Le scene più difficili da scrivere

ritratto di Gerardo Spirito

 

E' così: esistono scene più complicate da scrivere di altre. Forse lo sono perché non ne abbiamo mai avuto esperienza (una sparatoria?) oppure perché sono talmente “solerti” o diverse, da quello che tradizionalmente trattiamo, che ci disorientano. Oppure sono semplicemente faticose da descrivere.
Leggere come altri autori hanno affrontato quella determinata scena può essere un primo trucco per sviare il problema, così come immaginarsi nella propria testa l'intera situazione, proprio come se stessimo guardando un film; ma ognuno di noi ha il proprio metodo.
Secondo me, e parlo per esperienza personale, sono 3 le scene più complicate da scrivere (ognuno ha i suoi punti deboli, e questo blog ha lo scopo di condividere le nostre personali “situazioni di scrittura” più tortuose):
  1. Scene d'azione. Sono dinamiche, animate, spesso c'è il rischio che il ritmo della storia possa cambiare, e inoltre vi può essere un abuso di ripetizione di parole simili fra i vari periodi. E poi il più delle volte, queste scene, sono e devono essere drammatiche, ragion per cui bisogna anche riuscire a trasmettere un certo sentimento (che sia paura, angoscia, vendetta ecc ecc).
  2. Dialogo con un bambino - ma anche i pensieri di un bambino. In questo caso bisogna negare parecchie certezze, il mondo dei bambini è tutt'altro che “formato”; molto spesso ignorano, il linguaggio che utilizzano è diverso, e poi sono generalmente più veri: meno bugie, meno sotterfugi. A fronte di una situazione, spesso, possono comportarsi in maniera tutt'altro che scontata. Ergo, dobbiamo immedesimarci in qualcosa di diverso, in un certo senso estraneo. E questo, a mio modo di pensare, è davvero complicato.
  3. Scene sentimentali. Qui ho paura del cliché, ragion per cui cerco sempre di evitare un eccesso di sentimentalismo. E poi, sono sincero, non ho grande interesse per queste situazioni; insomma, m'interessa leggere o scrivere altro.
 
Quali sono le vostre scene più difficili da scrivere?
 

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ritratto di Rubrus

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Ognuno ha le sue.

A mio parere le più difficili in assoluto sono le scene comiche: spesso rimango del tutto impassibile rispetto a  scene che si dicono umoristiche e allora mi chiedo se sono io che ho scarso sense of humor oppure la scena in sè è proprio intrisa di spirito di patata.

Le scene sentimentali le evito e mi risolvo il problema. Al massimo le riduco all'osso. Siccome tutto quello che dici può essere usato contro di te, scrivi il meno possibile.

Due paroline sulle scene di azione. Spesso chi scrive scene di azione o romanzi pieni di scene d'azione è guardato con sospetto. In realtà non sono affatto semplici e sono assolutamente convinto che molti autori "impegnati", se ci provassero, fallirebbero miseramente - con buona pace del sussiego con cui guardano gli autori di genere. Devi aver bene chiaro dove si svolge l'azione e conoscere adeguatamente tecniche di combattimento, arti marziali, armi, procedure di polizia (per esempio, i protocolli che le forse dell'ordine adottano quando fanno irruzione, ma  un esempio tra mille), balistica, come agiscono i veleni, le tecniche di pronto soccorso e così via. A rischio di essere antipatico, affermo che tutta 'sta roba è molto più difficile che scrivere di farfalle nello stomaco e / o languidi occhioni che sbattono. Tra l'altro, se ti basi sui film rischi di combinare errori grossolani. Puoi farlo, ma devi farlo consapevolmente. Un esempio tra mille. Tizio prende a pistolettate Caio che vola all'indietro - magari andando a sbattere contro l'onnipresente vetrata. In realtà un colpo di pistola sviluppa meno energia cinetica di un pugno. L'effetto letale c'è, eccome, ma agisce in modo diverso. Parimenti, e sempre per fare solo un secondo esempio, le auto non esplodono con la facilità con cui si vede nei film. Neanche se colpisci il serbatoio. La possibilità di documentarsi, specie nell'era di internet (anche se è bene stare attenti e vagliare le fonti), non manca, ma, diciamocelo, è una gran rottura. Eppure, a mio giudizio, questa è la differenza, a livello qualitativo, tra professionisti e dilettanti - e naturalmente non è limitata alle scene d'azione. Il resto viene dopo. Fermo restando che la differenza principale, a livello quantitativo e qualitativo, tra professionista e dilettante, è che il primo viene pagato per quello che scrive, e ci campa, il secondo no.

  

  

 

ritratto di monidol

Le scene più difficili

a parità di competenza, anche per me sono quelle comiche,  (è triste lo so... :-( ... ho in ballo un racconto da un anno che tenta di essere divertente ma ...)

poi ci sono le scene tecniche, quelle d'azione sono un esempio, ma in ogni caso tutte quelle che si svolgono in un ambiente in cui serve una competenza o che è diverso dal proprio.  Per esempio nel racconto Dishi Jong - Il bambino in scatola il filo conduttore era il gioco del Go e per descrivere un paio di mosse e usare i termini giusti ho dovuto documentarmi così tanto che alla fine ho imparato anche io a giocarci; in un altro ho descritto un omicido con l'elettricità e mi ha dato una mano determinante  un utente che è ingegnere;  per QB ho dovuto studiarmi per filo e per segno una ricetta e altre robe da cuochi... in VINTI solo per essere coerente con un paio di riferimenti storici mi sono letta veramente tantissima roba sull'Olocausto..

più facile sì scavare in sè stessi e trovare modi efficaci per descrivere scene in cui è l'emotività (non solo le smancerie) a condurre la scena...

La cosa è che quando pensi di scrivere su un argomento hai la sensazione di avere le informazioni necessarie (soprattutto per scrivere raccontini) poi invece quando ti ci metti, ti vengono un sacco di dubbi e allora li iniziano le ricerche

in ogni caso trovo tutte queste "difficoltà", come anche la ricerca di un ritmo o il mettersi nei panni di un bambino, di qualcuno del sesso opposto al nostro o comunque diverso da noi, molto piacevole e didattico!

mi sembra di non aver detto niente di più di quanto già detto da  Roberto ma penso anche io più o meno la stessa cosa.

ciao

moni

 

ritratto di Gerardo Spirito

E' verissimo quello che dite,

E' verissimo quello che dite, in letteratura così come anche nei film o in teatro, secondo me è davvero difficle sapere far ridere le persone (e non parlo di quella comicità gretta a cui oggi purtroppo siamo abituati). Personalmente se provassi a scrivere qualcosa di "comico" credo che uscirebbe un pastrocchio inimmaginabile, chi lo sa, forse dovrei provare un giorno eheh

ritratto di Rubrus

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"più facile sì scavare in sè stessi e trovare modi efficaci per descrivere scene in cui è l'emotività (non solo le smancerie) a condurre la scena...".

Standing ovation (anche nella parte in cui si distingono smancerie ed emotività).

Magari non è proprio immediato ma, dopotutto  "Mi piace sentirmi parlare. È una delle cose che mi divertono di più. Spesso sostengo lunghe conversazioni con me stesso e sono così intelligente che a volte non capisco nemmeno una parola di quello che dico" (Oscar Wilde) .

ritratto di Mauro Banfi

Grande blog anche questo, complimenti Gerardo:

In assoluto le scene sentimentali, mi fanno venire un principio di diabete misto ad orticaria solo a immaginarle! Per me tutto è ossessione e immaginazione e Fato a ruota libera e manierismo della tradizione weird a cui appartengo e pertanto, tutto è detto.
Ho un'altra difficoltà: non infilare nella mia narrativa qualche pipponcino o spiegone!
Per me è un vero morbo! Ahahhahah!

Abbi gioia
 

ritratto di Massimo Bianco

Ricordo che anni fa, Giuseppe

Ricordo che anni fa, Giuseppe Lippi, il curatore della collana fantascientifica Urania, insoddisfatto del livello medio dei romanzi inediti inviati all'annuale concorso di fantascienza, diede consigli su come scrivere un buon romanzo e nell'occasione lamentò il livello particolarmente scadente delle scene di sesso che riceveva. Parecchi degli aspiranti scrittori vi si cimentavano, quasi tutti con pessimi risultati al punto, se numerose, da danneggiare il romanzo stesso, tanto che Lippi suggeriva di evitarle il più possibile. Io non credo che saprei fare di meglio e perciò le evito il più accuratamente possibile se non per pochi cenni. Quanto alle scene sentimentali, non leggo mai romanzi sentimentali perché non mi interessano e mi annoiano, perciò scrivendo il racconto "La sorellanza" sono stato ben lieto di cedere tutta la componente sentimentale ad Antonino Giuffrè, senz'altro più portato di me. Ciò detto, mal comune mezzo gaudio, mi associo con Rubrus e Monidol sul tema della comicità, non mi viene spontaneo scriverla e, stranemente, pur sapendo essere autoironico, cosa che ho fatto in più di un mio racconto, fatico a essere ironico, boh? Per il resto, beh, documentarsi è necassario se si vuol scrivere con cognizione di causa, e non da dilettanticoli, ma io sono dell'idea che più si scrive di ciò che si conosce e meglio è (si evitano più facilmente strafalcioni derivati da erronea documentazione) e che perciò anche per scrivere buona narrativa occorre essere il più colti possibile, poi naturalmente si può utilizzare qualche piccolo sotterfugio semplificante. Ad esempio: è davvero così necessario, scrivendo la scena di una sparatoria, descrivere il modello preciso e il calibro dell'arma da fuoco utilizzata dal criminale, se poi questa informazione non si rivelerà necessaria alla soluzione del caso? "Tizio gli puntò la pistola alla testa e sparò." Serve davvero appesantire il tutto scrivendo che "Tizio gli puntò la Berretta calibro 7,65 con proiettili dirompenti alla testa e sparò" quando poi il racconto non prevede la disamina della balistica da parte della scientifica? Ciao.

ritratto di Rubrus

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Ciao Massimo, mi intrometto più che altro per riferire una esperienza diretta sul discorso delle armi - ma credo che l'argomento possa essere esteso.

Ebbene, anche io pensavo che, dopotutto, il precisare il tipo di arma non fosse necessario - io non ci faccio caso quasi mai. Ho appreso invece che i lettori "di genere" cioè molto fidelizzati al romanzo di avvenutra, di spionaggio, al thriller ecc ci badano moltissimo e sono capaci di redarguirti aspramente se sbagli, tant'è che è una politca editoriale imporre all'autore che scriva per le testate da edicola di precisare sempre il tipo di arma.

Sembra una forma di fissazione, e probabilmente lo è... nella misura in cui lo sono tutte le manie. Credo che gli appassionati di tecnologia pretendano accuratezza maniacale nell'indicare i gadget che compaiono i testi di narrativa, quelli di fantascienza sulle ipotesi e teorie scientifiche ecc. Come molte manie, viste da fuori sembrano assurdità, da dentro il punto di vista può cambire.

Insomma,  come sempre, quando si scrive è opportuno tenere presente il destinatario, specie se è quello che, comprandoti i libri, ti permette di scrivere.

C'è poi un altro aspetto. Magari l'autore non è un fissato dell'argomento, ma lo sono i personaggi. In tal caso è necessario, a mio parere, per renderli credibili, che gli stessi parlino di tale argomento con maggior cognizione di causa rispetto all'autore stesso. Fermo restando che il tutto non eve diventare una conferenza leggendo la quale il lettore si stufa.     

Lo "scrivi di quel che conosci", ormai mi ha rotto francamente le scatole, perchè viene troppo spesso inteso come "scrivi di quel che già conosci". A questo punto, piuttosto che incistarmi nella mia provincetta, nel mio personalismo ecc, preferisco correre il rischio di commettere un errore nella (doverosa) attività di ricerca (che con la marea di dati che oggi si hanno a disposizione non è neppure difficile: la vera difficoltà è vagliare le fonti). Che poi, è anche una rottura di scatole, non lo nego, ma insomma, se un argomento interessa sul serio, magari dovrebbe interessare conoscerlo meglio no?  Quando prendo un libro di narrativa d'evasione controllo sempre, prima di prenderlo, l'elenco delle persone da cui l'autore si è fatto aiutare e la bibliografia. Se c'è, è probabile che l'autore abbia provato a fare un lavoro serio (poi non è detto che il libro sia bello). Cio è  molto più stimolante, ai miei occhi, che parlare del proprio paesello e della propria vita nel paesello e/o della storia della famigliola.            

 

ritratto di Massimo Bianco

Ciao Robi, permettimi di

Ciao Robi, permettimi di spiegare meglio cosa intendo con quel mio "scrivere di quel che si conosce", questione su cui mi aspettavo un tuo intervento. Come penso avrai capito da quanto ho scritto, io sono pienamente d'accordo sul dovere di documentarsi da parte degli autori, tuttavia sai bene anche tu che anche tanti autori di vaglia e fama internazizonali, vedasi ad esempio Michael Connelly, oppure Stephen King, ambientano le loro storie nei luoghi in cui essi stessi vivono e che quindi conoscono bene. Il che non significa che, previa buona documentazione, non si possa anche ambietare, e bene, una storia altrove, dico solo che se la si ambienta in un posto estraneo ma conosciuto di persona tutto diventa più facile e si rischia meno di commettere errori, poi certo, noi siamo dilettanti, ma questa non mi pare una buona ragione per scrivere allegramente sciocchezze. Io stesso del resto, come tu certo ricorderai, ho ambietanto una storia a Venezia, città in cui non metto piede da quando avevo 16 anni e che non ricordo certo bene. Ma mi sono documentato e credo di aver fatto un buon lavoro. Però per quanto mi possa essere documentato non avrò mai scritto bene su Venezia quanto potrebbe farlo un veneziano: la mia restarà sempre una visione da forestiero, che non conosce né Venezia né i veneziana al di la delle sua documentazione. E per questo io in un luogo che mi è del tutto estraneo, tipo che so, il Vermont, non ambienterei mai, ci sono già gli autori nativi del Vermont, che parlano del Vermont, io che sono di Savona parlo di Savona, il che non vuol dire che non possa apprezzare uno scritto tuo ambientato nel Vermont, però penso che fare buona narrativa significa anche raccontare la società contemporanea e questo lo si fa meglio se si racconta della realtà che si conosce, perché hai voglia tu a documentarti, ma quando parlerai della mentalità e della psicologia del tuo personaggio John Smith del Vermont, in realtà la psiche che esplorerari potrà essere solo quella o tua e di chi ti circonda (fingendo che sia di uno statunitense), o una mentalità e psicologia d'accatto, scopiazzata da qualche film o romanzo americano (e quindi finta), perchè puoi girarla come vuoi, ma tu, per quanto di documenterai, potrai capire davvero a fondo gli altri solo perchè ci parli e ci discuti e ci vivi insieme e vivi l'ambiente in cui loro stessi vivono, non perchè hai letto dieci libri in cui si parla di come ragionano gli abitanti del Vermont e su questo non riuscirai a convincermi del contrario. Perfino quando noi raccontiamo di un assassino, ad esempio di un serial killer, pur non essendo noi dei serial killer, in minima parte comunque pescheremo dentro di noi, anche se non siamo degli psicopatici (ma in potenza tutti hanno un nucleo di violenza e di rabbia e di capacità d'immedesimazione dentro di sé che ci aiuta a rendere il serial killer credibile e da questo nucleo possiamo pescare) e pescheremo dentro la gente che conosciamo, anche se non è gente assassina e psicopatica, perché vi vediamo comunque dentro ciò che hanno in nuce. Ma non faremo certo altrettanto con un personaggi eschimese di cui in realtà nulla davvero capiamo su come ragiona e sul perchè si comporta in un certo modo. Il tuo serial killer eschimese sarà in realtà un serial killer che ragiona come un italiano ma che figura come un eschimese (o del Vermont).

Ciò detto, quando dico che meglio se ne sa e meglio è io intendo dire soprattutto che più tu sei colto, più cioè ne sai di tuo su un qualsiasi argomento e più ti sarà facile, documentandoti, farlo con esattezza, senza capire male ciò che hai letto e quindi scrivere sciocchezze. Questo vale per il conoscere di persona un luogo, ma vale per tutto il resto. Se hai studiato in passato per tuo diletto l'astronomia e la conosci benino, dovendo documentarti sui buchi neri per un tuo racconto, potrai farlo meglio perché non sarai a digiuno in materia e rischierai meno di interpretare male il testo che ti leggi per capire come trattare i buchi neri e farai di sicuro un lavoro migliore. Se vuoi parlare del comportamento dei lupi, puoi documentarti da zero e magari farai comunque un ottimo lavoro, ma se già in passato di sei interessato di etologia e della natura del lupo, documentarti ti sarà più facile e potrai fare un lavoro migliore. Infine, se un tuo personaggio è uno studioso e professore di filosofia e tu conosci bene la filosofia, ti sarà molto più facile rendere il personaggio credibile rispetto al doverlo costruire senza nulla conoscere della filosofia e doverti documentare da zero per capire cosa diavolo è sta folosofia e su come potrà ragionare il personaggio folosofo. Mi sono spiegato? Di nuovo ciao.
 

ritratto di Rubrus

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Certamente, ma è proprio questo il punto.  Qual è il grado di conoscenza che si deve possedere di un argomento per poterne scrivere?  

Non ci si può limitare programmaticamente al proprio particulare - secondo me un handicap della narrativa italiana è proporio il provincialismo, altra faccia dellautoreferenzialità. Rischiamo di imboccare un vicolo cieco. Non avremmo  il romanzo storico, quello avventuroso, quello di fantascienza e così via. Non avremmo Manzoni, ma neanche Eco, Salgari, Verne, Conrad - che addirittura scriveva in una lingua non sua! - Asimov, Dick, Lovecraft ecc...    

E andando più oltre: gli uomini non potrebbero scrivere storie le cui protagoniste sono donne perchè gli autori maschi non possono pensare esattamente come una donna, gli etero storie i cui protagonisti sono gay e così via... 

E' un paradosso castrante. 

Insomma, uno si documenta e osserva e poi scrive. Poi ci sono degli errori? Vabbè, amen... basta che siano in buona fede e non siano frutto di sciatteria (per inciso: in teoria il lavoro degli editor sarebbe anche questo).

Se uno vuole trame basic veda alla voce "poesia", ma se uno vuole esattezza scientifica vada alla voce "saggistica". 

  

ritratto di Gerardo Spirito

E' interessante Massimo

E' interessante Massimo l'appunto che fai su Lippi.

C'entra poco ma tempo fa lessi una saga di un autore molto famoso di fantascienza le cui scene di sesso, ripetute soprattutto nel primo volume, mi diedero davvero fastidio perché ridondanti e piatte (nonostante la saga fosse tutt'altro che "piatta", infatti mi piacque molto nel suo complesso). Si tratta della "Saga degli Heechee" di Frederik Pohl. 

Riguardo al tipo di arma (ma non solo) a me non piace molto la genericità, ognuno ha i suoi gusti sia chiaro, quindi tendo sempre a specificare o a scavare (spesso non è necessario, me ne rendo conto, ma a me piace così). A questo proposito, sempre parlando di specificazione delle armi, mi è rimasto impresso un paragrafetto di un libro di Mccarthy, "Non è un paese per vecchi", uno dei suoi più recenti. Lì uno dei protagonisti se ne stava seduto su un crinale pronto a sparare a delle antilopi, e lì Mccarthy comincia a martellare giù di brutto:

"... osservava il deserto sotto di sé con un binocolo tedesco a ingrandimento 12. Il fucile che portava a tracolla con una cinghia di cuoio da sella era un .270 a canna pesante con sistema Mauser 98 e calcio in lamina di acero e noce. Era equipaggiato con un mirino telescopio Unertl della stessa potenza del binocolo. ... ... Il fucile aveva un grilletto Canjar regolato su 280 grammi."