Decisioni senza tempo.

ritratto di Bruno Magnolfi

 

Mi sento troppo debole, dice lui restando seduto, le mani abbandonate sul piano del tavolo di fronte a sé; non posso proprio andare, sarebbe come accettare passivamente una sconfitta definitiva senza neanche combattere. Gli altri lo guardano, nessuno insiste, sanno perfettamente che la sua è soltanto una specie di incapacità di fondo, ma in questo caso non possono essergli d'aiuto, per quanto sia evidente che ad ognuno di loro piacerebbe comunque sostenerlo in qualche maniera. Infine si ritirano, rispettando perfettamente la sua sensibilità, anche se capiscono tutti che il direttore dell'istituto non verrà mai a chiedere qualcosa ad uno come lui, così fragile e privo di iniziative, ed in questo modo la possibilità di presentare la domanda per la revisione del suo caso sarà così rinviata di settimane, forse addirittura di mesi.

Mi dispiace averli delusi, pensa lui mentre si sente in parte già rassicurato di restare per qualche momento da solo nel prepararsi alle solite cose di sempre, come ad una quotidiana celebrazione. Immaginarsi di uscire dall’istituto anche soltanto durante qualche ora del giorno è un elemento di novità su cui deve ancora riflettere profondamente: ci vuole un programma preciso di cose da fare, pensa; ci vuole anche il coraggio adeguato per lasciarsi cambiare così radicalmente le proprie abitudini ed affrontare l’esterno quasi come fosse un’esperienza qualsiasi, al contrario di quel sentirsi all’improvviso solo davvero, una volta fuori, privo completamente di qualsiasi protezione e anche di riferimenti precisi. 

Meglio non presentare alcuna domanda, non parlarne neanche, pensa ancora, anche se forse, come dicono loro, sarebbe proprio il momento per farlo, probabilmente il periodo migliore da quando sono qua dentro. Quindi si alza, si stringe dentro le spalle, e con le mani affondate nelle sue tasche inizia a compiere il solito giro a passo lentissimo, lungo gli imperiosi corridoi di quell’istituto. Gli altri lo guardano, qualcuno gli fa un cenno mentre sta passando, molti vorrebbero ancora parlargli, dire magari che sta sbagliando quasi tutto, che non deve lasciar perdere ogni cosa in questa maniera. E lui probabilmente lo sa, capisce perfettamente che cosa possa passare nella testa di chi adesso lo guarda, ed è per questo che evita tutti, che tira diritto come fa spesso nel suo solito percorso ormai stabilito nel tempo.

Non è facile prendere certe iniziative: forse sto spudoratamente sbagliando, riflette ancora tra sé, però certe cose bisogna sentirle, bisogna siano mature dentro di noi per poter dimostrarsi davvero perseguibili e quindi attuabili. In fondo, se non cambia niente, niente può farci soffrire, ed ogni novità risulta soltanto rinviata a dei tempi migliori. Poi si ferma per guardare fuori da un finestrone naturalmente munito di sbarre. Là fuori c'è il parcheggio delle automobili di tutto il personale dell'istituto, gente che arriva o che va via in maniera persino troppo semplice e lineare. Il direttore si fa vedere solo una volta ogni tanto, lui la conosce bene la sua automobile, l’ha osservata da dietro già tante volte proprio mentre lui stava andandosene chissà verso dove. Adesso è laggiù quella sua macchina, la vede bene, ed il direttore sicuramente è dentro al suo ufficio, e sta prendendo le proprie decisioni importanti.

Devo ritirarmi nella mia stanza, pensa lui all’improvviso; non posso lasciare che qualcuno mi trovi così, a girellare senza una meta. Forse devo addirittura rinchiudermi in un bagno, per far passare almeno il tempo di questa mattina: capirà il direttore, se pur mi venisse a cercare, che la mia situazione non è così facile come tutti vorrebbero fosse. Ci vorrà ancora del tempo, riflette ancora con rapidità: e chissà se anche quello sarà davvero sufficiente.

Bruno Magnolfi 

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Gradimento

ritratto di Rubrus

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La libertà fa paura. E, in fondo, il racconto è un po'  il racconto della sindrome del malato immaginario.