La terza fiamma

ritratto di Rubrus
«Fermo!».
Giulio afferrò la mano con cui Alessio reggeva il fiammifero e soffiò sulla fiamma. La minuscola lingua di fuoco ondeggiò, poi si spense.
Giulio guardò Alessio, seduto nella poltrona alla sua destra, e Dario, di fronte a lui. «Porta male» disse «porta male accendere tre sigarette con lo stesso fiammifero».
Dario scoppiò a ridere. Alessio si tolse la sigaretta dalla bocca, poi si tastò nelle tasche alla ricerca di un secondo fiammifero.
Dario si sporse sul tavolino che li separava, e accese la sigaretta del fratello con la propria.
Alessio imprecò, sbuffando una nuvola di fumo. «Scemenze» disse «Superstizioni».
Giulio fece spallucce «Dopotutto, siamo in casa sua».
«Già, ma lui è morto da anni e questa è casa nostra» disse Dario.
«Per ora» aggiunse Alessio posando lo sguardo sulle pareti. Malgrado le ristrutturazioni, lo stile art déco era ancora ben evidente. Motivi floreali si rincorrevano sulla tappezzeria come vegetali alieni. «Superstizioni» ripeté.
«A lui non hanno portato sfortuna, però» disse Giulio.
«Per la miseria, non vorrai metterti tu a raccontare quella storia, adesso. Caporetto, 1917» proseguì in tono annoiato «Il vecchio sa che, se accendi tre sigarette con lo stesso fiammifero, alla prima fiamma il cecchino ti vede, alla seconda prende la mira, alla terza spara. Però ha una gran voglia di fumare e quello è l’ultimo cerino, così pensa che, magari, è solo un’esagerazione. Non riesce neanche a tirare una boccata che si sente un colpo e il soldato di fronte, Fantuzzi Luciano, classe 1895, cade a terra con la testa spappolata. Quante volte l’abbiamo sentita?».
«Con questa, troppe» fece Alessio.
«A lui, comunque, non ha portato sfortuna» ripeté Giulio. Spense la propria sigaretta nel posacenere. Lo sguardo gli corse al ritratto del vecchio appeso alla parete sopra il camino. Il bisnonno, per essere precisi. Cavalier Augusto Marangoni, classe 1897, Medaglia al Valore di Vittorio Veneto e fondatore delle Manifatture Tabacchi Marangoni.
«Già» fece Alessio. Fissava il soffitto, immerso per metà nel buio. In casa non c’era luce elettrica e la luce del giorno retrocedeva come un esercito sconfitto. «Augusto Marangoni. 1897 – 2002. Tre secoli. Ci pensate? Da bambino pensavo che il vecchio fosse immortale». Guardò Dario «E poi c’era quell’altra faccenda».
Augusto Marangoni, all’età di centocinque anni ancora abbastanza in gamba da farsi ogni giorno un chilometro a piedi (tutt’al più con l’ausilio di un bastone nelle giornate di pioggia) e da far scappare, in media, una badante ogni tre mesi, era stato ucciso da un ictus.
Lo aveva trovato la donna delle pulizie, seduto in poltrona dalla sera prima, gli occhi sbarrati, impettito e freddo come una baionetta. Nel posacenere, tre sigarette mezzo consumate e un fiammifero. «Non era quella poltrona?» chiese Alessio indicando quella su cui stava Dario.
Dario si alzò imprecando e andò verso l’interruttore «Non si vede un accidenti, in questa casa». Schiacciò il pulsante, che scattò a vuoto. Alessio sogghignò e spense la sigaretta. «Niente corrente, ricordi? l’abbiamo staccata due anni fa, per risparmiare. Ci hai pensato tu, se non sbaglio». Estrasse il pacchetto, vide che era vuoto, lo accartocciò e lo buttò sul tavolino. «”La casa dei fantasmi”. La chiamavamo così, da bambini. Ricordo che vi raccontavo che, dopo il tramonto, si vedeva lo spettro di un soldato con la testa spappolata da un colpo di fucile. Suppongo Fantuzzi Luciano, classe 1895. Un po’ ci credevo anche io».
«Che ne dite di venire al motivo per cui siamo qui?» disse Giulio.
Dario si staccò dalla parete e andò verso gli altri due, ma senza sedersi. Fece per tirare una boccata ma si accorse che, chissà da quanto, in mano aveva solo un cilindro di cenere. «Non basta» disse «Non per tutti e tre».
«E se abbassiamo ancora il prezzo?» chiese Giulio.
Dario scosse la testa.
Alessio guardò il ritratto del vecchio. Era calvo, con imponenti baffi bianchi. Per uno scherzo del destino, assomigliava al vecchio imperatore d’Austria – Ungheria, Francesco Giuseppe. «Mi chiedo che cosa direbbe se sapesse che gli vendiamo casa a questo prezzo».
«Hai idea dei costi di manutenzione di questa baracca?».
«E tu hai idea di come si vende una casa?».
Dario scattò verso Alessio, poi si fermò. Si guardò in giro, come se cercasse un’altra poltrona.
«Vedi se trovi una torcia elettrica da qualche parte. Ma bada che le altre stanze sono al buio».
Dario si diresse a passi rapidi alla poltrona e vi si sedette di schianto. Le molle cigolarono.
«Hey» disse Alessio «Il vecchio è crepato per un ictus cerebrale, vero? Una specie di fucilata».
«Piantala con questi giochini, Alessio».
«Ah già, sei tu l’esperto in giochi. Quanto hai perso al tavolo verde, Giulio?».
Giulio si alzò a propria volta e prese a passeggiare per la stanza.
Dario si agitò sulla poltrona. Era il più lontano dalla finestra e di lui si intravedeva solo una sagoma. «Non è il caso di litigare» disse. Si udì un fruscio, come se stesse strusciando la mano sul bracciolo, accarezzandolo. «Comunque è un peccato. Un vero peccato».
Giulio si fermò a propria volta sotto il ritratto del bisnonno, e lo guardò. La faccia pareva galleggiare sopra il vestito scuro, ormai tutt’uno con la penombra che aveva invaso la stanza. «Che bastardo» disse «Che gran bastardo».
«Non si diventa fornitore di tabacchi per la Real Casa senza essere un po’ bastardi» disse Dario.
«1897 – 2002. Gesù, ma ci pensate?» ripeté Alessio «Diceva che uno dei suoi primi ricordi erano i fuochi d’artificio per il capodanno del 1900… e ha fatto in tempo a vedere il crollo delle Torri Gemelle. E quanti ne ha seppelliti. Due figli e una figlia, cinque nipoti... la gente non dovrebbe vivere così tanto».
«E poi dicono che il fumo fa male».
«Sapete….» disse Giulio «… in quella storia del fiammifero c’è sempre un fatto che non mi è andato giù. Insomma, se era stato il vecchio ad accendere il fiammifero, il cecchino avrebbe dovuto sparare a lui, no?».
«Adesso sei tu che fai i giochini, fratellino» disse Alessio. Poi, a voce più bassa: «Comunque doveva essere un inferno. La trincea, il buio, il freddo e qualcuno che cercava di farti la pelle appena mettevi fuori il naso… noi crediamo che ai giorni nostri sia dura, ma che cosa ne sappiamo? Che cosa ne sappiamo, veramente?».
«Ne avevamo tutti paura» fece Dario «pure tu, Alessio, anche se fai tanto lo spavaldo. Specie dopo la morte di papà. Insomma, fatti fuori tutti i figli e i nipoti, era il nostro turno no?».
«E invece...» disse Alessio
«Volete sapere cosa penso, a volte?» lo interruppe Giulio «Che lo abbia fatto apposta. Quando lo hanno trovato si era acceso tre sigarette con lo stesso fiammifero. Per la seconda volta in vita sua. Non se ne poteva essere scordato. Diceva sempre che quell’altro, Fantuzzi Luciano, era stato il primo morto di Caporetto. Ce lo ripeteva sempre no?».
«Magari era stanco» fece Alessio «centosei anni non sono uno scherzo»..
«Magari voleva che il cecchino beccasse ancora una volta qualcun altro al posto suo. Un Fantuzzi Luciano qualunque. O anche no».
«Piantala con questi giochetti!» urlò Alessio. La sua voce pareva venire da lontano, come se l’oscurità che aveva invaso la stanza ne avesse ampliato le dimensioni.
«E invece magari è proprio un gioco» ribattè Giulio, Agitò un oggetto che teneva in mano. Una cosa a forma di parallelepipedo che produsse un suono come di maracas. «Li ho trovati sulla mensola sotto il ritratto. Sigari e fiammiferi svedesi».
Andò verso i fratelli, i tacchi che risuonavano sul pavimento con un che di militaresco. Si sedette. Le molle della poltrona produssero il familiare cigolio. Armeggiò, estrasse un fiammifero, lo accese, si sporse sopra il tavolino, tenendolo ben dritto. La fiamma traballava, ma la luce era assai più intensa di quella di prima. Le ombre delle teste, sulle pareti, sfarfallavano vivide come piccole lingue di tenebra. «Chi si scotta per primo rinuncia alla sua parte» disse.
Dario esitò, poi allungò la mano «Da quando ti è venuto tutto questo coraggio?» chiese.
«Potremmo chiamarlo “il gioco della terza fiamma”» disse Giulio.
«Non è coraggio» fece Alessio prendendo il fiammifero da Dario «è solo che non può fare a meno di giocare. Non è così, Giulietto?».
Giulio non rispose. Attese qualche istante, poi prese il fiammifero a propria volta.
«Manca solo un particolare perché tutto sia perfetto» fece Alessio «i sigari».
«Bleah, ho sempre detestato quella puzza. Fumo sigarette, io».
Alessio fece un cenno a Giulio che, dopo qualche esitazione, gli porse uno di quelli che stavano dentro la scatola. «Ce ne sono giusto tre» osservò Giulio «non vi pare strano che...». La sua faccia sembrava tutt'occhi, come quella di un lemure.
«Forse non è tanto coraggioso» sogghignò Alessio. Staccò coi denti la punta del sigaro, lo accese e cominciò subito a tossire.
«Sentite...» disse Giulio «… sentite, stanno lì da tanto tempo… non so se è il caso che...».
Dario strizzò l'occhio ad Alessio e, senza attendere oltre, prese un altro sigaro e ripeté l'operazione. I suoi accessi di tosse furono ancora più violenti di quelli del fratello. «Per la miseria!» articolò dopo aver ripreso fiato «Sono più pestilenziali di quanto pensassi!».
«Ascoltate, ragazzi… sono tre… non vi pare una strana coincidenza che...» cominciò Giulio.
«Il fumo fa male...» disse Alessio.
Non finì la frase.
Giulio lanciò un urlo stridulo, da donna, agitando la mano. Il fiammifero, consumato quasi per intero, finì di bruciare sul tavolino. La stanza piombò nel buio, a parte la luce rossa delle braci incandescenti.
«… ma non quanto il fuoco» concluse Alessio.
«”La terza fiamma”. Era un'idea tua no?» disse Dario. Poi scoppiò a ridere.
La risposta di Giulio arrivò smozzicata, come se stesse succhiandosi le dita scottate. O se le stesse leccando. «Il fumo fa male, sì. Specie quello dei vecchi sigari. Soprattutto se sono pieni d'arsenico».
Per alcuni secondi ci fu silenzio. Qualcuno cercò di parlare, riuscendo solo a produrre un suono simile a un rantolo. Una poltrona, quella di Dario, strisciò sul pavimento. Seguirono scricchiolii e cigolii scomposti, come se due paralitici cercassero, invano, di alzarsi dalla sedia. Due schianti echeggiarono per la casa buia.
Infine, nel silenzio che seguì, si udirono schiocchi delicati, accompagnati da un lieve risucchio, come se Giulio si stesse davvero leccando le dita.
 
 
 

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

Come in guerra.....

.... anche in tempo di pace la terza fiamma può essere letale.

Un racconto buio, tetro, come l'animo dei protagonisti. Non a caso ambientato in un locale senza luce. L'assenza di luce sottolinea la profondità delle tenembre dove i tre sono caduti attratti da sogni di avidità.

Un racconto teso, che ghermisce il lettore e lo trascina al finale. Che non mi aspettavo, ma, come si sa, le tenebre dell'animo umano sono più profonde di quanto si creda.

Bravo, l'ennesima opera eccelsa.

ritratto di Rubrus

***

Grazie. Volevo scrivere un racconto "radiofonico" in cui quello che si sente conta più di quello che si vede; nell'età dell'immagine è qualcosa cui siamo disabituati. Giustamente, infatti, sotto, @Blue tira in ballo Hitch, maestro della suspence e del "non vedo".  

ritratto di Blue

Quando il dialogo...

...è così serrato tra poche persone, è inevitabile che si faccia un po' di fatica a focalizzare bene chi dice cosa: quello che non avviene, ovviamente, quando è possibile vedere in faccia i singoli personaggi, come in un film, e associare immediatamente il nome ad ognuno di essi. Personalmente, ho dovuto rileggere bene più volte le singole frasi di ognuno nella parte finale, per capire esattamente la trama: ma questo non è colpa tua, naturalmente.
Storia decisamente di tratto hitchcockiano.

ritratto di Rubrus

***

Quello del racconto a più voci - si tende a fare un po' fatica se ci sono più di due interlocutori e il dialogo è serrato - è un problema annoso.  Pensa che per un attimo ho pensato di usare un colore diverso per le battute dette da ciascuno (esempio: blu quando parla Giulio, rosso quando parla Alessio, verde quando parla Dario) ma, a parte i problemi di visibilità (non tutti i colori si vedono ugualmente bene, a video) avevo paura che sembrasse un'arlecchinata.    

ritratto di Claudio Di Trapani

Tutto filava liscio...

fino all'epilogo della storia. Come Blue, ho dovuto rileggere per capire l'autore di quell'azione (rimango sul vagp per non spoilelare). Se posso permettermi, trattandosi di un brano letterario, io credo che questo sia un difetto (a cui l'autore deve cercare di porre rimedio) e non uno stile (è solo una mia opinione, ovviamente). A parte questo, il racconto mi è piaciuto. Ha un'ottima trama e la trovata finale è come il nastrino rosso su un bel pacchettino regalo.

 

 

Ah, ho trovato un refuso, nella parte iniziale: "Augusto Marangoni. 1897 - 2002. Tre secoli."

ritratto di Rubrus

***

Per il problema "polifonico" ti rimando alla risposta a @Blue - anzi, se vuoi dirmi cosa ne pensi, mi fa piacere.

L'autore? Be', è quello che non rantola - e ha fatto quel che doveva fare mentre era lontano dagli altri due, nell'ombra (ma qui sto facendo lo slalom tra gli spolier) - e che non tocca il sigaro - a proposito: dentro le sigarette c'è davvero, tra le altre cose, un po'  di arsenico.

Non è un refuso: quello che Alessio intende dire - e che spiega quando riprende il discorso, è che la vita di Augusto ha toccato tre secoli: nato nel XIX (ricorda i fuochi di artificio del capondanno 1900) è vissuto nel XX ed è morto nel XXI (ha fatto in tempo a vedere il crollo delle torri gemelle.      

ritratto di Claudio Di Trapani

Eheheheh!

Ho appena finito di cercare le seconda volta che hai ripetuto la frase inerente al periodo temporale di cui sopra (nella seconda, giuro di aver letto, subito dopo 2001, un secolo) e non la trovo più (avevo rilevato un'incongruenza tra le due date, quindi). Mi sa che sono rimbambito di colpo. Circa la fatica a capire l'autore del fatto di cui dicevo, lo avevo individuato, certo, ma dopo aver riletto la parte un'infinità di volte (beh, non esageriamo, ma il numero di ripassata è certamente superiore a tre).

ritratto di Rubrus

***

Le frasi sono quieste: «Già» fece Alessio. Fissava il soffitto, immerso per metà nel buio. In casa non c’era luce elettrica e la luce del giorno retrocedeva come un esercito sconfitto. «Augusto Marangoni. 1897 – 2002. Tre secoli. Ci pensate? Da bambino pensavo che il vecchio fosse immortale».[omissis] «1897 – 2002. Gesù, ma ci pensate?» ripeté Alessio «Diceva che uno dei suoi primi ricordi erano i fuochi d’artificio per il capodanno del 1900… e ha fatto in tempo a vedere il crollo delle Torri Gemelle. E quanti ne ha seppelliti. Due figli e una figlia, cinque nipoti... la gente non dovrebbe vivere così tanto». Ovviamente potrebbero essere accorpate in una, ma secondo me la vera differenza tra i dialogo scritto e quello reale non è tanto o soltanto nella sintassi e nel turpiloquio (un tempo era sopratutto quella, ma negli ultimi anni licenze e licenziosità narrative l'hanno attenuata), ma nella consequenzialità. Quando si parla si tende a ripetere concetti, cambiare discorso, tornare indietro, andare avanti, interrompere, ecc... Riprodurre tuttavia questa modalità espressiva rende lo scritto assai difficile o comunque più difficile da leggere. Il lettore pretende un rigore che il parlante non ha ed è giusto così. Per i colori cosa ne pensi?   
ritratto di Claudio Di Trapani

Sembrava che ti

stessi divertendo a farmi entrare in confusione... (ho letto la tua domanda finale nel tuo ultimo commento in risposta al mio e mi sono chiesto: "Colori..? Non mi sembra che nel racconto ci dossero dei colori". E così l'ho riletto, per l'ennesima volta. Poi, mi sono ricordato che forse avrei dovuto rileggere i commenti. E, infatti... Eheheheh! In sostanza, forse ho letto più il racconto io che il suo stesso autore. Ritornando ai colori, concordo con te (sarebbe proprio un'arlecchinata).

ritratto di Rubrus

***

EH EH EH Battute a parte, ci ho pensanto seriamente.

Voglio dire: io, come lettore, faccio fatica a volte, quando ci sono più persone che parlano, a leggere e essere sempre sicuro al cento per cento di chi dice cosa, quindi mi sono posto il problema.

Secondo me è un problema anche più importante del "devo mettere sempre il soggetto parlante, indicandolo per nome?'" (alla fine qui ho scelto questa opzione, anche se appesantisce un po') o del "meglio mettere sempre disse oppure usare verbi dichiarativi come affermò, urlò, bisbigliò, ecc.?". Qui ho messo quasi sempre "disse", anche se tempo fa un eventuale editor avrebbe senza esitazione suggerito i verbi dichiarativi; ora però la crescente riduzione di distanze tra parlato e scritto rende i verbi dichiarativi, o molti di essi, troppo "letterari" il che, secondo me, rischia di dare al lettore l'impressione di stare leggendo un "diligente compitino" - il che, per me, è assolutamente da evitare.

Ovviamente c'è un trucchetto: accompagnare, potendo, il senso di ripetizione usato dal "disse" mettendolo subito dopo le prime parole, sicchè il lettore ci fa meno caso, oppure accompagnare quel "disse" da un'azione del parlante, anche minima (prese il sigaro, guardò altrove e così via).  Qui però la scena si svolge quasi tutta in penombra e quindi non potevo ricorrere a questo espediente più di tanto.

Ora: è vero che avere solo due personaggi fa quasi scomparire il problema, però, vivaddio, sappiamo tutti contare a più di due, vero?     

Ciao! smiley 

ritratto di Claudio Di Trapani

Per non

spoilelare, ti ho inviato un mp.

;)

ritratto di Rubrus

***

Grazie!

Si, è ottimo. La storia del

Si, è ottimo. La storia del cerino, del cecchino, l'ho udita qualche volta, considerandola sempre una specie di leggenda. Tu ci hai, quasi del tutto, cucito un racconto, complimenti e saluti.

ritratto di Rubrus

***

Grazie. Avevo in mente l'aneddoto d un po'; quando ho letto che nelle sigarette c'è, tra le altre cose, un po' di arsenico, è saltata fuori la storia. 

ritratto di monidol

Interessante l'intento

del racconto radiofonico. Anche io ho apprezzato molto l'oscurità in cui si svolge tutta la sistuazione. In questa oscurità avrei forse completato  con un paio di cose: con alcune pause, dei silenzi insomma, ma magari ci sono e forse il non avvertirli è un po' colpa della mia lettura abbastanza veloce; la seconda, proprio per favorire la caratterizzazione dei personaggi avrei cercato di personalizzarne la voce o il modo di parlare,al fine di distinguere i personaggi anche al buio. Ma forse è troppo facile dire questo a posteriori.

In ogni caso mi è piaciuto molto, un racconto d'atmosfera...  nera!

ritratto di Rubrus

***

In effetti, l'unica cosa che si può personalizzare è la voce - l'unico a esser descritto fisicamente è il vecchio, e ovviamente è voluto, nè c'è altro modo.

 

ritratto di Vecchio Mara

l'avevo letto...

ieri sera tardi, prima di andare a dormire, il dialogo serrato a tre mi aveva mandato in tilt... così ci son tornato sopra con più calma oggi...  poi ho letto i commenti arrivati nel frattempo, e ho capito che non era solo la stanchezza... è un racconto che va letto con calma, magari facendo un passo indietro se si hanno dei dubbi, per apprezzarlo... la storia delle tre fiammelle non la conoscevo. Giunto alla fine mi ero anche chiesto se l'arsenico bruciando insieme al tabacco può essere mortale... poi, leggendo in un tuo commento che le sigarette ne contengono una minima quantità, il dubbio invece che sciogliersi si è rafforzato: non è che l'arsenico, interagendo con il tabacco o con il calore o non so cosa, inalandolo fumando una sigaretta piottosto che un sigaro sia per caso innocuo? Mi son chiesto.

Ciao Rubrus

Giancarlo

 

ritratto di Rubrus

***

mmm... che l'arsenico perda la sua nocività per effetto della combustione non credo proprio: è un semimetallo http://www.scientificast.it/2016/04/28/cosa-respiriamo-fumo-sigaretta/ che spesso si sviluppa anche durante i processi di combustione. Naturalmente l'ho scelto perchè è molto amato dai giallisti, da "Arsenico e vecchi merletti" in poi. A proposito, si trova anche nelle sigarette elettroniche - con tanto di inchesta del solito dott. Guariniello di Torino.   

ritratto di Selly e le bebe rosse

r*

 

devo dire che alla fine di tutto non sono le tre fiamme a galleggiarmi per il cervello bensì le poltrone!!! E' un racconto che si gioca sulle tinte scure e sui rumori. le fiamme danno l'impulso a tener viva la trama.

Come per altri commentatori ho faticato anche io a focalizzare 'il chi dice a chi'. forse perché compaiono tutti e tre in scena nello stesso istante. In molti libri trovo difficoltà quando la presentazione dei protagonisti avviene in poche righe... forse (ma lo dico da profanissima e con la mia personale necessità) un trucchetto potrebbe essere quello di definire ogni singolo personaggio in maniera che il lettore se lo immagini e se lo fissi.

bellissimo, con una trama originale 

ciao roberto

ritratto di Rubrus

***

Come giustamente rilevava Monica, potrei insistere sulle voci; svolgendosi il racconto in una crescente oscurità, insistere sull'aspetto fisico pare contraddittorio.

Avevo in mente i vecchi gialli radiofonici, magari di quelli con l'enigma della stanza chiusa.

Ciao!

 

ritratto di Massimo Bianco

Una bella trovata finale,

Una bella trovata finale, assai azzeccata. Mi hanno lasciato semmai perplesso i commenti. Non ho visto tutte queste difficoltà di comprensione, più o meno ogni volta che un personaggio parla si specifica sempre se si tratta di Alessio, Dario o Giulio e chi sia l'assassino alla fine per me è evidente, boh? Abile tra l'altro a spingere gli altri ad avvelenarsi. Hai forse apportato qualche aggiustatina nel frattempo? Perchè altrimenti non capisco perchè quasi tutti abbiano avuto difficoltà. Piaciuto.

N.B.: 1897-2002, dunque è morto a 105 anni, non a 106, anzi, se è nato a dicembre ed è morto a gennaio ne aveva appena compiuto 104.

E a riprova del momento di grande fiacca di Neteditor, noto che nel momento che commento, a circa 51 ore dalla sua apparizione, il tuo racconto è ancora l'ultimo scritto di narrativa postato sul sito! Mai accaduto! Il che magari mi ha favorito, ho letto con grande calma, visto che dopo non c'era più nulla. Ciao.
 

ritratto di Rubrus

***

Sì ho fatto un ritocco nel finale - su suggerimento di Cluadio di Trpani, mi pare doveroso riconoscerlo.

Gli anni sono effettivamente 105 - l'artimetica non è il mio forte. Correggo. 

Mi fa piacere che tu abbia notto che sia lui, Giulio, a spingere gli altri avvelernarsi e questo facendo leva sul fatto che sono Alessio e Dario a pensare di ingannare lui, spingendolo, a forza di chiacchiere, a distrarsi e quindi a scottarsi col fiammifero.

E invece...

Poca narrativa? sì. Un po' va a periodi. Un po', in genere, ho notato che i narratori tendono, dopo un po', a essere meno assidui, a mio parere anche perchè alcuni tendono a scrivere cose più lunghe che non vale la pena di mettere in rete. 

ritratto di 90Peppe90

La terza fiamma

Un gran bel noir... dalle sfumature dell'orrore.

Non so se capita solo a me, ma nel caso di racconti a più voci, faccio più fatica a "concentrarmi" quando leggo a schermo. Su carta stampata è tutt'altra cosa, anche sotto questo punto di vista. Nonostante ciò, e a meno che non abbia preso grossi abbagli, credo di aver seguito la pista giusta, senza fare confusione tra i protagonisti che, a proposito, interagiscono molto bene e in maniera credibile fra di loro, "giocando" con una sinistra storiella sullo sfondo.

Questa della terza fiamma, se posso chiedere, è stata una tua trovata o  si rifà a reali esperienze di trincea?

Ribadisco: gran bel racconto.

Ciao, Rub!

ritratto di Rubrus

***

Ciao. Eh sì, il web (NB gli e- reader sono un'altr cosa) e in genere lo schermo non è fatto per la complessità, specie d'intreccio, ma non solo; quel che è peggio, ci sta disabituando (anche se non è il solo mezzo di comunicazione a produrre questo fenomeno) alla complessità - quando invece la realtà non è sempre semplice, anzi...

Anche volendo prendere in esame solo un aspetto della questione, da sempre sono convinto che, se abitui il lettore a leggere solo racconti inferiori alle 2000 parole, lo stesso lettore pretenderà racconti lunghi meno di 1000 parole, se scendi ai 1000, ne pretenderà 500, e così via.

Potrebbe non essere un male, in prospettiva - nel senso che farà piazza pulita di ogni ancora una volta semplicitica pretesa di trasfere ipso facto la narrativa sul web - e potrebbe essere anche una spiegazione della minore e incostante presenza della narrativa, qui e altrove, rispetto alla poesia.

La faccenda della terza fiamma si rifà davvero a reali esperienze di trincea - non mie, non sono così vecchio. La prima volta che la sentii fu in occasione di un programma di Alberto Angela sulla Prima Guerra mondiale (e, in quell'occasione, A.A. intervistò uno degli ultimi reduci della Grande Guerra). Peraltro, io stesso avevo un prozio "ragazzo del '99".

Quanto al non - colore horror, penso che derivi da uno dei più bei racconti di fantasmi che abbia mai letto, vale a dire "Ombre sul muro" di Mary Wilkins Freeman, del 1902 https://it.wikiquote.org/wiki/Mary_Eleanor_Wilkins_Freeman  http://nl.smacks.ru/e_books_in_andere_talen-download_books/storie_di_fantasmi_31053.html

 

 

ritratto di KAL EL

Un noir apprezzabilissimo.

 
Ho letto nei commenti che qualcuno si lamenta di non capire subito chi dice cosa. Siccome io non ho avuto questo problema e mi sembra che lo scritto non ingeneri questa confusione, ho una mia teoria: la lettura da schermo, diversamente che quella da libro, viene fatta spesso velocemente, a volte abbracciando più righe con lo sguardo. Il racconto web è percepito, insomma, più come un panino da fast-food, da ingurgitare in pochi bocconi, piuttosto che come un buon piatto da assaporare con la giusta calma. Che si perda qualcosa, così facendo, è inevitabile.
 
Ma ovviamente potrei sbagliare.
 
Come ho affermato nell'intestazione a questo commento, ho apprezzato molto il racconto, anche per la scelta insolita di rinunciare quasi completamente ad uno dei sensi (la vista, ovviamente) per esaltare gli altri e far percepire al lettore l'atmosfera cupa in maniera ancora più efficace.
 
Kal El
 
 
 
ritratto di Rubrus

***

Trovo la tua teoria più che plausibile.

Lieto che ti sia piaciuto, grazie, ciao.

 

Non

Non sono un esperto del genere (neanche di altro per la verità), ma a me è piaciuto. Bravo Rubrus.

ritratto di Rubrus

***

 

Grazie, ciao!

ritratto di Jazz Writer

Gran bel racconto

Il genere non è il mio, nel senso che come scrittore non ho mai nemmeno provato a cimentarmi, ma come lettore non posso che complimentarmi ed applaudire. Bella idea, ottimi dialoghi, e anche qualche metafora poetica che mi è piaciuta molto, come quella luce del giorno che retrocede come un esercito sconfitto.

Altro pregio è la pulizia della scrittura, la fluidità della narrazione, non facile quando sono in tre a dialogare. Poi la trovata finale è tipica di voi geni del noir,ma qui ho poco da dire: solo che per me questi lampi sono inarrivabili. vabbè, me ne farò una ragione e resterò lettore di noir. ciaociao