IPERCONNESSIONE A INTERNET: LA DIPENDENZA TECNOLOGICA CHE COLPISCE LE NUOVE GENERAZIONI - I SOCIAL NETWORK

ritratto di Eugenio Flajani Galli

Nel mio ultimo articolo pubblicato su questo giornale ho presentato i risultati relativi a uno studio su 8000 partecipanti in età giovanile avente come oggetto l’indagine del rapporto che essi hanno con l’accesso alla rete. Abbiamo visto che le nuove generazioni passano fin troppo tempo collegate a internet tramite i vari device e in particolar modo tramite lo smartphone, che viene spesso utilizzato perfino a scuola durante le ore di lezione. A ciò concorre la diffusione sempre più capillare di phablet, ovvero cellulari di grandi dimensioni, dai 5,5 pollici in su (“phablet” sarebbe infatti l’unione dei termini anglosassoni “phone” e “tablet”), che rendono più comodo l’utilizzo del telefono a mo’ di computerino da portare con sè ovunque si vada e in qualsiasi situazione si presenti; ma tanta colpa ce l’hanno anche tutti quei genitori i quali mettono lo smartphone nelle mani dei figli sin dai primissimi anni di vita. Siccome abbiamo visto anche che la scuola non è stata effettivamente in grado − almeno fino ad ora − di educare gli studenti al corretto utilizzo della tecnologia di cui si trovano sempre più in possesso, non rimane altro che informare le famiglie e le istituzioni che si occupano dei giovani in merito a queste tematiche, come ho fatto anche nel mio ultimo convegno, al fine di poter promuovere tra le nuove generazioni un sano rapporto con la rete. Ecco dunque un altro importante punto della ricerca che andrò personalmente a commentare:

 

Il 95% degli adolescenti ha almeno un profilo sui social network a partire in media dai 12 anni, e la maggior parte gestisce in parallelo 5/6 profili e 2/3 app di IM. Il 69% ha un profilo su Facebook, il 67% su Instagram, il 66% su YouTube, il 47% su Snapchat, il 22% su Ask, il 16% su Twitter e il 15% su Tumblr.

 

Che in età adolescenziale sia potente la motivazione all’instaurare e mantenere rapporti sociali coi coetanei è cosa risaputa in psicologia; tuttavia il recente avvento del web 2.0 − di cui i social network sono i maggiori esponenti − ha portato alla nuova convinzione tra i giovani che “se non si ha un profilo (almeno) sui maggiori social si è out”, ovvero la presenza capillare sui social è diventata talmente necessaria da poter tagliare fuori dai rapporti sociali nell’eventualità in cui venga a mancare: ecco perchè non ci si limita nemmeno più alla sola presenza su Facebook come accadeva qualche anno fa, ma si cerca di essere presenti su quanti più social possibili. Una necessità che in realtà non avrebbe ragione di esistere, poichè ogni ragazzo normale non ha veramente bisogno della presenza costante e capillare sui social al pari di una celebrità, un politico o un’azienda, che invece hanno chiaramente bisogno di una vetrina online per poter raggiungere il maggior numero di persone. Tale ricerca narcisistica della visibilità pura e semplice, senza appunto delle tangibili motivazioni dietro, porta con sè allarmanti pericoli: primo tra tutti possiamo ricordare la possibilità di farsi inconsapevolmente notare da malintenzionati − pedofili in primis − i quali non si fanno di certo scappare la ghiotta opportunità offerta dai social di poter spiare un minore, conoscerlo meglio sulla base delle informazioni che lascia trapelare dal suo profilo e infine entrarci in contatto; in secondo luogo c’è la possibilità di rendersi preda dei cosiddetti cyberbulli e delle loro offese ed umiliazioni, una minaccia che arriva a compromettere la sanità mentale della vittima e che − in casi estremi − può portare perfino al suicidio; in terzo luogo c’è la possibilità di imbattersi in contenuti inappropriati per una giovane età, in particolar modo quei video − presenti sulle piattaforme di video streaming quali YouTube, Vimeo e Dailymotion, ma anche su Facebook − contenenti riferimenti a comportamenti pericolosi per sè e per gli altri, che vengono emulati dai giovani i quali riprendono se stessi impegnati in tali bravate per poi caricare a loro volta i video della loro “impresa” sui social in cerca di laute visualizzazioni, incoraggianti mi piace e commenti favorevoli. Il rapporto morboso che si viene a creare e ad instaurare con i social è ben rappresentato dal fatto che i giovani non selezionano quali di essi utilizzare, bensì li utilizzano indiscriminatamente seguendo la moda del momento. Essi infatti GESTISCONO in parallelo 5/6 profili, ovvero non si limitano ad iscriversi e a creare un account su di un dato numero di social per poi vedere se fanno al caso loro e quindi selezionare solo quelli che gli possono veramente servire. É dunque lampante come la presenza sui social sia oramai diventato un dovere, un must da seguire senza se e senza ma. Facciamo un esempio: se già si possiede Facebook, si potrebbe fare benissimo a meno di Instagram, d’altra parte il social di Mark Zuckerberg permette allo stesso modo di pubblicare e condividere foto, seguire ed entrare in contatto con altre persone, diffondere hashtag...dunque perchè è così pressante la necessità di iscriversi a Instagram? Perchè i ragazzi di oggi sono diventati tutti grandi appassionati di fotografia, tutti fotografi provetti? Assolutamente no, altrimenti a Instagram avrebbero preferito Flickr − il social di Yahoo dedicato alla fotografia, accessibile anche da PC (Instagram lo è solo ed esclusivamente dalla app per Android o iOS, almeno per poter caricare le foto) e che regala ben 1 TB di upload in contenuti fotografici ad ogni iscritto − ma siccome è meno conosciuto e popolare rispetto ad Instagram, ecco che invece tutti utilizzano Instagram. Questo (ab)uso dei social network rimane tra l’altro fra le principali cause di eccessivo utilizzo della rete, che sottrae tantissimo tempo allo studio e ad altre attività importanti...ma d’altronde come si fa a trovare il tempo per poter studiare se ci si deve prima scervellare su come fare il prossimo selfie da postare? Si tratta di controcultura, la nuova cultura della mera apparenza fisica che contribuisce alla creazione dell’identità personale in risposta alla necessità di ricerca del sè che avviene in adolescenza. Oggi si è qualcuno in base al numero di mi piace ottenuti sui post di Facebook, di iscritti al proprio canale YouTube, di follower su Instagram....L’apparire in contrapposizione all’essere. Anche perchè se si è veramente qualcuno, se davvero si ha la testa sulle spalle, non si passano le ore sui social alla ricerca di approvazione.

Il resto della ricerca commentata nei prossimi articoli

Dott. Eugenio Flajani Galli

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