IL VOLO DEL CUCULO (versione ridotta) 6°capitolo:"...qualcuno volò..."

ritratto di davecuper

6° capitolo: "...qualcuno volò..."

La psicoterapia di gruppo aveva avuto un effetto benefico su di me, anche se c'era qualcosa che non mi convinceva.
Incominciavo ad intravedere delle crepe in quella particolare e innovativa forma di psicoterapia. Crepe che si fecero poi sempre più profonde quando capii che il dottore che aveva portato questa terapia al reparto psichiatrico, non era, o non sarebbe stato in seguito, il maestro, la guida, l' “idolo” di cui noi tutti avevamo bisogno, io per primo.
Infatti il dottore lasciò presto spazio ad un altro dottore che non aveva la stessa sensibilità, la stessa autorità, la stessa capacità per poter continuare quella metodologia di psicoterapia e non aveva nemmeno l'esperienza per guidare un gruppo così eterogeneo.
La psicoterapia incominciò ad essere conosciuta anche da altri dottori. Questi, che erano conservatori e pensavano che non si potesse uscire dagli schemi precostituiti, non approvavano la metodologia innovativa introdotta dal nuovo dottore.
A seguito di diversi scontri avuti con gli altri dottori del reparto, per difendere la propria metodologia di lavoro, il dottore, che era arrivato per dirigere il reparto psichiatrico, venne allontanato e successivamente destituito dal proprio incarico.
L'allontanamento del dottore che aveva ideato la nuova metodologia di psicoterapia, lasciò via libera proprio al dottore a cui egli aveva lasciato spazio. Questi lo sostituì e prese definitivamente il suo posto alla guida del gruppo.
Il nuovo dottore, respinte le accuse che erano state rivolte alla metodologia utilizzata, trasformò il gruppo quasi in una setta, dove tutti dovevano rispettare le sue disposizioni e la sua visione integralista.
Anche la sede, dove si svolgevano gli incontri, venne spostata, in modo da staccarsi definitivamente dal reparto psichiatrico e non dover più subire le ingerenze dei dottori conservatori e scettici della metodologia utilizzata nel gruppo.
Molti degli stessi pazienti che partecipavano ai nuovi incontri di psicoterapia tenuti dal nuovo dottore, incominciarono a paragonare il gruppo ad una bolgia dantesca, un girone infernale dove succedeva di tutto, cose anche oltre i limiti.
Partecipando ad alcune sedute guidate dal nuovo dottore, fui testimone anche io di alcune di queste cose oltre i limiti.
Dopo nemmeno un anno dall'inizio della nuova psicoterapia, non condividendo l'impostazione che era stata data dalla nuova guida, decisi di abbandonare il gruppo e continuare a camminare per la mia strada, con le mie gambe e soprattutto con la mia testa.
Avevo preso, dal gruppo che avevo frequentato, solo quelle cose positive che avevo fatto mie. Avevo lasciato, invece, quelle cose distruttive che stavano portando gli altri pazienti allo sbando e che mi avrebbero riportato, qualora avessi proseguito quel percorso, probabilmente a condizioni peggiori di quelle iniziali.
La consapevolezza che, per continuare la ricerca di me stesso e riprendere in mano la mia vita, dovevo passare attraverso la riconquista della libertà da quella sorta di gabbia che era il reparto psichiatrico, mi fece finalmente decidere di lasciare il reparto ed affrontare il mondo esterno.
Appena si presentò l'occasione decisi quindi di fuggire.
Preparai tutte le mie cose e misi tutto in uno zainetto.
Tra le cose che misi nello zainetto c'era la cartellina che avevo preso dalla stanza di Leonardo Pardi contenente i fogli dattiloscritti con le poesie di “Leo” e gli altri fogli manoscritti.
Una sera aprii la finestra della mia stanza, feci un salto fuori e uscii nel cortile; aprii, con un grimaldello che mi ero da tempo preparato, il cancello dell'ospedale in cui era ospitato il reparto psichiatrico e richiusi il cancello dietro di me.
Davanti a me si presentò un immenso e sconfinato orizzonte, con un sole luminoso che stava lentamente tramontando.
I miei occhi dovettero abituarsi a poco a poco alla luce naturale, le mie orecchie dovettero familiarizzare con i rumori assordanti che non erano presenti all'interno del reparto psichiatrico, le mie narici dovettero abituarsi ai nuovi odori. La voce, che aveva ormai ripreso vita, si sentiva sempre più forte, tanto che riuscii a sentire l'eco dell'urlo che lanciai quando mi trovai abbastanza distante dal reparto, tanto da non poter più essere sentito.
Chiuso in quel reparto psichiatrico per tanti anni, avevo perso tutti i miei sensi, annullando me stesso e la mia vita.
Ora, riacquistata la libertà, non dovevo fare altro che riadattarmi al mondo esterno. E non fu per niente una cosa facile.

segue il 7° capitolo: "...lontano dal nido del cuculo"

 

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