IL VOLO DEL CUCULO (versione ridotta) 4° capitolo:"Psicoterapia di gruppo"

ritratto di davecuper

4° capitolo: "Psicoterapia di gruppo"

Il giorno successivo, i dottori e gli infermieri che passavano per il corridoio, non si lasciarono sfuggire niente di quello che era successo la notte prima.
Probabilmente non si voleva portare scompiglio o agitazione nei vari pazienti, già alle prese con le loro patologie.
La vita nel reparto psichiatrico riprese così a trascorrere monotona e seguendo gli stessi soliti ritmi: ci si alzava, ci si lavava, si faceva colazione, si prendevano i farmaci, si faceva psicoterapia individuale o di gruppo, poi si mangiava, si andava a riposare, ci si rialzava, si preparava la cena per la sera e si ritornava a dormire prendendo altri farmaci.
Questo ritmo, tutt'altro che frenetico, fu stravolto dall'arrivo di un nuovo dottore chiamato a dirigere il reparto.
Questo dottore adottava dei metodi innovativi per cercare di far ritrovare la voglia di vivere ai pazienti affetti dalle loro psicosi o dipendenze. La prima innovazione che portò fu quella di riunire tutti i pazienti, affetti dalle più diverse patologie, in un'unica psicoterapia di gruppo, con lo scopo di farli interagire insieme.
Il dottore si batté affinché anch'io potessi prendere parte a questa nuova forma di psicoterapia.
Fu così che, dopo essere stato emarginato per diverso tempo, in quanto considerato autistico, anch'io potei tornare in mezzo agli altri pazienti per le varie sedute che si svolgevano con cadenza settimanale.
Il nuovo dottore ci esortava, attraverso le sue parole, a trovare le risorse e le forze in noi stessi; o meglio a tirarle fuori, perché dentro di noi avevamo già le armi per combattere i mostri, cioè le nostre paure; solo che non lo sapevamo. Nessuno ci aveva detto che avevamo delle armi oppure qualcuno si era permesso di togliercele.
Le frasi che il dottore ci ripeteva settimanalmente, come dei mantra, avevano lo scopo di piantare, dentro la nostra mente, dei piccoli semi che, coltivati e maturati dentro di noi, sarebbero germogliati come dei fiori, per ridare linfa e colore alla nostra vita.
Per compiere questo percorso di maturazione non ci veniva data nessuna fretta. Ognuno poteva procedere con il proprio passo.
Dovevamo percorrere la nostra strada cercando di attingere da tutto e da tutti e, soprattutto, indirizzare le nostre antenne nelle direzioni da cui provenivano i più disparati segnali di vita. Quei segnali che avevamo perso e che, ritrovati, avrebbero permesso anche a noi di riprendere a lasciare le tracce del nostro cammino.
All'interno del gruppo i pazienti venivano invitati a raccontare la loro vita, ad immergersi nel loro vissuto, analizzare la propria vita e quella degli altri partecipanti.
I pazienti venivano anche incoraggiati a creare dei mini gruppi, per uscire fuori da quel guscio protettivo che era diventato ormai, per loro, il reparto psichiatrico.
Si vennero così a formare diversi gruppi che incominciarono ad uscire dal reparto psichiatrico.
I gruppi erano molto eterogenei: vi potevano far parte il malinconico, l'ansioso, lo schizofrenico, la bulimica, l'anoressica, il tossicodipendente e l'autistico.
I vari gruppi, al di fuori del reparto psichiatrico, sembravano un insieme di clown usciti all'improvviso dal tendone di qualche circo e catapultati nelle vie della città, per far ridere o sorridere le persone cosiddette “normali”.
L'eterogeneità dei componenti dei vari gruppi, faceva scatenare delle accese dinamiche tra i pazienti, che potevano avere dei risvolti imprevedibili ed incontrollabili.
Per questo, all'interno di ogni gruppo, veniva individuata la figura più carismatica, la persona che potesse prendere in mano il gruppo, in quei momenti in cui le dinamiche degeneravano.
Io non fui mai messo alla guida di un gruppo, ma utilizzai quelle prime uscite come una specie di apprendistato per il momento in cui sarei riuscito a spiccare il mio volo.

segue il 5° capitolo: "La prova di iniziazione"

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