Il gladiatore

 

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   Era un ragazzone alto oltre un metro e ottanta, con spalle larghe, torace possente, braccia muscolose gambe forti, agili e scattanti. Ma non era solo una forza della natura; a questa, infatti, univa una bellezza rara: carnagione bianca come il latte, occhi azzurri come il cielo terso e capelli lunghi,  biondi come il grano. Aveva circa vent’anni quando i Romani arrivarono nella sua Dacia e se ne invaghirono al punto da portarselo a Roma dove ritenevano sarebbe stato un perfetto protagonista degli spettacoli gladiatori. Lo chiamarono Flavio in ragione dei suoi capelli e lo addestrarono per alcuni mesi alla scuola appositamente dedicata ai combattimenti nell’arena.

   Flavio, che era sì molto forte, ma sostanzialmente un mite, ci mise un po’ per smaliziarsi e imparare prima a difendersi, poi a prevenire i trucchi e le scorrettezze del mestiere; a forza di prenderle, s’incattivì quel tanto che bastava per non soccombere. Costretto ad un durissimo allenamento quotidiano e all'osservanza di una disciplina ferrea imparò gradualmente l’arte del duello, fino a divenire un perfetto combattente ben addestrato ai segreti di una professione che prevedeva il rischio concreto di morire.

 Soddisfatto il lanista che a caro prezzo lo aveva comprato lo ritenne pronto per i combattimenti e cominciò a mandarlo ai ludi sicuro che sarebbe stato ripagato dell’investimento molto velocemente. Infatti Flavio, fin dalla sua prima comparsa nell’arena munito di gladio e scudo, attrasse le simpatie e l’ammirazione del pubblico sia per il suo aspetto fisico, sia per il suo valore, la sua agilità, la sua maestria.

    La sua fama cominciò a diffondersi per Roma e sempre più spettatori accorrevano per ammirare quel gladiatore. Le sue gesta vennero riportate fino alle orecchie dell’Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano, l’Augusto.

    Erano vicine le Idi di Marzo del 20 AC e l’Imperatore per festeggiarle degnamente, decise di indire un “munera extraordinaria”.  In quanto straordinario, avrebbe dovuto essere un incontro epico.  Le sue legioni avevano da poco catturato in Egitto un possente soldato nero come la pece e feroce come un leone ferito. A stento e solo con l’aiuto di forti catene erano riusciti a trascinarlo a Roma per esibirlo come trofeo. Nulla meglio di uno spettacolo singolare avrebbe divertito e appagato i Romani: il bianco contro il nero, la bellezza contro la forza bruta, l’agilità e l’astuzia contro la ferocia, tutti ingredienti per uno spettacolo unico e memorabile.

   Il lanista proprietario di Flavio, saputo dell’intenzione di Augusto, se ne rammaricò perché temeva fortemente per il suo protetto. Avrebbe molto volentieri evitato questo incontro, ma non potendo da un lato opporre rifiuti all’Imperatore e dall’altro sapendo che nel caso peggiore sarebbe stato lautamente ricompensato della perdita, acconsentì.

   Venne il giorno dell’incontro; l’arena era gremitissima, gli spettatori eccitati, l’Imperatore presente con tutta la sua corte.

    Entrò per primo Flavio e fu accolto da grandi grida di ammirazione e incitamento. Entrò il rivale e piombò un silenzio di tomba seguito a breve da  un forte brusio di paura e riprovazione. Era enorme e sembrava dotato di una forza sovrumana. Tutto nero com’era incuteva ancora più paura. Anche Flavio ne fu intimorito: si disse che sarebbe stata molto dura e il cuore cominciò a battergli a mille mentre, velocemente, pensava alla tattica migliore.

   Augusto fece cenno che si poteva cominciare e di nuovo ripiombò il silenzio. I due avversari si studiarono per un po’ poi, cautamente, cominciarono ad avvicinarsi. Il gigante africano vibrò il primo colpo di gladio che Flavio evitò con un balzo di lato colpendo contemporaneamente l’avversario ad una coscia. Uno scrosciante applauso di sollievo si levò presto interrotto da un feroce urlo del nero che abbatteva un terribile colpo sullo scudo di Flavio che dovette appoggiare un ginocchio a terra per reggere l’urto. Ammutolito il pubblico si mise a seguire lo scontro con grande trepidazione mentre Augusto era soddisfatto della riuscita della sua iniziativa. Fu un duello lungo ed estenuante, combattuto con grande abilità e tecnica da parte di Flavio e con grande ardore da parte del suo avversario che più veniva colpito e ferito, più s’inferociva. Mai un incontro era durato così tanto; mai era stato così incerto, ma alla fine l’astuzia, l’agilità e la capacità di colpire di rimessa ebbero la meglio sulla potenza e l’africano stramazzò a terra esausto abbandonando scudo e gladio.  Il pubblico sfogò la tensione con fischi e applausi, poi cominciò ad urlare: “Morte, morte, morte!”

   Flavio, stremato, guardò l’Imperatore nella speranza di un diniego. Il suo avversario si era battuto con grande coraggio, con grande determinazione, con grande lealtà: il più duro, il più difficile, il migliore che avesse mai incontrato. Augusto, con gesto plateale rivolto alla folla, alzò il pollice in segno di approvazione, questa si mise ad urlare prima “Augusto, Augusto, Augusto…” poi “Flavio, Flavio, Flavio!”

   Il vincitore, immobile, continuava a fissare Ottaviano senza decidersi a vibrare il colpo fatale. La folla cominciò a rumoreggiare ed a disapprovare quell’esitazione. Flavio fissò lo sguardo sul volto stravolto, sudato e intriso di polvere del suo avversario. Solo allora si rese conto di quanto anch’egli fosse giovane; in particolare lo colpirono i suoi occhi grandi risaltati dal nero della pelle, divenuti miti nella rassegnazione. Le pupille, nere anch’esse, incastonavano un bulbo bianchissimo che, pieno d’acqua, brillava al sole. Tutta la ferocia con la quale lo avevano descritto scomparve in un attimo e il biondo gladiatore fu capace di provare solo pietà. La vita dell’avversario era nelle sue mani: come vincitore, solo a lui, ora, spettava il diritto di vita o di morte, al di là dei desideri della folla, al di là della decisone dell’Imperatore. Alzò la sua gladio in alto facendola luccicare poi, urlando la sua rabbia, calò un fendente terribile che spezzò la spada sul terreno a pochi centimetri dalla testa della vittima designata.

   Gli spettatori ammutolirono per lunghi istanti; Augusto ebbe un gesto di stizza, poi lunghi fischi e ululati risuonarono assordanti. Il beniamino di poco prima era diventato un traditore e in un attimo tutta l’ammirazione si trasformò in odio. Mai alcuno aveva osato opporsi all’Imperatore e Flavio capì benissimo che l’avrebbe pagata cara, ma con passo calmo e fermo si diresse all’uscita.

   Fu punito il biondo gladiatore e degradato a combattere con animali feroci col solo scudo a protezione e con la folla che si augurava vincesse la belva. Deriso e umiliato Flavio affrontò alcuni incontri riuscendo, comunque, seppure sempre più a stento, a sopravvivere. Per qualche tempo conservò la speranza di essere riabilitato: invano.  Un  giorno seppe che avrebbe dovuto affrontare una tigre enorme e ferocissima appena giunta dall’Africa e che la folla si aspettava un grande spettacolo al culmine del quale lui avrebbe dovuto essere dilaniato tra atroci sofferenze. Entrò nell’arena, guardò con disprezzo la folla vociante. Era stanco Flavio, stanco, avvilito, deluso, amareggiato:  tutto quanto gli era stato possibile lo aveva fatto e nel migliore dei modi, ora pensava che nulla, ormai,  dipendesse da lui tranne una cosa. Sì, una cosa possibile, una sola, gli rimaneva: togliere il gusto sadico di bocca ai suoi ex ammiratori. Con fermezza e dignità, sfidando con lo sguardo la folla vociante, s’inginocchiò, gettò lo scudo, spalancò le braccia, spinse la nuca più indietro che poté e offrì la gola alle fauci della famelica belva. Ebbe solo il tempo di un breve sorriso al pensiero di quel gigante nero tornato libero alla sua terra grazie a lui.

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Gradimento

ritratto di Adaclaudia

molto interessante

e ben scritto,

Un bel testo.

ciao ciao 

                                                 Claudia

Grazie

Grazie, Claudia, per l'apprezzamento.  Buona Pasqua!

ritratto di Gabriella

Una fiaba triste, che ha

Una fiaba triste, che ha molto da insegnare. Riprende il tema dei contrari così come ce lo tramanda ancora oggi la tradizione e lo stereotipo "manicheo": bianco uguale al bene, nero uguale al male.  

Ma se ci si vuol far capire non c'è scampo. Scritto con perizia.

Mi è piaciuto Sì!

Ciao Gianni.

G.

Il

Il tuo gradimento è un fiore all'occhiello del mio modesto vestito. Grazie e buona Pasqua. Un abbraccio.

ritratto di Rubrus

***

La fine mi fa venire in mente un epigramma di Marziale.

Una tigre, gloria eccezionale dei monti Ircani,

abituata a leccare tranquillamente la mano del padrone,

ha lacerato furiosa un leone selvaggio con zanne rabbiose;

cosa nuova, mai sentita in nessun tempo.

Non osò mai niente di simile,

quando viveva in foreste impenetrabili:

da quando vive tra noi è diventata più feroce      

In realtà credo che, nei secoli, noi umani siamo diventati un po'  meno feroci, anche se molto resta da fare. 

La ricostruzione è accurata; per esempio, era raro che i ludi gladiatori si concludesero con la morte di uno dei contendenti, se non altro perchè un gladiatore era un nvestimento difficile da rimpiazzare e a tutti conveniva che combattesse a lungo - addirittura, in epoca imperiale, alcuni cittadini liberi si fecero gladiatori volontariamente.

La fine con la morte dei combattenti era riservata a casi eccezionali oppure in caso di condanne a morte - ma per quello si preferivano appunto le venationes, come hai scritto.

Piaciuto, ciao.

 

Attento

Attento ed accurato anche il tuo commento: grazie Rubrus. Buona Pasqua!