre.
“Guardami in faccia! Sono tua madre, ho diritto di sapere!”, insistette alterandosi, mentre gli alzava lo sguardo puntandogli due dita sotto il mento, com’era d’uso fare per scoprire le marachelle quand’era bambino.
Cesare sospirò: “Ti prego… non costringermi…”.
“Adesso basta misteri! Ho il diritto di sapere!”, ribadì urlando con voce stridula.
“Come vuoi mamma… è giusto che sappia. Siediti, ti prego.”, disse indicando il divano.
Attese che lei si accomodasse, poi si sedette accanto, strinse le mani fra le sue e, con la poca delicatezza che lo stato d’animo non propriamente sereno gli permise di usare, si espresse: “Silvia è stata per anni… l’amante di papà.”.
Stringendo forte le mani di Arianna, attese in silenzio una reazione che tardava a venire; stupito dalla calma apparente con la quale accolse la notizia, si chiedeva perché sua madre non reagisse in modo scomposto alla sconvolgente rivelazione, e dopo una rapida analisi comprese, - ma allora lo sapeva. -, pensò inorridendo.
“Da quando lo sai?”, le chiese alzandosi dal divano.
“Praticamente da sempre.”, fu l’agghiacciante risposta.
“Te lo disse lui?”.
“No, lui crede che io non abbia mai nemmeno lontanamente sospettato… le voci di paese non si possono fermare; ed io, non posso certo esimermi d’ascoltare.”.
“Sai anche che ora ha una nuova amante, una ragazzina che potrebbe essere sua figlia?”.
“So tutto, Cesare!”.
“Lo sai e non reagisci… ma che razza di donna sei?!”, sbottò Cesare.
“Come ti permetti di rivolgerti a tua madre con questo tono!”, replicò rimproverandolo severamente Arianna.
“Scusami mamma… ma non riesco a comprendere il tuo atteggiamento.”.
“Che cosa avrei dovuto fare secondo te… andarmene da casa? Cacciarlo da casa? Ottenendo che cosa… il dileggio della gente, una famiglia distrutta e un figlio da crescere senza un padre… no, grazie! Passando sopra ai suoi tradimenti ho salvato il matrimonio, e il rispetto che mi ha permesso di crescere mio figlio in una famiglia, unita e onorata.”.
“Unita per finta… e onorata da chi alle spalle ci derideva. Questo hai ottenuto con il tuo colpevole silenzio.”.
“Sei giovane… crescendo imparerai che nella vita di coppia, a volte, si deve essere disposti ad accettare qualche compromesso.”.
“Qual è il limite insuperabile, oltre il quale il compromesso non sarebbe più accettabile?”.
“Non esistono limiti… la famiglia è il lasciapassare universale.”, rispose convinta.
“Nemmeno un omicidio, costituirebbe un limite invalicabile?”, la incalzò fremendo di rabbia Cesare.
“Stai calmo, figlio mio… non so cosa ti abbia messo in testa Silvia. Ma un aborto tecnicamente non si può equiparare a un omicidio.”, rispose con la pacatezza di chi ha già somatizzato da tempo il fatto.
“Inorridisco, credevo che il mostro fosse mio padre… ora scopro che mia madre ne è la degna compagna.”.
“Ora basta! Vattene a casa e ritorna soltanto dopo che avrai riflettuto, quando sarai pronto a scusarti con i tuoi genitori!”, urlò Arianna balzando dal divano, indicando la porta.
Cesare non rispose, serrando la mascella uscì dalla porta, stava avviandosi alla macchina quando vide suo padre farsi incontro: “Che sei venuto a fare, cos’hai raccontato a tua madre?”, gli chiese a muso duro, parandosi davanti quando giunse a un passo da lui.
Cesare serrò i pugni: “Scostati!”, sibilò.
Angelo scosse il capo: “Dimmi cos’hai detto a tua madre!”, insistette alzando il tono.
“Ti ho detto di scostarti!”, urlò Cesare trasferendo tutta la rabbia accumulata dentro il pugno che sferrò al padre, facendolo rotolare a terra davanti ai suoi piedi.
“Mio Dio! Angelo!”, urlò disperata Arianna precipitandosi nel cortile.
Cesare osservò con disprezzo lo sguardo sconcertato del padre, lo scavalcò e prima di andarsene, sibilò: “Sentila come urla la tua sodale… mi vergogno d’esservi figlio!”.

Giorni durissimi attendevano Cesare; girovagando dentro casa come una belva in gabbia, si chiedeva perché il suo mondo fosse crollato come un castello di carte: “Devo andarmene via da questa casa, da questo paese, da questa gente ipocrita che un attimo prima quasi si genuflette salutandoti, e subito dopo ti deride.”, urlava lanciando suppellettili contro le pareti.
Dopo cinque lunghi, duri giorni, quando la rabbia iniziò a scemare; decise che no, non si sarebbe fatto travolgere, avrebbe combattuto contro il destino infame: “Devo riflettere… ma lo farò lontano dal marciume che mi circonda.”, realizzò gettando lo sguardo fuori dalla finestra, sin oltre l’orizzonte. 
 
Cesare aprì la porta, prese le valige dalla macchina e le portò dentro casa, - mi sento già meglio, quassù è tutto un altro vivere. -, pensava aprendo le imposte del suo buen retiro.
Dopo quindici giorni di passeggiate solitarie, lungo i sentieri tante volte percorsi da bambino insieme a suo padre, e di sereno dialogare con la gente del luogo; decise che sì, la sua vita l’avrebbe trascorsa lì, fra quei monti e quella gente dai modi schietti, a volte abrasivi, ma sempre e comunque sinceri.
Dopo aver salutato i suoi nuovi amici, dicendo loro che sarebbe tornato appena possibile per non andarsene mai più, salì in macchina e scese in pianura; deciso a vendere casa e azienda al miglior offerente e investire il ricavato in una nuova attività nel paese fra i monti che, in quegli stessi anni, si stava aprendo al turismo.

Trovare un acquirente per la segheria e la casa fu un gioco da ragazzi, la fiorente attività messa in piedi da Cesare faceva gola a molti imprenditori della zona; impiegò poco più di tre settimane a scegliere l’offerta migliore e a perfezionare la vendita.
Suo padre, venuto a conoscenza da terzi delle intenzioni del figlio, incaricò un prestanome di offrire un milione di lire in più della proposta migliore.
L’offerta al buio insospettì Cesare che, con un giro di telefonate, ci mise poco a scoprire chi si celasse dietro a colui che materialmente aveva presentato la proposta: “Nemmeno se mi offrisse dieci volte tanto, venderei la segheria al signor Angelo Barbotti!”, sentenziò, liquidando l’improbabile acquirente.
“Hai capito tuo figlio!”, sbottò risentito Angelo quando l’intermediario gli portò il messaggio.
“Che te ne fai della segheria, non intrometterti nei suoi affari, lascia che venda a chi vuole… solo così potrai sperare di ricomporre il rapporto con lui.”, lo consigliò Arianna, esternando la speranza di un futuro riavvicinamento.
“Quella segheria gliela regalai, dovrebbe ringraziarmi per questo, e non trattarmi a pesci in faccia!”.
“Gliela regalasti quando stava fallendo e valeva poco o nulla. Lui è stato capace di rimetterla in piedi trasformandola in un gioiellino; dovresti essere orgoglioso di tuo figlio… ti supplico, dammi ascolto per una volta, lascialo in pace, il tempo guarirà le ferite.”.
“Forse le sue, ma io non potrò mai dimenticare con quanta rabbia mi ha colpito.”, le rammentò Angelo, toccandosi la guancia dove Cesare aveva sferrato il micidiale destro.
“Le ferite che abbiamo procurato a nostro figlio, son ben altro che un pugno sul volto… sono ferite dell’animo. E se lui, come spero, riuscirà a superarle, tu lo accoglierai fra le tue braccia e dimenticherai quel piccolo screzio!”, lo redarguì Arianna.
“Ho capito, alla fine, per il bene della famiglia mi dovrò cospargere il capo di cenere… se questo dovrò fare… lo farò.”, concluse uscendo brontolando da casa.

“Tuo figlio ha venduto tutto, e se n’è andato via per sempre senza degnarci di un saluto!”, la informò uno sconfortato Angelo tre settimane dopo.
“Tornerà… un giorno lo vedrai entrare da quella porta… tornerà.”, lo rassicurò Arianna, senza troppa convinzione.
“No, non tornerà, lo sai anche tu. L’abbiamo perso per sempre.”, ribatté sconsolato Angelo.
“Se questa è la pena per i nostri peccati… l’accetteremo! Quel che importa è che lui trovi il modo per essere felice.”, sentenziò commuovendosi Arianna.
“Son dunque così gravi i nostri peccati, per meritare d’esser ripagati con una così amara moneta?”, le chiese Angelo.
“Fatti un esame di coscienza… io me lo sono fatto!”, sibilò Arianna passandogli accanto.

Due anni trascorsi in mezzo ai monti restituirono a Cesare la perduta serenità, ormai si sentiva parte di quel mondo semplice che, con disappunto, vedeva lentamente cambiare; il benessere aveva portato, con il turismo di massa, nuove costruzioni sul declivio del paese; osservando le gru dei cantieri edili sostituire gli abeti abbattuti alla periferia, sconsolato si chiedeva quanto tempo avrebbero impiegato per giungere fin lassù in alto, dove si ergeva in splendida solitudine la sua dimora.

Ogni anno, quando la montagna iniziava a dipingersi degli splendidi colori autunnali, Cesare iniziava a preparare la legna per il lungo inverno; in jeans e camicia, sistemava il ciocco sul ceppo e con un colpo secco di scure lo spaccava in due.
Si era messo di buzzo buono di primo mattino, e un paio d’ore dopo osservava soddisfatto i ciocchi spaccati sparsi attorno al ceppo crescere in altezza fin quasi ad occultarlo.
Il rombo di un motore impegnato a risalire la strada a tornanti attirò la sua attenzione, - chi può essere, non aspettavo nessuno. -, pensò appoggiando il gomito sopra al manico della scure, mentre osservava la grossa Mercedes nera affrontare, non senza difficoltà, gli ultimi due stretti tornanti.
Quando la Mercedes si arrestò sull’ampio spiazzo, vedendo l’uomo alla guida non riuscì a trattenere il suo disappunto: “Che diavolo sei venuto a fare fin quassù?!”, urlò all’indirizzo dell’uomo, ancor prima che scendesse dall’automobile.
Angelo Barbotti non replicò, avanzando lentamente osservava con contenuta commozione i monti che lo avevano visto, da prima combattere per difendere la patria e di seguito percorrerne i sentieri narrando di eroiche gesta al figlio adolescente.
“Vattene!”, esclamò plasticamente immobile come gli abeti che circondavano la casa, ricambiando in malo modo il commosso: “Ciao Cesare!”, con il quale Angelo gli si era fatto incontro.
“Non temere, non sono venuto per restare; ma solo per parlare.”, replicò Angelo con voce rotta arrestando il suo incerto incedere, cercando di scalfire l’atteggiamento distaccato di Cesare.
Cesare afferrò la scure con due mani, la alzò fin sopra la testa poi, caricando il gesto di rabbiosa forza, la piantò nel ceppo: “Avanti! Parla… prima lo farai, prima ti leverai dai piedi.”, disse incrociando le braccia sul petto, sostituendo la rabbia con il disinteresse totale.
Angelo indicò la porta: “Entriamo in casa.”.
“E’ una bella giornata… almeno, lo era fino a poco fa!”, replicò con sarcasmo: “Possiamo parlare qui.”.
Angelo annuì: “Posso sedermi?”, chiese, indicando la panca di legno appoggiata alla parete.
“Accomodati.”.
Angelo dopo essersi seduto lanciò lo sguardo sulle alte vette “Quanti ricordi.”, sospirò.
Avrebbe desiderato sviscerarli, i ricordi dei loro anni migliori, ma Cesare non gliene diede modo e tempo: “Lascia perdere i ricordi, e vieni al punto!”.
“Come desideri… sono venuto fin quassù, per chiederti di tornare a casa…”.
“E’ questa la mia casa!”, lo interruppe Cesare.
Il distacco e la durezza usata per esprimersi, convinsero Angelo a toccare altre corde, quelle del sentimento materno: “Se non per me, fallo per tua madre, soffre, sta male.”.
“Ha sopportato i tuoi tradimenti senza battere ciglio e, seppur al corrente di tutto, non te lo hai mai fatto pesare… è una donna forte, supererà anche l’ennesima delusione.”.
“Sono venuto da te a chiederti perdono in ginocchio…”.
“E’ a lei che lo dovresti chiedere!”, proruppe interrompendolo nuovamente: “L’hai ingannata dal primo giorno che l’hai incontrata… lei ti ha donato tutto il suo amore, tu l’hai ricambiata con l’indifferenza e il tradimento… vergognati, bastardo!”.
Quell’epiteto, sbattuto in faccia con rabbia, scatenò l’orgogliosa reazione dell’uomo che si sentiva ingiustamente accusato: “Che ne sai tu di me, di tua madre, del nostro rapporto… riassumendo quel poco che ti ha raccontato Silvia, hai deciso che io sono il lupo e tua madre l’agnello!”, urlò scattando in piedi, insinuando il dubbio nella mente di Cesare.
“Non è così?”, chiese sconcertato dalla reazione sopra le righe del padre.
“Lascia perdere.”, buttò lì con noncuranza, tornando a sedersi.
“E no che non lascio perdere! Non puoi scagliare il sasso e poi ritirare la mano. Sei venuto fin quassù per cercare di ricomporre un rapporto andato in frantumi… come speri di riuscirci nascondendo una parte di verità? Ipotizzando una riappacificazione, che al momento non vedo; come credi che reagirei venendo a scoprire da altri quello che ancora ti ostini a nascondere… non ti è dunque servito di lezione il disastro che hai combinato?”.
Angelo si chiuse in una lunga riflessione, - e poi, è giusto che ognuno si assuma le proprie responsabilità, non posso essere io il parafulmine delle nefandezze commesse da altri. -, concluse, decidendo di togliere tutti gli scheletri dagli armadi: “Siediti, quello che ti dirò ti farà male… molto male.”.
Cesare appoggiò un piede sul ceppo: “Sto bene qui! Ti ascolto!”.
Angelo esitò un attimo, poi partì in quarta: “Fra me e tua madre non c’è mai stato amore… affetto, sì, amore mai!”.
“Chissà perché non trovo sconvolgente la tua rivelazione…”, si chiese con sarcasmo Cesare stirando le labbra, e dopo una breve pausa si rispose: “Forse perché l’ho sempre sospettato; non vi ho mai visto scambiarvi effusioni… qualche gesto d’affetto sì, effusioni d’amore… mai!”.
“Il nostro fu un matrimonio d’interesse, combinato dalle rispettive famiglie. Io amavo Silvia, ma rinunciai all’amore in cambio del potere che mi avrebbe portato in dote la figlia del podestà.”.
“Così tradisti prima Silvia e poi la mamma tornando con Silvia… toglimi una curiosità; come si può dormire accanto a una moglie, dopo essere tornato dal letto caldo dell’amante?”.
“Non si dorme, si soffre, per lei e per l’altra… e ti giuro che ho sofferto come un cane per mesi, fino a quando non ho scoperto la verità!”.
“Quale verità?”.
“Tradire una moglie fedele, mi faceva star male; ma purtroppo al cuore non si comanda. Quando scopersi il suo tradimento…”.
“La mamma ti ha tradito?!”, esclamò incredulo interrompendolo.
“Lo dissi che ti avrebbe fatto male… forse è meglio smettere.”.
“No! Voglio sapere tutto della mia famiglia modello.”, lo incalzò con sarcasmo Cesare.
Angelo scosse il capo sorridendo amaramente: “Quando me lo dissero, non volevo crederci… mi rivolsi a un investigatore privato che, dopo averla pedinata per un mese intero, stilò un rapporto particolareggiato di ogni suo spostamento. Leggendolo non sapevo se ridere o piangere; in fondo, pensavo, il suo tradimento legittima anche il mio. Così decisi di non dirle nulla. Da quel giorno non ci furono più notti in bianco!”.
“E’ tutto?”, chiese Cesare.
“Ci sarebbe ancora un piccolo particolare… l’identità dell’amante.”.
“Non credo che conti poi molto saperlo.”.
“Per me contò, eccome se contò… scoprire la sua identità, mi fece sentire… meno mostro.”.
“Fremi dalla voglia di rivelarlo, sei convinto che facendo quel nome, anch’io ti giudicherei: meno mostro… e allora fallo quel nome!”.
“Don Marco!”, esclamò abbassando lo sguardo.
“Il prete?!”.
“Lui!”.
“Mio Dio… ma da che razza di genitori sono stato generato! Mio padre corre appresso alle ragazzine… mia madre mi portava all’oratorio, diceva a don Marco di tenermi d’occhio, e poi se lo portava a letto! Che vergogna… che vergogna!”.
“Hai voluto sapere la verità, ora conosci i segreti più reconditi della tua onorata famiglia…”.
“Quale famiglia! Noi non siamo una famiglia, non lo siamo mai stati. I giorni passati quassù, le lunghe passeggiate… era tutto un teatrino, la vita vera per voi era a casa tra le braccia dei rispettivi amanti!”.
Angelo si alzò: “Sfogati pure, ti farà bene… venire quassù oggi a sviscerare un segreto diventato insostenibile, è stata un’immersione catartica, ora mi sento più leggero… grazie di avermelo permesso, figlio mio.”.
“Non permetterti mai più di chiamarmi, figlio! Vattene via e non tornare mai più! Torna dalla tua pari e dille che la odio come e forse più di te!”, urlava fuori di sé con gli occhi iniettati di sangue.
Angelo provò ad interloquire, ma quando lo vide strappare con veemenza la scure dal ceppo e alzarla sopra il suo capo, si rifugiò nella macchina, accese il motore e se ne andò: “Siete peggio delle bestie!”, urlò lanciando la scure contro la macchina che si allontanava velocemente.
“Nemmeno per il vostro funerale mi vedrete tornare!”, diceva ansimando raccogliendo la scure da terra.

E mantenne il punto; passarono altri tre anni prima che suo padre, contattandolo telefonicamente, lo informasse che sua madre aveva i giorni contati e avrebbe desiderato abbracciarlo per l’ultima volta; Cesare, dopo aver ascoltato l’implorazione straziante del padre, non pronunciò verbo; posò il ricevitore, staccò il telefono e se ne andò a dormire.
Il vecchio Angelo Barbotti posò il ricevitore: “Non ho più un figlio… l’ho perso per sempre.”, realizzò disperato; e pianse, pianse a lungo riflettendo sull’inutilità di aver vissuto anteponendo successo e potere a tutto il resto.

Due anni dopo, Angelo seguì la mai amata moglie, e Cesare non fece sconti neppure a lui; il giorno del funerale lo trascorse a spaccar legna per l’inverno.
Solo quando il notaio lo contattò per invitarlo all’apertura del testamento lasciò il suo rifugio, e dopo aver appreso che il padre gli aveva lasciato tutti i suoi beni, decise di donare l’intero patrimonio a una fondazione che assisteva i bambini orfani.
Davanti al notaio che gli chiedeva conto di tanta generosità, così giustificò il bel gesto: “Perché chi è stato un orfano fortunato, è giusto che pensi anche a chi non lo è stato!”. 
E dopo aver firmato i documenti, aggiunse: “E poi, che me ne farei di tutta ‘sta roba? Quel che ho basta è avanza per vivere degnamente… forse se fossi stato padre, avrei deciso in altro modo… ma non lo sono, e non lo sarò mai per libera scelta; insieme con me, sarà definitivamente sepolta la maledetta stirpe dei Barbotti!”.
Appoggiò la penna sulla scrivania e si alzò: “Addio notaio… torno fra i monti, a respirare aria pura!”, concluse sorridendo amaramente, stringendo la mano del notaio che lo guardava basito senza proferire verbo.

10 L’ULTIMO DEI BARBOTTI

La guida turistica, in piedi accanto all’autista del pullman, prese il microfono: “Un attimo di attenzione, prego!”, esclamò cercando di placare il vociare dei passeggeri.
“Nell’albergo alla vostra destra sarà servita la colazione, poi sarete liberi di visitare il paese; alle dodici e mezza, nello stesso albergo sarà servito il pranzo, e alle quindici ripartiremo per Vienna. E’ tutto chiaro?”.
Un coro di: “Siiii.”, accolse la domanda della guida.
“Molto bene… direi che possiamo andare.”, concluse la guida scendendo per prima.
Il gruppetto di turisti attraversò la piazza e, seguendo diligentemente la guida, entrò nella sala apparecchiata per la prima colazione.

“Che bel posto.”, esclamò Teresa vagando con lo sguardo stupefatto fra i tavoli della sala.
“Me lo ricordavo diverso.”, disse Silvia sfiorando il tessuto delle poltroncine.
“Sei già stata qui… non me ne avevi mai parlato?”.
“Ho scorso il programma senza soffermarmi sul nome del paese dove avremmo sostato. Ho realizzato di esserci già stata osservando la facciata dell’albergo, quella sì ancora uguale a dieci anni fa. L’arredamento della reception, del bar e della sala da pranzo, invece, è tutto nuovo, molto bello e luminoso; tutto il contrario di quello cupo di un tempo.”, rispose immalinconendosi Silvia.
“L’ho arredato seguendo i consigli di una cara amica.”, spiegò una voce alle spalle delle due donne.
Silvia riconobbe all’istante a chi appartenesse la voce: “Cesare!”, esclamò girandosi e regalandogli il suo più bel sorriso.
“Ciao Silvia.”, la salutò Cesare avvicinandosi.
Un lungo e commosso abbraccio suggellò l’incontro, avvenuto per puro caso dopo più di dieci anni.
Teresa comprese di essere il terzo incomodo e si defilò: “Vi lascio, vado a fare colazione… ciao Silvia, a dopo.”.
“A dopo”, disse Silvia continuando a guardare con occhi persi il bel Cesare.
“Facciamo colazione insieme?”, le chiese Cesare indicando un tavolo appartato.
Silvia annuì, avrebbe voluto dire molte cose, ma la commozione non glielo permise.

“Sei sempre bellissima!” esordì Cesare.
“Adulatore.”, replicò Silvia abbassando lo sguardo.
“E’ la verità, gli anni sembrano essere passati solo per me.”.
“Ti prego Cesare… smettila, i tuoi complimenti potrebbero illudere una vecchia signora.”, si schernì Silvia.
Cesare sorrise “Amo le vecchie signore!”, replicò con ironia.
Silvia sospirò: “Va beh… che ti devo dire… come rappresentante di tutte le vecchie signore, sole, ti ringrazio!”, chiosò ilare, trascinando al riso anche Cesare.
 “Ti ricordavo padrone della segheria… e ti ritrovo gestore di un albergo in montagna; m’incuriosisce assai questo mutamento totale d’interessi e stile di vita.”, disse Silvia facendosi seria. 
Cesare, senza indugiare oltre, raccontò a Silvia le vicissitudini familiari che lo avevano spinto a ritirarsi in montagna.
“… Alla fine decisi di rompere definitivamente con i miei e con il mio passato; ho venduto la segheria, mi sono trasferito quassù, e tre anni dopo ho acquistato l’albergo e l’ho ristrutturato.”, così concluse Cesare la narrazione dei fatti che cambiarono per sempre la sua vita.
“Hai fatto un lavoro splendido, ora sì che è veramente accogliente.”, si complimentò Silvia.
“Te l’ho detto, ho seguito i consigli di un’amica… una donna stupenda... sei sempre bellissima, Silvia.”, concluse stringendole la mano, tornando a corteggiarla insistentemente.
L’imbarazzatissima Silvia abbassò lo sguardo: “Ancora! Ti prego, mi fai arrossire.”.
“Non devi, il tempo sembra essersi fermato sul tuo viso, sei uguale a dieci anni fa.”.
“Ti stai ripetendo, mi costringi a ricordarti che stai adulando una cinquantatreenne, sola… la bellezza s’è ne volata via assieme alle illusioni…”, disse immalinconendosi; sospirò e spostò nuovamente l’argomento della conversazione su di lui: “Meglio non pensarci.  Parlami di te, sei sposato?”.
“No… sono solo, come lo sei tu.”.
“Con venti anni di meno, e la tua posizione sociale, mi riesce difficile credere che non sia, perlomeno fidanzato.”.
“Ad essere sincero, di… chiamiamole pure: fidanzate, ne ho avute, ma tutte duravano poco più dello spazio di qualche notte… di sesso.”.
“Lo spazio di qualche notte… di sesso.”, ripeté Silvia riflettendo ad alta voce.
“So che stai pensando, e non ho alcuna difficoltà a risponderti; no, non c’è mai stato amore. Pensavo che con la frequentazione sarebbe potuto sbocciare, ma la scintilla non scoccò mai… con nessuna… e sai perché?”.
“Non dirlo, ti prego, ti faresti e mi faresti solo del male.”.
“Posso anche tacermi, tanto lo sai benissimo il perché!”.
“Abbiamo avuto momenti bellissimi, ma quel tempo è irrimediabilmente franato. Devi… dobbiamo farcene una ragione.”.
Cesare scosse la testa: “Non posso. Ho provato ha dimenticarti… ma quando ti ho visto entrare nell’albergo dove ci siamo amati per la prima volta, ho capito che non potrò mai dimenticarti… ti amo, Silvia!”, confessò con il dovuto trasporto, regalandole uno sguardo da innamorato perso.
“Ti prego Cesare, considera quello di oggi un incontro fortuito tra due vecchi amici, fra poche ore partirò per Vienna e non ci rivedremo mai più.”, provò a dire sempre più a disagio, volgendo altrove gli occhi che tradivano il suo vero sentire.
“Potrei accettare il tuo consiglio, se fossimo stati solo amici; ma non è stato e non è così. Resta con me, a Vienna ci andremo insieme.”, insistette accorato, cercando d’incrociare il suo sguardo.
“No, non è giusto; non posso rubarti il futuro.”.
“So cosa intendi… ma un figlio non può rappresentare un ostacolo, per il semplice motivo che non ne voglio, di figli!”.
“Oh, mio Dio!”, fece strabuzzando gli occhi e portandosi la mano davanti alla bocca: “Non lo penserai veramente?”, gli chiese, poi, incredula.
“Oh, sì che lo penso, ho promesso a me stesso che sarò l’ultimo dei Barbotti… sono stato generato da due genitori che, forse, mi hanno amato, sicuramente senza mai amarsi; io ti amerò come non ho mai amato e come nessuno ti ha mai amato… fino all’ultimo respiro… e anche oltre, se l’oltre ci sarà.”, rispose ubriacandola di promesse.
“Quanta amarezza nelle tue parole, come puoi dubitare dell’amore di un padre e di una madre per il proprio figlio?”, domandò Silvia, tralasciando volutamente la parte che la riguardava.
“Un uomo e una donna che non si sono mai amati, possono amare il frutto della loro unione perversa? Questo mi sono chiesto, e continuo a chiedermi d’allora.”, rispose abbassando lo sguardo.
“L’amore per un figlio è qualcosa al di sopra di ogni miseria umana; per questo mi sento di risponderti che, sì, i tuoi genitori ti hanno amato!”, sentenziò Silvia.
“Può darsi.”, fu il laconico commento di Cesare, prima di alzare lo sguardo e tornare sull’argomento che più gli premeva: “Ma questa, è acqua passata che non macina più. Tu sei l’acqua di fonte che può dissetare un cuore riarso donandogli amore.”, concluse poeticamente, davanti allo sguardo impacciato dell’amata.
“Ora devo andare, le mie amiche mi aspettano.”, disse Silvia cercando di togliersi da una situazione dalla quale non riusciva a districarsi.
“Come desideri, ma prima di lasciar cadere nel vuoto l’occasione che il destino generosamente ci sta offrendo, pensaci… e pensaci bene; è l’ultima possibilità che ci sarà concessa per essere felici. Oggi sarò qui ad aspettarti, non salire su quel pullman.”.
Alla supplica accorata di Cesare, Silvia rispose con un laconico: “Devo andare.”, poi si alzò.
“Non sprecare la vita… la tua e la mia, ti amo Silvia.”, chiosò Cesare mentre lei si allontanava in silenzio. 

Aprì gli occhi, senza staccare la testa dal cuscino la ruotò alla sua destra, e lo vide, immobile accanto alla finestra: “Nevica ancora?”, gli chiese con un filo di voce.
“Sì, sono tre giorni ormai… giù in paese dicono che sarà l’ultima nevicata dell’inverno.”, rispose Cesare avvicinandosi al letto.
“Arriverà, finalmente, la nuova primavera.”, sospirò Silvia; strinse la mano di Cesare e aggiunse rassegnata: “Purtroppo, io non la vedrò!”.
“Ti prego, Silvia, non lasciarti sopraffare dalla rassegnazione… la vivremo insieme, come le altre molte primavere che abbiamo visto fiorire tra questi monti.”, disse Cesare spronandola a reagire.
“Non è rassegnazione la mia, ma semplice costatazione che il mio tempo volge al termine… dei miei ottantacinque anni, molti, troppi ne ho sprecati; ma non rimpiango nulla, perché anche gli errori fanno parte del percorso che mi ha portato a vivere gli anni miei più belli… quelli trascorsi acanto a te.”.
“Non mi lasciare, amore.”, sussurrò commosso Cesare, adagiando le labbra su quelle di Silvia.
“Non spetta a me decidere.”, rispose alzando gli occhi al cielo: “Lui è stato fin troppo generoso concedendomi, nonostante gli errori, il tempo sufficiente per vivere un grande amore… ma il tuo di tempo, non finirà con me, molti anni ancora avrai davanti, vivili serenamente, e se ti capiterà d’incontrare un’altra donna, falla sentire amata, come hai fatto con me.”.
Cesare scosse il capo: “Sessantacinque anni possono essere pochi, se ti lasciano il tempo sufficiente per trovare un altro amore… ma per me che ho amato solo te, sono un’eternità. No, non potrei mai innamorarmi di un’altra donna. Se il buon Dio riterrà che per i miei peccati dovrò convivere con il dolore prima di ritrovarti, lo farò da solo, accompagnandomi al ricordo del tempo passato accanto a te.”.
“Spero vivamente che il tuo sia solo un pensiero momentaneo, dettato dallo sconforto. Il trascorrere del tempo diluirà il dolore, solo allora potrai decidere serenamente del tuo futuro.”.
Cesare stava per riaffermare che la sua incrollabile fedeltà l’avrebbe seguita fin oltre la morte; ma Silvia lo zittì anticipandolo: “Potremmo andare avanti fino a sera a ribadire certezze e speranze… ma non servirebbe! Il tempo è galantuomo, lasciamo che sia lui a disvelare il nostro futuro. Ora se non ti spiace, vorrei riposare.”, concluse esausta ponendo fine al dialogo.

Silvia lasciò la vita, e l’inconsolabile Cesare, poco prima che la primavera sciogliesse l’ultima neve davanti alla casa.

Ogni giorno, per sette lunghi e solitari anni, con sole, pioggia o neve, Cesare attendeva l’ora più calda per salire il sentiero che conduceva al piccolo cimitero; lì giunto, si sedeva sopra una pietra accanto alla tomba di Silvia, e dialogando con lei sino all’ora prima del tramonto, rimembrava il tempo del loro grande amore.

Un mese prima del suo settantaduesimo compleanno, mentre parlava con Silvia, sentì una fitta al cuore: “E’ giunta l’ora… sto arrivando, amore.”, ebbe il tempo di mormorare.

Lo ritrovarono il giorno dopo, disteso prono sopra i fiori che adornavano la tomba, con il volto accanto al ritratto dell’amata.

L’ultimo dei Barbotti scelse di non essere padre, e andandosene pose fine, per sua espressa volontà, a una stirpe da lui ritenuta indegna.

                                                                 FINE

 

 

              

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Gradimento

ritratto di Jazz Writer

Sbaglio o i primi capitoli li ho

già letti? Ero appena entrato in Net, mi pare, ma questa storia dell'austroungarico è difficile da dimenticare. Mi sono fermato al quarto...piano piano me lo leggerò tutto. Ovviamente ben scritto, come sempre, e storia interessante, d'altri tempi ma bella e articolata, originale. Ciaociao.

ritratto di Vecchio Mara

possibile, avevo riproposto il primo capitolo...

tempo fa. E' un racconto lungo, ora, dopo averlo rivisto e corretto, ho deciso  di postarlo completo, lasciando al lettore la scelta su quando fermarsi e poi riprendere la lettura. Ti ringrazio.

Ciao Jazz

Giancarlo

ritratto di Jazz Writer

Infatti ricordavo

bene l'inizio...troppo particolare per dimenticarlo. Poi pian piano ho capito che la storia mi sfuggiva, quindi forse già dal secondo è nuovo, mi sa...ciaociao

 

Ben scritto

Ciao, ho letto ieri sera e stamattina, la storia di questa stirpe. Ho trovato veramente un'ottima ambientazione storica, e un'accurata descrizione dei personaggi, delle ambientazioni, fatta in maniera leggera, non appesantita da inutili aggettivi. Lasci lo spazio al lettore per immaginare il resto, e questo non può che far piacere. E' uno stile fluido, che ben alterna gli avvenimenti con i sentimenti personali dei personaggi. Speravo che Cesare scegliesse di perdonare, ma è rimasto fermo nella sua decisione fino alla fine, ed in questo ho trovato il finale inaspettato. Bravo.

ritratto di Vecchio Mara

avrebbe potuto perdonare...

se fosse riuscito a dimenticare il padre che tentava di violentare la sua amata... e ancora, la madre che se la faceva con il parroco dell'oratorio... troppo sporco il comportamento dei due genitori, privi di valori, solo un santo avrebbe potuto perdonare a quel punto, e Cesare, era solo un uomo dissiluso. Ti ringrazio.

Ciao Anna

Giancarlo