Il fungo cinese

ritratto di Mario De Pascale

~~Era una bella mattinata quella del ventidue gennaio millenovecentocinquantaquattro, piena di sole anche se disturbata da una gelida tramontana.
La signora Tina rientrò in casa chiudendo la porta con una spallata, perché aveva le mani, rosse dal freddo, tutte e due impegnate, la sinistra con la borsa della spesa e la destra che stringeva gelosamente un barattolo di vetro. Eh, ma sapeva bene, lei, cosa c’era lì dentro!  Ci stava trasportando, tenendolo come una reliquia, il prezioso regalo che aveva appena ricevuto dalla sua amica del palazzo dirimpetto, la signora Ortensia.
Posò con mille accortezze il recipiente sul tavolo della cucina e si mise a rimirare, in assorta contemplazione, il suo contenuto: nientemeno che il famoso fungo cinese!
Era proprio un regalo eccezionale, si disse tra sé e sé. D’altra parte, questo fatto era importante, perché era noto che quella cosa lì era tanto più efficace quanto meno si spendesse per ottenerla.
Oddio, non si sapeva proprio con esattezza a cosa potesse servire, però ormai era diventata una moda diffusa il tenere quella sostanza miracolosa in casa, curarla con mille attenzioni e con tanto amore, perché era noto che “faceva bene” dato che lo dicevano tutti.
Si trattava di una mucillagine, proprio a forma di fungo, sospesa in un liquido dal colorito giallastro che si sviluppava all’interno di un recipiente di vetro di consistenti dimensioni. Somigliava, come struttura, alla madre dell’aceto. Il beverone veniva consumato in bicchieroni  da sorbirsi rigorosamente a digiuno ogni mattina. Vero è che la maggioranza  dei credenti compiva questo atto di fede chiudendo gli occhi e turandosi il naso, ma l’importante era avere fede. D’altra parte, se uno stava bene in salute dopo aver bevuto quella roba, non era già questa una prova della sua efficacia?
Naturalmente, era necessario poi ripristinare il livello del liquido consumato. A questo provvedevano gli stessi consumatori aggiungendo nel recipiente delle infusioni di tè che servivano anche far accrescere le dimensioni della massa gelatinosa.
Era anche opportuno che la trasmissione di quella sostanza miracolosa a parenti e amici  avvenisse gratuitamente, per non farle perdere efficacia. Allo scopo, venivano preparati, accanto al contenitore principale, tanti altri piccoli barattoli di vetro contenenti i funghetti in sviluppo per farne dono. Questi venivano prodotti staccando alcuni pezzetti dalla massa molliccia principale e ponendoli in altri recipienti, in modo che potessero svilupparsi autonomamente raggiungendo dimensioni adatte a far bella figura al momento di regalarli.
Una volta in possesso della sostanza miracolosa, la signora Tina non vedeva l’ora di provarne le capacità. Purtroppo, però, a lei non era capitato di avere la stessa fortuna della sua amica Ortensia che si era trovato già il marito indisposto per una forte raucedine, così da poter immediatamente constatare il potere guarente del ritrovato. Dopo due giorni la raucedine era scomparsa: che bella soddisfazione!
Nel suo caso, però, la signora Tina voleva vedere con i suoi occhi.
Intanto, prese a rammaricarsi l’ansiosa sperimentatrice, il marito Alfredo stava fin troppo bene in salute. Con uno come quello lì, come sarebbe stato possibile provare mai niente? Bastava guardarlo, che sprizzava energia da tutti i pori, infischiandosene della sua sete di conoscenza, anzi prendendola in giro perché la chiamava ingenua credulona. Aveva proprio un atteggiamento da impunito, ecco! D’altra parte, non è che potesse ammalarsi lei per fare la dimostrazione perché, vista l’incredulità del coniuge, se lei si fosse trovata per un qualunque motivo in condizioni di non poter tracannare il preparato, quello avrebbe anche potuto impedirle di sorbirlo, eventualmente anche gettandolo via.
E allora, come fare? Ecco, visto che il marito non si decideva ad ammalarsi da solo, forse avrebbe potuto provvedere lei a dare una mano al destino, procurando qualche problemino di salute –lieve, per carità!- al signor Alfredo per realizzare la sperimentazione.
Pensa che ti ripensa, trovò la soluzione.
Quella notte stessa, mentre il coniuge dormiva placidamente accanto a lei, la signora Tina si alzò silenziosamente e andò ad aprire uno spiraglio nella porta finestra della camera da letto. Non molto, in modo da evitargli il pericolo di una vera e propria polmonite, ma quel tanto sufficiente perché l’aria della notte di quel rigido gennaio potesse penetrare a raffreddare la stanza con annesso signor Alfredo.
Poi lei si trasferì a guardare la TV nella stanza degli ospiti. Passata qualche oretta, quando ritenne che i tempi fossero ormai maturi per il compimento del suo scopo, tornò nella camera da letto per chiudere la porta finestra ed infilarsi silenziosamente sotto le coperte. Accidenti, però, era veramente freddo! Nel poggiare la testa sul cuscino, provò dei veri brividi e si chiese, pietosamente, se non avesse esagerato nel sottoporre quel pover’uomo a una prova del genere. Comunque, si consolò immediatamente, lei aveva il rimedio miracoloso ed era in grado di porre riparo anche a qualcosa in più di un semplice raffreddore o un mal di gola.
Purtroppo, però, come si sa, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
In quel caso, anche se la signora Tina aveva studiato coscienziosamente la cosa, gli avvenimenti presero una piega imprevista.
Il mattino dopo, infatti, il signor Alfredo si svegliò con il senso di una leggera irritazione in gola, ma niente di più. Quel benedett’uomo aveva proprio una salute di ferro ed era pure abituato a stare senza coprirsi la testa anche con le temperature più basse, sicché aveva evitato perfino un vero e proprio raffreddore.
Diverso il discorso per la moglie. La povera signora aveva pagato il conto del passaggio dalla calda camera degli ospiti alla fredda stanza da letto ed anche il brusco contatto con il freddo cuscino. Di conseguenza, si svegliò febbricitante, con il senso di arsura in gola e con un forte mal di testa. Stentava anche a raccapezzarsi sugli avvenimenti della sera precedente, che presero a tornarle in testa lentamente, alla velocità che le consentivano le capacità razionali turbate dalla febbre.
Al signor Alfredo bastò darle un’occhiata per rendersi conto della situazione.
All’uomo venne anche in mente la strana coincidenza con la presenza del miracoloso rimedio portato dalla moglie il giorno prima, quello strano fungo in quel boccale nel tinello. Pensò anche a ciò che gli aveva detto la donna circa le capacità guaritrici del preparato. Certo, egli aveva preso in giro la consorte circa le reali proprietà di quella strana sostanza, ma sapeva anche che molto spesso si trovavano ammalati che erano stati in grado di guarire semplicemente a causa della fiducia che riponevano in un farmaco inutile, per il cosiddetto effetto placebo. D’altra parte, aveva già sentito parlare in giro di quello strano fungo e sapeva che non c’era stato alcun caso di conseguenze dannose per averne bevuto. E allora, perché non tentare con la moglie?
Si rivolse alla sua signora febbricitante proponendole di fornirle il bicchierone di tè al fungo prelevato dal boccale del tinello.
La moglie, anche se non completamente lucida, lo guardò sospettosamente. Tuttavia, di certo non avrebbe potuto rifiutare di bere dopo avere tanto decantato al marito le proprietà miracolose  del preparato.
Allora, chiese al signor Alfredo di poggiarlo sul comodino per sorbirlo all’uscita dalla toilette in cui stava per recarsi.
Stette nel locale per alcuni minuti, poi fece capolino dalla porta, prese il bicchierone dal comodino e lo svuotò velocemente nella tazza del W.C.

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