La Voce Dei Morti

ritratto di Jared_Johnny_Marcas

Nella stanza medici del reparto di ortopedia stavano risuonando le note di una canzone triste e malinconica, ma allo stesso tempo piena di forza e di grinta. I due medici di turno quella notte stavano fissando gli schermi dei computer in dotazione, alla ricerca di articoli sulle fratture traumatiche più frequenti in ambito sportivo. Il direttore della scuola di specializzazione aveva avuto la brillante idea di proporre ai suoi sottoposti la pubblicazione di un piccolo compendio sulle fratture più frequenti in ambito ortopedico e i due medici di quella sera si erano ritrovati ad un passo dalla scadenza senza niente in mano.
Nella stanza adesso regnava il silenzio. Click rapidi e compulsivi di mouse, impercettibili ronzii dati dalla vibrazione di un cellulare; per il resto, nemmeno una parola. La concentrazione era così densa in quella stanza che il mondo all'esterno sembrava non esistere. Il computer vicino alla finestra iniziò a riprodurre una nuova canzone, facendo sobbalzare Enrico, il più giovane dei due. Questa la conosco, pensò di sfuggita. "Hai messo tu questa canzone?" "No, deve essere partita in automatico, a volte YouTube fa così." rispose scocciato Matteo, mentre nel riflesso dei suoi occhiali scorrevano una miriade di informazioni sulle fratture di Lisfranc. "La presenza di un'ecchimosi a livello plantare può essere patognomonica..."
La canzone appena iniziata si interruppe senza preavviso, facendo piombare nuovamente la stanza in un silenzio surreale e carico di tensione, appesantito di tanto in tanto da qualche rapido colpo di mouse. 

"Beh, credo proprio che me ne andrò di là", esordì Matteo. "In stanza intendi?" "Sì e non credo che starò molto sveglio". Gli occhi di Matteo erano abbastanza rossi e, nel mentre che si alzava dalla sedia, se li stropicciò esibendosi in un rumoroso sbadiglio. "Sembri distrutto... E' stata una giornata impegnativa?", chiese Enrico, cercando di comunicare con il suo taciturno collega. "Decisamente sì. Buonanotte." E se ne andò, lasciando la stanza ed Enrico avvolti in uno squallido silenzio.

Le ore passarono senza che Enrico se ne accorgesse. Da che Matteo se ne era andato in stanza alle 22:00 circa, si ritrovò a chiudere il file del suo articolo a mezzanotte e mezzo. Passò un attimo dalla cucina a bere un bicchiere d'acqua. Mentre camminava in quei corridoi bui ed angoscianti, poteva sentire il respiro affannoso dei pochi pazienti ricoverati. "Dio... che brividi che mi dà questo posto. Se poi ripenso alla notte di Capodanno..."
Quella notte Enrico si ritrovò a fronteggiare per la prima volta la morte nei panni di medico. Si era ritrovato nel turno di guardia notturna anche la notte del 31 Dicembre. Niente di così importante alla fine: non gli importava molto di festeggiare quella festa non-festa, dove ci si deve sbronzare o fare baldoria per forza, altrimenti non sei nessuno e non ti sai divertire. Dopo una semplice cena, a base di antipasti e varietà di lasagne, consumata lì in reparto con un paio di infermieri ed il medico strutturato, Enrico aveva riportato a casa la sua ragazza su permesso del dr. Ostera. "Occhio che ti cronometro eh! Venti minuti massimo, altrimenti al tuo ritorno ti spezzo le gambine" aveva scherzato con Enrico.
Al mattino gli infermieri lo tirarono giù dal letto in modo caotico ed ansioso. "Presto! Il sig. Iacopini non risponde più!" Il suo intervento e quello del dr. Ostera furono inutili. Per quante manovre rianimative si sforzassero di fare, la luce dagli occhi del paziente se n'era andata già da un pezzo. Ma la parte più traumatica e straziante fu quando la moglie del sig. Iacopini si presentò in reparto e scoprì che suo marito non era più di questo mondo. Una scena che Enrico non dimenticò più, perché quando perdi l'amore della persona amata, perdi anche te stesso. Quello capì vedendo la signore sbattere ed agitare la testa a destra e a sinistra, urlando tutto il suo dolore in faccia al dr. Ostera.
Mentre quei pensieri lentamente svanivano dalla mente di Enrico, entrò in punta dei piedi nella cucina, cercando di non svegliare le infermiere Antonella e Cristina. Si riempì d'acqua un bicchiere, bevendolo subito dopo con grande avidità e quindi si diresse verso la stanza degli specializzandi, dove un letto polveroso e scomodo lo attendeva per fargli passare una fantastica notte insonne.

Alle tre della notte, Enrico fu svegliato da un bussare deciso ed insistente. "Uff...mai una notte in questo ospedale che fili tutto liscio... Vediamo chi è adesso..."
Dopo aver indossato il camice e gli zoccoli, aprì la porta a vetro della stanza. Il corridoio pareva completamente vuoto. "Sì?" Nessuna risposta a quella semplice domanda. Che fosse un'altra emergenza? Un'infermiera in fretta e furia aveva bussato e si era quindi recata da un paziente che stava male? Per sicurezza, Enrico fece un giro di tutto il reparto. Niente di insolito, tutto tranquillo, tutti che dormivano. Le infermiere erano sempre addormentate in cucina, Matteo nella stanza del medico di guardia, i pazienti respiravano ancora. "Bah, me lo sarò immaginato" pensò mentre tornava al suo infausto letto. Non fece neanche in tempo a togliersi gli zoccoli che qualcuno bussò nuovamente. Stavolta si vedeva chiaramente qualcuno dal vetro opaco della porta. "Ma allora è un vizio!" Enrico raggiunse velocemente la porta e, mettendo una mano sulla maniglia, vide l'ombra dietro al vetro alzare un braccio, gesto seguito poco dopo da una bussata energica e fastidiosa, tanto che la porta tremò. Preso alla sprovvista e leggermente agitato, Enrico aprì la porta di scatto. Niente. Corridoio vuoto anche questa volta. Buio, tristemente solitario. "Ma...c'era qualcuno dietro la porta! L'ho visto cazzo! Ho sentito chiaramente anche il bussare!" Guardò attentamente a sinistra, verso la cucina e la stanza del medico di guardia. Niente. Si voltò a destra, verso il bancone della reception. Una ragazza stava fissa in piedi, di spalle, con dei lunghi capelli neri, accappatoio rosso e ciabatte grige. "Oh...ehm, bisogno d'aiuto?", chiese colto impreparato Enrico. Credeva fosse una paziente, ma facendo mente locale si ricordò che nessuna ragazza era ricoverata in quel reparto di vecchi. Il paziente più giovane aveva 70 anni!
La ragazza svoltò oltre l'angolo, sparendo nel corridoio parallelo a quello dove si trovava Enrico. "No, aspe..." In meno di un batter d'occhio, Enrico colmò la distanza che lo separava dalla ragazza. Ma, giunto nel corridoio adiacente, della ragazza non c'era neanche l'ombra.
"Dottore...dottore..." La voce di un uomo proveniva dalla stanza numero 19, quella vicina all'uscita del reparto. "Oddio...chi è adesso?", pensò Enrico, avviandosi verso la stanza, frastornato ancora da quello che era appena successo. "Aspetta un attimo...la stanza 19 dovrebbe essere vuota, non ci sono pazienti lì."
Nella stanza regnava un freddo glaciale ed il silenzio faceva da padrone in quell'atmosfera cupa e sinistra.
"Chi ha chiamato?" Niente. Uno sguardo a destra. Letti vuoti. A sinistra, vuoto ancora più totale. Enrico osservò un'ultima volta la stanza, facendo per andarsene. "Dottore..."
Un brivido gli gelò i pensieri che aveva in testa. La voce proveniva dall'angolo in fondo a destra della stanza. "Dottore...la prego, non mi faccia morire... di nuovo."
Il respiro di Enrico si fece affannoso e pieno di terrore. Scosse la testa, sperando con quel gesto di allontanare quelle che sperava fossero allucinazioni. Invece si ritrovò davanti ad un letto poco illuminato, occupato da un'ombra. Il panico fece indietreggiare il giovane che andò a sbattere contro la porta chiusa della stanza. Ma chi l'aveva chiusa? "La prego dottore... è così straziante morire, non mi faccia fare due volte la stessa esperienza..." Enrico cercò di aprire la porta della stanza senza pensarci un attimo. Ma la trovò murata. Era imprigionato nella stanza con quella cosa, con quell'ombra che si lamentava, che lo supplicava. "No... no... no..!", disse Enrico, sbattendo deboli pugni contro il muro. Qualcosa cominciò a respirare alle sue spalle, ansimando, gemendo. "Voi non mi volete bene qui, voi volete il mio male..." Enrico rimase paralizzato da quell'affermazione, non riuscendo a trovare una risposta adeguata. Si voltò, consumato dal panico, e si trovò davanti il sig. Iacopini, nudo, putrefatto, decomposto. Il giovane medico fissò le orbite vuote del cadavere, il cui volto era reso ancora più grottesco da un ghigno dovuto alla retrazione delle labbra. Passarono alcuni secondi nel silenzio più totale. Il non-morto emanava un odore nauseante, un misto fra uovo marcio e feci. Ed era a pochi centimetri da Enrico. "Lei non mi ha aiutato", esordì Iacopini con un fiato carico d'alcol verso il ragazzo che ormai somigliava più ad uno straccio che ad un medico. "Abbiamo fatto il possibile signore, davvero... ci hanno chiamato tardi, noi..."
Altri attimi di interminabile silenzio. Il morto cacciò un urlo acuto ed assordante ed Enrico pensò che sarebbe morto pure lui in quel preciso istante. Gridò, si voltò e cominciò a battere i pugni sul muro che bloccava l'uscita dalla stanza. Dopo pochi colpi cadde, come se fosse stato fatto di semplice cartongesso.

Uscito dalla stanza, Enrico si rese conto di non trovarsi più all'interno dell'ospedale. Era in una stanza buia dalle pareti rosa, illuminata unicamente da una abat-jour posta su un comodino di un letto a baldacchino. Non era più vestito con divisa e camice, ma aveva una tuta sportiva di una squadra di calcio. La tuta del Milan che gli avevano regalato i suoi genitori per il 14esimo compleanno. Le tende del letto erano chiuse, ma si vedevano delle pantofole grige uscire dalla parte inferiore, in corrispondenza della parte sinistra del letto. Dal velo che nascondeva il letto si notava il profilo di una ragazza con capelli lunghi seduta lì, sul bordo. "Enrico, ti occuperai tu di me oggi, vero?" Una strana sensazione percorse la pelle del ragazzo, un brivido viscido, gelido, che partiva dal fondo della schiena per giungere sino al punto in cui la colonna vertebrale va ad attaccarsi al cranio. Enrico stava avendo l'impressione di rivivere un evento del suo passato, della sua adolescenza. Uno dei momenti che aveva trascorso con sua sorella. E quel rivivere il passato gli stava dando una tremenda morsa di ansia alla bocca dello stomaco. La ragazza tossì, facendo muovere appena le tende che circondavano il letto. "Sì Sara, ci sono io, ma non startene così seduta a prendere freddo. Lo sai che la broncopolmonite non passerà se non stai al caldo sotto le coperte. Su, fai la brava e mettiti sotto." Le parole uscirono dalla bocca di Enrico senza che lui se ne fosse accorto. D'un tratto si accorse di non essere più nel suo corpo, ma di volteggiare sopra la scena, come se fosse uno spettatore esterno. "Lo so, scusami...è che da parecchio tempo non lascio questo letto e sono stufa, vorrei poter rivedere il mondo fuori, specialmente ora che sta nevicando, lo sai quanto adoro la neve..." "Lo so lo so...ma sei molto debole adesso, la tua salute è così cagionevole. Il tuo corpo potrebbe non reagire bene alle condizioni esterne e potresti peggiorare. Dai, fallo per me, fai la brava. Ti rimbocco le coperte e giù a riposarsi..." La stanza diventò buia, la scena scomparve. Enrico sentì di nuovo quel brivido tremendo lungo la schiena. Aveva come l'impressione di sapere cosa sarebbe successo dopo.

La stanza ricomparve poco a poco. Il suo io adolescente si trovava nel centro della stanza mentre teneva fra le braccia sua sorella, accasciata a terra. Dalla finestra aperta stava entrando un freddo glaciale e dei piccoli fiocchi di neve. Sul balconcino erano visibili due impronte impresse nella soffice neve, accanto a due macchie di sangue. "Sara! Rispondimi ti prego! Non ce la faccio a tirati su, a rimetterti a letto! Ti prego, ti prego! Dimmi che stai bene!" Nessuna risposta. "Sara? Sara!" La voce, le urla si condensavano in una nube bianca davanti al viso di Enrico. Aveva finalmente capito cosa stava rivivendo. Si trattava del giorno in cui perse sua sorella. "La neve... era una vita che non la vedevo... volevo toccarla..." La voce di Sara era flebile, debole. Quasi un sussurro impercettibile. "Dovevi chiamarmi! Dovevi chiamarmi!​ Dovevi chiamarmi!​" "Ma io... stavo... ben..." La testa le ricadde da un lato. Gli occhi chiusi, serrati. La condensa data dal suo respiro smise di formarsi. "No, no, no, no, no! Sara! Nooo!"

Enrico venne catapultato nuovamente nel buio. Si ritrovò a terra, piangente, piangendo per quel triste evento che aveva segnato la sua vita ed il suo futuro. "Perché le persone muoiono a causa mia? Perché combino sempre certi casini? Perché? Dimmelo cazzo!" Tirò un'infinità di pugni ad un terreno oscuro, inesistente. Lo colpì così tante volte da arrivare a farsi sanguinare le nocche. "Dovevo stare più attento, avrei dovuto essere meno superficiale, dovevo gestire meglio la situazione... Perché devo farmi così male? Perché?"
Una mano gli sfiorò la spalla. Si voltò, con le guance tutte rigate dalle numerose lacrime che aveva pianto. Davanti a sé trovò un'orda di figure oscure. Gli stavano dando tutte le spalle. "No...cos'è ora questo? Voglio solo andarmene, vi prego fate finire tutto questo..."
Le ombre si voltarono, quasi come se si fossero accorte solo in quel momento della presenza del ragazzo. Persone, uomini, anziani, donne e bambini. Il loro volto era pallido, cinereo, le sclere degli occhi completamente nere, come le pupille, le bocce deformate in un grido di dolore. Alzarono il braccio sinistro tutte contemporaneamente verso Enrico. Poi un grido distorto uscì da quelle bocce bizzarre, strambe e raccapriccianti. Gli si gettarono addosso, ognuna lo voleva per sé. Presero a leccare la sua pelle con una lingua marcia e cadente. Alcune cercarono di morderlo, altre lo strinsero così forte da fargli male. Le urla di Enrico si sommarono ai lamenti delle ombre. "Fermi... fermi..! Lasciatemi!" Era circondato oramai, sopraffatto. Più si divincolava, più quelle mani fredde e morte lo stringevano. Più gridava, più i loro lamenti si facevano assordanti e incessanti. Enrico non sapeva più a cosa pensare. Pensò che fosse giunta la sua ora.
Ti prego, fa che finisca presto.
No, non sono ancora pronto a morire.
"Rico... rico..!" La morsa che lo stava attanagliando da qualche minuto cessò senza preavviso. Enrico tornò ad essere solo, nel silenzio, nel buio. "Rico... rico..!" Qualcuno lo abbracciò da dietro. Quella voce, quella stretta, quelle mani soffici. Enrico capì che era Sara. Fece per voltarsi, ma sua sorella glielo impedì. "Non voglio che tu mi veda in questo stato. Voglio soltanto che tu mi ascolti, voglio solo che tu sappia che non ce l'ho con te. Voglio solo che tu sappia che ti volevo tanto bene e che te ne vorrò sempre."
"Sara, mi dispiace tanto, io non volevo... che accadesse. Non sai quanto mi tormento per quel giorno... per quel che è successo... dovevo stare più attento, dovevo essere più responsabile. La mia superficialità nell'affrontare le cose ha fatto sì che facessi morire un'altra persona. Perché sono così negligente..?" "Enrico... devi metterci una pietra sopra. Ti devi perdonare. Sai di non avere colpe. Sai che ti meriti e che ti devi il tuo perdono. Nessuno ti odia. Io non ti odio, il sig. Iacopini non ti odia. Nessuno, davvero. Voltati, abbracciami e perdonati. Te lo devi. Lo devi a te stesso." Si abbracciarono forte. Enrico pianse come un bambino. Forse aveva ragione sua sorella. Forse era tempo di mettere una pietra sul passato, forse era giunto il momento di concedersi il perdono da parte di se stesso. Quando quel lungo abbraccio terminò, Enrico si staccò da Sara. Ma quella che vide davanti a sé non era sua sorella... ma una massa di carne putrefatta, con la pelle che stava a malapena attaccata ad un cranio privo di bulbi oculari, di una bocca, di un naso.
"No, non può succedere di nuovo, non adesso... Ho capito, ti prego ho capito! Non mi torturerò più, lo giuro! Ti prego!" Quel cadavere che si era ritrovato davanti al posto di sua sorella aprì le braccia, sembrava quasi che volesse abbracciarlo. Enrico non capì cosa fare. Indietreggiò di qualche passò, poi un grido di dolore ruppe il silenzio ed il ragazzo perse i sensi, accasciandosi per terra.

Le prime luci del mattino stavano cominciando ad entrare attraverso le veneziane della stanza specializzandi. Enrico si svegliò di colpo, ansimante e madido di sudore. Dopo un istante di disorientamento, si alzò velocemente per andare a vedere fuori dalla finestra. Tirando su le veneziane, notò che le cose sembravano essere tornate alla normalità: il tram stava cominciando la sua corsa, la gente camminava per andare a lavoro, il cielo tinto di rosso ed arancione con il sole che stava appena spuntando.
"Solo un brutto sogno", pensò Enrico, mentre si sciacquava la faccia sotto un getto di acqua gelida. Mentre si asciugava il viso, notò il profilo di un'ombra femminile nel riflesso dello specchio. Si voltò di scatto, ma era solo nella stanza. Venne pervaso da una strana sensazione di calma e tranquillità. Si avvicinò al suo armadietto personale, tirò fuori lo zaino e lo riempì con i suoi effetti personali. Avvicinandosi alla porta, si girò per dare un'ultima occhiata a quella stanza. Poi se ne andò, diretto verso casa. 

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Gradimento

ritratto di Rubrus

***

Non credo che sia un difetto del mio computer, ma il testo appare un po' sbiadito sullo schermo, il che rende un po' difficile la lettura. 

Ho qualche perplessità sulla consecutio, più o meno verso la metà, quando Enrico ricorda, perchè secondo me va tutto al trapassato prossimo.  

Per il resto piaciuto. 

ritratto di Jared_Johnny_Marcas

Grazie!

Ho provveduto subito a rimediare il colore del testo, adesso si dovrebbe vedere bene, non ci avevo fatto caso! Per quanto riguarda la consecutio, ho lasciato quel tempo verbale perché in teoria è sì un ricordo, ma nelle mie intenzioni Enrico doveva rivivere di persona quel ricordo come se stesse riaccadendo in quell'istante. Come in A Christmas Carol quando Scrooge rivive i ricordi grazie allo spirito del Natale passato.
Rileggendo però mi sa che non si capisce molto bene questa mia idea, e quindi il tuo appunto è legittimo e ben accolto!

Grazie mille, a rileggerci!

ritratto di Blue

Mah, a mio parere...

...ritengo che, soprattutto trattandosi di questo genere di racconti, tu fornisca un po' troppe "spiegazioni" nel testo, un po' troppi chiarimenti. Credo che valga un po' per qualsiasi genere di narrativa, ma in modo particolare per le storie horror: meno dettagli vengono chiariti (soprattutto al momento), lasciandoli invece all'intuizione di chi legge, e meglio è. Ne guadagna il pathos, ne guadagna l'atmosfera.
Boh, io la vedo così.

ritratto di Jared_Johnny_Marcas

Grazie dell'opinione!

Grazie dell'opinione! Questo racconto è stata una prova, ispirata da un turno di notte in ospedale. Di solito scrivo fantasy dove mi piace molto descrivere per aiutare chi legge dato che io, quando leggo, ho bisogno dei dettagli per meglio immaginarmi la scena.

Grazie mille, terrò presente questo tuo consiglio perché a volte scrivo troppe cose in effetti! Soprattutto nei racconti horror ti do piena ragione, è bello lasciare i particolari all'immaginazione del lettore.

A rileggerci!