La musa / fantasia gotico - romantica (di Rubrus e Monidol) - Ripubblicazione

ritratto di monidol

LA MUSA

(fantasia gotico - romantica)

di Monidol e Rubrus

 

 

«Nei suoi libri chi ama finisce sempre male»
Lo scrittore fissò la giornalista con un’intensità che, fin ad allora, non aveva mostrato, osservandola attraverso i capelli scomposti che gli ricadevano sulla fronte.
Le gambe snelle e abbronzate di lei si allungavano sotto il tavolo di cristallo al centro del giardino. Un gruppo di gabbiani, oltre la scogliera, strideva nel cielo ancora indeciso tra l'estate e l'autunno.
«È una semplice esigenza narrativa» spiegò, spostandosi il ciuffo dietro l’orecchio «Nel bene non c'è storia».
La donna sorrise, annotando la risposta sul taccuino che si ostinava ad usare al posto di registratori e computer.
Allo scrittore parve di scorgere, sul suo viso, la consapevolezza di un'intuizione che, come un’ombra, subito scomparve. 
 
 «Allora, che tipo è il Grande Scrittore Horror? Il misterioso Damian Delgado?»
Linda sorseggiò il the con cautela, quasi temesse di scorgere nei fondi presagi nefasti. «Interessante» disse alla fine.
«Interessante!» le fece il verso Claudia «Lo credo anche io. Una dimora solitaria, un'antica famiglia, un narratore di successo che racconta storie oscure... e dalle foto non sembra neanche tanto male. Insomma, lo stereotipo del bello e dannato».
«Chissà com'è a letto, con quello che scrive» intervenne Sandra.
«A proposito» chiese Claudia «Come hai fatto ad ottenere un'intervista?»
Linda appoggiò la tazza «Il nostro gruppo editoriale ha comprato quello che pubblica i suoi romanzi e ha ceduto i contratti di tutti i giallisti ad una controllata di secondo piano, in pratica destinata alla chiusura. Ora va di moda il porno soft. Solo lui si è salvato… a patto di uscire dal suo splendido isolamento e lasciare che gli venga fatta un po' di pubblicità. Abbiamo in programma una rubrica su una nostra rivista».
«Uuuuh» fece Claudia «Allora ci saranno altri incontri col nostro bel tenebroso».
Linda prese di nuovo la tazza e sorbì un nuovo sorso, facendoci annegare un piccolo sorriso.
«Secondo me è vergine» malignò Sandra, mordendosi ostentatamente il labbro inferiore.
 
«Non mi ha ancora chiesto nulla di me» disse lo scrittore.
Alla villa, la stagione fredda sembrava essere arrivata prima che altrove, proprio come nella fiaba di Wilde. Fuori dalla finestra, un vento umido e ostile strapazzava le foglie degli alberi, arrossate anzitempo.
«Dovevo chiederlo?» replicò Linda.
Il fuoco crepitava nel camino e si rifletteva sulle copertine di cuoio dei libri, ordinatamente allineate sugli scaffali. Nella penombra, una pendola ticchettava costante, severa.
«Non mi hai nemmeno chiesto da dove prendo le idee».
Linda si sporse verso di lui e, improvvisamente, fu come se avesse annullato una grande distanza.
«Da dove prendi le idee?» chiese diligentemente Linda in tono scherzoso.
Lui non rispose. Nel buio, la pendola aveva smesso di ticchettare.
 
Quella notte, Linda si svegliò di colpo.
Come a volte accadeva, nell'oscurità le cose le sembravano più chiare: lo desiderava.
Non c'era da stupirsene, del resto: un uomo sfuggente, intellettualmente stimolante, che pare nascondere segreti dolorosi. Uno di quei tipi emaciati, un po' dandy, quasi usciti dal ritratto di Dorian Gray o dall'ennesima saga vampiresca.
Fece scorrere la mano sulle copertine dei suoi libri, appoggiati sul comodino, come se lo stesse accarezzando.
Anche il nome de plume gli calzava a pennello. Damian Delgado. “Demone fragile”. Lo mormorò più volte a bassa voce, come assaporandolo.  
E improvvisamente se ne rese conto: quel pomeriggio le aveva dato del “tu”.
 
 «Ti sei innamorata di lui» concluse Sandra.
«Non credo» rispose Linda «Certo, è un uomo affascinante, ma...»
«Ci conosciamo dai tempi del liceo. Forse puoi mentire a te stessa, ma non a me».
«Non so se ne sono innamorata, so solo che vorrei riuscire ad abbattere quei muri neri che lo circondano, capire cosa nascondono, farci entrare un po’ di luce».
«Farlo felice?»
«Perché no?»
«Attenta a quello che desideri Linda, potrebbe esserti concesso» profetizzò Sandra e continuando con un tono meno drammatico, per non infierire ulteriormente, aggiunse: «Lo sai meglio di me. Ciò che rende interessante uno scrittore è il suo tormento, non la sua felicità»
«Vorrei essere io il suo tormento» ammise Linda
Prima di andarsene Sandra le prese la mano. «Lascialo. Oppure prendilo. Ma scopri i suoi lati oscuri prima che loro scoprano te».
 
Linda restò sola. Le parole dell’amica fluttuavano sospese nella stanza come una pesante nuvola carica di tempesta.
Cosa mai potrei scoprire di così terribile? Che il suo volto non si riflette negli specchi? Che tiene in soffitta il cadavere mummificato della madre?
«Damian» sussurrò, e nel dirlo le sovvennero vecchie reminescenze dei suoi studi classici, “Damianòs – le aveva spiegato quel pomeriggio – in greco significava anche consacrato alla dea Damias, da lì il senso di sottomesso, domato”.
Ripensò al suo viso scavato, ai suoi occhi da bambino sperduto e non poté fare a meno di provare un senso di tenerezza.,  
Ecco appunto… andrà a finire che mi toccherà fare la psicanalista all’eterno ragazzino con il solito complesso d’Edipo mai risolto!
 
La stagione s’incupì in un autunno ventoso.
Linda e Damian trascorrevano i pomeriggi nel silenzio del salotto, il più delle volte con il fuoco nel camino quale unica luce.
Una sera una finestra si spalancò di colpo, aperta dal fortunale che avanzava da oriente, e Linda si alzò in piedi con uno strillo.
Damian le si avvicinò e le strinse le mani – e Linda ebbe modo di sentire quanto lunghe e affusolate, quasi femminee, fossero le sue dita – poi parve non volersi staccare. Linda non si ritrasse e gli si accostò ancora di più. Il crepitio del fuoco diminuì, come in attesa, poi una nuova folata di vento irruppe nella stanza e una nuova ombra - creata forse dalle tende mosse dal vento o forse da altro – sembrò frapporsi fra  loro. 
«Che cosa stavamo dicendo?» chiese Delgado.
La domanda “da dove prendi le tue idee” pareva sospesa nell’aria come un uccello del malaugurio.
Ricordò che non le aveva mai risposto ma, quando fece per chiederlo, dalla bocca le uscirono altre parole, quasi indipendentemente dalla sua volontà.
 
«Non credo a quella faccenda delle esigenze della trama» affermò Linda. «Quella è una scusa».
Delgado si tirò indietro, appoggiandosi allo schienale della poltrona come se Linda avesse spalancato lo sportello di una fornace fiammeggiante.
«Credo che tu racconti quelle storie orripilanti soprattutto per te stesso. Per terrorizzarti. Per dirti che l'amore è una cosa spaventosa e che fai bene a tenertene alla larga. Per proteggerti».
Lui si alzò di scatto e si allontanò, poi si fermò volgendole le spalle.
Le ombre nella stanza sembrarono farsi più fitte, pesanti, come se volessero aggrapparsi agli oggetti e stritolarli.
«Credo sia un demone» affermò di colpo «O forse un demonio».
Linda appoggiò il taccuino sul tavolo del salotto. Il vento entrava dal camino e frustava le fiamme. Nel silenzio, si sentiva il mare aggredire la scogliera, come se raccontasse antiche storie, piene di rumore e di furia.
«Una musa, come quelle dell'antica Grecia» proseguì enfatizzando la voce come un attore drammatico «Una creatura soprannaturale invecchiata, impazzita. Un essere divino cui sono rimasti solo follia e malvagità. È con noi... con me da molto tempo». 
Si prese la testa tra le mani, afferrandosi i capelli. «È lei che mi racconta le storie» chinò il capo «A volte io vorrei tacere, vorrei narrare altre cose, ma...» emise un gemito strozzato.
Linda si alzò e gli strinse le mani. Lui le serrò ancora di più contro i lati del capo, opponendo resistenza.
«Hai ragione» ammise quasi sussurrando «L'amore è terribile. L'amore è spaventoso. Lei mi ama. A volte, la vedo. Nei sogni, negli incubi. Qualche volta negli angoli bui delle stanze. Mi vuole per sé, solo per sé, per narrare le sue storie »
Poi sembrò quasi sorriderle, le prese dolcemente il viso fra le mani, costringendola a guardarlo negli occhi: «Alle mani ha artigli lunghi e affilati come rami morti e la sua bocca è irta di zanne come ossa di drago. I suoi capelli sono come zampe di ragno e si muovono incessantemente sussurrando tra loro, ma la cosa peggiore sono i suoi occhi, gialli e letali come le bandiere sulle navi degli appestati...»
Linda lo strinse a sé. Il mare ruggiva sempre più forte, sovrastando il silenzio della casa.
 
Il vento si era calmato e anche il rombo delle onde sembrava, ora, recare una promessa di quiete. O, forse, era solo la disposizione della camera da letto, rivolta verso il bosco, a occidente.
Linda lo sentì destarsi e rabbrividire, come se un'improvvisa brezza fredda avesse asciugato troppo bruscamente il sudore che lo ricopriva.
«Va tutto bene» lo rassicurò «Va tutto bene»
Lui allungò una mano, poi la ritirò. «Sei la prima donna Linda» mormorò «La prima donna».
Lei sorrise benché, nell'oscurità, lui non potesse vederla. «Tranquillo» ripeté «È tutto a posto».
Gli salì sopra e gli accarezzò il viso, sorridendo. «Visto?»disse «Niente demoni dagli occhi gialli».
«Rossi» disse Delgado, con un mormorio appena udibile.
Lei aggrottò le ciglia con fare scherzoso. «Avevi detto gialli» lo schernì.
«ROSSI» ripeté la voce accanto a loro, nel buio.
 
 
 

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di Mauro Banfi

Davvero un gran bel pezzo di fiction, Moni&Rubrus

davvero una fusione precisa di personalità e stili ( la magistrale economia narrativa di Rub e la profonda psicologia poetica femminile di Moni) e temi che adoro, come quello delle Muse elleniche e la dinamica kinghiana della scrittura/demòne/Daimon che può essere un esorcismo dal male ma che nel contempo può diventare una devastante nevrosi, come sanno bene i protagonisti di Shining, Misery e la Metà Oscura.
Prigioniero della suo stato di V.I.P e forzato della scrittura, il Re ha per me sviluppato un rapporto amore/odio con la scrittura che lo ha spinto creativamente a vederla in trasparenza, in modo quasi metanarrativo, in quei capolavori, in una liberazione che ha deliziato milioni di lettori tra cui io-me.
Rubrus ha variato sul tema da gran amanuense miniatore, come un grande manierista di seconda generazione alla Tarantino o alla Neil Gaiman.

Come delle Ninfe, anche delle Muse i Greci dicevano che afferavano i mortali, con la differenza che, mentre coloro che venivano afferrati dalle Ninfe (i ninfolettici) correvano il rischio di perdere la ragione (chi sogna ad occhi aperti corre il pericolo di non svegliarsi mai più), la sacra mania/follia che viene dalle Muse comporta l'elevazione e l'illuminazione dello spirito, nei quali sentimenti diviene possibile il miracolo della musa e della poesia.
Chi sogna ad occhi chiusi può aprire la porta del Cosmo.
Moni ha fatto ballare con la sua curiosità e la sua passione (del resto tutti ci innamoriamo per immaginare, per continuare a sognare) Linda nel racconto, donandogli intensa poesia.

Adoro le collaborazioni, e ho davvero venerato questa vostra simbiosi perfetta.
Bravissimi: mi alzo dalla sedia del mio studio per applaudirvi.
Questa è la grandezza di Neteditor, questa è la sconfitta irreversibile dell'Ego Social.
Urrah!
 

ritratto di monidol

Come Ulisse con le Sirene...

in cambio della "canoscenza" c'è un prezzo da pagare, e forse quel prezzo è intrinseco nella conoscenza stessa che spinge (permette)  ad oltrepassare quel  limite "interdetto agli uomini", valicando il quale non c'è ritorno, o forse peggio, si provoca la vendetta divina e si finisce all'Inferno (Dante). Ma non sarebbe forse una punizione peggiore il loro silenzio e restare ign... ari?  (Il tuo Kafka).

Perdonami Mauro  ho giocato un po', e pure superficialmente con la mitologia e le sue interpretazioni,  ma sono convinta che quando un concetto trova riscontri un po' dappertutto rechi con sè una certa verità.

Sono molto d'accordo con te rispetto alle collaborazioni, insegnano a modulare umiltà e autodeterminazione.

Grazie!

moni

ritratto di Mauro Banfi

Bello e profondo questo aggancio a Dante e a Kafka, Moni.

Cercate di perdonarmi, ma sono sospinto a ritornare sulla tastiera, perchè questa riflessione mi spinge ad approfondire la strana -in apparenza - anaologia che questo brano mi fa cogliere tra King e Kafka.
Mi direte, ma che cosa c'azzecca uno scrittore celebrato, plurivenduto e plurimiliardario come King con un assicuratore boemo, scrittore dilettante nottetempo e passato a miglior vita senza vendere nemmeno una miserabile copia, e che cosa c'azzecano i due con questo racconto?

Uhm, ci provo: "Chi cerca" scrive Kafka "non trova; chi non cerca, viene trovato".
Nella storia del "Castello", l'agrimensore K., - il quale si sta sforzando ostinatamente e ossessivamente di scoprire il modo d'entrare nel da lui venerato Castello - proprio a causa della sua cocciuta e ostinata tensione della volontà si preclude la grazia della spontaneità o almeno le ostacola in tutti i modi il cammino verso la felicità e la realizzazione.
Si nega con la sua appassionata ma rigida ricerca a quella disponibilità umana e a quella semplice immediatezza che gli permetterebbero di essere scelto dagli Dei del Castello, di venire trovato e di rispondere di sì all'improvvisa chiamata.
Così per King da un lato scrivere storie d'orrore ha un funzione liberatoria per esorcizzare certe angosce infantili e umane di base, tipo Madre Paura, ( leggasi IT, tra poco al cinema in una nuova versione), ma proprio questa funzione salvifica della scrittura ha assunto per King una tale sacralità e un tale impegno (sopratutto quando s'impone di scrivere alcuni brutti lieti fine) da trasformarsi nel folle volto della fan/infermiera Annie Wilkes di Misery, che ti vuole fratturare i malleoli perchè sei il suo scrittore preferito e meritevole di "Like", e devi "correggere" a suo uso e consumo il tuo ultimo capolavoro. Una virgola qua e una mazzata di là.

Questa è la letteratura, questa la compagnia delle Muse: un pò Castello indifferente, cinico e baro e un pò Annie dalla mazza facile.
Una Forza, una Potenza che spesso e volentieri promette tutto e non mantiene nulla.
E sei vuoi sopravviverle, alla Musa, devi imparare a non promettere niente e a mantenere qualcosina, poca roba e a non aspettarti niente e a essere pronto a tutto, ancor più sopratutto.
Siete pronti, appassionati di quest'arte, ad affrontarla veramente?
Lo sapete che per i Greci le Muse erano strette sorelle delle Sirene?
Non crederete davvero che il tutto si risolva con una gita nel salotto di Fabio Fazio, vero? O con un bel diecimila sul contatore di visualizzazioni di Neteditor? O con un miliardo maliardo di "Mi piace" su Feispuz?

Abbiate gioia, carissimi
 

ritratto di Rubrus

***

Su K&K ci sarebbe tanto da dire ma, temo, al di sopra delle mie possbilità, tranne forse due cosine: Kafka ha in comune con King la capacità di trovare il mostruoso nel quotidiano, ma - secondo me - il suo "mostruoso" (anche nel senso etimologico di monstrum) è affine, per molti aspetti, più al nichilismo lovecraftiano che allo sciamanesimo kinghiano.

  Sul 4mani. In tanti anni ne ho scritti tanti. Personalmente sono estremamente scettico sul valore e sul potere coesivo della rete. Credo però che - sul breve periodo e sul corto respiro (i.e. non credo che potrà uscire mai sul web un 4mani lungo e articolato - e meno che mai avere visibilità) ci possano essere delle "collaborazioni a progetto" - lasciatemi la buro-bruta-brutta definizione - laddove il progetto è la storia che tutti e due gli autori ritengono buona. Se credono in questa, mettono il resto da parte, e il progetto può funzionare. I meccanismi di realizzazione della storia e di funzionamento della narrazione possono essere i più vari, ma se prevale la tensoine verso il fine - o il prodotto - da realizzare, il resto si supera.   

ritratto di Mauro Banfi

Buonasera, Rub: a proposito di Kafka e del mostruoso/quotidiano:

concordo sul nichilismo (figlio del materialismo scientifico) di Lovecraft, - anche se sto leggendo e studiando, nel poco tempo libero a disposizione in questi giorni, il suo ciclo del Sogno e mi sembra una dimensione dove almeno un'ipotesi di salvezza sembra esserci, nella memoria ritrovata quasi proustiana, ma ne riparleremo più avanti a studio completato , ad esempio della "Chiave d'argento" - e ovviamente sullo sciamanesimo di King; sull'atteggiamento di Kafka volevo ricordare una sua celebre ed enigmatica massima:
"Solo la smorfia sul volto che si ritrae è vera".
Kafka scrive che le Sirene/Muse tacciono, ma anche questo è un ritrarsi.
Mentre compone la sua "kafkiana" mitologia quotidiana fatta d'assurdo e di bizzarra inanità K. intravede il Castello - dalla sua tana, irretito dalla nevrosi della scritura -, un bagliore accecante che non riesce a fissare con lo sguardo diretto e che lo costringe a distogliere lo sguardo in quanto colpevole, non degno di quel barlume di Essere.
Ma è proprio il "Non sentirsi degno", la torsione di un volto che si sente non appropriato che gli pernette di afferrare, in quel riverbero sul viso abbagliato, l'intensità e lo splendore della luce emanata dal Castello.

Questo è il nichilismo peculiare di Kafka: in realtà, uno degli ultimi scrittori umili veneratori del Sacro, ben conscio del paradosso moderno e del peccato di ybris che sta nel capire la tracotanza dello scrivere e il non poterne fare a meno.

Abbi gioia

P.S.

"Erano i sogni a generare la febbre, o era forse la febbre a generare i sogni?"
Non è forse questo incipit di "Sogni Stregati" o con l'altro titolo più famoso "La casa delle streghe" di Lovecraft la domanda capitale, forse senza risposta, da mettere in testa a tutti i racconti della nostra vita?
Dice Magris che la scrittura è un 50, 01 % di salvezza e il resto di perdizione, dannazione e impedimento.
Io mi gioco quello o,1 sui sogni che generano la febbre della passione e dell'entusiasmo e mi gioco la partita.
Ancora gioia, dilettissimi

 

ritratto di Rubrus

***

In tutto Kafka scorre sotterraneo, e spesso affiora, come un fiume carsico, il tema dell'inadeguatezza - da rileggere e leggere anche alla luce della famosa "lettera al padre" : di fronte alla legge, di fronte alla famiglia, di fronte al mondo ecc. Anche HPL si sentiva inadeguato e, se Kafka ha avuto Bord, HPL ha avuto Derleth (King ha avuto la moglie, ma l'uomo King esprimeva ed esprime la propria fragilità in modo diverso, cioè nelle dipendenze).  Eppure a volte sia in HPL che in Kafka fa capolino una percezione più distesa, o un'illusione di serenità, come ne "Un messaggio dall'imperatore" che, a mio parere, sta alla narrativa kafkiana un po' come il ciclo onirico di Carter sta all'opera lovecraftiana.

Ma ne riparleremo.   

Eh, si.....

.....un'accoppiata davvero devastante. E vincente.

Un commentatore un giorno disse che i racconti scritti a quattro mani sono più belli se non si riesce a cogliere lo stile di ciascuno degli scrittori.

Puo' essere vero, ma è vero anche il contrario. Come in questo caso.

Fluidità narrativa e stile serrato si uniscono a psicologia, amore e leggenda per sfociare in un pezzo pregevole che tiene il lettore incollato al video fino all'ultimo.

Strapiaciuto.

 

 

ritratto di Rubrus

***

Penso che chiunque scriva una storia la scriva perchè desidera venga recepita, che interessi, che sia, in una parola, avvincente.

A volte questo aspetto viene visto con una certa supponenza, affermando il primato di altre caratteristiche, ma penso che, per entambi, prioritria sia stata la esigenza di narrre un racconto che fa piacere leggere.

Il resto è stato consequenziale.  

ritratto di bule

Ciao Monidol, ciao Rub Un

Ciao Monidol, ciao Rub

Un altro splendido lavoro a 4 mani (non è il primo che leggo in questi giorni); onestamente mi stupisce quanto efficacemente siete riusciti a unire le vostre peculiarità, dato il risultato così omogeneo; così virtuosamente messo in risalto dalla somma delle qualità individuali. Mi stupisco non tanto per voi, che siete tra gli autori che più stimo, ma perché io lo immagino un lavoro difficile (per come sono fatto, non credo riuscirei a scrivere con qualcun altro...).

 

Un racconto eccellente; un po' fuori dal tempo e dallo spazio, se si toglie l'accento al Pc. Carico di ombre nella seconda parte e di un certo sapore gotico (per cui ho un po' una fissa), quanto velatamente frizzante e malizioso nella prima. 

Si legge davvero con piacere ragazzi e meriterebbe più attenzione di quella che sta avendo! 

Un saluto!

ritratto di Rubrus

***

Non è tanto difficile, basta mettere la storia al primo posto. Alcune cose riescono meglio a uno, altre a un altro e penso che tutti coloro che srivono lo sappiano. Se più o meno hai in mente dove va a parare la storia, il trucco è farsi da parte al momento giusto. 

 

ritratto di Massimo Bianco

Qualche anno fa avevo già

Qualche anno fa avevo già letto un racconto vostro a 4 mani, "Il rumore dei magli" che avevo trovato molto bello, al punto da conservarmelo tra i preferiti (e sono pochi i racconti che io ho inserito nei preferiti). Questo, che non avevo mai letto, mi sembra a sua volta di grande spessore. Rubrus, come ricorda in una risposta, negli anni di racconti a 4 mani ne ha scritti tanti, però, a parte il fatto che secondo me in genere le mani di Rubrus prevaricavano sempre quelle del compagno, praticamente mai è riuscito, lavorando in coppia, a eguagliare i livelli che raggiunge da solista, a mio parere. Unica eccezione, e questo racconto me lo conferma definitivamente, le sue collaborazioni con Monidol.

Voi due, lasciate che ve lo dica, se già da soli, ovviamente, siete bravi, insieme formate una coppia lettararia perfetta, e anche se questo lo metto giusto mezza spanna al di sotto di quell'altro (che io consiglio caldamente a chiunque se lo fosse fatto sfuggire), mi è comunque piaciuto molto. E mi sa che Linda sarà il soggetto della prossima storia dello scrittore Delgado. Ammetto che lo avrei gradito un po' più lungo e proprio la sua brevità ha contribuito a farmelo mantenere mezza spanna sotto l'altro. L'altro motivo è la leggera perplessità che mi è rimasta sul cambio di colore degli occhi, da giallo a rosso, su cui non mi dispiacerebbe avere da voi delucidazioni, per sapere se avevo capito il senso oppure no. Bravi. Ciao.

ritratto di monidol

Molto lusinghiero

il tuo commento Massimo e ti ringrazio anche se credo che un pò dipenda dai gusti. Quando lavoro con Roberto c'è molta discussione e revisione reciproca, senza timidezza né presunzione e forse questo contribuisce all'armonizzazione del resto.
In merito alla storia probabilmente hai ragione, forse c'era spazio per raccontare un pò di più, forse del rapporto con Lidia, forse ci ha fatto paura il rischio di finire nel "porno soft" o qualche altra fotoromanzeria.
Grazie.

ritratto di Rubrus

***

La spiegazione degli occhi rossi è semplice.Il mostro esiste davvero ed è un po' diverso, in qualche dettaglio, in questo caso gli occhi, da come Delgado lo racconta.

In realtà l'intero racconto è un po' un gioco su due generi letterari - horror e romance - e li prende un po' in giro senza farsene accorgere. Ecco perchè il linguaggio è così turgido e pompeè in alcuni punti ed ecco perchè è breve: un bel gioco dura poco. Una storia più lunga scritta in quella lingua sarebbe insopportabile. Avrai notato infatti che il racconto è pieno di luoghi comuni, tra l'altro in alcuni casi manifesti: lo scrittore offerto dalla premiata ditta bello & dannato, il - invece che "la" - vergine, il caceriere che lo tiene prigioniero, la casa antica e sinistra, la bella innamorata ma civetta, le amiche pettegole e invidiose ecc. 

Insomma, è una storia che racconta prima di tutto se stessa. Essa sta infatti già tutta, ma proprio tutta, nella prima frase. 

 

 

ritratto di Jazz Writer

Molto bello

e molto ben scritto questo racconto. La fusione tra i due stili narrativi è talmente riuscita che si fatica a capire chi ha scritto cosa... insomma un esperimento non facile che a me sembra riuscitissimo. Bella e convincente anche la trama, con quel finale inaspettato che lascia credere al lettore, o comunque fa sospettare, che il mostro esista davvero e non sia un frutto della fantasia dello scrittore.

Anche questo, come altri racconti del genere, non è il mio genere come scrittore, ritengo sia molto difficile scriverli, o meglio pensarli, immaginarli...ma come lettore invece mi piacciono molto, come tutte le cose che io, personalmente, non so fare. Complimenti ad entrambi, una garanzia per Net. ciaociao.

ritratto di monidol

E' nella natura

di ogni mostro che si rispetti, il dubbio del suo esistere o meno. La paura sta sempre in ciò che non si conosce o non si fa conoscere fino in fondo. :-)

Questo racconto, secondo me, fa un po' il verso al genere che "non preferisci", forse è per questo che ti è piaicuto nonostante.

Molte grazie, ciao

moni

 

ritratto di Rubrus

***

Confermo quanto dice Monica.

In realtà credo che un racconto gotico non possa che essere narrato in questo modo, cioè con qualche eccesso voluto.

Poi c'è la parte romantica e... sì, ovviamente il racconto fa il verso pure a quella.

Si dirà che un po' tutta la saga poplettone vampiresca di Twilght ed epigoni gioca su questo registro, ma spero e penso che la differenza stia nel fatto che questo racconto non ha l'ambizione di prendersi sul serio. 

Personalmente, trovo sadicmente divertente questo pezzo: 

«Non credo a quella faccenda delle esigenze della trama» affermò Linda. «Quella è una scusa».
Delgado si tirò indietro, appoggiandosi allo schienale della poltrona come se Linda avesse spalancato lo sportello di una fornace fiammeggiante.
«Credo che tu racconti quelle storie orripilanti soprattutto per te stesso. Per terrorizzarti. Per dirti che l'amore è una cosa spaventosa e che fai bene a tenertene alla larga. Per proteggerti».
Lui si alzò di scatto e si allontanò, poi si fermò volgendole le spalle.
Le ombre nella stanza sembrarono farsi più fitte, pesanti, come se volessero aggrapparsi agli oggetti e stritolarli.
«Credo sia un demone» affermò di colpo «O forse un demonio».

In realtà è un dialogo tra sordi.

Lei sta facendo a lui un'analisi psicologica - o forse sta solo facendo il gioco del dottore, ovviamente il medico dei pazzi - e lui le risponde parlando di demoni.

Su un altro piano, o prendendo la narrazione da un diverso punto di vista, lei dice che nasce tutto dalla mente di lui, lui invece parla di una origine esterna della sofferenza.

Poi, vabbè, c'è il finale devil...

 

 

ritratto di amitoiD

dal mio punto di vista è

dal mio punto di vista è stato creato un luogo della surrealtà, abitato dalle immagini prodotte anche da autori come breton, aragon; lo choc, nel finale, attiva potenzialità visionarie su tele enigmatiche, per fare esprimere mistero e indagare le profondità dell'inconscio.

monidol, conosco il tuo modo di scrivere, non quello dell'altro autore, e devo dire che la tua bravura mi ha magneticamente attratta in questo enigmatico chiaroscuro.
 

ritratto di Rubrus

***

Come dico sopra, questo pezzo: 

«Non credo a quella faccenda delle esigenze della trama» affermò Linda. «Quella è una scusa».
Delgado si tirò indietro, appoggiandosi allo schienale della poltrona come se Linda avesse spalancato lo sportello di una fornace fiammeggiante.
«Credo che tu racconti quelle storie orripilanti soprattutto per te stesso. Per terrorizzarti. Per dirti che l'amore è una cosa spaventosa e che fai bene a tenertene alla larga. Per proteggerti».
Lui si alzò di scatto e si allontanò, poi si fermò volgendole le spalle.
Le ombre nella stanza sembrarono farsi più fitte, pesanti, come se volessero aggrapparsi agli oggetti e stritolarli.
«Credo sia un demone» affermò di colpo «O forse un demonio».

in realtà è un dialogo tra sordi.

Lei sta facendo a lui un'analisi psicologica - o forse sta solo facendo il gioco del dottore, ovviamente il medico dei pazzi - e lui le risponde parlando di demoni.

Su un altro piano, o prendendo la narrazione da un diverso punto di vista, lei dice che nasce tutto dalla mente di lui, lui invece parla di una origine esterna della sofferenza.

Poi, vabbè, c'è il finale dove le potenzialità visionarie diventano qualcosa più che mere potenzialità.