IL VOLO DEL CUCULO (versione ridotta) 7° capitolo: "...lontano dal nido del cuculo"

ritratto di davecuper

7° capitolo: "...lontano dal nido del cuculo"

La mia fuga dal reparto psichiatrico venne presto imitata da altri pazienti, anch'essi provenienti dalla psicoterapia di gruppo e a loro volta desiderosi di misurarsi nuovamente, o per la prima volta, con il mondo esterno.
Ci ritrovammo pertanto fuori del reparto psichiatrico, a cercare di riorganizzare le nostre vite.
Ognuno di noi cercava nell'altro una parte che gli mancava e offriva all'altro un po' di quello che aveva e che all'altro mancava. Era un reciproco scambio di parti di noi che andavano a ricomporre quei pezzi che l'altro aveva perso o non aveva mai avuto.
Nelle nostre uscite di gruppo eravamo, a volte, così imbranati e così fuori dal mondo che sembravamo dei bambini piccoli appena svezzati che incominciavano ad imparare a camminare.
Il problema era che noi non ci potevamo permettere il lusso di camminare, ma dovevamo correre per recuperare il tanto tempo perso dietro alle nostre dipendenze, paure o patologie .
Era come se avessimo dovuto afferrare un treno in corsa, sapendo che quello sarebbe stato l'ultimo treno e non ce ne sarebbero stati altri che sarebbero passati, né tanto meno altri treni si sarebbero fermati per farci salire comodamente.
Le uscite di gruppo, che all'inizio erano sporadiche, si fecero con il tempo sempre più frequenti.
Capitava inoltre che qualche altro paziente, che aveva deciso di lasciare il reparto psichiatrico, si aggiungeva a noi, andando ad infoltire il gruppo che divenne via via sempre più numeroso.
Tra di noi, ex pazienti di un reparto psichiatrico, nacquero anche delle platoniche o immaginarie storie d'amore ,che vagheggiavamo nei momenti in cui, ritornati a casa dopo le uscite di gruppo, rimanevamo da soli.
Il contatto diretto con gli altri pazienti, sia durante le sedute di psicoterapia di gruppo, sia nelle uscite esterne, mi aveva fatto capire che io non avevo proprio vissuto quelle fasi della vita che, comunque, essi avevano vissuto, seppure malamente o dissipatamente.
La presa di coscienza di questo fatto, di non aver vissuto l'adolescenza e la giovinezza, mi provocò dei turbamenti e profonde crisi interiori, ma mi mise addosso anche una grande rabbia e una grande voglia di recuperare i 15 anni passati a dare lo straccio e pulire i pavimenti delle corsie di un reparto psichiatrico.
Oltre che frequentare i miei ex compagni di psicoterapia di gruppo, anch'essi fuggiti e alla ricerca di un nuovo percorso di vita, mi ero rimesso sopra i libri a studiare per prendere un diploma di scuola superiore.
Il conseguimento del diploma di scuola superiore mi permise di trovare un lavoro alla non più giovane età di 42 anni, con circa quindici anni di ritardo dalla media, che avevo individuato nell'età di 27 anni. Anni di ritardo che andavano a coincidere con gli anni in cui ero rimasto rinchiuso nel reparto psichiatrico.
A quarantadue anni mi ero rimesso quindi in carreggiata e potevo andare alla conquista dell'ulteriore tempo perduto.
Finalmente mia madre poteva riposare serena sapendo che quel pezzo di carta, come chiamava lei il diploma, anche se preso con smisurato ritardo, era veramente servito.

segue l'8° capitolo: "Teorie pseudo-filosofiche"

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