Pandemonio

ritratto di Gerardo Spirito
Nota: Questo racconto è un lungo viaggio. Ringrazio in anticipo chiunque abbia voglia di affrontarlo.
 
 
PANDEMONIO
 
 
1.
Settembre. Anno del Signore 1888. Il sole bolliva nel cielo come l'occhio arroventato di una gigantesca fornace. Gli uomini, diretti a sud, sfilavano lungo la pianura come apparizioni fantastiche. Le sagome dei cespugli del deserto vacillavano sulla sabbia. Ocotilla e boojum. Una colonia di saguari vecchi duecentocinquant'anni, almeno. Una landa arida e spopolata, fatta di solo vento e silenzio. Né uccelli né selvaggina.
Due giorni di viaggio, prima che la terra sfumasse in colori – e odori – diversi. Più vivi.
Storm Dodd procedeva in testa cavalcando stoico e solenne il suo baio purosangue, nero come il catrame, mentre il resto della compagnia sfilava dopo di lui, in fila indiana. Cinque uomini in tutto. Cinque anime nere. Senza speranza.
Seguivano, come cani da caccia, le tracce di un manipolo di nativi Pima. Fiutavano e avvistavano il segno del loro passaggio. L'ultima volta che le avevano distinte, quelle impronte erano prossime a una stradina che si incuneava in un territorio disabitato per chilometri e chilometri, ai limiti di un'area che si schiantava, sulle montagne, alle porte di una foresta buia popolata da gufi e pipistrelli e fantasmi.
Un territorio dimenticato da Dio.
Adesso la compagnia si trovava lì, e stava appena risalendo una schiera scistosa di colline pedamontane, un territorio duro dove crescevano solo pini e ginepri. E anche qualche quercia.
Nel silenzio, rotto solamente dallo scalpiccio degli zoccoli ferrati dei cavalli, irruppe la voce roca di Eustace La Grange come il fragore improvviso di un tuono: «Non lo sanno che li stiamo seguendo.» disse, e lo disse tenendo gli occhi socchiusi perché la luce calante del sole lo infastidiva.
Storm lo fissò di pietra, immutabile. Sputò per terra. «Lo so.» commentò.
Quei nativi erano stati accusati da un vecchio agricoltore di una cittadina a sud della contea di La Paz, di aver saccheggiato del bestiame di sua proprietà. «Li conosco.» aveva raccontato il vecchio, «Mi hanno derubato del bestiame già l'inverno scorso. Vivono in quella valle vicino al fiume, fra le montagne... da qualche parte vicino a quel maledettissimo fiume.» aveva indicato con il dito un punto indefinito all'orizzonte.
E così, il gruppo di scout guidato dall'ex ufficiale confederato di nome Storm Dodd era stato chiamato a raccolta. Scout li chiamavano, per l'appunto. Ma tutti da quelle parti sapevano che erano cacciatori; di taglie o di pellirossa, per quella gente, questo non faceva alcuna differenza.
Si addentrarono nella parte più fitta della foresta quando il sole era quasi svanito, e quando il cielo color indaco del tramonto era sgombro dalle nuvole. Controllarono in silenzio, al trotto, le proprie armi, togliendo le pallottole e la polvere e ricaricandole. Austeri e minacciosi, gli occhi rossi come tizzoni ardenti. Parlavano fra di loro a bassa voce mentre si facevano largo fra gli intrichi della selva. Alcuni alberi erano ridotti a scheletri anneriti, i rami messi a nudo, assassinati da qualche violenta pioggia montana.
Morton La Grange, il fratello gemello di Eustace, cavalcava fuori di sé e lanciava occhiatacce ai propri compagni ripetendo a denti stretti che, una volta trovati, li avrebbe scuoiati dal primo all'ultimo a quegli «esseri immondi», o a quei «pellerossa figli di Satana», incalzava. Il muto ogni tanto lo fissava di rimando, infastidito, così come Koen l'olandese, con la sola differenza che quest'ultimo gli grugniva che doveva cucirsi quella dannatissima bocca.
Continuarono a avanzare sotto gli alberi scuri della foresta come figure notturne slanciate nella loro nera solennità, lacerando al loro passaggio in suoni vischiosi le regnatele che come mappe tridimensionali se ne stavano sospese fra gli alberi, mentre i ragni fuggivano forse impauriti forse no lungo i fili spezzati.
Poi, uscirono dall'intrico e si fermarono, a notte inoltrata, su un pan di zucchero che scrutava l'immensa pianura a sud, sterminata: terreno di roccia nuda e sterpaglia, una pineta e un letto di un lago in asciutta. Dalla pineta s'innalzava un pennacchio di fumo debolmente illuminato dalla luce della luna.
«Sono loro?» chiese Morton, impaziente, la voce cruda e profonda.
«Certo che sono loro.» rispose il fratello. «I musi rossi non viaggiano al buio.»
«Potrebbe trattarsi di un fuoco di vigilanza?»
«Sì, potrebbe.»
A quel punto tutta la compagnia si girò a fissare Storm che, col suo solito portamento severo, se ne stava immobile come un sasso a scrutare il mondo sottostante come se questo gli appartenesse di diritto. Il revolver in grembo. I lunghi capelli neri che si muovevano alla leggera brezza del vento come alghe. Flosci e unti. Da qualche parte a est, nelle terre dove il cuore pulsante della civiltà aveva già cominciato a pulsare, lo aspettavano una moglie e un figlio di cinque anni che aveva visto una sola volta, e che non avrebbe rivisto mai più.
A ovest, lì invece, Storm non c'era mai stato.
«Se sono loro, possiamo raggiungerli nel giro di un paio d'ore, Storm.» disse Koen che, nel gruppo, era l'unico che si rivolgeva a lui chiamandolo per nome. «Forse qualcosa in più. Dipende dal pendio sotto di noi.»
Storm Dodd spinse il cavallo indietro. Risucchiò l'aria fra i denti e sorrise. Una ronda di pipistrelli in quel momento sfrecciò e saettò alle sue spalle, e poi scomparve volando da qualche parte sotto le stelle.
 
 
Discesero il pendio attraverso un valico stretto e roccioso in poco meno di tre ore. Curvi, incazzati e cinici, amanti dell'indifferenza.
I cavalli personali degli scout nitrivano nell'oscurità, mentre i due di scorta, nelle retrovie, incespicavano continuamente. A un certo punto Storm diede l'alt e richiamò la compagnia all'ordine, puntiglioso nei dettagli: «Tenete d'occhio quei due.» disse a voce bassa. «Dobbiamo fare silenzio.»
Arrivarono a una radura dove la spirale di fumo appariva imponente al di là della macchia boscosa. Come se qualcosa la stesse risucchiando verso i suoi abissi ultraterreni riposti da qualche parte sopra il cielo.
La radura altro non era che un prato montano di genziana viola e achillee e gerani volgari. E risplendeva di una luce argentea e sognante, sotto il faro della luna.
A Storm bastò lanciare uno sguardo a Koen che questo scese da cavallo e, a piedi e per le redini, guidò i due puledri da scorta accanto al tronco di quella che un tempo era stata una quercia incredibilmente rigogliosa. La corteccia era rimasta ruvida e forte nonostante gli anni, e il nodo a catenella che l'olandese strinse intorno al busto dei due cavalli, era uno di quei nodi che si poteva sciogliere facilmente se qualcosa fosse andato storto.
Smontò entrambe le selle, le cavezze, le briglie e le cinture, e ammassò tutto accanto alla base dell'albero.
Ritornò dagli altri che i cavalli rimasti legati lo seguirono con lo sguardo con i loro occhi istupiditi, sbuffando e poi, come distratti, cominciando ad annusare l'erba. Gli scout aspettavano, tranne Eustace che in quel momento, in ginocchio sul prato, ripeteva il Padre Nostro con gli occhi chiusi e le mani strette in segno di preghiera. Diceva di parlare con Dio, Eustace; pregava sempre prima di una battaglia. Ogni tanto offriva agli scout la Sua benedizione o, come la chiamava lui, “purificazione dell'Onnipotente”, ma nessuno la voleva perché nessuno, fra quegli uomini, credeva.
Gli altri nel frattempo, avevano già bendato il muso dei cavalli con delle coperte scure, e adesso lo aspettavano in piedi accanto agli animali stringendo con una mano le redini e con l'altra chi un revolver dai proiettili conici, chi un'ascia e chi un fucile.
Pronti al caos.
Pronti alla distruzione.
Koen si fermò accanto al borsone di pelle, penzolante dal busto del suo roano; ci pescò dentro la coperta e imbavagliò il suo animale, e poi estrasse la pistola, che si infilò nella cintura con il cane già armato. Afferrò a quel punto la corda delle redini e si voltò a guardare Storm che di rimando lo squadrò con un'aria impaziente. Con una mano stringeva anche lui le redini e con l'altra la sua pistola dalle rifiniture d'argento.
Eustace finì in quel momento di pregare, alzò il capo e condusse docilmente il cavallo in avanti fino a Storm, e gli altri fecero lo stesso.
Tennero un rapido consiglio.
«Non fate prigionieri.» disse Storm. «E uccidete anche i loro cavalli.»
«Quanti sono?» chiese Eustace.
Morton lo fulminò con lo sguardo. Un uccello della notte cantò.
«Ne ho contati undici sulla pianura.» disse Storm dopo un momento.
Il segnale fu un semplice cenno col capo. Elementare. Mortifero.
Ripresero ad avanzare a piedi nel sottobosco guidando lentamente i cavalli. Cespugli e pietre. I resti di un carro bruciato qualche settimana prima. Riuscirono persino a vedere il teschio color nocciola di un morto, inzaccherato in una pozzanghera di terriccio. Sembrava esser diventato un tutt'uno con la terra e con le pietre stesse. Come un fossile.
Raggiunsero una macchia di salici che riuscivano a percepire chiaro l'odore della legna bruciata e a sentire il nitrito ritmico degli animali degli indiani, che se ne stavano legati agli alberi davanti a loro. Si fermarono, si voltarono, sbendarono lentamente i cavalli e montarono in sella, armi alla mano. Il respiro delle loro bestie ritornò a biancheggiare nel buio.
Diedero di sprone quasi tutti contemporaneamente, puntando dritti verso l'accampamento come demoni dalla fattezze umane al trotto dei loro sinistri destrieri. Partirono i primi spari e le prime grida. Alcuni cavalli degli indiani caddero feriti, roteando selvaggiamente gli occhi bianchi, altri nitrirono e indietreggiarono sotto i colpi di una seconda ondata e poi caddero a terra morti stecchiti. Storm attraversò lo spiazzo spingendo furiosamente il cavallo e calpestando con gli zoccoli prima un guerriero che dormiva e poi il fuoco; fece dietrofront e tornò indietro. La lama dell'ascia di Morton decapitò un uomo e poi tagliò di netto, in un fiotto sanguinolento, il braccio di un secondo che si era appena destato dal sonno annaspando. In un batter d'occhio tutto era diventato un cruento mattatoio illuminato solamente dal fioco bagliore di un piccolo fuoco. Un pandemonio.
Del bestiame rubato non c'era alcuna traccia, e, forse, non c'era mai stata. Ma nessuno se ne curò.
Un guerriero mezzo nudo si parò davanti al cavallo di Storm fendendo un pugnale, ma Storm sparò e lo uccise. Poi prese la mira e ne colpì un altro dietro una gamba che stava correndo verso il bosco. Le grida erano sovrumane, e da ovest si era alzato un vento marcio. Storm si avvicinò al trotto al muso rosso adesso ferito e strisciante, e si rese contò che non stava cercando di scappare, bensì stava tentando di raggiungere il suo arco e le sue frecce, appoggiate a una roccia poco più in là rispetto al fuoco.
Eustace nel frattempo aveva fracassato, lì vicino, la testa a un altro indiano, e poi arrivò Morton che completò il lavoro decapitandolo; la testa del pellerossa rimbalzò su quel terriccio argilloso adesso cosparso da ossa, arti e sangue, e si mosse ancora a scatti, con gli occhi vitrei e allucinati e il sangue che ne usciva dalla bocca, dalle orecchie e dal naso. Storm sparò e finì l'uomo strisciante con un colpo dietro la nuca. La pistola sobbalzò, e una manciata di pezzi di cervello rosa e opachi e marroncini schizzarono fuori dal suo cranio insieme a uno zampillo di sangue. A quel punto Storm si girò a fissare Morton, per un secondo, e gli lanciò un sorriso sghembo, amaro, come a volergli confessare che quel macello, in fondo in fondo, lo eccitava più di ogni altra cosa al mondo. Poi ricaricò il tamburo vuoto della sua pistola, ci infilò tre pallottole e le spinse in fondo. Adesso teneva l'occhio su Koen che, dopo aver terminato gli ultimi cavalli degli indiani, era appena ritornato dal sottobosco perché aveva dovuto inseguire un vecchio appaloosa dal mantello marezzato che dopo gli spari, nella baraonda, si era dato a una rotta confusa e poi alla fuga.
Storm gli lanciò un grido smorzato. «Ci sei?» disse.
Koen l'olandese annuì. Pallido e grottesco. Grottesco perché aveva l'aspetto di un avvocato, come sempre in fin dei conti; era solito vestire elegante, anche in pieno deserto, quando la calura ardeva come l'inferno, e non sudava mai. Quel giorno indossava un panciotto in raso monopetto a cinque bottoni bordeaux e una camicia bianca in cotone con il collo tradizionale. Le bretelle confluivano in un pantalone di lana grigia spinata e a righine gessate. Grottesco. «Fuori dal mondo.» borbottava molto spesso Morton senza farsi sentire. Si portava tutti i ricambi in una sacca di pelle greggia fissata sulla sella del suo cavallo. A ogni modo, gli altri si erano abituati a questa sua stranezza; anzi, andare in giro con un tipo così, avevano cominciato a pensare, qualche volta poteva essere vantaggioso.
Un nuovo sparo risuonò piatto nel vuoto. Si destarono tutti, anche Storm, che dovette controllare il suo cavallo perché di colpo questo fremette e recalcitrò. Storm gli sussurrò qualcosa a voce bassa in un orecchio e il suo baio purosangue, come d'incanto, si placò.
Lo sparo era partito dal fucile del muto, uno Stevens calibro .42.
Il muto scese da cavallo in quel momento. Era tutto l'opposto di Koen: macchiato di sangue, sporco, pareva essere lui stesso un selvaggio. E a confermare l'impressione c'era l'enorme cicatrice a forma di X che aveva sulla fronte; nessuno sapeva come se l'era procurata, e nessuno glielo aveva mai chiesto, perché tutti sapevano che dal muto non sarebbe mai arrivata alcuna risposta.
Non veniva chiamato muto per caso, in fondo.
Erano rimasti solo due Pima, il primo aveva appena perso un braccio e adesso si trascinava dolorante e ansimante sul terreno in direzione del sottobosco, il sangue che gli colava nero e lento come magma, mentre il secondo indiano, con entrambe le mani, manteneva due piccole scure da battaglia dalla lama stondata in bronzo.
Morton tirò fuori il suo revolver dalla cintura, ma Storm gli fece un fischio: «Fermo.» disse. Fissava il muto, e ben presto lo fissarono anche tutti gli altri. Questo ripose rapidamente il fucile nel fodero e tirò fuori dalla cintura il suo pugnale.
Morton gli gridò: «Non ci mettere troppo.», e il muto cominciò ad avanzare a piccoli passi verso il muso rosso che impugnava le due piccole scure. Gli occhi dell'indiano si muovevano a scatti, occhi screziati di grigio, furiosi e terrorizzati allo stesso tempo. Fendeva l'aria con le lame e non guardava mai un punto fisso, o un uomo. Gettò prima lo sguardo su Storm e poi su Morton e poi dietro di lui: il sottobosco e il suo compagno strisciante come un serpente. Tornò a fissare il muto, sempre più vicino, a scatti, una silhouette umana in ombra davanti alle fiamme di quello che ne restava del fuoco acceso. Carboni e cenere e fiamme gialle e rosse e blu e viola che si muovevano trascinate dal vento, a destra e a sinistra, come una cosa viva. Arretrò di due passi e disse qualcosa di incomprensibile nella sua lingua. Urlò di nuovo, adesso fissava il muto, e sembrava sul punto di scoppiare. L'indiano strisciante fermò per un attimo la sua fuga e atterrito guardò la scena: il muto arrivò così vicino all'indiano armato che questo gli mollò un fendente con la scura sinistra che il muto per schivarlo dovette arretrare. Poi fece per assestarglielo un altro ma a quel punto il muto, agile di un salto improvviso, gli conficcò il pugnale nel cervello e poi lo ritrasse proprio nell'incavo dell'occhio destro, che adesso si era frantumato come gelatina. Cadde a terra come un sacco, anche se prima era riuscito a squarciare al muto la camicia e a ferirgli un braccio, visto che aveva mosso confusamente le scure.
Una magra consolazione.
Ma non morì subito. Le sue gambe si mossero per parecchio tempo, a scatti, come avevano fatto i suoi occhi fino a qualche attimo prima.
I capelli del muto adesso ondeggiavano intorno alla testa come piccoli serpentelli, unti e infestati dai pidocchi. Si girò a guardare l'ultimo superstite e, sbavante, fece due, tre, quattro passi fino a raggiungerlo. L'indiano adesso se ne stava immobile, pallido come un bianco, col sangue che continuava a sprizzare dal braccio tagliuzzato con un'inusuale densità, e parte dell'osso che spuntava fuori come un rametto bruciato.
L'indiano gemette. Ancora e ancora. Acquattato come un'animale selvatico. L'occhio rivolto al cielo notturno, dove le stelle erano diamanti incastonati nel carbone. Cominciava a sentire freddo e il battito dei suoi denti lo costrinse a balbettare quando, nella sua lingua, incominciò a supplicare l'uomo che aveva davanti. Come una fastidiosa cantilena.
Il muto, però, non se ne curò. Grugnì e, abbassandosi, gli squarciò di netto la gola. In orizzontale. La carotide e la giugulare. Il sangue per qualche attimo venne fuori come una cascata. E poi più nulla.
La radura aveva l'aspetto di un campo di battaglia, l'arena dove si era consumato un massacro, delimitata solamente dagli alberi grigi e spettrali di quel bosco ombroso: sangue e interiora dappertutto, due morti avevano i crani sbucciati, mentre invece tutti gli altri, nei pozzi degli occhi, avevano i capillari esplosi.
Un nugolo di scintille schizzò verso l'alto dai carboni ancora accesi. Storm notò in quel momento che, su uno strato di corteccia vagamente esagonale, usato a mo' di vassoio, c'erano ancora gli avanzi della carne di scoiattolo che gli indiani si erano cucinati quella stessa notte. Più in là invece, su un giaciglio su cui giaceva il corpo martoriato di un indiano, c'erano delle pelli gregge che avvolgevano delle carni essiccate e anche mezza gabbia toracica, tutta ossa e ossicini carbonizzati, che forse era appartenuta a una capretta.
Poi una voce irruppe di nuovo: «Li lasciamo così?», era stato Koen a parlare. La voce nasale ed elettrica.
«Io non li tocco.» disse Morton.
«Non abbiamo pale per scavare una fossa.»
«Allora bruciamoli.»
«No.» disse Storm. Sedeva sopra le staffe con aria austera, la stessa aria che ostentavano quei tiranni dell'antichità superbi delle loro conquiste, dei loro eccidi, venerati e venerandi di sporchi glorificati. «Ci penseranno gli sciacalli.» disse alla fine.
Fecero riposare i cavalli per un po' e poi saccheggiarono quel poco che gli indiani avevano da offrire. «Non toccate le loro coperte.» disse Eustace. «Ho sentito dire che qualche distaccamento dell'esercito continua ancora oggi a distribuirle alle tribù sulle montagne dopo averle contaminate con il vaiolo. Ci fanno dormire i malati in quelle coperte.»
Storm lo guardò senza dire una parola. Stava fumando un sigaro nero e sottile. Il suo volto era una ragnatela di rughe e, sporco e cencioso, sembrava appartenere a una nuova razza di uomini, nati da una terra che concepisce solo terrore e disperazione, e dove tutto il resto è solo una mera allucinazione.
Morton si trascinò col suo coltellaccio fra i morti strappando strisce di pelle dalla schiena di alcuni di loro, che gli sarebbero servite per fabbricare briglie per i cavalli o cinte o lacci. Prese da uno dei morti una collana in osso con lacci in pelle di cervo da cui pendeva la punta in ottone di una lancia. Se la mise intorno al collo.
Eustace lo guardò di sottecchi, bisbigliando «perdono» al Signore.
Morton lo vide e sorrise. «Nessuno ci giudica, fratellino.» disse grattandosi la testa infestata dai pidocchi. «Nessuno. Dio è solo un'invenzione, e il diavolo siamo noi.»
Poco dopo ascoltarono i richiami dei primi sciacalli, che presto avrebbero banchettato sui cadaveri lasciando intatti i loro pochi indumenti.
«Spegni quel dannatissimo fuoco.» disse Storm.
Eustace ubbidì, andando a smuovere a calci le ceneri fumati. Un nugolo di scintille schizzò verso l'alto. Poi l'ombra calò dappertutto, come se Dio avesse deciso di bandire per l'eternità ogni traccia di luce dal mondo.
Tornarono a prendere i due cavalli da scorta e ripartirono verso nord nel solito cigolio di finimenti e respiro dei cavalli. Si fermarono a un torrente che avevano scorto qualche ora prima del massacro alle pendici della montagna. Scorreva silenzioso ma inesorabile come sabbia dentro una clessidra su un pavimento di rocce muscose. La prima luce dell'alba rischiarava a est e le stelle cominciavano già a impallidire. La sabbia era nera e l'acqua era perfettamente trasparente. Piccole trote saettavano come anguille sul basso fondale sospinte dalle loro pinne chiaroscure. Storm fermò il cavallo, scese e s'inginocchiò e ci immerse le mani a coppa. Vedeva il proprio riflesso tremolante, scuro e incavato. Si bagnò il viso e poi si alzò e tornò al suo cavallo. Prese un rasoio e un pezzetto di sapone da una bisaccia. Tornò al ruscello e si tolse la camicia incrostata di sangue e si lavò le braccia e il petto. Cominciò a radersi con il rasoio dopo essersi spalmato col sapone una schiuma sottile e biancastra e grumosa, e vide che lo stesso stavano facendo anche gli altri, in ginocchio di fianco a lui alla riva di quel torrente.
Quando ebbe finito si risciacquò il viso e si rimise la camicia. Si ravviò brevemente con le dita i capelli e si rialzò, ritornando al suo cavallo. Ripresero la strada verso Mesa, oltre la montagna e il bosco, che l'umidità mattutina impregnava la strada di una coltre di fumo sulfurea e spettrale, come se quella nebbia altro non fosse che le anime dei morti risuscitati, fantasticamente, dagli inferi.
 
2.
Fuori dalla taverna il vento fischiava fra le case come una lama quando la si passa sulla cote per affilarla. La sala puzzava di tabacco e vomito e polvere da sparo. Il pavimento era di argilla pressata. Macchie di umidità e di nerofumo chiazzavano il soffitto come fossero mappe di mondi inesplorati.
Quando la porta si aprì, la luce di mezzogiorno penetrò fra quelle fila in ombra illuminando e accecando la risma di ubriaconi e dannati che fino a quel momento stava lanciando grida di giubilo e brindisi osceni sulle note di un motivo popolare intonato dal violino di un vecchio violinista. Alcuni uomini, mezzi ubriachi, andavano e venivano dal bancone con passo dinoccolato, per riempirsi i bicchieri di sherry o rum o qualcos'altro stretti nella loro mano malferma. Fece il suo ingresso un uomo in grigio – elegante come lo era solo Koen l'olandese in quella stanza – accompagnato da uno dei vice dell'ufficio dello sceriffo di Mesa.
Il rumore cessò e cadde un silenzio di tomba.
Un cane attraversò la stanza rapido come un falco, annusò per un'istante la patta dei pantaloni del vice e schizzò fuori la porta, scomparendo altrettanto rapidamente nella luce del giorno, seguito anche da due uomini che fino a un secondo prima se ne stavano appoggiati al lungo bancone di legno ruvido.
Il vice camminò fino al tavolo di Storm e del suo gruppo, un angolo scuro e indefinito, illuminato debolmente dalla luce giallo sporco di una lampada ad olio, e poi si fermò lì davanti, lo sguardo sull'ex ufficiale di brigata.
L'uomo in grigio invece era rimasto sulla soglia. Fissò il taverniere che gli restituì uno sguardo impaurito e poi fissò l'angolo opposto a quello di Storm, dove quattro uomini senza espressione se ne stavano rannicchiati lungo una parete vagamente illuminata da una manciata di candele di sego poggiate su altrettante, piccole, mensole.
Storm Dodd fissava senza sosta il boccale di liquore mezzo pieno che aveva fra le mani, mentre gli altri guardavano il vice coi loro occhi spenti. Tenevano alla cintola enormi pistole, e gli indumenti che indossavano – tranne che per quelli di Koen – erano macchiati di sangue e di sporcizia.
Il vice si rivolse alla sala, ad alta voce: «Io e il buon uomo lì fermo accanto alla porta dobbiamo parlare in privato con i signori che siedono a questo tavolo.» disse. «A nome dell'ufficio dello sceriffo Flood, chiedo a voialtri di uscire da qui. Grazie.»
Uscirono quasi tutti, compreso il taverniere. Rumore di sedie che si spostano e di bicchieri. Rimase solo un vecchio, seduto su una vecchia poltrona di pelle scamosciata e bisunta appena sotto il palchetto dove fino a qualche minuto prima si stava esibendo il violinista. Il vice gli ripeté un paio di volte di uscire, ma il vecchio non disse nulla; se ne stava tutto solo a leggere un ritaglio di giornale, con gli occhi bassi, perso nel suo mondo.
A quel punto il vice gli si avvicinò lemme lemme e poi si fermò a guardarlo con le mani sui fianchi nella mezzombra. Il vecchio solo allora alzò lo sguardo, e lo fece con un gesto lento della testa, come se lo avesse fatto per puro caso. Gli rivelò due occhi, scuri e solenni, come due biglie d'ebano, assorbiti da rughe e piaghe dalla pelle esangue. Fissò il vice e si portò una mano sul fianco, altrettanto lentamente, e tirò via dall'angolo della poltrona un corno di capra, che si portò all'orecchio per sentire. Il vice solo allora capì che quel vecchio era sordo. O mezzo.
«Che sta succedendo?» disse il vecchio. «Dove sono andati tutti?»
Il vicesceriffo gli ripeté più forte che doveva uscire di lì e il vecchio, a quel punto, non se lo fece ripetere due volte; caracollò verso la porta e uscì dal locale.
Il vice si sedette al tavolo attiguo a quello degli scout, invitò l'uomo in grigio a sedersi con lui e si rivolse con la sedia verso il capogruppo della compagnia. Una mosca ronzava contro il vetro lurido di nerofumo della finestra. Il resto era silenzio.
Storm parlò in un roco bisbiglio, come se avesse la gola secca come il foglio di una pergamena. «Cosa volete?» disse rivolgendo finalmente il suo sguardo a quei due uomini. «Lui chi è?» indicò con il mento l'uomo seduto al fianco del vice.
L'uomo in grigio si schiarì la gola: «Sono il procuratore generale della riserva del fiume Gila.» disse. Aveva il viso abbronzato dal sole quasi quanto quello di un indiano, i pochi capelli che aveva color grano bruciato, con riflessi rame e ruggine.
«Lei è un emissario governativo?» domandò Eustace, ma Storm lo gelò con uno sguardo in tralice.
«In un certo senso sì.» rispose il procuratore.
Storm tornò a fissare il vicesceriffo. «E cosa volete?» disse.
«Abbiamo bisogno di alcuni uomini per un lavoro. L'ingaggio ammonta a trecentocinquanta dollari non negoziabili.»
Morton e Koen si guardarono l'un l'altro. Il primo tossì, si trivellò con un dito l'orecchio, e sputò in una vecchia sputacchiera di rame sistemata fra i suoi piedi.
«Perché noi? Non siamo più un distaccamento governativo.» disse Storm.
«No, è vero.» continuò il vice. «Però l'operazione dell'apacheria al confine ci ha sottratto tutte le truppe e tutti i distaccamenti possibili. La situazione è difficile laggiù, perciò... ripeto, a noi ci servono degli uomini e voi ci sapete fare coi pellerossa, signori.»
«Noi non ci sappiamo fare, vicesceriffo.» disse Storm, scandendo la parola vicesceriffo. «Noi sappiamo solo ammazzarli.»
«Trecentocinquanta dollari non sono un buon pretesto per starsene buoni, per una volta, e scortare quei musi rossi fino alla riserva del fiume Gila?» domandò il procuratore. «Non bisogna ammazzare nessuno. Si tratta di una dozzina di nativi Pima. Donne, vecchi e bambini, per la maggiore. Vivono accampati sulle montagne. Non ci sono molti uomini, gli altri abbiamo sentito dire in giro li avete massacrati voi stessi quattro giorni fa, a sud.»
Il silenzio si fece più pressante. Storm lanciò un'occhiataccia al vicesceriffo.
«Non si allarmi, mr Dodd. Il vostro nemico è il nostro nemico. In giro si dice che siete stati ingaggiati da un vecchio perché quegli indiani avevano saccheggiato del bestiame... o mi sbaglio?» incalzò il procuratore.
«Siete ben informato.»
«Già. Bé, ritornando a noi, il governatore ha interesse di veder sgomberata il prima possibile l'area dove sono accampati quei selvaggi. Non bisogna ammazzare nessuno questa volta. Siamo in piena campagna di civilizzazione, mr Dodd.»
«In fondo quello che avete fatto a quei Pima è stato un atto dovuto. Un atto di civilizzazione, come suggerito dal procuratore.» s'intromise il vice. Era sbarbato e aveva la pelle del viso liscia come quella di un bambino. Storm l'avrebbe presa a schiaffi molto volentieri, quella faccia.
«Adesso la chiamate così, eh? Civilizzazione.»
«Sì. Proprio così.»
«Voialtri non avete mai avuto il fegato di chiamare le cose con il loro vero nome.»
«Voialtri chi?»
«Voi del governo, signor procuratore.»
Il procuratore a quel punto si piegò in avanti. Giunse le mani fra le ginocchia. «Trecentocinquanta dollari, mr Dodd, tutti per voi. Per il vostro gruppo. La partenza è fissata a domattina, poco prima dell'alba. Vi accompagneremo io, il vicesceriffo qui presente e un altro vice. Lo sceriffo Flood è a Maricopa perché deve sbrigare per un paio di giorni degli affari, laggiù. Ecco, come vede siamo a corto di personale. Quindi, ci serve una risposta immediata.»
Storm passò in rassegna il volto di tutti i suoi compagni seduti al tavolo. Occhi scuri. Occhi come fessure. Koen sorrise.
«È un caso che siete stati voi a uccidere i Pima di questo villaggio.» precisò il vicesceriffo. «La nostra offerta non ha nulla a che fare con quanto accaduto.»
«Trecentocinquanta dollari.» ripetè Storm. Si rilasciò all'indietro e incrociò le braccia. Adesso guardava il procuratore. «In anticipo?» disse.
«Sì.»
«Affare fatto.»
 
3.
Storm riviveva quel sogno ogni notte, come una maledizione. Nel sogno una città senza nome bruciava, e le fiamme ondeggiavano come le ombre dei morti mentre si ergevano maestose contro un cielo di porpora in cui il sole altro non era che un fragile e freddo cerchio nero, asettico, agonizzante. Lui, Storm, se ne stava alla finestra di una stanza anonima, sospesa nel vuoto. Era scrutato, dalle finestre delle torri e dei pochi edifici rimasti salvi, davanti a lui, dai volti pallidi e spettrali di tutti gli uomini che aveva ammazzato; gli occhi grigi e neri e azzurri imparziali. Nessuno gridava mentre le fiamme avvampavano. Nessuno gli chiedeva aiuto. Tutti lo aspettavano. E il tempo scorreva.
Si risvegliò nella camera d'albergo che aveva affittato la sera prima per scoparsi due puttane. Le prostitute dormivano beate sopra il letto sulle cui federe del materasso erano incise le impronte arrugginite delle molle del telaio. Storm si alzò dal letto e si guardò intorno; dalla finestra non proveniva alcuna luce, solo il canto isolato di un grillo, forse due.
Si vestì e uscì dalla stanza. Quando arrivò alla stalla gli altri lo stavano già aspettando; avevano sellato tutti i cavalli e preparato l'occorrente per il viaggio. Abbeverarono gli animali qualche minuto più tardi a una pozza stagnante nella piazza principale e s'incontrarono con il procuratore e i due vicesceriffi davanti alla bodega del vecchio McKinley. L'altro vice aveva dei baffi vistosi e indossava un Hawkins di pelle a tesa stretta. Era in piedi e teneva per le redini il suo cavallo. Quando vide Storm e i suoi uomini, indirizzò al gruppo un cauto buongiorno accennando col capo. Solo Storm replicò.
«Contiamo di arrivare al villaggio prima del tramonto.» disse il procuratore. Lui e il vice sbarbato se ne stavano in sella dei loro mezzosangue, pronti a partire. Faceva ancora buio ma il cielo si andava schiarendo in diverse gradazioni di blu fino al grigio. A est la stella del mattino brillava della sua pallida luce. Da nord, nuvole minacciose.
La strada che confluiva alla piazza centrale di Mesa era una riga di ciottoli di pietra, anche se qua e là era squarciato da erbacce che spuntavano fra i sassi come ciuffi di capelli. Gli zoccoli dei cavalli in partenza risuonarono sordi fra quelle viuzze desertiche. Superarono il basso edificio del municipio, con le mura appena intonacate, e una fila di case di adobe con i tetti spioventi. Il gruppo uscì dalla città salutato falsamente dal bau bau di due cani randagi e dal lontano canto di un gallo, e attraversò ben presto nella falsa oscurità che precede l'alba un ponticello che raccordava le due sponde di un torrente poco profondo. Avvistarono da lontano un branco di cervi che risaliva brucando la sponda opposta, ma quando anche gli animali ebbero avvistato gli uomini a cavallo, fecero dietrofront e scomparirono oltre un groviglio di cespugli.
Il gruppo proseguì verso le montagne. Solo ammassi di roccia e cenere, all'inizio. Poi, in tarda mattinata, arrivò anche la vegetazione: acacie in fiore e pioppi su tappeti d'erba, ai bordi delle vallette, verde e rigogliosa.
I vice procedevano in testa alla colonna e parlottavano fra di loro. Storm cavalcava con l'olandese subito dietro, all'erta come se si aspettasse l'avvento di una catastrofe da un momento all'altro. Il muto chiudeva la fila.
A un certo punto il procuratore passò accanto ai fratelli La Grange senza dire una parola e lì, al trotto accanto a loro, vi rimase per un bel tragitto. Restò in silenzio. I fratelli litigavano continuamente; Morton punzecchiava Eustace appena ne aveva l'occasione perché infamava tutte le sue convinzioni di fede, e bestemmiava continuamente per farlo incazzare. Eustace portava al collo la sua croce e cavalcava impugnando con la sinistra le redini e con la destra una piccola bibbia rilegata in pelle. Morton era la sua perfetta antitesi; adorno, come solo i cannibali più malvagi, di strani orecchini e bracciali di parti del corpo di pellirossa che aveva prima scuoiato e poi reciso. Sul collo aveva un tatuaggio che gli aveva fatto un tale durante la guerra con degli aghi d'osso da cui aveva fatto passare attraverso la pelle un filo coperto di fuliggine. Il tatuaggio rappresentava l'Uroboro, un serpente che inghiottiva la sua coda formando un cerchio senza né inizio né fine, una O che simboleggiava la totalità del tutto, l'eternità, la ciclicità primordiale.
«Visto che dici di parlare con Dio o chicchessia, perché la prossima volta che lo senti non gli domandi se può farci trovare un bel gruzzolo di monete d'oro?» disse Morton. «Magari una cassa piena di dobloni e di gioielli, come in una di quelle storie di pirati.»
Eustace non disse nulla.
«Stare a cavallo mi irrita il culo, maledizione. Vorrei comprarmi una bella proprietà in campagna, far lavorare i negri la terra, e non fare un cazzo dalla mattina fino alla sera. Eh, che dici fratellone?»
«Tieni la bocca chiusa.»
«Avanti.»
Eustace sbuffò e gli lanciò uno sguardo in cagnesco.
«Bé, comunque, è il solito discorso. Se Dio, insomma, se qualcosa davvero esiste sopra il mondo e le stelle, ecco... se davvero esiste qualcuno che ci ascolta e che ci parla...», Morton fece una breve pausa, «Ecco, adesso proverà solo odio verso di noi. Ne sono certo. È sempre la solita storia. Gli uomini altro non sono che una triste vergogna. Forse uno scherzo, o forse addirittura un orribile errore.»
«Chiudi quella cazzo di bocca, razza di coglione.»
L'orizzonte dalle terre a nord era un ammasso di nubi nere, lampi silenziosi che si ramificavano fra quei nuvoloni scuri come inchiostro su carta tracciando Y irregolari, tempeste distinte e distanti che si avvicinavano rapide come falchi in picchiata.
Poco dopo mezzogiorno costeggiarono un dirupo sassoso fra le montagne, avanzando lentamente su una lingua di terra circoscritta dalla caduta, in parte, di alcuni massi che erano rotolati giù. Emersero su una steppa dove l'erba era grigia e ramata come se un grande incendio l'avesse bruciata, e smontarono dai cavalli e lì, li sciolsero. Stormi di uccelli frullarono via rasenti l'erbaccia. Abbeverarono gli animali e mangiarono velocemente fagioli freddi, tortillas e carne secca. Il muto stese il braccio a mo' di meridiana per capire quante ore di luce restavano. Il procuratore disse a Storm che qualche settimana prima un emissario governativo aveva già parlato con i Pima di quel villaggio del trasferimento alla riserva del fiume Gila, e ne aveva già stretto un accordo preliminare. «I termini e le condizioni di pagamento sono già state definite. Io devo solo mettere nero su bianco quanto pattuito e poi possiamo partire per la riserva.»
«Quanto tempo ci vuole?» domandò Storm.
«Bé, mi hanno informato che alcuni di loro parlano la nostra lingua per cui... un'ora al massimo, credo.»
«Potrebbero pure rifiutarsi di firmare?»
«Non lo faranno.»
«Perché?»
«Perché l'offerta è troppo vantaggiosa.»
«Quanto gli avete offerto?»
«Questo non posso dirvelo mr Dodd. Sono legato dal segreto professionale.»
«Al diavolo, stiamo parlando di selvaggi.»
«Non posso, mr Dodd.»
Ripartirono, e, poco prima della sera, nel crepuscolo violaceo e sotto una pioggerella soffice e quasi gradevole, giunsero all'accampamento. La valle era bellissima, seppur fosse quasi scuro per ammirarla perfettamente: c'erano aquile e altri uccelli che svolazzavano nel cielo come trascinati dai fili invisibili di un invisibile burattinaio, orchidee selvatiche e un cipresso sempreverde alto più di dieci metri, dalla chioma piramidale, che dominava il bacino. E poi c'era il villaggio, disteso tutt'intorno: sedici tipi costruite con pelli e pali, e fissati al terreno con una manciata di picchetti. I primi abitanti ad avvistare gli uomini, furono due donne intente a ripiegare quelle che agli occhi dei visitatori parsero semplici pelli gregge; erano senza niente addosso, tranne che gli stivali e delle gonne di cuoio bronzeo. I capelli lunghi e neri che coprivano parte dei seni ballonzolanti. Urlarono qualcosa nella loro lingua e poi gridarono ancora, senza mai staccare gli occhi di dosso ai nuovi arrivati. A quel punto uscirono dalle capanne altre donne, due di loro stringevano fra le braccia piccoli marmocchi pellerossa, e poi le seguirono altre figure.
 
 
Attesero coi cavalli vicino all'enorme cipresso. Aveva smesso di piovere ma arrivò un gran vento. Il procuratore e il vice coi baffi tennero consiglio in una capanna con due Pima che parlavano la loro lingua: un vecchio con una lunga barba grigia e un ragazzo. Le stelle erano appena visibili, da un piccolo interstizio infatti s'intravedeva la coda del Cigno, dato che le nuvole, adesso, strangolavano gran parte del cielo settentrionale. Alcuni uomini del villaggio accesero un fuoco per gli ospiti e ora stavano smontando i tipi e preparando la loro roba sui loro piccoli pony che li avrebbero trasportati nel viaggio fino alla riserva. I pony, al posto delle selle, avevano delle coperte ruvide e gregge legate con dei pezzi di corda.
Storm, e il suo gruppo, fissava il fuoco che si appiattiva sul terreno ad intervalli, per poi tornare a sollevarsi. Morton era nervoso, e Storm lo notò subito: «Non fare cazzate.» gli aveva detto appena arrivati all'accampamento.
Dalla piccola fessura fra le nubi, una scintilla – una cometa – squarciò per un secondo il mare di stelle. Storm accennò con il mento e con gli occhi il piccolo riquadro e chiese: «Di cosa sono fatte?»
Koen sputò nel fuoco e un nugolo di scintille si alzò dai ceppi. «Le stelle?» disse.
«Sì, parlo di quelle.»
«Non lo so. Non lo so proprio, Storm.»
Le montagne oltre la vallata balenarono più e più volte nel fragore del tuono per poi estinguersi, di nuovo, nel buio. I fulmini come enormi cataratte.
«Quello sì che è un brutto temporale.» disse Koen.
«Già.»
«Dite sia meglio non partire per stanotte, mr Dodd?» s'intromise il vicesceriffo sbarbato, dall'altro lato del fuoco. Sedeva tutto rigido, con la schiena eretta. Immobile come un sasso.
«Io non dico proprio niente.» rispose Storm.
Quando il procuratore tornò fuori, mezz'ora più tardi, la prima cosa che disse fu: «Il trattato è stato firmato. Siamo pronti per partire.», e lo disse come se stesse leggendo una sentenza di una disputa durata per anni.
Il vicesceriffo coi baffi poi si avvicinò a Storm e gli disse di seguirlo. Si allontanarono, per qualche minuto, dal fuoco e dagli altri.
«Qualcuno di loro parla la nostra lingua.» disse il vice a voce bassa. «Hanno saputo che i loro uomini sono stati trucidati sulle montagne da qualcuno. Quei pellirossa erano cacciatori, mr Dodd. Ad ogni modo, non sanno chi possa essere stato. Non lo sanno.»
«Cosa cercate di dirmi, vicesceriffo.»
«Cercate di controllare i vostri uomini. Cercate di non accennare alla cosa, mr Dodd.»
«Di non accennare alla cosa.» ripeté Storm.
«Proprio così.»
Storm fece per andarsene ma il vice continuò: «Vi siete mai chiesti se quel vecchio agricoltore che vi ha ingaggiati per ammazzare quei pellirossa, vi avesse detto la verità, in merito al bestiame rubato?»
«La verità?»
«Sì.»
«A me e al mio gruppo, non serve la verità, vicesceriffo.»
«E cosa vi serve?»
«Solo un lavoro.» disse Storm. Poi sorrise, un ghigno amaro e raccapricciante. Le sclere dei suoi occhi erano cosparse da venuzze rosso sangue. Distolse lo sguardo, si girò e tornò dagli altri.
Partirono, mezz'ora più tardi, circa, percorrendo la strada che li aveva condotti fino a lì con al loro seguito un piccolo esercito formato da sei donne, quattro vecchi, tre bambini – compreso un neonato – e cinque uomini fra cui spiccava quello che parve agli occhi di Storm essere il capotribù; un giovane che si chiamava Tohomo vestito come gli altri di stracci ma – ed era l'unico fra quei pellirossa – che montava un cavallo che non fosse un semplice pony, visto che il suo era uguale ai cavalli dei Pima che avevano massacrato cinque giorni prima.
Tohomo conduceva per le briglie un cavallo che trascinava un carro pieno di pelli e di pali che avrebbero sostenuto le capanne. Vi era un'aria strana nella scena di quella marcia, come di distruzione. Gli indiani erano taciturni, cupi, indifesi, e tutti seguivano i due vicesceriffi e Storm Dodd, che aprivano l'intero gruppo.
A un certo punto Eustace, al trotto, si accostò a Storm e gli disse che con quell'andatura il viaggio sarebbe stato un'agonia.
Storm annuì. «Non ci posso fare niente.» disse.
«La tempesta ci travolgerà a breve.»
«Lo so.»
«Dobbiamo fermarci da qualche parte. Continuare ci sarà impossibile.»
«So anche questo.» disse Storm.
E così arrivò la pioggia, pungente, e un vento freddo e furioso. Il gruppo affrontava il vento curvandosi, e i cavalli sbuffavano e fumavano dalle narici come treni a vapore, e i bambini piangevano, e i vecchi incespicavano e rallentavano la coda. Le montagne ingrigite sorgevano dal nulla, nel bagliore del fulmine, come dorsi di dinosauri imbalsamati nella pece, e la strada sulla dorsale ghiaiosa che adesso stavano attraversando cominciava a riempirsi di piccole pozzanghere alquanto fastidiose per le ruote dei carri e per gli zoccoli dei cavalli. L'ansa di un fiume gonfio e fangoso balenava, nella forra sotto di loro, a intervalli negli echi di luce temporaleschi quasi fosse la gigantografia di un serpente che strisciava nella sabbia. Storm e i suoi uomini indossarono degli impermeabili ricavati da pelle concia.
Poco dopo trovarono un enorme sistema di grotte e gallerie scavate nella montagna tanto ampie e profonde da contenerli tutti quanti, e ci si infilarono dentro. Lì, si sentiva l'acqua sgocciolare nelle profondità più remote in un tic tic lontano e spaventoso e primordiale, come se stessero ascoltando il brontolio del Cocito nel cuore dell'ade.
Storm Dodd e i suoi uomini accesero con pazienza un piccolo fuocherello con della legna bagnata trovata fuori dalla grotta. Spaccarono i legnetti e trovarono gli interni asciutti da cui estrassero piccole scaglie di truciolato. «Cercate di non arrostirci.» disse il vice sbarbato, e Morton lo fulminò con lo sguardo.
Si spogliarono lentamente dei vestiti intrisi d'acqua e abbeverarono con le loro borracce i cavalli che, al seguito dei tuoni, scalpitavano e inarcavano il collo spaventati. I Pima si ritirarono più in là, rispetto al fuoco, come esseri condannati al buio eterno. Una bambina non smetteva di piangere.
Dopo un po' il vice coi baffi, dall'altro lato del fuoco si rivolse a Koen. Disse: «Perché ti vesti così?»
Nessuno degli uomini di Storm si rivolgeva ai vicesceriffi senza il suo consenso. Perciò l'olandese dovette prima guardare Storm, e poi, solo dopo che questo ebbe annuito, poté rispondere: «Così, come?»
«È insolito, insomma, non ti voglio offendere, però non è da tutti andare in giro così elegante da queste parti...»
«È insolito anche andare in giro con quei baffi.» disse Koen, accennando al volto del vice. Morton ridacchiò e poi sputò nel fuoco, col fare del più stupido fra i trogloditi.
«Perché ti chiamano l'olandese?» continuò il vicesceriffo ignorando quanto appena sentito.
«Forse perché è un fottuto olandese.» disse Morton infastidito. Si girò, infatti, verso un gruppo di nativi accovacciati in un angolo ombroso della caverna e gli urlò contro che dovevano far stare zitta «quella bambina», visto che continuava a piangere. «Non se ne può più, maledizione.»
Il vento, il temporale e quel pianto producevano un rumore di fondo altisonante, che riempiva quelle mura di roccia calcarea per poi riecheggiare in ogni direzione. Koen raccontò che veniva da un'illustre famiglia di avvocati del Wyoming di origine olandese – e lo disse ostentando vanità – e aggiunse che aveva frequentato anche l'università di Cheyenne senza, però, mai finire gli studi. Disse che quella vita non lo aveva mai attirato e che poi, come una grazia, era giunta la guerra.
«So che avete combattuto nella guerra contro il Messico.» disse il vicesceriffo sbarbato occhieggiando Storm. «Lei era un'ufficiale, mr Dodd.»
Storm rimase in silenzio. Non era una domanda, perciò non rispose.
«Bé, Storm lo abbiamo conosciuto in guerra.» disse Koen. «Tutti quanti.»
Morton poi si rivolse al procuratore, di là del fuoco, in piedi, accanto al suo cavallo, intento a bere dell'acqua dalla sua borraccia di pelle. «Lei è stato in guerra, signor procuratore?»
«No.»
«Già. Immaginavo. Lei è un uomo buono.»
Il procuratore fece spallucce. Bevve, si girò e appese la borraccia in arcione, dando per un secondo le spalle al gruppo.
«C'è chi crede che gli uomini buoni non sono in grado di commettere malvagità, ma io questo non lo credo, e non lo credo perché non esistono uomini buoni, signor procuratore.» disse Morton. «Esistono solo uomini forti e uomini deboli. Uomini furbi e uomini stupidi. E poi, il divenire della natura è più incline ad accertare l'esistenza di un ipotetico inferno, anziché del paradiso. Tutto è in divenire morte. Tutto è in divenire distruzione.»
«Chiudi il becco.» disse Eustace.
«Camminiamo su una fune, sopra un abisso di dolore, signor procuratore.» sorrise Morton.
A quel punto intervenne Storm, che gli ribadì che doveva chiudere «quella dannatissima» bocca e così, per un secondo, calò nell'immensa caverna un silenzio improvviso e assoluto. Anche la bambina smise di piangere. Poi un cavallo nitrì.
 
 
Il tempo scorreva e il temporale, di ora in ora, sembrava diventare sempre più forte. Era l'alba ma il cielo era scuro come se Dio avesse tappato il sole con una coperta bagnata.
Morton si avvicinò al suo cavallo e gli diede da bere. Rovistò fra le sue cose fissate all'arcione posteriore del suo animale e recuperò da un borsone in cuoio della carne secca. Ne tagliò una parte con l'enorme coltello da cintura rinforzato in rame che si portava sempre dietro. Gli altri del suo gruppo se ne stavano seduti accanto alle braci in silenzio. Quasi nessuno parlava. E lo stesso valeva per gli indiani.
Morton masticò la carne secca e stopposa lì, vicino al cavallo, e poi si tolse la camicia sporca e puzzolente che si era lasciato indosso. Rimase a petto nudo, la collana in osso che gli pendeva dal collo tatuato e la schiena squartata da due oscene cicatrici orizzontali. Un ragazzo Pima appoggiato al muro dietro di lui, in quel momento, disse qualcosa nella sua lingua indiana; un brusio che divenne prima una vociare insistente e poi un grido di collera; si alzò e cominciò a indicare con l'indice Morton. Tohomo e un altro paio di indiani si alzarono e, prontamente, si schierarono a mo' di scudo davanti al ragazzo, che continuava a urlare e poi a sbraitare. Si tirarono su anche Storm, il muto, Koen e i due vicesceriffi. Eustace sonnecchiava, ma aprì gli occhi in quel momento.
«Cosa c'è?» disse Storm. Ma nessuno sembrò prestargli attenzione.
Morton adesso fissava il ragazzo di sghembo, con l'occhio nero di catrame confuso fra la curiosità e la rabbia. Che cazzo indica questo stronzetto, pensò.
Tohomo scambiò due parole con il ragazzo, che parve calmarsi per un secondo, e poi si girò a fissare Morton. Lo guardò in viso e poi guardò la collana che portava al collo. Parlò piano: «Dove tu hai preso?» disse indicando con la sinistra la catenella. «Dove?» insistette.
Storm si rese conto in quel momento che era troppo tardi per dire qualcosa. Morton aveva già sfilato il suo grosso revolver dalla cintura e aveva già aperto il fuoco contro Tohomo. Bam. Una pallottola sola. Il cranio, centrato in pieno, si frantumò in mille piccoli pezzettini sulla parete calcarea. Quasi tutti i cavalli allo scoppio nitrirono e scalciarono, e poi si alzarono altre voci. Altre grida. La caverna divenne in un istante un orrendo mattatoio. Storm tirò fuori il suo revolver e il vice sbarbato fece lo stesso. «Calmi, signori.» disse.
Ma il danno, pensò Storm, è già stato fatto.
Storm aprì il fuoco seguito dall'olandese e dal muto. Eustace rimase raggelato in mezzo a quella confusione, per terra, così come il procuratore; annichilito accanto alle braci fumanti del fuoco ormai spento, lo sguardo fisso sulla scena tutt'intorno. Il vice sbarbato urlò «fermi», ma si beccò prima una pallottola nel cuore e poi una seconda nell'occhio sinistro. Il ragazzo Pima nel frattempo, insozzato dagli schizzi di materia cerebrale di Tohomo, si era scagliato furibondo contro Morton stringendo un'accetta presa da chissà dove; gli aprì la testa nello stesso attimo in cui il gemello più mortifero dei La Grange tirava il grilletto a vuoto. Si è inceppata, pensò prima di morire. Si è inceppata, maledizione.
Scorie di piombo adesso rimbalzavano sulle rocce uccidendo, ammutoliti, vecchi, donne e bambini, e il fumo degli spari ristagnava nell'aria bagnata di quella strana, scura, alba sanguinolenta. Si alzò uno strato talmente spesso di polvere che per un attimo sembrò che il pulviscolo di Marte avesse appannato lo spazio di quella grotta.
Urla atroci, gemiti di dolore e di estasi si diffondevano come gli orrendi lamenti delle bestie in fuga dai sentieri di caccia. «I cavalli.» disse Storm, «Fate attenzione ai cavalli.»
Il vice coi baffi armò la pistola gridando «maledetti» e colpì dietro la nuca Koen che cadde irrimediabilmente morto come un fantoccio.
Storm si abbattè contro il vicesceriffo coi baffi e lo disarcionò con un calcio, mentre un proiettile partito dalla Colt di quest'ultimo lambì la sua carne all'altezza del collo. Il vice cadde a terra e Storm, con il sangue agli occhi, spezzò con un calcio, in uno schiocco sordo, il braccio con cui il vicesceriffo stava impugnando la sua arma. Ulna e radio fecero crack. Rumore di ossa spezzate.
«Cosa... cosa fate?» tartagliò il vice, ma Storm sollevò il suo revolver e fece fuoco.
Intanto due indiani, fra cui il ragazzo che aveva ucciso Morton, erano riusciti a raggiungere l'imbocco della grotta e ora stavano liberando dalle briglie due pony. Il muto centrò con la pistola il ragazzo ma mancò il secondo; riuscì solamente e ferire il cavallo che montava, perciò quella seconda sagoma cadde per terra e continuò ad avanzare caracollante come un ubriaco sotto la pioggia da solo, in fuga. Il muto rinfoderò la pistola e si avvicinò in tutta fretta al suo cavallo, estraendo dal fodero il suo fucile. Guardò Eustace, seduto per terra, con gli occhi come imbalsamati e le mascelle serrate, e corse fuori sotto l'acquazzone che veniva giù dal cielo come una cascata. Il rombo del tuono parlava. Il mondo fuori la caverna pareva essersi ridotto all'epitome di una di quelle tempeste pestilenziali narrate dagli antichi che scuotevano le alture più nere dell'inferno.
Il muto guardò prima verso nord e poi gettò l'occhio a est, dove il sole invisibile non proiettava ombre; lì, vi scorse il fuggitivo diretto a un costone sabbioso. Non lo perse mai di vista. Imbracciò il fucile, chiuse un caricatore, ruotò le canne e poi chiuse l'altro. Duecentocinquanta metri. Forse duecentosessanta. Verificò velocemente la direzione del vento e corresse l'effetto pioggia. L'aria pesante era rorida di ozono. Non gli sarebbe servito a nulla guardare attraverso il mirino perché, in quelle condizioni, da lì, ci avrebbe visto ben poco. Perciò, scosso dall'istinto, sollevò l'arma e fece fuoco.
La sagoma del fuggitivo cadde in avanti.
Quando rientrò nella caverna la cenere si stava disperdendo. Odore di polvere da sparo e di sangue. Per terra contò diciotto morti. Diciotto. E anche il cadavere di due pony, uno dei quali era stato aperto in due all'altezza dell'addome e adesso si riversava al suolo in una pozza di viscere, che già erano diventate il centro gravitazionale di alcune mosche. Il procuratore se ne stava ancora per terra, le mani nei pochi capelli che aveva, lo sguardo assente. Una donna che si portava addosso i segni della sifilide piangeva sommessamente in ginocchio, mentre avvolto fra le sue braccia in una coperta ruvida stringeva il suo bambino. Storm guardò Eustace, che nel frattempo, come intontito, si era fatto avanti verso di lui. «Svegliati, maledizione, e libera quei pony.» gli ripeté Storm col fiatone. «Libera quei pony, dannazione.»
Ma Eustace rimase fermo. Sentiva quella minuscola vena sulla fronte pulsargli più del normale. Fu il muto a liberare i cavalli degli indiani e a lasciarli correre, come impazziti, fuori la grotta.
Il corpo di Koen se ne stava a faccia in giù sul terreno, e così Storm si avvicinò al suo corpo, lo guardò e lo rovesciò con lo stivale. Fece lo stesso con quello di Morton.
Poi si avvicinò ai cavalli dei vicesceriffi e del procuratore e sparò tre colpi in rapida successione. Le bestie caddero con uno schianto quasi contemporaneamente. Il procuratore ebbe un sussulto. Storm poi lanciò un fischio in direzione del muto e gli fece un gesto con il capo. Il muto annuì e sparò alla donna e al suo bambino. Questa volta sussultò anche Eustace.
Poi Storm abbassò lo sguardo sul procuratore, seduto più in là, accanto alle ceneri delle braci. Il sangue degli uomini che aveva ammazzato gli incrostava i capelli e gli striava la faccia. «Dove sono i soldi che avete dato a questi selvaggi per avere la loro terra?» disse con voce rauca.
«Co... cosa?» il procuratore tremava. I suoi occhi roteavano a scatti, prima verso Storm e poi verso il muto. Sembravano due lebbrosi tanto erano sudici di sangue e di polvere appiccicaticcia.
«Dove sono i soldi.»
«Non ci sono.»
«Che cosa vuol dire non ci sono?»
«Li avrei pagati arrivati alla... alla riserva, mr Dodd. Non li ho qui con me. Non sono qui, può controllare.» disse il procuratore. «Adesso cosa mi volete fare?»
Storm ripeté due volte «Alla riserva.» e poi scoppiò a ridere.
«C'è qualcosa che non va nella vostra testa. Maledizione, cosa vuole farsene di me, mr Dodd?»
Storm si zittì in quel momento. Guardò Eustace e gli disse di prendere la sua pistola dalla cintura. Eustace esitò, poi guardò il muto e la tirò fuori.
«Adesso uccidilo.» disse Storm.
Eustace aggrottò la fronte. Il tempo gli sembrò rallentare, sottomettersi, magari fossi morto qui, in quest'attimo infinito, pensò. Poi la voce del procuratore sopraggiunse spezzando l'incantesimo. «Non lo fare.» fu la sua supplica. Ma a quel punto tutto era già ritornato come prima. Eustace La Grange fece fuoco, e il fumo della sua pistola rimase sospeso nell'aria come una nuvola.
 
 
Riemersero tutti e tre spingendo a piedi i cavalli dalla grotta – compresi i puledri di Morton e dell'olandese, che adesso li seguivano come cavalli da scorta – e rimasero apocalittici, per qualche minuto, nel bagliore intermittente dei fulmini. I cavalli risplendevano di uno strato opalescente di brina. Storm si tolse il revolver dalla cintura e lo mise fra le altre cose fissate all'arcione posteriore del suo baio purosangue. Non pioveva più, ma il cielo di quell'alba strana era sempre scuro e minaccioso.
«Forse non dovremmo lasciarli così.» disse Eustace, fissando l'imbocco della grotta da cui erano appena usciti.
Storm montò in sella e sfiorò il collo del cavallo con le redini. Fissò i piedi nella staffe. «Avvoltoi e lupi.» disse.
«Cosa?»
«Presto li divoreranno gli avvoltoi e i lupi.»
 
4.
Gennaio. 1890. La zanzariera della porta della cucina sbatteva ogni notte, perché ogni notte un vento freddo e furente veniva giù dalla montagna. Le pareti della casa che avevano comprato in quella piccola comunità rurale, a nord, erano tutte rivestite di legno, e la casa puzzava sempre di tabacco.
Le stanze erano tre; si erano presentati alla comunità come tre fratelli venuti da lontano, campagnoli che volevano solo starsene in disparte, in tranquillità, per ricominciare magari una nuova vita. Una nuova storia. Inventarono i nomi e tutto, infatti, e la cosa sembrò funzionare. «Lavoravamo in un ranch di nove mila acri.» raccontò Storm a un vecchio allampanato con la pelle sottile come carta che lavorava nell'unica farmacia del posto. «Ci occupavamo del bestiame e tutto, avevamo anche una bella mandria di bisonti, prima che una terribile moria ci portasse via ogni cosa. Il ranch è stato venduto l'anno dopo.»
Per tirare a campare vendettero a buon prezzo tutti i cavalli, tranne che il baio purosangue di Storm, che se ne stava in una piccola stalla costruita originariamente per i bovini, proprio dietro la casa. La comunità sorgeva alla gola di una montagna piena zeppa di carbone. Lì sopra, vi erano due miniere; il muto ci lavorò per un po', giusto qualche mese, prima che lo colpisse il tifo. Morì quattro giorni dopo. Come un soffio di vento. Un respiro. Un'apparizione.
Storm, invece, lassù ci lavorava ancora. Il suo viso si era fatto smunto, non parlava quasi mai, e spesso in piena notte usciva dalla casa e andava da qualche parte in giro sulla montagna, a piedi, al buio. Eustace pensava volesse farla finita. Che voleva suicidarsi. Ma dopo qualche ora ritornava sempre, e si metteva a letto a dormire. Una notte rientrò delirante, impugnando il suo eterno revolver, ripetendo che aveva paura del fuoco e che l'inferno era un pozzo pieno di fuoco. Si calmò solo il mattino dopo.
Era strano perché quel suo mutamento – o turbamento – era arrivato all'improvviso. Aveva persino cominciato a vedersi con una ragazza del posto. Lei aveva sedici anni. Sembrava che avesse ritrovato il senno che aveva perso dopo la guerra e dopo tutto quel male, pensò Eustace. Ma la cosa durò poco, giusto un paio di settimane, perché la famiglia della ragazza decise di trasferirsi ancora più a nord.
Eustace invece lavorava per un vecchio giudice che viveva in quella comunità da quando la moglie era morta. Aveva la più bella casa della comunità, dalle mura soffocate dai rampicanti secchi, e anche un gran bel giardino, con l'erba ben curata, che quando arrivava il freddo si ghiacciava e andava lavorata immediatamente per essere preservata.
Ma a Eustace quei giorni, quelle settimane che ben presto divennero mesi, che si affannava a chiamare vita, non lo avevano mai gratificato; Dio aveva smesso di parlargli da quella maledettissima notte e questo lo tormentava più di ogni altra cosa; quelle grida atroci, quei bambini, piccoli, indifesi, in quella maledettissima grotta, li vedeva ogni notte nei suoi incubi.
Un anno a pensare di fare la cosa giusta. La cosa più giusta.
E così eccolo qua, un anno e qualche mese dopo; la zanzariera della cucina sbatteva come ogni notte. La stanza era buia, e buio era anche il mondo dietro la tenda sfilacciata della finestra. Aveva cominciato a prepararsi il borsone ma alla fine si era fermato a riflettere e si era detto che, forse, nel posto in cui sarebbe andato, un paio di jeans e di camicie pulite non gli sarebbero servite a nulla. Quella mattina aveva anche guardato il suo vecchio Smith & Wesson modello tre. Calibro 44, naturalmente. Se l'era passato fra le mani con gli stessi occhi che facevano i soldati quando s'imbarcavano per la guerra, mentre salutavano le loro donne lì ferme sulla banchina sotto di loro. Aveva abbassato il cane, aveva aperto il caricatore, lo aveva smontato e rimontato, e ne aveva tirato fuori i due proiettili che gli restavano. Aveva riposto il revolver in una vecchia scatola di cartone che teneva sotto il letto e si era fermato davanti alla finestra, a riflettere, con lo sguardo fisso sulle montagne accecate dal sole.
Ma adesso era buio e silenzio, e il corridoio era stretto e altrettanto buio così come lo era anche la stanza di Storm. Sentiva il suo respiro, placido e sognante. Si avvicinò a lui lentamente, il cuore a mille, con la lama argentea del coltello che gli sembrò riflettere una luce che in realtà non esisteva. Poi il movimento, rapido e mortale; il sangue arterioso schizzò via dalla carotide come l'esplosione di un pozzo di petrolio. Storm boccheggiò, ansimò, si mosse dal letto, e per un attimo si alzò addirittura a sedere, ma Eustace lo inchiodò di nuovo giù: «Shh.» bisbigliò. «Shh.», lo sentì morire fra i gorgogli strozzati.
Eustace La Grange, così, partì cinque minuti dopo col baio purosangue che fino a quel giorno era sempre appartenuto a Storm Dodd. Direzione sud.
 
 
Lo stalliere stava riposando nella branda della stalla quando sentì bussare. Bestemmiò e disse di aspettare. Si alzò a sedere e indossò il maglione di lana perché fuori faceva abbastanza freddo. Attraversò la stalla e vide dalle fessure delle assi filtrare un'ombra in mezzo alla pallida luce del sole. Aprì la porta e, sorpreso, disse: «Vicesceriffo Jackson, cosa c'è?»
«È andato.» rispose Jackson.
«Cosa. Chi?»
«Il morello dello sceriffo. Qualche minuto fa.»
Quando arrivarono, a piedi, davanti alla stalla riservata ai cavalli degli ufficiali, lo sceriffo e un lavoratore messicano se ne stavano lì, fermi, davanti al corpo senza vita dell'animale, disteso come dormiente su una piramide di foraggio. Lo sceriffo stava fumando e appena vide lo stalliere, si tolse la sigaretta di bocca, la gettò per terra e la calpestò. «È andato.» disse. «L'ha trovato lui qualche minuto fa, appena abbiamo aperto.» indicò con l'indice il lavoratore messicano.
«Mi dispiace, sceriffo.»
«Ieri sera era nervoso, tremava, e si dibatteva come se avesse davanti agli occhi il diavolo in persona. Era isterico. Pensavo fosse una semplice febbre.»
«Lo pensavo anch'io.»
«Che cosa potrebbe essere stato, allora.»
«Non lo so. Insomma, forse ha contratto qualche tipo di virus. Avete per caso notato se aveva... non so, un morso?»
«No, niente morsi. Ho pensato anche io alla rabbia. Ma non ha avuto morsi.»
«Beh, non lo so, sceriffo. Andrebbe chiamato il veterinario.»
«Sì, ci vorrà qualche giorno prima che arrivi. Mi hanno riferito che adesso si trova a Chandler per lavoro.»
Lo stalliere annuì. «Comunque ho sentito dire che anche il morso di alcune zanzare può infettarli.» disse. «Può colpire il sistema del nervoso. Però non saprei.»
Lo sceriffo fece per rispondere ma si zittì immediatamente. Fece un passo in avanti, adesso guardava nella direzione opposta rispetto alla stalla. Il sole lo accecava perciò si sistemò più giù la tesa del cappello e disse: «Chi diavolo è quello?»
Si girarono tutti a guardare.
Una sagoma camminava portandosi dietro, per le redini, il suo cavallo. Si trattava di Eustace La Grange. L'uomo aveva il volto scavato, una barba grigia ispida e incolta che sulle guance gli cresceva a chiazze. Arrivò fino a fermarsi davanti allo sceriffo e ai tre uomini, in quel mattino freddo e silenzioso, con la stalla sullo sfondo rivestita di truciolato. Le redini nella destra, la bibbia nella sinistra.
Lo sceriffo socchiuse gli occhi per scrutarlo meglio, e notò che l'uomo aveva un bel po' di sabbia attaccata al viso. E sembrava sfinito. «Chi siete?» domandò.
«Siete voi, lo sceriffo Quincy Flood?»
«Sì, sono io.»
«Bene. Mi chiamo Eustace La Grange, signore. Sono l'unico superstite degli scout dell'ex ufficiale di guerra Storm Dodd, e sono qui per costituirmi.»
 
EPILOGO.
Fuori dalla cella dove lo tenevano rinchiuso, in un vecchio edificio dietro la piazza principale di Mesa, ogni tanto arrivava il cane del guardiano che si fermava a fissarlo. Era artritico, storpio nelle zampe posteriori, e aveva il muso grigio e pieno di cicatrici. Eustace la prima volta che lo aveva visto gli aveva gridato «via», ma il cane era rimasto lì fermo, come una statua. Poi nei giorni a seguire, Eustace aveva cominciato a pensare che forse quel cane un tempo era stato un cane da caccia, o forse solo un reietto dal resto del branco. Non chiese mai al guardiano che cosa avesse passato quel cane, pensava che la risposta lo avrebbe solamente deluso, perché, adesso, cominciava a fissare di rimando quella bestia sbilenca con un altro occhio.
Un occhio di riverenza.
Lo sceriffo lo andava a trovare spesso. Agli incontri, ogni volta, gli ripeteva che quei due vicesceriffi che avevano fatto fuori erano due bravissimi ragazzi. «Lavoratori come il Signore comanda, e figli di altri onesti lavoratori.» diceva. «La stessa cosa quel procuratore.» aggiungeva, anche se disse che non lo aveva mai conosciuto benissimo.
Un giorno lo sceriffo Flood arrivò, entrò nella sua cella e si sedette sullo sgabello scheggiato nell'angolo più scuro della stanza. Gli comunicò seccamente che il governatore non lo avrebbe graziato. In compenso, però, poteva scegliere se morire per fucilazione o per impiccagione.
«Preferisco le pallottole.» rispose Eustace.
Lo sceriffo si fece raccontare la dinamica della strage nella grotta parecchie volte, perché nessuno oltre Eustace poteva sapere com'erano andate le cose laggiù – o forse lo faceva solo per vedere se col tempo l'uomo cambiava versione.
«È mai possibile che, in quelle grotte, i miei uomini e quelli del governatore non sono mai riusciti a ritrovare alcuna traccia di quei cadaveri? Eppure ci sono stati parecchie volte nelle ultime settimane.» diceva sempre, alla fine, il vecchio sceriffo Flood.
«Lupi e avvoltoi, sceriffo. Lupi e avvoltoi.»
«Però una cosa non la capisco proprio.» insisteva.
«Cosa?»
«Ecco, sareste potuti ritornare tranquillamente fra di noi, tu, Dodd e l'altro tizio. A Mesa intendo, e senza scomparire. Insomma, avreste potuto inventare una storia qualsiasi, che ne so... che gli Apache vi avevano attaccato sulle montagne, per esempio. E forse noi vi avremmo anche creduti. Perché, allora mi chiedo, non lo avete fatto?»
Eustace scosse il capo. «Non lo so.» rispose. «Abbiamo cavalcato verso nord e basta. Eravamo dei bugiardi, ma forse non fino a tal punto. In fondo anche noi avevamo perso dei compagni...»
«Tu hai perso tuo fratello.» disse lo sceriffo.
«Sì, ma ho compianto più la morte di Koen che quella di mio fratello. Non provavo nulla verso di lui. Era un bastardo, uno psicopatico. Morton era un vero ammazzacristiani, signore. Ecco tutto.»
«Però Storm Dodd lo hai ammazzato tu.»
«Sì, l'ho fatto. Ma lui non era un cristiano, e io non sono mai stato un santo.»
Il giorno dell'esecuzione, al mattino, fuori le sbarre della cella arrivò un prete. Lo voleva battezzare. Eustace lo guardò e gli disse di andarsene, e così quello se ne andò. Poi arrivò lo sceriffo Flood con delle guardie e prima di andare Eustace volle rileggere ad alta voce il suo passo preferito della bibbia, un'ultima volta. Salmi 34:17-18-19. I giusti gridano e l'Eterno li esaudisce e li libera da tutte le loro sventure. L'Eterno è vicino a quelli che hanno il cuore rotto e salva quelli che hanno lo spirito affranto. Molte sono le afflizioni del giusto, ma l'Eterno lo libera da tutte.
Quando arrivarono in piazza lo sceriffo Flood si mise in disparte, perché l'esecuzione era stata affidata agli uomini del governatore. Accanto a lui arrivarono il vicesceriffo Jackson e un altro paio di suoi vice. Lo sceriffo passò in rassegna tutti i volti dei presenti nella piazza: ambulanti, ruffiani, bambini scalzi e sudici, qualche puttana, una risma di mendicanti e di ubriaconi, giovani in festa e tante altre guardie con le loro divise color cachi bisunte e stropicciate. I balconi e le finestre degli edifici intorno al foro erano affollati di gente.
«Che fine farà quel cavallo, sceriffo?» chiese a un certo punto il vicesceriffo Jackson.
«Quale cavallo?»
«Il baio purosangue che apparteneva a Storm Dodd.»
«Sarà soppresso.» rispose lo sceriffo.
«E perché?»
«Perché apparteneva a Storm Dodd.»
«Peccato. Quello è davvero un gran bel cavallo.»
«Già. È un peccato.»

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di Vecchio Mara

è stato davvero un lungo viaggio...

su piste battute da uomini brutti, sporchi e cattivi, ma ne è valsa la pena... nonostante l'inusuale lunghezza non cala mai d'intensità, si butta giù in un sol sorso (come fosse un bicchiere di ottimo rum, mi vien da dire) una volta iniziato non si riesce a staccare gli occhi dal testo (poveri occhi però alla fine, leggere sullo schermo non è il massimo, ma il testo meritava di essere percorso al galoppo, senza soste) veramente un gran bel lavoro, il migliore fra tutti i tuoi racconti che ho letto finora. Piaciutissimo.

Ciao Gerardo

Giancarlo 

P.S. L'abbigliamento sciccoso di uno dei protagonisti, mi ha ricordato: Salasso, quello dei fumetti di capitan Miki

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Giancarlo, perdonami per

Ciao Giancarlo, perdonami per il ritardo, oggi ho avuto alcuni problemi con la connessione. Grazie mille per la lettura! Ti ringrazio per le buone parole (mi dispiace per i tuoi occhi invece, il testo era lunghetto i know). Puntavo molto sull'intensità, qualche calo di tensione ci sta qua e là, ma ho sempre cercato di mantenere il ritmo abbastanza alto, per così dire. Punterò a pubblicazioni molto meno lunghe in futuro, ma soprattutto estenuanti per la vista (ne sono consapevole).

Non conosco il fumetto che mi hai citato, a dire il vero non sono un grande appassionato di fumetti. L'idea del personaggio “elegante” mi è arrivata mentre scrivevo; volevo evitare di stereotipizzare troppo i personaggi, fra cui questo.

Ti ringrazio ancora, a presto Gianc!

Bravo Gerardo, sei tornato alla grande....

....e lo hai fatto con un racconto intenso che inchioda il lettore al video fino alla fine.

Atmosfere cupe, crudeli si addicono ai personaggi dipinti con punta fine.

Le descrizioni che fai dei paesaggi e dei luoghi sono sublimi e proiettano chi legge direttamente in mezzo alle brulle praterie, dove uomini rudi e disincantati vanno in cerca di qualcosa che la vita, ormai, non gli può più dare.

E l'epilogo finale sottolinea e chiude degnamente la lunga scia di sangue e crudeltà.

Strapiaciuto.

 

(....p.s..... non son convinto che nel 1888 in un saloon del west ci fossero già le lampadine.......)

 

ritratto di Gerardo Spirito

Diavolo, Paolo, la lampadina!

Diavolo, Paolo, la lampadina! Grazie per la segnalazione! E pensare che io a queste cose ci tengo molto, infatti qualche rigo sotto, cito alcune candele di sego che fanno luce. Mi è proprio scappata – come la pipì dice il buon rubrus eheh.

Ti ringrazio per le belle parole, Paolo. Ti dirò, questo racconto era nella mia testa già da molto tempo. Uno dei protagonisti, Storm Dodd, l'ho citato indirettamente in un altro mio racconto qui postato (Terra dannata), infatti la mia idea è che quest'uomo altro non fosse che il nonno di un altro personaggio presente in quella storia (di nome Cole Dodd). Questo per dirti che ho partorito questo racconto come la conclusione di un ciclo western iniziato prima con L'uomo del fiume e poi con Terra dannata: una sorta di trilogia. Ora mi sa che il western lo metterò un po' da parte eheh.

Mi fa molto piacere che hai apprezzato la caratterizzazione dei personaggi, avevo il presentimento che la cosa “scadesse”, anche perché in questa storia ci sono parecchie figure.

Grazie ancora!

ritratto di Rubrus

***

Effettivamente, è lungo e leggerlo su schermo non è agevole.

Nondimeno, direi che le scene di azione sono descritte molto bene. Occupando tanto spazio, per non essere disarmonico, il testo abbisognava di parti meramente narrative proporzionalmente lunghe; diversamente si sarebbe smarrito il senso degli inseguimenti, della lunga e faticosa caccia, ecc.  Anche i personaggi non potevano essere liquidati in poche righe. Non potendo però insistere più di tanto sull'introspezione, che avrebbe in quache modo falsificato dei duri, feroci cacciatori di uomini, e non potendoli ridurre a delle macchiette, non restava che usare il correlativo oggettivo. 

Insomma, credo che non potesse essere scritto diversamente da così.

Piaciuto, ciao.

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Roberto, grazie per la

Ciao Roberto, grazie per la lettura! Sono d'accordo su quanto scrivi, forse per accorciare un po' la tiritera potevo descrivere di meno le scene d'azione (soprattutto quella nella prima parte), ma uno dei miei obiettivi principali era proprio insistere sull'azione, la dinamicità, per sperimentare il linguaggio che andava utilizzato. Io ho sempre ritenuto che queste scene (quelle d'azione) sono molto difficili da rappresentare (almeno per me), tu cosa ne pensi?

E poi come dici, non ho insistito più di tanto sull'introspezione, faccio vago accenno ad esempio alla vita “precedente” di Storm e di Koen l'olandese, proprio per non snaturare la loro figura, umanizzarla insomma.

Ancora grazie.

ritratto di Elisabeth

Ciao, Gerardo. Non c'è dubbio

Ciao, Gerardo. Non c'è dubbio che si tratti di un bel racconto con le tue solite magistrali descrizioni degli ambienti che sembrano a tratti essere un tutt'uno con l'animo dei personaggi. Personalmente alcuni righi li ho trovati carichi di "come" nella fase descrittiva, di cui forse il racconto poteva essere privato proprio per snellire data anche la lunghezza del testo. Sei sempre preciso nel narrare le azioni dei tuoi personaggi e regali ad ogni racconto davvero un bel viaggio. Ho provato un senso di sconfitta umana qui a giustificazione del del massacro: 

 «Vi siete mai chiesti se quel vecchio agricoltore che vi ha ingaggiati per ammazzare quei pellirossa, vi avesse detto la verità, in merito al bestiame rubato?»
«La verità?»
«Sì.»
«A me e al mio gruppo, non serve la verità, vicesceriffo.»
«E cosa vi serve?»
«Solo un lavoro.» disse Storm.
 
Queste battute così incisive racchiudono l'intero racconto, per me. Bravo! Un caro saluto.
ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio per la lettura

Ti ringrazio per la lettura Eli, e perdonami per il ritardo. 

Yep, sì la parte carica di descrzione forse andava snellita di più, ho capito a quale parte ti riferisci; forse qualche tagliò dovrei portarlo anche nella scena del primo massacro; ha una lunghezza, rispetto al resto del testo, poco omogenea diciamo. Però in questo racconto mi sono focalizzato volontariamente sulle scene d'azione. 

Il testo è impregnato di sconfitta umana, in fondo la storia prende risvolti davvero orribili, olocaustici mi viene da dire. Ti ringrazio ancora, a presto Elisyes 

ritratto di Massimo Bianco

Avevo già letto l'incipit

Avevo già letto l'incipit mercoledì, giusto per capire se la storia prometteva bene e, sì, prometteva benissimo. Siccome però era molto lungo mi sono riservato il tuo racconto per un giorno un cui avessi avuto più tempo e così quando oggi, nel tardo pomeriggio, mi sono liberato dai iei impegni ho iniziato a leggerlo. Anche, se non soprattutto, perché era firmato Gerardo Spirito, sia chiaro. Tu saprai ormai che io sono contrario a leggere racconti molto lunghi sul web, diciamo oltre le 5000 parole, e questo supera addirittura le 10000, tanto più che negli ultimi mesi le tre o quattro volte che ci ho provato (in un caso anche con un western) con altri autori mi sono regolarmente arenato prima di arrivare a metà e ho quindi rinunicato a commentare. Ma ripeto, qui c'era la firma Gerardo Spirito, una delle pochissime che compero a scatola chiusa. E questo racconto mi è piaciuto molto. Mi ha riempito meravigliosamente queste ore ed è capitato al momento giusto, perché attualmente c'è assai poco da leggere, qui, per i miei gusti: siamo in una fase di stanca. Una storia intensa, personaggi ben delineati, una sua forza interiore che lo porta a una conclusione di, stanchezza, sofferenza ed espiazione sia da parte di Eustace sia da parte di Storm, anche se la loro fine è stata diversa. Nulla da eccepire, davvero. Beh, qualche piccola imperfezione, qua e là, a voler essere pignoli la si trova sempre, specie in uno scritto così lungo, ma troverei quasi insultante andarti a cercaree segnalare il pelo nell'uovo in uno scritto di tale spessore. E' letteratura, ma che putroppo paga la collocazione sul web. Bravo. Di solito se commento non sto a dare voti, quelli li lascio ai non utenti, ma stavolta mi scocciava proprio vederlo ancora a zero e quindi, sì: 5 stelle.

Messaggio rivolto ai visitatori: tutti coloro che amano la lettura noir e western (ma non solo) e amano godersi un buon libro su tali temi dovrebbero leggerselo, merita. Te l'ho già detto che mi è piaciuto molto? Sì? Beh, lo ribadisco. Ciao.

 

ritratto di Gerardo Spirito

Massimo ti ringrazio per le

Massimo ti ringrazio per le bellissime parole. E' inutile ribadire che sono consapevole che un racconto di tale lunghezza si sposa male con il web, ho pensato anche di tagliuzzarlo e devo essere sincero, la versione qui postata ha circa 150 parole in meno rispetto alla versione "originale". Poca roba, dirai tu, ma l'intezione c'era. Non ho osato di più perché forse, ho pensato, avrei snaturato alcuni concetti o situazioni che ai fini dell'economia della storia mi sembravano fondamentali. In ogni caso, analisi e incoraggiamenti come il tuo, o quelli degli altri naturalmente, sono sempre più che graditi anche perché, nel tuo caso, so bene che ti sei imposto di non leggere storie di tale lunghezza (e giustamente dico io, davanti a uno schermo è scomodissimo). Quindi, ancora grazie Max.

Ho deciso comunque di postarlo perché adesso ho intenzione di finire un romanzo che sto scrivendo da quasi due anni, e poi c'è il lavoro che mi leva parecchie ore (per esempio Pandemonio l'ho scritto quasi sempre di notte) e quindi non so quando ritornerò con una pubblicazione. Cioè, ho già in mente due o tre cosette, così come ho pronti alcuni vecchi racconti inediti che dovrei solamente rileggere e sistemare un pochetto (non mi soddisfano al 100%), vedremo.

Hai ragione anche riguardo le imperfezioni, ogni volta che rileggo le trovo sempre di nuove; magari una virgola, un refuso o una parola di troppo. C'è ancora da migliorare, di sicuro in quest'ultimo anno e mezzo di frequentazione del sito, anche e soprattutto grazie ai vostri consigli, un minimo di miglioramento credo che l'ho avuto. Lo noto rileggendo i miei racconti un po' più datati, ma è inevitabile; anche nella scrittura serve la pratica.

Adesso sperodi recuperare entro il weekend alcuni racconti molto interessanti che ho visto sono stati pubblicati, fra cui un altro tuo con Antonino. A presto yes

ritratto di 90Peppe90

Pandemonio

È stato faticoso.

No, non leggerlo: è stato faticoso, per me, doverlo centellinare, alternando alla lettura di ogni "capitoletto", qualche faccenda da sbrigare questo sabato mattina. Ma la storia è talmente coinvolgente, così ben scritta, animata da tanti personaggi che presentano, tutti, la loro personalità. E, diavolo, quanto è difficile gestire così tanti personaggi e caratterizzarli così bene, in un racconto, anche se "lungo" come questo. Ci sei riuscito alla grande e ne è venuto fuori un altro affresco sporco, duro e chiazzato di sangue, il western ai suoi estremi limiti di spietatezza, crudeltà e oscurità, il cui motore è rappresentato dall'insensata violenza degli uomini (esemplare, a mio avviso, la scena in cui il muto, quasi come un vampiro succhia-morte, si getta fuori della grotta, al selvaggio inseguimento, sotto la pioggia battente, del povero fuggitivo): una tematica - quella dell'insensata violenza umana - che è, e sarà, sempre attuale. 

Questo è assolutamente un capolavoro, Ger, ulteriore conferma delle tue straordinarie abilità da scrittore.

Per finire, io difficilmente scovo errori di battitura e simili, lasciandomi trascinare dalla lettura o dalla scrittura; te ne segnalo qualcuno che, incredibilmente, mi è saltato all'occhio. In fondo, per noi che ci dilettiamo nella scrittura, penso faccia sempre comodo che qualcuno ci segnali eventuali sbadataggini, ahah: un'orribile errore, un'enorme sistema, imbraccio, tirato fatto avanti.

In definitiva, racconto fenomenale.

Un caro saluto, Ger.

P.S.: avevo dimenticato l'osservazione più soggettiva venutami in mente: do moltissimo peso ai titoli dei racconti e ho trovato questo tuo perfetto, in linea col racconto e tutto il resto!

ritratto di Gerardo Spirito

Hey Peppe, ben ritrovato,

Hey Peppe, ben ritrovato, scusami se ti rispondo in ritardo ma ultimamente ho davvero poco tempo libero!

E' stato faticoso anche per me scriverlo, te lo assicuro (più di un mese, d'oh). Eheh, come hai notato ci sono tanti personaggi, infatti è stato un lavorone (forse perché non sono tanto abituato a storie così ampie da questo punto di vista) cercare di gestire in determinate parti, situazioni, azioni ecc. così tante figure. Ti ringrazio per le bellissime parole di apprezzamento, e, naturalmente anche per la segnalazione dei refusi che, mannaggia alla paletta anche se rileggo 5-6 volte scappano sempre. Ho corretto. 

Dopo il racconto italico volevo rientrare nel western con questa storia, ma ora non so quando ci ritornerò (non presto suppongo - nel western intendo). Ho già un paio di ideucce ancora in alto mare che mi paiono interessanti. Vedremo. Alla prossima caro Peppe! yes