Film: "L'Ultimo Metrò" ( 1980) di Francois Truffaut

L’Ultimo Metrò (1980)

un film di Francois Truffaut

 

L’Ultimo Metrò (1980), di François Truffaut, costituisce la seconda parte di una trilogia rimasta incompiuta. La prima parte, Effetto Notte, (1973) ha avuto come terreno di cultura il mondo del cinema. La seconda, L’Ultimo Metrò, l’ambiente del teatro e Parigi, anno 1942, una città occupata dai tedeschi. La terza avrebbe dovuto svolgersi nel mondo della musica ma non è stata neppure concepita.

Cinema, teatro e musica sono linguaggi dotati di una diversa capacità di rappresentare la realtà. Con la sua trilogia Truffaut intendeva rendere omaggio a ciascuno di loro e alla loro specifica attitudine di sviluppare tematiche significative in contesti profondamente diversi fra di loro.

In “ Effetto Notte” il tema dominante è costituito dal rapporto esistente fra realtà e finzione ed il quadro drammaturgico, che lo inquadra, è costituito da uno struggente sentimento di precarietà che riguarda la vita connessa alla realizzazione di un film.

In “ L’ultimo metrò”, invece, il tema è costituito dalla complessità dei sentimenti e dal desiderio di possesso che conferisce alla vita una incredibile capacità di sopraffazione e di violenza. Il quadro di riferimento è costituito dall’atmosfera notturna di una città occupata e dei problemi connessi alla messa in scena di un testo teatrale

Il pezzo mancante della trilogia, quello dedicato alla musica, avrebbe dovuto affrontare un tema presumibilmente più complesso ma non si conosce neppure la traccia di quello che avrebbe potuto essere.

 

Una messa in scena ben definita

L’ultimo metro” mette in scena l’immagine di un mondo che vive una situazione particolarmente complessa. L’occupazione tedesca della città di Parigi (1942), raccontata con le stesse modalità di un ricordo, fa da sfondo alla storia di uno spettacolo teatrale che deve nascere.

La Parigi raccontata da Truffaut è soprattutto l’atmosfera di una città occupata. In preda alla fame. Dove la vita di ogni giorno si spegne in concomitanza con l’orario dell’ultima  corsa del metrò. Una città dominata  da un sentimento  diffuso di paura e di oppressione che oscura la luce del giorno e definisce la precaria esistenza dei suoi abitanti e, più specificatamente, dei personaggi che lavorano per mettere in piedi lo spettacolo e diventano “ spettacolo” loro stessi.

All’interno di questo contesto, particolarmente complesso, c’è il racconto di uno spettacolo teatrale che deve andare in scena superando i problemi derivanti dalla repressione nazista, dalla censura, dalla mancanza di mezzi finanziari e dalla difficoltà di organizzare l’attività di un eterogeneo gruppo di attori

 

La scomparsa

L’autore della commedia, che deve andare in scena, Lucas Steiner, è un artista ebreo che è sparito dalla circolazione per evitare di morire in un campo di  concentramento nazista.

Nessuno sa dov’è andato a finire anche perché nessuno immagina che possa nascondersi nella cantina del Teatro Monmatre, in cui fervono i preparativi per la prossima rappresentazione della commedia.

A nasconderlo, e a mantenerlo in vita, è la moglie, Marion, che oltre ad essere la prima donna dello spettacolo, è diventata, in sua assenza, manager della compagnia.

Il mondo del teatro, rappresentato da Truffaut, va oltre la dimensione tradizionale della platea e del palcoscenico per estendersi alla vita della città occupata e di un gruppo di persone che recitano alle dipendenze di un demiurgo sconosciuto, che vive una vita sospesa.

La rappresentazione di questo mondo va oltre il limite dei linguaggi e delle situazioni singolarmente descritte. A fare da ponte fra il Cinema, il Teatro e la realtà della vita è il personaggio straordinariamente fisico di Marion che, prima di diventare “ Prima donna del teatro” è stata una “ Stella del cinema”.

In una certa misura Marion costituisce il baricentro della struttura drammatica del film e del rapporto fra realtà e finzione.

 La sua algida bellezza, al di là di tutti i sistemi di riferimento costituiti dalla diversità dei linguaggi, le consente di catalizzare la vita che scorre intorno a lei.

 In una certa misura Marion viene rappresentato nel film come “ un’ape regina”, una donna che si concede agli altri solo se può continuare ad appartenere a se stessa e se è lei a decidere. L’episodio in cui abbandona i compagni ,che festeggiano il successo della prima teatrale, per andare ad accoppiarsi con un ricco spasimante, è  quanto mai significativa della sua particolare natura. Indispettita dal comportamento di Gerard, Marion si getta fra le braccia dell’ultimo venuto.

 

Il mondo del Teatro

Nella visione di Truffaut il Teatro riesce a sopravvivere inalterato alla violenza del mondo che tenta di condizionarlo censurando i suoi contenuti e le forme della sua rappresentazione, perché, rispetto al cinema, vive in modo più diretto il rapporto con il pubblico e arriva a non distinguere la realtà e la finzione.

Nel suo film François Truffaut elimina ogni diaframma esistente fra la vita pubblica e quella privata  dei suoi personaggi. Fra il corpo e anima di ciascuno di loro. La tragica realtà della vita e la lotta per la sopravvivenza, nella sua visione, producono da sole storie più incredibili ed accattivanti di quelle che l’immaginazione di un artista possono produrre e mettere in scena.

 

Finzione e realtà: Marion

Il personaggio di Marion, splendidamente interpretato da Catherine Deneuve, costituisce il baricentro narrativo e drammatico del racconto. Occupa il vertice del triangolo d’amore costituito da lei, il marito e l’attore giovane, per la sua algida ed accattivante bellezza e la profonda consapevolezza della vita che manifesta, persino inconsapevolmente, in ogni gesto.

 In una certa misura costituisce un punto di riferimento fra la realtà e la finzione. Considerata in se stessa è il corpo e l’anima del film ma, nell’economia del racconto, arriva ad essere  “ corpo” della vita di Steiner, il marito e “ l’anima” per Bernard, l’attore giovane che sembra vivere solo di istintività. Nello sviluppo del racconto Marion, un poco alla volta, finisce per prenderli per mano e portarli oltre alle minacce della guerra e alla imprevedibilità del successo.

 Al termine dello spettacolo la vera trionfatrice è lei, la donna, il solo personaggio capace di incarnare il corpo e l’anima della vita sia nella realtà come nella finzione.

 

Lucas è la mente

Truffaut, in contrapposizione all’accattivante presenza fisica di Marion, conferisce alla figura di Lucas un aspetto minuto, gracile. Spento.

Lucas è un personaggio fragile. Sembra incapace di affrontare i quotidiani problemi della vita che per lui sono aggravati dalla sua condizione di perseguitato, che vive in perenne pericolo di morte.

Non è un personaggio attraente e neppure eroico: vive in una cantina, come un topo, soffocato dalla paura. Il suo rapporto con i personaggi che ha creato e gli attori che li interpretano è parassitario. Li segue mentre recitano sul palcoscenico attraverso il buco di una tubatura. Di loro intuisce e riesce a descrivere la vita in ogni minima sfumatura ma è incapace di vivere la propria.

 Non si vergogna di usare i suoi “ suggerimenti” di autore e di regista come arma di ricatto nei confronti della moglie che si sta, anche moralmente, allontanando da lui.

 “ Sei diventata fredda!” – Le dice.

Nell’economia del film Lucas rappresenta la dimensione estetica della vita. Ha la capacità di inventarla, di descriverla ma non riesce a possederla, a viverla nella sua impenetrabile contraddizione.

Viene salvato da Marion che fa da ponte con la realtà al suo fragile spirito di artista.

 

 

 

Bernard è il corpo

In questo contesto Bernard, l’attore giovane della compagnia, è il corpo. L’interpretazione di Gerard Depardieu conferisce al personaggio di Bernard una determinante presenza fisica ed esprime una visione della vita fatta di certezze. Se viene presentato inizialmente come un impenitente seduttore di gonnelle è solo per  descrivere la sua capacità di vivere la propria vita e di impadronirsi di quella degli altri.

Fa l’attore per istinto. Combatte nella Resistenza all’occupazione per vocazione e per senso del dovere. Prende a botte un critico filonazista solo perché si è permesso di non considerare in modo adeguato il ruolo di Marion, di cui non sa di essere innamorato, nel portare lo spettacolo al successo.

Sul palcoscenico è un attore particolarmente istintivo ma si comporta allo stesso modo nella vita. Si allontana dal ristorante quando scopre la presenza di troppe uniformi appartenenti alle truppe di occupazione. Nel momento del pericolo,quando viene fatta un’ispezione nella cantina in cui vive nascostamente Steiner , agisce con determinazione e freddezza. Condivide senza esitazioni il rischio mortale di farsi scoprire insieme a lui.

 Il suo amore per Marion è così intenso da non arrivare a comprenderlo anche se riesce ad esprimerlo sul palcoscenico, usando le parole che Steiner ha scritto per lui.

Bernard a Marion: “ Sei talmente bella che guardarti è una sofferenza!”

Marion risponde: “Ieri dicevate che era una gioia!”

Lui ribatte: “È una gioia e una sofferenza insieme!”

Il sipario si chiude e Marion bacia con trasporto il suo partner che rimane sbigottito.

Sarà Lucas a rivelare a Bernard che sua moglie è innamorata di lui. Lo farà come un atto di amore compiuto da chi non ha più niente da difendere. Ma solo il suo amore da offrire.

La sequenza conclusiva in cui Marion prende per mano sul palcoscenico Bernard e Lucas celebra il successo dei legami della vita che superano i limiti di delle convenzioni esistenti. In amore conta la verità dei sentimenti che si vivono non la finzione di ciò che non esiste. In questo film, però, si arriva a fingere l’esistenza anche di ciò che si vive senza esserne consapevoli.

 

I frammenti di un mosaico

La storia d’amore, che costituisce la struttura portante del racconto, è costellata dalla presenza di una serie di personaggi minori che si succedono sul palcoscenico solo perché fanno parte della vita che li circonda.

Con le loro piccole storie sembrano frammenti di un mosaico destinato a formare un disegno unitario della vita.

Jacquot, il figlio della portinaia, che coltiva pericolosamente pianticelle di tabacco lungo la strada, diventa attore e recita, in modo inimitabile, alcune battute sul palcoscenico solo perché, nel suo modo di agire,non si manifesta alcuna distonia fra realtà e finzione.

Arlette, che resiste alle avances del giovane Bernard , finisce col metterlo in crisi quando si scopre che non ama gli uomini ma le donne.

“ I bignè” accattivanti di una giovane donna cadono fra le braccia di Bernard ma anche di Arlette, che la desidera per ragioni diverse.

La ragazza ebrea, che confeziona i costumi di scena per la compagnia e mantiene il padre nascosto nella soffitta, rischia la vita per andare ad assistere ad un concerto di Edith Piaf.

I personaggi, che entrano a far parte di questo gioco di attrazione e repulsione, appartengono a tutto il mondo. In questa rappresentazione della vita ci sono gli animali da palcoscenico, uomini che recitano una parte per arrivare a sentirsi più autentici, ma ci sono anche i ladri, i delatori, le spie, gli ufficiali dell’esercito invasore che si sentono padroni del mondo. Un grande caravanserraglio di personaggi che, indossando una divisa, hanno cessato di essere uomini.

 

La guerra e la morte

In “ L’ultimo Metro” il clima di persecuzione e di guerra viene descritto attraverso episodi minuti da cui emerge la dimensione morale dei vari personaggi. In primo piano c’è la portinaia, madre di Jacquot, che lava i capelli del figlio contaminato dalla carezza di un soldato tedesco. Ma c’è anche il prosciutto nascosto nella custodia di un violoncello e le calze di seta dipinte sulle gambe delle attrici. C’è la “ fidanzata” di Raymond, il portiere tuttofare della Compagnia. che dopo avere rubato nei camerini tutto il possibile , per sopravvivere, vende se stessa agli alti ufficiali dell’esercito occupante .

C’è Daxiat, il critico teatrale,violentemente anti ebreo, che perseguita Marion e la ricatta per riuscire a mettere le proprie mani immonde sulla donna e sul suo teatro.

E c’è il mondo della Resistenza fatto di incontri, di segnali, di complicità, di eroismi, di radio che si trasformano in bombe. In questo mondo Bernard rivela la sua vera autentica natura di uomo e di artista.

 

La bellezza della vita

In questo film François Truffaut celebra la ricchezza dei sentimenti e la bellezza della vita. Lo fa constatando l’esistenza della miseria, soprattutto morale, e della violenza. Racconta di ricatti, di violenze e di forme di sopraffazione anche fisica. Descrive una violenta stretta di mano a cui Marion riesce a sottrarsi solo con estrema difficoltà.

Tutto ciò non ha niente a che fare con giochi di seduzione ed il desiderio di vivere di Bernard e dei personaggi che sono come lui. Per Truffaut il Bene esiste ed è destinato a mettere in fuga il Male che, come nelle commedie tradizionali, si scioglie ai primi raggi del sole. La figura di Daxiat, lo spregevole critico filo- nazista, viene messa in fuga al momento della liberazione.

Ma il Bene trionfa anche sul Male che Male non è. Truffaut manifesta un sentimento di attenzione e di amore nei confronti di chi è nato ebreo ed omosessuale. Per lui questi uomini fanno parte del creato. Non sono da condannare a morte. Hanno diritto di vivere, come tutti gli altri esseri umani dotati di una normale esistenza biologica..

Pur nelle condizioni storiche che alterano la spontaneità della vita, Truffaut continua a rappresentarla come una danza che si muove al ritmo sensuale di un valzer musette.

La visione del film produce l’impressione di passare da un’inquadratura all’altra, da una situazione all’altra, con grande soluzione di continuità .

Il ritmo, alimentato dalla scorrevolezza della musica e da una straordinaria fluidità del dialogo, è coinvolgente. Porta lo spettatore a travolgere le barriere di una scenografia che non separa ma contribuiscono a definire  l’ universo morale che fa da cornice ai personaggi.

La visione del film dà la sensazione di sentire la vita scorrere fra le dita. S’impadronisce della nostra sensibilità per trasformare in forza morale la coscienza della nostra debolezza.

Truffaut evita con grande attenzione ogni forma di psicologismo.  Sceglie i suoi personaggi per la strada facendo attenzione, come nel caso di Jacquot, che abbiano la capacità di diventare protagonisti di se stessi. Li chiama di fronte alla macchina da presa non per interpretare una parte ma per rivivere il personaggio che portano dentro di sé.

Anche per questo Catherine Deneuve e Gerard Depardieu, insieme ad Heinz Bennet, in questo film non recitano una parte ma la vivono. I loro personaggi appartengono più alla realtà che alla finzione o sono talmente finzione da diventare realtà.

 Tutto ciò avviene grazie all’intelligenza creativa di Truffaut e al suo amore per il cinema.

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