Le incongruenze di Fabio Fazio, difensore di se stesso

Le incongruenze di Fabio Fazio

difensore di se stesso

 

Secondo l’Avvocatura dello Stato il tetto di € 240.000 lordi annui, definito quale compenso per le prestazioni di natura artistica ai collaboratori esterni della Rai TV, è contrario alla libertà d’impresa.

Prendiamo atto del contenuto di questa sentenza e la accettiamo in quanto tale anche se rivendichiamo il diritto di non condividerla. Chi, per ragioni professionali, ha avuto rapporti di vario genere con l’industria culturale sa perfettamente che al suo interno si configurano vari tipi di rapporto ma che fondamentalmente sono di due tipi: quello di dipendenza e quello di collaborazione esterna.

I dipendenti, siano essi fattorini, giornalisti, direttori generali, intrattengono con l’azienda rapporti continuativi e sono soggetti alla sua disciplina organizzativa. Per loro la legge recentemente approvata prevede compensi sottoposti al tetto massimo indicato.

I collabori esterni sono liberi professionisti che operano al di fuori da ogni vincolo di subordinazione. In generale lavorano a progetto e  percepiscono compensi per le prestazioni eseguite o per la realizzazione di un progetto portato a buon fine. Collaboratore può essere la ballerina che lavora per una settimana o il soggettista, sceneggiatore, il regista e l’attore impegnati a realizzare un programma televisivo.

In questi casi il rapporto di lavoro è precario ed è giusto che sia adeguatamente protetto. I duecentoquarantamila Euro inizialmente previsti dal tetto retributivo avrebbero potuto costituire un equo compenso per la loro attività professionale anche perché non ha carattere continuativo e, nella maggior parte dei casi, viene prestata a stretto contatto con personale Rai che percepiscono compensi decisamente inferiori per compiere le stesse prestazioni. Eliminare il tetto dei compensi per i collaboratori esterni se da una parte favorisce la libera impresa, dall’altra produce il rischio di inaccettabili sperequazione fra diversi livelli di remunerazione del lavoro.

Qual è la via giusta da seguire?

 

L’affermazione che gli introiti del programma “ Che tempo che fa” – fatta da Fabio Fazio – non pagano solo la trasmissione ma producono utili con i quali si possono finanziare trasmissioni che non hanno pubblicità e possono avere conduttori emergenti, non è accettabile soprattutto perché viene utilizzata per giustificare i faraonici compensi percepiti da chi, come lui, fa parte di una casta privilegiata.

Le ragioni del dissenso sono di diversa natura, tutte difficilmente documentabili. La televisione nazionale, infatti, non rende disponibili dati riguardanti la propria attività. Giustifica il suo comportamento affermando di non poter rendere pubbliche informazioni che potrebbero avvantaggiare la propria     concorrenza.

Per venire a capo di questa situazione, perciò, occorre aggirare l’ostacolo e fare considerazioni di altro genere.

E’ un dato di fatto inconfutabile che la TV Nazionale è nata con i contributi dello Stato e del canone pagato dagli utenti. Sin dalle origini è un’azienda pubblica e, quindi, gli investimenti ed il rischio imprenditoriale non sono mai stati a carico di chi ci lavora. L’impegno professionale dei suoi collaboratori e dipendenti ha concorso a determinare una crescita che ha avuto bisogno di un adeguato sostegno finanziario. Senza una adeguata copertura dei segnali televisivi ed una capillare organizzazione della raccolta pubblicitaria i suoi programmi televisivi non avrebbero mai potuto avere diffusione e successo.

Per comprendere meglio la situazione sarebbe anche necessario conoscere l’incidenza delle spese generali, dei costi della struttura, della produzione e della vendita di ogni singolo programma. Per poter dire “Fabio Fazio ha ragione!” sarebbe necessario capire se i compensi attribuiti ai  “superconduttori della nostra tivù” costituiscono per l’azienda una spesa a fondo perso o un investimento.

Se si tiene presente che i talkshow sono i programmi che costano di meno a chi produce televisione, si deve concludere che possiamo trovarci di fronte a situazioni in cui il costo del conduttore incide più della spesa produzione di un programma.

Quanto alla soluzione del problema se sia nato prima l’uovo o la gallina, per quanto concerne la televisione non esistono dubbi. L’audience televisiva è frutto degli investimenti tecnici fatti dall’azienda di Stato. Senza una adeguata copertura dei segnali televisivi nessun programma avrebbe mai potuto esistere e arrivare al successo.   “ Lascia o Raddoppia”, il primo grande successo televisivo, originariamente in onda sulla Rai-tv, fu determinato dalla formula del programma, dalla simpatia di Mike Bongiorno ma, soprattutto, dal livello di copertura dei segnali televisivi.

Sin da allora gli investimenti e il rischio imprenditoriale sono sempre stati a carico della Rai-tv. Mike Bongiorno ha lucrato sul successo del programma Oltre a non averci mai investito niente di suo, dopo che la Rai lo ha portato al successo, ha messo in vendita al miglior offerente la audience del programma e se stesso.

Questo fatto increscioso ha avuto come protagonista interessato Silvio Berlusconi che ha pagato quello che ha pagato per poter disporre di una trasmissione di successo capace di giustificare, insieme alle trasmissioni sportive, la sua domanda di avere una copertura televisiva nazionale e per far fronte al bisogno di giustificare i livelli delle tariffe pubblicitarie che praticava ormai da tempo.

Il suo è stato un affare realizzato sulla pelle della Rai TV che, anche in questa circostanza, non ha saputo difendere i soldi degli italiani.

La strategia perseguita da Berlusconi di comprare in Italia e all’estero prodotti già confezionati, ha consentito a Canale 5 di fare buoni affari per molto tempo ma lo ha portato a creare un sistema con i piedi di argilla. In questa fase del mercato Mediaset, infatti, si trova a dover affrontare crescenti difficoltà finanziarie e di mercato.

 Il mondo della tv sta cambiando. Persino Fabio Fazio denuncia che il mercato televisivo non è più “ un problema di numeri, divenuti una misura di un altro tempo.”

Siamo d’accordo con lui anche se la sua dichiarazione contraddice la difesa incondizionata dei compensi faraonici percepiti dai conduttori di talkshow e di trasmissioni generiche. Fazio non arriva ad affermare che è la qualità delle trasmissioni a produrre l’audience e che la simpatia dei suoi conduttori, non tutti peraltro, sono solo una ciliegina sulla torta. Non riconosce che la formula della sua trasmissione “ Che tempo che fa” e di “ Che fuori tempo che fa”  più che obsoleta è diventata demenziale. Non afferma che non c’è dirigente sulla faccia della terra disposto a pagare un prezzo esorbitante e a riconoscerle una capacità di attrazione che ha cessato di avere.

Mettere tetti ai compensi – non – significa smarrire la strada”. Il caso della trasmissione Report, che ha cambiato conduttori, lo dimostra in modo inconfutabile.

Non si può arrivare a dire, come ha fatto Fabio Fazio, che in viale Mazzini si è rotto un patto di fiducia fra uomini e donne e tacere che la Rai-tv ha perso il senso della propria missione politica e sociale. Fabio Fazio non riconosce che in viale Mazzini il personale dipendente non è posto in condizioni per realizzare un lavoro creativo e che gli interessi di una piccola casta stanno facendo scadere i programmi ad un inaccettabile livello ripetitivo. Il Palinsesto attuale continua a mettere in scena programmi già visti, riproposti con modifiche marginali. Propone giochi e concorsi basati sulle stesse formule ma con protagonisti e giudici ogni volta diversi. Si tratta, quasi sempre, di personaggi invecchiati, riciclati e magari anche mal pagati.

 Sino a quando continueranno ad andare in onda trasmissioni come “Che fuori tempo che fa” non esiste la possibilità di realizzare qualcosa di nuovo. Mancano le risorse economiche e lo spazio per poterlo fare.

E’ pur vero che la revisione morale e organizzativa in atto in viale Mazzini può dare adito al sospetto che la politica, ancora una volta, pretenda di avere voce in capitolo anche in questo settore di attività e che all’interno di “ Mamma Rai” – così la chiamavano una volta – non esistono le energie necessarie e sufficienti per produrre un rinnovamento accettabile.

Chi ha avuto occasione di frequentare questi ambienti non nutre dubbi sul fatto che qualcosa si possa fare. Nel suo “ carrozzone” mamma Rai ha imbarcato nel tempo gente di ogni fede politica ma anche tecnici e professionisti capaci di fare il loro mestiere.

Il sistema, oltreché inefficiente, è diventato parassitario perché si è trasformato in una mangiatoia. Il gioco dell’arraffa – arraffa è diventato sistematico. La ragnatela dei contratti, contrattini e contrattoni, insieme alle pratiche di dare all’esterno lavoro che avrebbe potuto essere realizzato all’interno, definiscono la traccia di un cammino percorso in modo perverso.

La pratica di conferire all’esterno la realizzazione di programmi destinati alle fasce di ascolto più significative, ha fatto il resto.

Di tutto questo Fabio Fazio non parla. Lui si limita a tracciare le linee della sua futura attività di produttore indipendente e ad esprimere la certezza che, in questo settore di attività ,ci sarà un futuro di successi anche per lui.

Noi glielo auguriamo. Prima, però, vorremmo capire in quale percentuale i programmi messi in onda dalla Rai-tv sono prodotti all’esterno e quanti all’interno e, soprattutto, in che misura il personale dipendente della Rai va oltre un limite tollerabile e rimane sistematicamente inutilizzato.

Per capire la situazione nei giorni scorsi sono stati messi a confronto i dati riguardanti la consistenza delle strutture delle televisioni pubbliche straniere. Anche se è impossibile stabilire quanto siano attendibili essi appaiono comunque raccapriccianti. Oltre allo spreco di denaro pubblico ci troveremmo di fronte a quello ancora più inaccettabile di risorse umane inutilizzate.

Non si può pagare una persona per non fare niente ma, in Rai, tutto questo lo  si sta facendo da troppo tempo. Non si può evitare di insegnare il mestiere ad un nuovo assunto solo perché appartiene a un diverso gruppo politico come non si possono strapagare personaggi che hanno un rapporto parassitario con il sistema.

C’è stato un tempo in cui la filosofia del pieno impiego ha portato alla paralisi molte aziende di Stato che , gestite in modo diverso, avrebbero potuto produrre le energie necessarie ad una sana crescita del Paese. La strategia di “un lavoro per tutti”, in molti casi, ha portato il Paese alla bancarotta economica ma anche morale. Per molti anni abbiamo rifiutato di accettare l’errore che stavamo facendo. Abbiamo fatto carte false per non prenderne atto.

Anche a causa di questi comportamenti inaccettabili il sistema politico e sociale, adesso, è degenerato. Qualcuno, non tutti, lo ha capito e sta cercando di salvare il salvabile. Molto di quello che potrà accadere nei prossimi mesi e anni dipende dalle scelte politiche che verranno fatte. Dal mandato che il nostro voto darà ai vari partiti politici. Dall’avere capito che parlare di “ indipendenza della politica del nostro sistema informativo”, nelle circostanze attuali, è semplice follia.

La produzione dell’industria culturale costituisce la forma più significativa di espressione ma anche di influenza sociale. Per questo, in una società squilibrata come la nostra, nessuno è disposto a farne a meno.

 Silvio Berlusconi lo ha capito perfettamente ed ha agito di conseguenza Beppe Grillo pensava di poterne fare a meno e, per diverso tempo, non ha consentito ai suoi uomini di andare in tivù. Adesso ha rotto gli argini ed è arrivato al punto da utilizzarla in modo aggressivo e spregiudicato.

Il problema che dobbiamo risolvere non è costituito dal mezzo ma dal modo in cui viene usato. In una società equilibrata tutti dovrebbero operare al servizio di un principio di verità e di efficienza.

La comunicazione televisiva dovrebbe porsi al servizio del bene comune, del progresso civile e sociale, e costituire la finestra sul mondo che ci circonda di cui facciamo parte. Soprattutto deve essere sempre al servizio della Verità.

Se tutto ciò fosse fatto senza pregiudizi vivremmo certamente in un mondo migliore. Senza queste motivazioni non possiamo pensare di andare da nessuna parte. Saremo condannati a subire il degrado di chi agisce solo per realizzare, a spese di tutti, il proprio personale interesse.

Comunque vadano le cose il bilancio della permanenza nella famiglia di Mamma Rai è per Fabio Fazio stato ampiamente positivo. Quando ha cominciato a lavorarci era un imitatore da strapazzo. Adesso esce dai programmi della Rai carico di onori, con un importante bagaglio professionale ed un portafoglio pieno di Euro.

Si tratta di un bilancio mica male per lui, ma per noi?

Per noi lo capiremo se lascerà un vuoto, anche di audience, dietro di sé. Un fatto è certo: il suo contributo giornalistico e/o creativo non ha contribuito a migliorare la nostra televisione. Soprattutto in quest’ultimo periodo i suoi programmi hanno continuato a macinare aria fritta.

Se non si dà una mossa il nostro augurio di successo per la sua attività di produttore indipendente non servirà a niente.

In bocca al lupo, comunque, vecchio mio.

 

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