Satira Erculea

SATIRA ERCULEA

 

Trascinato dal vento, sento il mondo intorno a me che vive ed urla di gioia , uomini, donne che hanno attraversato paesi ,nazioni, amori perduti che lassi ed inclini son sfioriti alla luce del sole e sotto la terra sono rinati e di melma si son macchiati , di vanto hanno rafforzato le loro radici, ritornando al sacro sacello, ove nacque una leggenda che leggera vola ancora per valli , sopra monti e porta in seno , storie così mordaci , così sincere che a frotte scendono le lacrime a bagnare il dolce viso dei fanciulli, o di chi ha molto patito, o di chi ha molto viaggiato.

Io chi sono? non so rispondere , le vesti mie son insanguinate, cola il sudore lungo il mio corpo , io seggo , veggo, mentre passa la folla disordinata tra i miei pensieri svanisce , decresce , scema a tal punto il verso che non sò dire come e quando ed oltre andai , ordinando il dolore che ritorna ingordo . Scetate, stagione di meraviglioso aspetto , che tutto colora e rende bello ,prima che sbocci l’atroce dubbio, prima che cianci la vecchia adderete allo specchio , là c’è chi ciulla ,culla tra sgarrupati sensi ridicoli motivi che condizionano l’andare ed il meritato riposo . La mente insana giunge dove ogni cosa vale la pena capire , per evadere, prima di essere un ossesso ,trasfigurante nel giorno che ci rende partecipi ed inconsapevoli del delitto commesso .

Ucciso son stato per il vostro piacere , ed in seno rammento le glorie passate, in fretta raccolgo le parole arcane del nostro ire , nel dormire d'amore, soffrire , ferito , fuggo , insieme a chi di tale sorte provò lo scorno insieme agli altri , tra chi ride sotto le false spoglie di un satiro sperduto per luoghi nefasti a caccia di chi spoglia stà affacciata alla finestra nella mesta stagione. Gioco con le parole e nel verso si spegne , ignaro di cosa voglia dire essere o non essere, avere per moglie o madre di stessa razza , scalzo per le millenarie insule , trascinarsi stracco, ubriaco tra la nebbia che copre i passi con sotto il braccio , colmi otre di vino.

Scopro ora la morte che timida m’assale sulle rampe , sale verso il fondo della coscienza , di storia sazio , di bugie inebriato , di misteri avvinto. Mite temo ciò che sono ,ciò che provo , tondo ,bello, bruno, d'oro il pene scolpito nel sasso , simile ad una serpe intorno ad un ramo , mesi et messi per deserti lidi, insieme a chi viaggia e s'arrangia di ciò che tiene , con morte antica, tatuata sul braccio che reclama l'ardito rito . Morte che viene ed esplode in mezzo a noi , piangi donna, migranti ed sottovalutati personaggi , c’è chi gira con l'ombrello sotto un cielo plumbeo, c’è chi vive vicino ad un sapere antico sull' orme di lupi nel ruggito dei leoni sulla rocca , in tanti mostrano l'antico disonore.

Di morte merito di vivere , di vedere invitto il dio dei padri che dorme tra le sacre radure, tra i pini sognanti, tra molte frasi oscene . Di morte io vivo , dentro otre di vino bevo salubre, inganni ed atroci interrogativi , cinerea sfinge effige di eserciti che salgono lunghi i pendi verso Roma o morte. Vedi , tutto tace nel canto dei sparuti uccelli sparsi per il cielo . Scigna d’argiento ,scuntrosa, spoglia figlia della cicale e dell'ulivo.

Mesto resto ed immagino nuovi giorni che trascinano la folla verso baratri incolmabili, verso questo imbuto , scendo , reggo il moccolo alla luna , non godo , non rido, stò fermo tra te ed il tempo trascorso, scrivendo, sciancati versi indorati e fritti , che saltano in padella assieme a nu piscitiello , artifici , brevi presagi , righe chiare , dove tutto include, dove ogni cosa vien riportato per filo e per segno , rigo dopo rigo, strada dopo strada , verso un sogno in un pianto senza fine, dentro un vano delirio.

E stento a credere ,pur comprendendo cosa il male è capace di fare , d'arrostire carne e cani ,buoi e moglie dei paesi tuoi. Recito , forse provo piacere tra richiami sensuali , in echi sinistri sull'iperbole dei beati, abecedari astrali , ed anagrammi che richiamano alla mente le odi sacre. Che odo dentro di me , tra il lento morire per rime , metri sibillini , ed altre prosodie, oculate logorree che scrivo, invano , forse son morto qui nell'orto , sotto un cavolfiore , cercando l'incerto credere, mi dileguo tra anfratti oscuri , seguendo la folla disordinata , seguendo il signore dall'ali celesti in compagnia della moglie. Meco seguo il dio oscuro che vive in noi , lo seguo passo, passo , giocando a dadi e trafiggendo sfinge o damigelle ignude.

Strano non ho compreso l'attimo ,turbato d’ arcaiche chimere, tutto tace forse non c'è rimedio non c'è pace nell'assaporare un panino gustato in disparte ,verme che si trascina lento tra carcasse , calchi d'uomini e donne vissuti millenni addietro. Parabole ingorde lungo questo storia che non conduce a nulla di buono , che rifugge in eclettiche movenze , chimici legami , forsennati iperboleggi, ignacchi, stacchi, curiazzi, macelum ,merda, salto, ed oltre vado , zoppico ,ballo, mi dileguo in un battibaleno.

Dolce , cenere , che copre questo manto di terra erculea , pochi corpi prigionieri del tempo ,ogni cosa tace cerca d’uscire dal fondo , di ritornare in vita a reclamare l’amore , la morte, mite tempo che immutabile come un gioco di calchi imprime l’aspetto , la forma , un ricordo che truce rinasce in un prato di fiori gialli, di violette, di ciclamini, tra stretti sentieri, timidi sepolcri d'altri tempi,ed che io son giunto qui ,trasandato d’aspetto con tutti miei anni spesi a seguire la storia di un satiro ed il suo strano destino.

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