IL VOLO DEL CUCULO (versione ridotta) 2° capitolo:"Dal nido del cuculo"

ritratto di davecuper

2° capitolo: "Dal nido del cuculo"

Mentre ero impegnato a lavare i pavimenti e ad aiutare gli infermieri nel salone della mensa, gli altri pazienti venivano sottoposti a sedute di psicoterapia individuale o di gruppo.
Le psicoterapie erano suddivise secondo la malattia del paziente: da una parte i malinconici, da un'altra parte gli agitati, da una parte gli ansiosi, da un'altra parte i maniaci ossessivo-compulsivi, separati a compartimenti stagni.
Una tipologia di malati non poteva entrare in contatto con una diversa tipologia di malati.
Non ci poteva essere contaminazione tra i gruppi.
La disciplina che vigeva all'interno del reparto psichiatrico era ferrea e nessuno poteva o era in grado di cambiare le cose.
Io continuavo il mio lavoro di pulizia delle corsie, passavo il tempo a dare lo straccio lungo i corridoi, a spolverare e sbattere i tappeti, pulire i vetri, aiutare in cucina.
Le mie orecchie erano però sempre attente a tutto quello che succedeva nel reparto psichiatrico.
Io ero a conoscenza di tutte le patologie dei vari pazienti, sapevo quali farmaci prendevano e vedevo gli effetti che questi facevano sulle loro menti e sul loro corpo.
Con gli anni la mia “collaborazione” all'interno del reparto psichiatrico si fece sempre più attiva. Ero quotidianamente impegnato a svolgere lavori assistenziali quali: aiutare gli altri pazienti nelle loro incombenze, accompagnarli nelle sale dove si svolgevano le psicoterapie, riaccompagnarli nelle loro stanze una volta finite le sedute, portarli nel bagno destinato a chi doveva lavarsi e fare la doccia, portarli nel salone dove si mangiava.
Ero diventato un inserviente, per di più non pagato. Questo faceva di me, un personaggio conosciuto da tutti all'interno del reparto, in particolar modo dagli infermieri che non aspettavano altro che scaricarmi i loro lavori, tanto sapevano che io non potevo protestare.
Tutti gli infermieri, quando si rivolgevano a me, mi chiamavano con vari appellativi: “muto” “finto tonto”, “autista senza auto”. Ma i soprannomi che più di tutti erano utilizzati dagli infermieri all'interno del reparto psichiatrico erano quelli di “grande capo” “indiano” e “cuculo”.
Questi ultimi soprannomi traevano spunto da un personaggio del romanzo dello scrittore americano Ken Kesey “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, divenuto poi un famoso film del regista cecoslovacco Milos Forman.
Insomma, mi chiamavano in tanti e svariati modi e mi prendevano in giro in quanto credevano che io non sentissi i loro discorsi e le loro battute.
Io li lasciavo fare perché questo era il loro unico modo di sfogarsi per la frustrazione di lavorare in un posto così desolante e fuori dal mondo.
Per anni passai le mie giornate in questo modo, svolgendo cioè tutte quelle varie attività che mi facevano sentire utile agli altri.
Allo stesso tempo, nei momenti in cui potevo restarmene dentro la mia stanza, mi leggevo i libri che potevano essere presi in prestito dalla biblioteca del reparto psichiatrico e studiavo per ore ed ore le cose che leggevo, familiarizzando con varie materie fino a quel momento sconosciute.
Mi appassionai, in particolar modo, ai libri che parlavano di viaggi.
Tra i vari libri ne trovai uno, ricco di immagini, in cui si descrivevano i nomi e le caratteristiche delle varie tipologie di imbarcazioni.
Divenni così un esperto conoscitore di tutti quei termini utilizzati dai marinai a bordo delle navi o delle barche.
Le immagini del libro mi facevano fantasticare su avventurosi viaggi in mare, alle prese con tutti quei strumenti di bordo necessari per governare le barche e dirigerle verso le loro destinazioni.
Quando chiudevo il libro ritornavo alla mia realtà, che non prevedeva viaggi e destinazioni, ma solo il continuo e monotono andare avanti e indietro per le varie corsie del reparto.
La vita all'interno del reparto psichiatrico e anche il mio destino sarebbero però cambiati con l'arrivo di un nuovo paziente e di un nuovo dottore il quale, forse senza saperlo, stava andando a ridare vita a tante larve di uomini, a ridare loro il coraggio di andare a riconquistarsi la libertà.

segue il 3° capitolo: "Leonardo Pardi"

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