Il Generale racconta: Riti e tradizioni.

ritratto di Luigi Chiavarelli

 Riti e tradizioni

E’ un argomento che farà storcere la bocca a non pochi benpensanti. E’ oggetto di critiche da sempre soprattutto da chi il soldato non lo ha fatto e basa la sua cultura militare sui film americani tipo “Full metal jacket” e il folle Sergente maggiore Hartman è, secondo lui, un tipico esempio di genuina militarità.

In effetti le caserme non sono seminari. Sfornano soldati, cioè strani individui, dallo strano pensare, con qualche rotella in meno o forse in più, chissà, che devono saper uccidere senza mai perdere il controllo delle proprie azioni e, nel contempo, non devono essere paralizzati dal pensiero di poter essere uccisi. Gente abituata ad una vita spartana, adusa ai disagi e alla fatica, almeno la maggior parte. Per questo è inevitabile che esista una certa rudezza  funzionale al sistema, sia per far l’abitudine  alla rudezza delle realtà che si potrebbero  incontrare,   sia come elemento per stimolare lo spirito di corpo e mantenere nel tempo l’unione spirituale con quanti, nel passato, hanno indossato le medesime insegne e praticato gli stessi rituali. Per tale motivo ogni Reggimento, soprattutto se di elevata operatività, ha sviluppato rituali non codificati  anzi, spesso ufficialmente contrastati dalla gerarchia e  che, nonostante ciò, si perpetuano di generazione in generazione. Sinceramente non so se siano ancora in vigore, vista l’aberrante tendenza odierna a considerare il soldato come un impiegato statale in divisa, ma, almeno ai miei tempi, erano fortemente sentiti.

Presso l’Artiglieria da montagna, ad esempio,  passare a quattro zampe sotto la pancia di decine  di irascibili muli dai grossi zoccoli, allineati nelle stalle reggimentali, era una prova di coraggio notevole ma indispensabile per essere accettati dai “Veci”. Presso il Reggimento “Nembo”, tutti i nuovi assegnati dovevano subire il “lancio”. Alla fine di qualche occasione particolare,  il personale si disponeva su due file, una di fronte all’altra e ognuno afferrava le mani della persona che aveva di fronte. A quel punto, il nuovo arrivato, fosse anche il Colonnello Comandante, si gettava a volo d’angelo sulle braccia della prima coppia che lo lanciava alla coppia successiva. Così di volo in volo veniva percorsa tutta la fila fino ad essere scaraventati  fuori della porta o di una finestra (a piano terra!).

Nella Folgore le ritualità erano svariate. La più sentita era, e spero che lo sia ancora, quella delle “pompate” cioè dei piegamenti sulle braccia. Le pompate folgorine erano un’istituzione, bene accolta da tutti quando fatte fare con senso della misura anche perché contribuivano non poco a far muscoli e ad aumentare la resistenza delle braccia, utilissima per governare il paracadute. I più in gamba le facevano con lo “schiaffo” o staccandosi dal suolo con mani e piedi. Spesso sostituivano una ben più spiacevole punizione. Lieve ritardo in adunata? “Fatti 20 pompate !” . Posto letto non perfetto? Pompate.  Un attenti fatto male ? Pompate e così via. Ma legata alle pompate vi è un’altra tradizione. Se un Paracadutista si butta a terra per pompare, tutti gli inferiori di grado istantaneamente devono mollare tutto e fare lo stesso. Ricordo che all’aeroporto di Pisa, durante le prove per la festa della Folgore che si tiene il 23 ottobre di ogni anno, il Generale comandante la Brigata, non contento di come andavano le cose si gettò a terra e cominciò a pompare…… caos indescrivibile!  Immediatamente tutta la Brigata, migliaia di paracadutisti, colonnelli e marescialli compresi, tutti a terra in un caos indescrivibile a pompare con il loro Comandante. Ricordo indimenticabile !

Un altro rito folgorino era quello della “Comunione”. Nulla a che fare con il sacro se non nel nome.  Vedeva come protagonisti e vittime i nuovi arrivati e  si ripeteva ad ogni aumento di grado, almeno sino a quello di Capitano. Di norma avveniva nell’ambito delle compagnie, lontano dagli occhi delle SSAA, alla fine di qualche evento particolare, campi, esercitazioni ecc. quando si era in tuta da combattimento ed il vino aveva svolto il suo compito di scaldare i cuori senza peraltro aver intaccato la mente, almeno non troppo.

Veniva approntato una specie di lungo percorso di guerra con tavoli, sedie, panche, tronchi e ostacoli vari. Tutti i Paracadutisti della compagnia,  di norma almeno un centinaio, si mettevano ai lati del percorso mulinando i pesanti cinturoni.

I comunicandi, uno alla volta, elmetto in testa e bavero alzato, al via scattavano sul percorso, alla massima velocità mentre i “cari colleghi” li colpivano con tutta la forza e dove capitava. Alla fine del percorso,  il malcapitato, affannato e pesto si portava di scatto e senza indugi “alla porta” simulata da due sedie, come se fosse sull’aereo, pronto per il lancio. A quel punto l’Ufficiale medico, e si capirà poi perché proprio lui, gli ficcava in gola una cucchiaiata di un maleodorante e ributtante miscuglio, che doveva essere subito ingoiato per poter gridare a gran voce: “SONO ORGOGLIOSO DI ESSERE UN PARACADUTISTA. FOLGORE !!!” e subito dopo fare un balzo in avanti come se si fosse lanciato. Un urlo corale ed un applauso  sottolineavano la buona riuscita dell’impresa.  Nulla di particolarmente pericoloso o difficile  ma non era raro che per lo schifo e per il fiatone, l’intruglio venisse sputato o andasse di traverso e per i colpi di tosse non si riuscisse a gridare con chiarezza la fatidica frase. Nulla di male, si rifaceva il giro e si prendevano altre mazzate finché il “lancio” non andava a buon fine. Al termine pacche sulle spalle, strette di mano,  canti tradizionali, tanta allegria e…..qualche cerotto. La presenza dell’Ufficiale medico garantiva che la sbobba da lui preparata, massimamente schifosa, fosse però innocua per la salute. Spesso, se era in vena di scherzi, vi scioglieva delle sostanze che producevano un’ urina di un bel colore  blu e che alla prima minzione facevano sobbalzare il “neo comunicato” che correva ansioso e impaurito  proprio da lui e quindi sfottò e….. pompate !

Certi rituali possono apparire sciocchi, fuori del tempo, una goliardia con le stellette un po’ infantile. Da un punto di vista razionale ci sarebbe poco da obiettare.  Eppure, vivendoli ci si accorge che mettono in moto meccanismi ancestrali di gruppo, sensazioni che si perdono nella notte dei tempi e che affratellano, uniscono, compattano più e meglio di tanti “pistolotti” retorici. Lo confesso,  ho nostalgia di quelle pompate e vado molto fiero dell’applauso e delle grida dei miei Paracadutisti che sottolinearono così il tonante “Folgore !“ che il loro Capitano, io, pesto e sanguinante, aveva saputo gridare al termine della sua “comunione”,  tanti anni fa, in un casolare abbandonato della campagna Toscana.

 

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Gradimento

ritratto di Rubrus

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Colgo l'occasione rappresentata dalla premessa per dire che essa illustra perchè, personalmente, sono contrario alla dilagante voglia di "far west" che alcuni politici cavalcano. Le armi bisogna saperle usare. Un'arma in mano a un soggetto inesperto, non addestrato, anche psicologicamente, ad usarla, può essere molto pericolosa e finire per rovinare la vita a chi la usa, a coloro contro i quali viene usata, a chi sta loro intorno. Personalmente, non ne terrei mai una in casa per il timore di usarla in modo improprio - per dire, anche sparandomi in un piede o prendendo a revolverate il gatto del vicino quando miagola troppo forte.

C'è poi il lato B e cioè una intereptazione accademica, ideologica e del tutto svincolata dalla realtà del concetto di legittima difesa, specie da parte della magistratura, ma non è questa la sede per approfondire il discorso.

Il rituale del "lancio" ha, anche visto dall'esterno, uno scopo abbastanza intuibile: ti devi fidare di coloro nelle mani dei quali ti metti - letteralmente - che faranno in modo che tu non ti faccia troppo male.

Quello della comunione, invece, che peraltro mi pare avere radici antichissime (mi pare che anche gli Alpini avessero un rituale simile, e forse addirittura gli antichi spartani), mi sembra obbiettivamente avere poco senso, visto da fuori.

Colgo l'occasione per augurarti buona Pasqua.

   

ritratto di sp3ranza

Si alle armi e leggittima difesa

e`un dovere morale e civile proteggere la propria famiglia e se stessi da delinquenti armati che ti assalgono, minacciano, entrano in casa e tutti o quasi tutti loro, qui negli Usa sono armati e dato che il governo non è in grado di proteggerci dai loro continui abusi ed atti terroristici, mi sembra doveroso permettere a tutti i negozianti ed edifici pubblici, di avere armi o guardie armate che possano proteggerci realmente e la delinquenza è talmente dilagante ed impunita, che ogni persona, dovrebbe avere il diritto di potersi difendere per lo meno in casa propria da criminali armati che gli entrano in casa e che dovrebbe essere un diritto e dovere del cittadino farli fuori, altrimenti se lasciati in vita, ti distruggono loro come infatti putroppo succede...meglio un criminale in meno e tante vite di innocenti cittadini risparmiate e nessuna tolleranza per chi entra abusivamente nelle case della gente, ma solo uccisione doverosa dei topi e parassiti degli umani ...una legge di uccisione per leggittima difesa della propria casa, vita, famiglia è vitale per non permettere alla criminalità di prendere il completo controllo dei paesi civili....prima di fare richiesta per il pirto d`armi, dovrebbe essere obbligatoria una dettagliata analisi del richiedente, per assicurarsi che non faccia uso di droghe, che non abbia squilibri mentali o che sia un possibile criminale o integralista/terrorista...nessuna arma dovrebbe essere venduta a tali individui che purtoppo possiedono invece, arsenali e da loro non ti difendi con scorregge cerebrali, ma facendogli saltare per sempre il loro cervello marcio...

ritratto di Luigi Chiavarelli

Oggi per detenere un arma in

Oggi per detenere un' arma in casa ci vuole comunque il permesso della questura, un certificato medico che certifichi l'idoneità fisica e mentale, un breve corso presso un poligono autorizzato per apprenderne il maneggio.

Sono disposizioni giuste. Da professionista delle, armi, confermo l'estremo "rispetto" che bisogna avere per esse e sono assolutamente contrario ad ogni superficialità sul loro impiego. Detto questo però, sono del parere che non si possa privare un cittadino del diritto di difendersi se lo Stato non è in grado di farlo.  Il giusto principio generale  che la difesa deve essere proporzionale all'offesa non può valere al cento per cento nel contesto di una abitazione privata dove l'incertezza,. l'emotività, la paura, il contesto insomma giocano un ruolo preponderante. Il violatore ed il violato non possono essere considerati su un piano di parità. Nel momento che tu entri incasa mia per delinquere devi perdere certi diritti che la Costituzione riserva ai cittadini. Devi sapere che rischi e le tutele a tuo beneficio devono essere minime. Oggi farsi ferire dal proprietario di una casa o di un esercizio è diventato un lucroso business. Assurdo, inaccettabile.

Quanto alla "comunione" hai visto giusto:certe situazioni vanno vissute dal di dentro altrimenti, come anch'io ho asserito, non hanno senso.

Buona Pasqua anche a te caro Rubrus.

ritratto di Rubrus

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Naturalmente. E' fuori da ogni buon senso - per non dire peggio - pretendere che un tale che si vede violata la casa, o il luogo di lavoro, da un tizio armato, gli chieda: "Scusi, ma, per caso, quella che ha in mano è forse una pistola giocattolo cui ha tolto il bollino rosso?" oppure "Mi perdoni, buon uomo, è sua intenzione commettere reati contro la persona o intende limitarsi a quelli contro il patrimonio?" - perchè, a leggere certe Sentenze sembra che i giudici pretendano proprio questo. A mio parere, è addirittura perfettamente comprensibile che una persona comune, proprio perchè non avvezza all'uso delle armi, possa sentirsi minacciata a tal punto da sparare, stando alla finestra, al malvivente in fuga - ancora percepito (anche se a mente fredda così non è) come un pericolo.

Ecco perchè l'uso delle armi ai civili deve essere permesso come estrema cautela. Gli è che alle volte manca e i porto d'armi vengono concessi "alla carlona"  - e qui potrei fare almeno un paio di esempi.  

Questo è il "lato B" cui accennavo e discutere sul quale, però, ci porterebbe lontano.   

ritratto di Vecchio Mara

mah...

non so che dire... sicuramente di un esercito ben formato e professionale non si può fare a meno... ma certi rituali, più che infantili li trovo inutilmente violenti... sarà che io quando venni spedito a Miano per il CAR rimasi fin da subito scioccato per le frasi scritte lungo le pareti delle camerate, tipo: Il soldato tedesco a stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco, frase proninciata da un noto fedmaresciallo dell'esercito che mise a ferro e fuoco l'Europa. Oppure quella scritta sul muro del passo carraio: Veicoli al passo, bersaglieri di corsa! E non tanto per dire, visto che si doveva rispettare alla lettera, perchè quando capitava di transitare davanti al passo carraio per andare dallo spaccio alle camerate, il trombettiere se ti vedeva prenderla con calma olimpica, Suonava la carica invitandoti, senza troppi complimenti ad allungare il passo: Bersagliotto, di corsa!, urlava. Questo al CAR, poi, venivano i rituali, diciamo con un eufemismo: di cattivo gusto, praticati dai cosidetti nonni alle spine. Insomma, voglio dire, onore e rispetto per i nostri bravi soldati impegnati in missioni umanitarie o per difendere i cittadini da atti terroristici... ma certi rituali, che siano fuori tempo o da fuori di testa, se li potrebbero pure risparmiare. Almeno questo è il parere di uno che a vent'anni è stato spedito da Milano a Miano (Napoli) a farsi il CAR, magari ora, che la leva non è più obbligatoria, i soldati professionisti la vedono in modo differente, potrebbe anche essere.

Buona Pasqua, Luigi

Giancarlo

ritratto di Luigi Chiavarelli

Caro Giancarlo, capisco le

Caro Giancarlo, capisco le tue obiezioni. Sono stato un nemico giurato del nonnismo che troppo spesso diventava solo abuso e prevaricazione soprattutto sui più deboli ma il mio racconto non parla di questo. I rituali che descrivo sono altro. E' un qualcosa che unisce i nonni ai padri e ai figli come le mostrine del reggimento, i canti tradizionali, i nomi delle compagnie.  Non hanno alcun senso fuori di quell'ambiente molto particolare, accettabili solo in un certo contesto, fra uomini e ora anche donne, che devono assolvere compiti del tutto particolari rispetto alla comunità civile e servono a cementare un  legame che può fare la differenza tra la vita e la morte. Capisco benissimo le obiezioni di chi a quel mondo non appartiene. Anche le famose scritte, fanno venire i brividi a chi crede che la forza di un popolo stia anche nella sua capacità di combattere, in guerra ed in pace. Frasi senza senso per chi crede che tali valori non abbiano più signficato. 

Buona Pasqua anche a te.

ritratto di Lysi

e vabbe allora sarò

e vabbe allora sarò benpensante, pero ritengo queste categorie di pensiero tipiche di un certo ambiente strutturato, assurdamente incline al delirio di onnipotenza.  per dirla rudemente io non ci vedo un orgoglio di patria mi sembrano solo riti per tarati. in alcune caserme, addirittura accademie militari le reclute vengono umiliate apposta, il nonnismo è un meccanismo per reclusi mentali. ci son ragazzi che hanno perso la vita in caserma e che ancora aspettano giustizia. no, non capisco queste goliardate per svilire qualcuno, sono giochini pericolosi e scemi non aggiungono niente, semmai arricchiscono l'ego di qualcuno che con un arma in mano o una divisa addosso confondono l'onore con qualcos'altro.

scusa se ho espresso il tutto in modo poco diplomatico :-) 

ciao.

 

ritratto di Luigi Chiavarelli

Certamente scusato Caro Lysi

Certamente scusato Caro Lysi ma le tue affermazioni mi fanno proprio sorridere. Delirio di onnipotenza nelle nostre Forze Armate ! Ma per favore. Se c'è una categoria negletta e misconosciuta e proprio quella del mondo militare. A parte questa osservazione di uno che l'Accademia militare di Modena l'ha fatta,purtroppo cinquant'anni fa e ha portato le stellette per quarant'anni, ripeto che, se hai letto con una certa attenzione quanto ho scritto,non c'entra nulla con il nonnismo che è stato ed è qualcosa da condannare e punire senza se e senza ma. I riti sono qualcosa di diverso, molto più profondo e sentito ma comprendo che chi non ha vissuto in quel mondo, non ha sudato,non ha patito, non ha rischiato,  considerando i propri compagni quasi dei fratelli non lo può capire.  Lo sapevo, prevedevo le critiche e le polemiche che accetto ben volentieri perché sono sempre un arricchimento. L'importante è dare giudizi per puntuale conoscenza del problema e non per sentito dire o solo per aver fatto qualche mese di naja magari pulendo i cortili di una caserma..

PS

In Accademia non mi ha mai umiliato nessuno. Ne ho un ricordo eccellente,  per i docenti, per i superiori,  per quello che ha saputo insegnarmi sia dal punto di vista umano che professionale. Magari oggi la scuola assomigliasse un po ad un'Accademia Militare ! Ho anche quattro figli e cinque nipoti per cui so di cosa parlo.

ritratto di Lysi

non volevo essere irrispettosa

nei tuoi riguardi, rileggendomi son stata un po' lapidaria, ma volevo solo rapportarmi con l'idea che hai esposto. E l'idea che ho io di quei riti goliardici non la condivido come pensiero. Tu non parlavi di nonnismo, ma quei riti di fatto osannano un certo modo di fare ma anche di essere. In ogni caso a Modena un ragazzo si è suicidato in accademia un po' di anni fa, non ricordo l'anno. L'umiliazione di cui parlano taluni è un metodo utilizzato per forgiare il carattere.....non voglio entrare in polemica con te assolutamente, ma non riesco a condividere un certo tipo di pensiero.

Per la cronaca io sono una donna e mi sento pure tale :-))  

ciao, buona serata e perdonami ancora se ho un usato toni ruvidi. 

ritratto di Luigi Chiavarelli

Cara Lysi, scusa se ti avevo

Cara Lysi, scusa se ti avevo preso per un uomo.Non vi è niente da perdonare. hai solo espresso il tuo pensiero e te ne sono grato. Non v'è dubbio che quei riti ruvidi e con una chiara componente violenta,  esaltano un certo modo di essere, come tu affermi. Essere soldato vuol dire confrontarsi con la violenza, saperla gestiire senza farsi da essa fagocitare . E' una professione molto particolare per cui bisogna essere portati. Sono cattolico e pacifista, così pacifista che ho scelto di essere un soldato. Sembra un controsenso ma non lo è. Nella mia vita pittosto movimentata ho visto cose terribili ma mai mi è stato chiesto di fare qualcosa in contrasto con la mia coscienza di uomo, di cristiano, di soldato. Purtroppo vi sono circostanze dove puoi salvare, aiutare e proteggere solo se hai un fucile e sei disposto ad usarlo. E' una realtà che bisogna conoscere per averla vissuta e non per sentito dire. Quei riti di cui ho parlato entrano in tale contesto. Per quanto riguarda l' Accademia ricordo quel triste episodio del suicidio perche sono molto amico dell'allora Comandante, uomo di grande spessore morale ed anche lui credente. Ricordo bene che non c'entrava nulla la vita accademica ma il suo rapporto con una famiglia che lo stava forzando ad intraprendere una carriera per la quale non era portato. Ti assicuro che umiliare le persone non tempra affatto ma mortifica e crea servi impauriti.  Non è questo il metodo adottato dalle Forze Armate. Si tempra con la fatica, con il lavoro duro, con il sacrificio, con la motivazione, con il  cameratismo. Se leggerai altri miei racconti potrai comprendere meglio quanto asserisco. Ti ringrazio per aver commentato il mio racconto. Auguri di buona Pasqua.

Sono rispettosissimo delle

Sono rispettosissimo delle Forze Armate pure se, debbo dire, la pratica di un nonnismo  insulso non era rara. Ciò detto concordo in tutto con l'autore di questo brano. La necessità di avere un apparato militare all'altezza del ruolo internazionale del proprio Paese è indispensabile. L'Italia non lo ha, anche se non è priva di tradizioni militari importanti. La sconfitta nella seconda guerra mondiale è stata determinante a far si che il Paese avesse una specie di "diffidenza" nei confronti delle nostre "Forze Armate". Purtroppo, aggiungo, poichè se così non fosse stato, avremo oggi, nel contesto internazionale, ben altra autorevolezza. Comunque l'appartenenza nostra all'Allenza Atlantica e alla NATO  da "sostanza" al nostro sistema di difesa.

Debbo dire infine che anche "la forza armata volontaria" ha contribuito a far sentire meno nostro, il nostro apparato militare, ha diminuito, insomma, il tasso di patriottismo, rispetto a quando la "leva" era obbligatoria. Speriamo di non avere bisogno del nostro esercito, ma facciamo in modo che all'occorenza sia all'altezza. Un saluto

 

ritratto di Luigi Chiavarelli

Caro Ellebi hai proprio

Caro Ellebi hai proprio ragione. Sebbene siano passati 72 anni, Il peso della sconfitta condiziona ancora le nostre Forze Armate. Anche oggi ad esse si chiede molto ma le risorse sono sempre esigue e, come al solito, ne risentono i mezzi e soprattutto l'addestramento. Ti posso assicurare che con quello che passa lo Stato si fanno miracoli ma una classe politica rigorosamente militesente , non sa neppure quali reali potenzialità ha questo strumento che nelle missioni per il mantenimento della pace (non di pace !) ha sempre ricevuto il plauso generale e incondizionato. La cosa più vergognosa poi, è che i nostri soldati spesso combattono e fanno cose egregie nell'assoluto silenzio dei media. Il nostro popolo in realtà non sa nulla di cosa fanno e questo è esiziale di per un soldato che rischia la vita per il proprio Paese. e vorrebbe sentire il sostegno morale del suo popolo. Decine di caduti e più di 800 mutilati e di invalidi testimoniano l'impegno delle FA e dell'Esercito in particolare.

Grazie per essere intervenuto.