Una sera a teatro

ritratto di gianmarco dosselli

 

 

Siano le tue mani strumenti del gioco e dell'abbraccio”: didascalia citata nella locandina di un avvenimento poetico-musicale dialettale per ricordare Massimo Pintossi, (scomparso a soli 53 anni), poeta e anima di un gruppo folk della Valtrompia e aderente all’Anpi. La rassegna-spettacolo doveva simboleggiare il dialetto bresciano, nelle opere poetiche e musicali, ma ecco nel suo interno un’intrusione di politica «rossa», comunista! Entro a teatro e vedo bandiere “partigiane”; la più blasfema tra i drappi di tessuto è stata la bandiera rossa della «122ª Brigata Garibaldi». Prendo posto, chiedendomi perché di quella bandiera la cui asta è sostenuta da un omaccione.

Al turno di una band montanara, sale sul palco anche l'omaccione. All'esibizione della band, ecco che l'omaccione inizia a sventolare la bandiera! Che la sventolasse al cesso, meglio ancora! In quel drappo, anzi preferirei dire... nel «corpo» di quella bandiera «vedevo» il sangue dei trucidati di Sant'Eufemia, frazione Brescia (maggio 1945); «vedevo» la foiba bresciana, a guerra finita; «leggevo» i nomi di partigiani comunisti, tra cui quello del «temibile» valtrumplino Luigi Guitti, alias Tito Tobegia, vicecomandante la Brigata che comandò il maggior numero di colpi alla nuca!

La bandiera nel suo sventolio mi «racconta» che dopo il 25 aprile, il suddetto partigiano commise crimini senza alcuna giustificazione.

Luigi Guitti (alias Tito Tobegia), classe 1911, dopo una permanenza nelle carceri bresciane, durante un bombardamento aereo sulla città, evade con Giuseppe Gheda. I due fuggiaschi si aggregano alla 122ª Brigata Garibaldi, operante in Valle Trompia e in Valle Sabbia. Dopo la morte del comandante, Giuseppe Verginella, avvenuta il 10-01-1945, assumono il comando della banda. Il quotidiano de “L’Unità”, del 1946, lo elogerà come comandante di quella Brigata partigiana e come autore d’audaci imprese alla Croce di Marone, in Vaghezza e l’organizzazione dei GAP (Gruppo d’Azione Partigiana) in Brescia.

Dopo il 25 aprile, cominciano i crimini da non aver nessuna giustificazione, se non dal quotidiano comunista che scrisse di annientare i fascisti, arriva a scrivere, il 15 dicembre (dopo l’arresto di Tito Tobegia): “I reazionari affermano che è un delinquente, che ha rubato…

Tito Tobegia ha fatto di peggio!

Il compianto onorevole Sam Quilleri (ex partigiano delle Fiamme Verdi) ricorda che, arrivata al Comando Zona la notizia di prigionieri maltrattati e detenuti presso le scuole comunali di Sant’Eufemia, è stato a vedere la veridicità del fatto. Chiede di parlare con Tito e di conoscere chi sono i prigionieri. Quilleri è circondato da partigiani armati. Ha ricevuto l’obbligo di andarsene. Il fatto è segnalato al Comando Alleato che manda ad arrestare Tito. Dal comunicato nr. 58/4, 9 giugno 1945, del Gruppo Carabinieri, alla Regia Prefettura, dove si segnala che: “Stamane, per ordine del Comando Alleato, è stato tratto in arresto il Comandante della 122ª Divisione Garibaldina, Guitti Luigi detto Tito”. Con firma del Tenete Colonnello Arnaldo Frailich.

Luigi Guitti fu così arrestato. Il Comando Alleato dovette intervenire, al mattatoio di Sant’Eufemia, con un carro armato! Il ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, per sopraggiunta amnistia, scarcererà Guitti, nel 1946. Guitti è accolto con una gran manifestazione in piazza della Vittoria, organizzata dal locale PCI. In seguito troverà rifugio in Cecoslovacchia. Tre anni dopo, una coraggiosa inchiesta dal titolo: “Trentatré morti in due foibe bresciane”, inchiesta realizzata da don Faustini di Brescia e pubblicata il 25/26/27 maggio 1948 sul giornale cittadino: “l’Italia”; si ritorna a parlare di Tito Tobegia; sì, proprio a maggio 1948… quando era ancora pericoloso parlare di quei morti del dopoguerra, dei massacri partigiani! Morti che non si poté nemmeno sapere quanti, perché solo a contarli era vilipendio alla resistenza e si correva il rischio di fare una brutta fine fisica.

E la bandiera sul palco continua a sventolare... e lì prosegue a raccontare come si è svolta la tragica vicenda.

«Chi sale da Botticino Sera verso San Gallo arriva, dopo circa sessanta minuti di cammino, presso il cosiddetto Muli de l’ora, l’ultima casa del paese. La casa è posta su un poggio rasente la stradetta montana. Vicino scorre un ruscello e v’è una cava di marmo. Quivi, la mezzanotte del 10 maggio 1945, la famiglia Lonati fu svegliata dal rumore di un autocarro inerpicatosi fin lassù! Fu scorto l’automezzo fermarsi in fondo al viottolo e si vide della gente trasportare strani involti verso una gran buca, in località Dosei. La località, tempo fa aveva servito per fare carbone (una vera foiba profonda). Alla fin fine, l’automezzo ritornò donde era venuto; coloro che erano sul trasporto si misero a cantare. Attratti dalla curiosità, uno dei Lonati, Giacomo, e il vicino di casa, Francesco Ragnoni, si recarono alla buca dove, con orrore, videro sporgere dalla terra smossa, un pezzo di testa umana e la punta di un piede. Poco appresso, un bottiglione di benzina, rotto. Ancor oggi l’impagliatura del bottiglione è visibile nel boschetto dinanzi alla casa di Lonati. Il mattino seguente, i due avvertirono le Autorità. Presenti il signor Luigi Arici, Giacomo Noventa, il dottor Luigi Pietroboni. Fu fatto un sopralluogo. Dieci cadaveri rinvenuti. Ad uno gli usciva le viscere; per contenerle, gli uccisori avevano applicato un comune lucchetto. Due persone tarchiate, non presentavano particolari lesioni. Due salme avevano mani legate dietro la schiena, con cordicelle e filo metallico. Tutti avevano il volto irriconoscibile, sfregiato, corroso. Alcuni erano seminudi. Nessuno aveva documenti né oggetti di riconoscimento, ad eccezione di un cadavere che poteva essere riconosciuto per quel che era stato un maresciallo dei carabinieri di Toscolano (Bs). Il bottiglione di benzina, ritrovato nelle vicinanze, faceva capire che l’intenzione degli uccisori era di carbonizzare le salme, ma… rottosi il recipiente, a quanto pare, non avevano potuto affrettare l’operazione. Sulla scorta di questi particolari già si capisce trattarsi di una rappresaglia illegale e barbara. L’episodio avveniva il 10 maggio, a liberazione avvenuta. Inoltre, perché gli uccisori si sentirono nella necessità di occultare le salme in luogo recondito? Chi poteva conoscere quella buca? C’era da preoccuparsi di carbonizzare i cadaveri? Chi poteva aver l’anima così brutale da saper cantare, dopo aver eseguito un’operazione tanto macabra? Trucidati dove? Sono interrogativi senza risposta, perché uno di loro, sopravvissuto alla morte, vive per testimoniare. Qualcuno non è caduto, non è finito dopo il Dosei. Vive per ricordare, e conferma che queste uccisioni sono avvenute nella campagna di Sant’Eufemia.»

Dove il comando partigiano comunista era sistemato, nei locali delle scuole di Sant’Eufemia, e quel posto chiamato “il mattatoio”, per le torture che erano state inflitte ai militari e civili imprigionati, il pavimento era “imbrattato” con molto sangue. Poi, uccisi e fatti sparire come appena visto. Dopo il sopralluogo e il rinvenimento dei cadaveri, il sindaco di Botticino, il 23 maggio 1945, comunica alla Prefettura di Brescia il ritrovamento di dieci cadaveri sconosciuti. Protocollo nr. 1776: “Segnalo a V.S. che il giorno 19 maggio corrente mese, sono stati rinvenuti, in località Dosei, di questo Comune, dieci cadaveri d’uomini irriconoscibili. Unisco il processo verbale di rinvenimento, nonché il referto medico. Firmato il sindaco Luigi Arici”.

Don Faustini, ricorda che giorni prima, il Giornale di Brescia pubblicava una colonna di necrologi per il terzo anniversario di quell’eccidio; si poteva leggere: “…dopo tanto orrore, di male, d’odio, di morte, […] barbaramente trucidato la notte del 10 maggio 1945”. In un altro, si legge: “…la vedova e i cinque figli ricordano…

Il sacerdote commenta: “Sono espressioni queste, di gente ferita negli affetti più cari, che si sono viste strappare i congiunti, non da una giustizia regolare, ma da una rappresaglia feroce, da gente che aveva il coraggio di squartare e chiudere e chiudere con un lucchetto le viscere di un uomo e di nascondere le prove del loro livore, in una buca montana, dopo aver reso irriconoscibili le vittime.. Questi ed altri sono i morti, di cui ieri abbiamo detto. Gli stessi, che nella notte del 10 maggio 1945, quando in città echeggiavano gli spari, cadevano sotto le raffiche di mitra, ai bordi di una roggia, dopo un sommario interrogatorio innanzi al cosiddetto commissario di guerra e ai suoi scherani, da nessuna autorità incaricati. Sono gli stessi che, compiuta la carneficina, ritroveremo nel trincerone rimpetto alla cascina Monastero di Sant’Eufemia. Uno di loro non era morto; era riuscito a fuggire e fu cercato, invano, nella campagna.

Il malcapitato, anche fortunato, che riesce a salvarsi, è un invalido di guerra, un certo B. Era stato preso a Salò, e dai partigiani portato a Sant’Eufemia, con altre dodici persone, tra le quali gli ex carabinieri G. Ferrari e A. Del Piano, il colonnello della G.N.R. M. Del Corona, il dottor A. Fantini. Il gruppo arrestato andò ad aggiungersi agli undici di Lumezzane. Il signor B. ricorda che durante il tragitto, sul camion, c’era qualcuno che faceva il doppio gioco, per carpire ai prigionieri qualche confessione spontanea, da poter motivare i loro crimini.

Prosegue don Faustini: “Terribile la notte del 9 maggio 1945, per le vittime. È in quella notte che Guitti (Tito) fa la sua apparizione, circondato da gregari e da Nello, un giovane biondo. Amico anche della moglie di Tito. Sulla moglie di Tito aleggia un’aureola nera; si sostiene che abbia lavorato attivamente. I prigionieri sono interrogati, martoriati con bastoni di cuoio, con calci. Il dottor Fantini ha il cuoio capelluto strappato e il dolore lo rende pazzo. Il colonnello Del Corona riceve un colpo al ventre: più tardi, per gli strapazzi nel camminare gli usciranno le viscere e, ancora vivo, gli metteranno un lucchetto. Ecco che il mattino è vicino… Il biondo Nello viene a prendersi alcuni prigionieri, legati ai polsi con cordicelle che fanno delirare il Ferrari per lo spasimo. Giungono altri; pare provengano da Lumezzane, prelevati alla caserma del villaggio Gnutti. Dopo un’altra giornata d’interrogatori, di firme fatte apporre su documenti che le vittime ignorano, ecco la notte famosa. Dice il superstite B: “Ci caricarono su un automezzo che, passato sotto un ponte… si fermò in aperta campagna, vicino agli scavi. Due per volta, i prigionieri sono fatti scendere. Alcune raffiche, delle grida. Tutto è finito”. Il signor B. rimane ultimo, solo. Va innanzi… si aggrappa al Ferrari che ancora lamenta per le proprie ferite. Sente sibilare le pallottole. Per un vero miracolo resta illeso. Allora, B. si butta nel fosso. Lo cercano disperatamente per la campagna. Il superstite B., fuori di sé, s’issa su un gelso. Lì attese che l’autocarro, con il carico di morti, ripartisse. Andavano a Botticino a seppellirli.

Solo per alcuni di quei miseri resti sarà possibile l’identificazione. Sono un gruppo d’ufficiali e militari del deposito della San Marco (R.S.I.), di Lumezzane. Per molti altri non fu possibile imporre un nome, e furono messi in buche comuni. Da un registro custodito presso il cimitero di San Francesco si può leggere questi esempi da accapponar la pelle: “Cadavere numero 8. Apparente età anni quaranta; altezza mt. 1,70; veste camicia di tela stampata a righe; indossa calze, senza scarpe né abiti; sesso maschile; avanzata putrefazione.”

Su quei poveri corpi che, ancor prima d’essere uccisi, furono seviziati, torturati, sfigurati col vetriolo; poi, i loro cadaveri cosparsi benzina e bruciati. Tutto questo, pubblicato dal giornale “l’Italia”, con sede a Brescia, infastidisce e comincia a preoccupare. Si sostiene che Tito, dopo la scarcerazione per amnistia, si è rifugiato all’estero, minacciando che se l’arrestassero ancora, avrebbe coinvolto altre persone. Alla redazione di quel coraggioso giornale, il 26 maggio, si presenta la moglie di Tito; è accompagnata da quel giovane biondo, Nello, e protesta per l’articolo pubblicato, anche se dice di non essere preoccupata più di tanto. Lascia detto: “Lei sa che Tito è un uomo con il quale non si scherza!

Caspita… che Tito facesse sul serio è dimostrato!

Negli ultimi anni della sua vita si “rifugia” in una cascina isolata a Collebeato (Bs). Unico suo passatempo era rievocare le proprie avventure a quanti andavano a trovarlo. Una domenica di novembre del 1968, scambiato otto giovani buontemponi per compagni di stesse idee politiche, si mise a raccontare come divenne partigiano e cosa fece in Valtrompia e in Valsabbia; nell’istante in cui i ragazzi accennarono ai crimini di Sant’Eufemia e di Botticino, l’ex partigiano capì della presa in giro. Urlante, li cacciò da casa, inseguendoli con il lancio dei soprammobili che aveva a portata di mano. La rabbia era tanta che Tito si accasciò sopra una sedia, colpito da infarto.

 

No, non doveva sventolare quella bandiera sul palco del teatro! Invece... ha sventolato «felice» per i suoi misfatti; ha sventolato con quel carico di morti. Qualcuno, nostalgico “rosso”, si domanderà: “Anche la bandiera fascista ha le sue atrocità nel drappo!”. Vero, ma della sua atrocità va raccontata in altra sede...

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Gradimento

ritratto di casalvento

Giusto ricordare questi

Giusto ricordare questi orrori.

L'odio seminato avvelena ancora la vita di questo paese e lo paralizza.

Purtroppo qui non crescono dei Mandela.