Iperconnessione a internet: la dipendenza tecnologica che colpisce le nuove generazioni - i selfie

ritratto di Eugenio Flajani Galli

Eccoci giunti alla terza parte di questa serie di articoli che ho scritto al fine di far luce sul rapporto tra i giovani e le moderne tecnologie, analizzando un recente studio condotto su 8000 giovani italiani. Nel mio ultimo convegno e negli articoli precedenti abbiamo visto il rapporto morboso che sussiste tra i giovani e i social, gli smartphone e la rete, complici anche la scuola e molti genitori che non educano a dovere la nuova generazione all’utilizzo corretto dell’odierna tecnologia. Oggi vedremo più in dettaglio la moda del momento che sta dilagando soprattutto tra i giovani: i selfie. É stato infatti appurato che:

 

i soggetti tra i 14 e i 19 anni fanno circa 5 selfie al giorno e circa 1 su 10 di essi ricorrono a selfie estremi in cui mettono anche a repentaglio la vita; circa 2 su 10 condividono tutti i selfie che fanno sui social network e su Whatsapp ed oltre il 12% ha inoltre ricevuto una sfida a fare un selfie estremo per dimostrare il proprio coraggio.

 

Non semplici foto, selfie. I selfie vanno oltre i tradizionali ritratti in quanto vi differiscono fondamentalmente a causa della loro struttura: se i normali ritratti presuppongono che ci sia un agente e un ricevente, un soggetto e un oggetto − ovvero una persona che scatta la foto e una che viene immortalata − nei selfie entrambe queste figure coincidono, e quindi c’è un unico individuo che porta a termine l’opera. E questo è un dato importante, poichè con i selfie si porta avanti il messaggio: “sono io prima di tutti”, si favorisce la formazione di un sè ipertrofico, onnipotente, accanto a un mondo che si limita a fare da sfondo, una realtà in cui la propria presenza è sottolineata quanto non mai. “Appaio, dunque sono. E quanto più appaio, tanto più sono qualcuno”. Questo è ciò che si vuole affermare con i selfie: apparire per valere, apparire per non cadere nell’oblio. Sì, perchè i selfie presuppongono ovviamente l’immediata condivisione sui social e sulle app di IM (messaggistica istantanea) come Whatsapp, e tale dato appare chiaro dalla ricerca: ben il 20% condivide ogni suo selfie che si è scattato. Un grave pericolo, però, per la propria incolumità personale, anche in quanto i malintenzionati − come i pedofili o i cyberbulli − possono trarre un enorme vantaggio da tutta quella miriade di selfie che finiscono postati online: un cyberbullo potrebbe schernire pesantemente un suo coetaneo a causa del fatto che appare poco attraente, oppure obeso o ancora poichè porta gli occhiali; un pedofilo potrebbe risalire all’identità di un ragazzino visionando i suoi selfie, oppure volerci entrare in contatto perchè magari, dopo averli visionati, lo trova di suo interesse. Ma i ragazzi faticano a comprendere questi pericoli, tanti ne sono a conoscenza ma cercano di rimuoverli e tenerli lontani dalla coscienza, a tanti altri nessuno glieli ha spiegati a dovere, e soprattutto a tanti pesa il non poter seguire l’impazzante moda dei selfie, che d’altra parte è resa anche molto forte sia dai produttori di hardware sia da quelli di software. I primi poichè producono cellulari sempre più improntati ai selfie: se infatti i modelli meno recenti di smartphone aventi la fotocamera anteriore erano destinati a un utilizzo della stessa finalizzato soprattutto a fare da supporto alle videochiamate, al contrario quelli di nuova generazione sono focalizzati proprio sui selfie. Non a caso, infatti, stanno uscendo sul mercato cellulari la cui fotocamera anteriore ha sempre un numero maggiore di megapixel, oppure ancora dispone di altri gingilli come lo smile detector, lo stabilizzatore ottico e perfino il flash. É lampante, dunque, che tali modelli di telefoni siano chiaramente destinati ad un utilizzo orientato ai selfie (basti pensare che esiste addirittura un modello di Asus Zenfone denominato proprio “Selfie”!). Per quanto riguarda invece i produttori di software, anche qui è chiaro come essi stiano orientando la produzione di app sempre più in un’ottica “selfie”, e ciò è palese se assistiamo alla progressiva evoluzione dell’app “fotocamera” presente su ogni smartphone: se prima era lasciato poco spazio in termini di opzioni e funzionalità alla fotocamera anteriore, oggi questa è quasi più evoluta rispetto a quella posteriore. Ma abbiamo assistito anche a un vero e proprio boom di altre app che risultano in un modo o nell’altro collegate ai selfie: le innumerevoli app selfie camera, quelle inerenti l’editing dei selfie e il loro fotoritocco al fine di apparire meglio in essi o comunque di poter modificare il proprio aspetto, addirittura ci sono social network che integrano funzionalità propriamente legate ai selfie (ad esempio Snapchat con i suoi filtri) oppure il cui successo è stato dettato in larga parte dalla condivisione di selfie ad opera dei vari utenti (Instagram in primis). Insomma, l’industria 2.0 sa cavalcare molto astutamente l’onda dei selfie per poterne trarre lauti profitti economici, senza però tenere in conto tutti quegli aspetti negativi, almeno per l’incolumità personale, legati a questa moda. Non mi riferisco esclusivamente a quei rischi indiretti che ho citato sopra − entrare in contatto con pedofili, cyberbulli...− ma anche a pericoli ben più diretti e immediati, rappresentati dal doversi mettere a rischio al fine di scattare quei cosiddetti “selfie estremi”, ovvero dei selfie in stile “prova di coraggio” che i giovani mettono in atto con l’obiettivo di dimostrare quanto siano valorosi e sprezzanti del pericolo. Almeno finchè non ci rimettono la pelle. Selfie mentre si guida a velocità di rally, selfie in bilico su dei tetti o dei cornicioni, selfie sui binari della ferrovia allorchè il treno sta per passare....sono tutti selfie che si possono tristemente trovare in bella mostra sui social. E il rischio maggiore è proprio legato al fatto che tali selfie estremi vengono diffusi tramite i social e dunque finiscono con lo spingere all’emulazione inducendo altri giovani ancora a portare a termine queste bravate. Questo è il prezzo da pagare per i selfie.

 

Dott. Eugenio Flajani Galli

 

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