La convoitise de l’enfant (dal fato al feto)

ritratto di Davide Cantino

TENDRE

 

La convoitise de l’enfant. Il desiderio smodato di avere il figlio, di avere un figlio. La Sezione quarta (Al di là del volto) di Totalità e Infinito di Emmanuel Lévinas trattando della Fenomenologia dell’eros dice che «La relazione con il figlio – il desiderio smodato di possedere il figlio – ad un tempo altro e me stesso, si delinea già nella voluttà per attuarsi nel figlio stesso, (come può attuarsi un Desiderio che non si spegne nel suo fine, e non è appagato dalla sua soddisfazione)».

 

La relation avec l’enfant – la convoitise de l’enfant – à la fois autre et moi-même – se dessine déjà dans la volupté pour s’accomplir dans l’enfant lui-même, (comme peut s’accomplir un Désir qui ne s’éteint pas dans sa fin, ni ne s’apaise dans sa satisfaction).

 

Un figlio sarebbe dunque come un Desiderio: il frutto di un piacere, l’oggetto di un desiderio che non ha il suo fine in una fine ma, al contrario, ha la sua fine nel fine, dacché qualora esso fosse raggiunto il desiderio si trasformerebbe in bisogno. Lévinas dice che «l’amore cerca ciò che non ha la struttura dell’ente, ma l’infinitamente futuro, ciò che deve essere generato»: l’amour cherche ce qui n’a pas la structure de l’étant, mais l’infiniment futur, ce qui est à engendrer. Il Desiderio erotico si manifesta nella voluttà, la quale è questo Desiderio stesso. La volupté ne vient pas combler de désir, elle est ce désir même. La voluttà non viene a colmare il desiderio, è proprio questo desiderio. Una sofferenza trasformata in felicità – la voluttà: une souffrance transformée en bonheur – la volupté. La voluttà comincia (di) già nel desiderio erotico e (ne) resta, ad ogni istante, desiderio.

L’amour vise Autrui. L’amore ha in vista Altri. Ma siccome altri non sono Io, l’Io perde sempre di vista Altri, e perciò la sua amorosa tenerezza esprime il doppio senso francese di TENDRE ora come verbo all’infinito presente ora come aggettivo:

 

  1. Tendere a… (verbo)
  2. Tenero (aggettivo)

 

Lo stendersi, il distendersi del desiderio (anche quello erotico) all’infinito è l’essenza della sua estensione all’esteriorità. La manière du tendre, consiste en une fragilité extrême, en une vulnérabilité. Il modo della tenerezza, consiste in una fragilità estrema, in una vulnerabilità. La lingua francese ha certo buon gioco, con questo doppio senso del TENDRE. La tenerezza italiana non lascia trasparire la tensione del tendere, come invece fa la tendresse francese. La debolezza della tenerezza amorosa è retaggio platonico: il Simposio dicendo che Eros è figlio di Penìa – la penuria – predice la fragilità e la vulnerabilità lévinasiana della tenerezza; la madre di Eros – Penìa – fa di Cupido la figura mitica della cupidigia, bramosa di tendere a ciò che desidera: perché ciò che desidera egli non ce l’ha. Come dice Platone, Eros «ha la natura della madre ed è legato al bisogno». L’indigenza costitutiva di Eros fa della sua tenerezza “erotica” un irresistibile tendere verso ciò che desidera; il che vale per la concezione esistenziale nella sua doppia accezione “concettuale”: gnoseologica (concettiva) e ontologica (concezionale).

Concepire è azione che si può compiere nella mente o nell’utero: i due luoghi del concepire sono strettamente collegati, dalla tradizione filosofica; il Simposio di Platone rileva che “erotismo” è forza desiderante che desidera o il sapere (desiderio gnoseologico) oppure un figlio (desiderio ontologico). In questo senso il verbo «conoscere» si applica sia alla conoscenza dell’altro sesso sia a quella dell’altro sapere: in entrambi i casi l’«altro» è chi/ciò che si ignora e verso cui si tende. La vera «Amata» – l’Aimée – si manifesta in una epifania che è tutt’uno con il tendere della tenerezza. L’épiphanie de l’Aimée, ne fait qu’un avec son régime de tendre:

 

  1. L’epifania dell’Amata è tutt’uno con il suo regime di tenero.
  2. L’epifania dell’Amata è tutt’uno con il suo regime di tendere.

 

Il concetto di tenerezza come «tendenza» condivide sia l’in-tendere gnoseologico sia il tendere ontologico. La tenerezza è tensione verso una Bellezza desiderata: amata come conoscenza concettuale o come conoscenza concezionale. Si concepisce un concetto come si concepisce un figlio, a riprova del fatto che il pensiero è della stessa sostanza dell’esistere, anche se non dell’Essere. La mente crea, il corpo procrea. La mente, come anima razionale, è il correlato noetico del Creatore, il quale anch’egli creò pronunciando le parole della sua creazione; il corpo, femminile, come materia, fa della mater (mater mater-ia) la corrispondente somatica della concezione dei concetti: l’anima crea concettualizzando e il corpo concependo. Creazione concettuale e procreazione concezionale collegano in un concipěre che è con + capěre: prendere insieme, com-prendere. Un Emmanuele potrebbe veramente adorare il concetto intellettivo come simbolo della creazione del Creatore: la procreazione del concetto sta per la creazione del creato; procreatio stat pro creatione. Creatio ex nihilo. Procreatio ex nemine.

Nihil et Nemo. «Ne-pas-être- encore». Non esserci ancora. L’allergia incurabile che gli emmanueli hanno per il Nulla porta l’Emmanuele Lévinas a considerare solo Non pas le néant, mais ce qui n’est pas encore. Non il nulla, ma ciò che non è ancora. Il Nulla è impotente, perché non è nemmeno ente in potenza, come invece è il Niente. La potenza del Niente è potenza dell’esistente in potenza nell’esistenza. L’impotenza del Nulla è impotenza dell’esistenza in atto, impossibilità dell’esistenza in potenza di divenire esistente in atto. L’essentiellement caché se jette vers la lumière, sans devenir signification. Il «non-ancora» latita, ma poi si rivela, o può rivelarsi, manifestarsi nell’Epifania del Verbo che dice la Parola creatrice e procreatrice. Il «non-più» latita anch’esso, ma poi si svela, o può svelarsi, manifestarsi nell’Epifania della vita del mondo che verrà. È il «giammai», che scandalizza: un «non-ancora» che mai diverrà «già»: è, esiste. Il latitante si deve costituire: il trionfo dell’ingiustizia è nella latitanza che resta tale. La giustizia trionfa quando la latitanza lascia le acque del Lete afenomenico e si lascia asciugare dal sole della Verità fenomenica e fenomenale.

Anche l’esistenza è “tenera”, se si vuole, perché ha in sé la tendenza a farsi esistente: tende all’esistere. Il cattocristianismo ha voluto “tenero” anche l’Essere-Padre-Infinito: Egli genera un Figlio, il cui avvento nel mondo è teso alla salvezza degli esistenti, cioè alla vita eterna. La tenerezza cattocristiana è infatti stata chiamata Amore, per quanto agapetico, mentre quella cattoplatonica è stata definita Eros, in quanto erotico. L’istinto concezionale è proteso al feto, quello concettivo è proteso al concetto: sia il feto sia il concetto sono oggetti di un desiderio “erotico” che sa di non poter prendere ciò che si propone di comprendere. I vostri figli, di Khalil Gibran, è una poesia che esprime bene l’irraggiungibilità del figlio e del concetto: «I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita», «Nascono per mezzo di voi ma non da voi…», «Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti…». Pensando a De l’existence à l’existant di Lévinas, direi che l’esistenza è l’arco con cui gli esistenti lanciano la freccia dell’esistente: l’arco è la Vita, preesistente ai viventi esistenti che sfrecciano nell’esistere. Tendere l’arco è come gettare il dado, cioè gettare gli esistenti al mondo facendoli venire alla luce. «…l’oscura luce che viene dall’al di là del volto, da ciò che non è ancora…» – l’obscure lumière venant d’au-delà du visage, de ce qui n’est pas encore.

Non è (ancora). Se si mette tra parentesi l’avverbio di tempo ancóra – hinc ad horam: di là fino a quest’ora – resta «non è». Ciò che non è ancóra, in un certo qual senso non è, ma non è alla maniera di un’esistenza che però ha già un piede nell’esistente, che ha cioè già gettato l’àncora nell’esistere e vi è stabilmente ancorato. Fra il niente del «non-ancóra» e l’ente del «già» c’è come un cordone ombelicale proteso alla nascita. A ben vedere, la differenza tra il Nulla ed il Niente sta tutta in questo cordone, il cordone dell’«àncora/ancóra»:

 

  • NULLA: non essere.
  • NIENTE: non essere (più propriamente non esistere) ancóra.

 

Sarebbe meglio usare il verbo esistere, quando si parla di nonessere del niente come ente che non è: il niente è un ente in attesa, in standby. Il Nulla non attende niente, non s’aspetta nessuno. NIENTE: non esiste ancóra (ma può esistere). NULLA: non è (né mai potrà essere).

Il pensiero usa il concetto per afferrare qualcosa (come Eva afferrò il malum), la libidine usa la concezione per avere un figlio (come Eva conobbe il malum). Il “tenero” intendimento dell’erotismo gnoesologico è teso a creare un concetto, quello dell’erotismo ontologico a procreare un concepito. Lévinas nota che, però, l’amore «non afferra nulla, non finisce in un concetto, semplicemente non finisce, non ha né la struttura soggetto-oggetto, né la struttura io-tu»: il se saisit rien, n’aboutit pas à un concept, n’aboutit pas, n’a ni la structure sujet-objet, ni la structure moi-toi. Da evidenziare, quel verbo: aboutir – partorire il fine, le bout, cioè abortire la fine, l’estremità escatologica. L’aborto dell’escatologia è l’aborto della metafisica del desiderio, che è per sua essenza possibilità senza fine di tendere alla tenerezza intensiva della creazione infinita di ciò che desidera. Se si sta a vedere, «amore» non è nemmeno quello che si potrebbe supporre tra esistenza ed esistente, perché l’esistente costituisce il fine – e dunque la fine – dell’esistenza; si potrebbe solo obiettare che, l’esistenza, senza fine pone in esistere degli esistenti e dunque mai essa abortisce e abroga la sua natura generativa: essa ha sempre un ancóra che la àncora al desiderio di essere ciò che sarà e ancóra non è. Resterebbe da vedere cosa ne sarebbe dell’esistenza secondo la prospettiva cattocristiana, che, com’è noto, suppone una fine del mondo, una fine dell’esistente che spegnerebbe in questo modo il desiderio senza fine dell’esistenza a farsi esistente: la fine del mondo è la fine dell’esistenza in questo mondo. Quando non sarà assolutamente più esistente in questo mondo, dove potrà mai esistere, l’esistenza? al di là? ma lo era già, al di là: al di là dell’esistente prima che questi diventasse tale!

Finalizzare è finire: aver raggiunto il fine, s’aboutir. “Infinirsi” (sic!). Il Desiderio, erotico o meno, non deve ragiungere il fine, se vuole continuare ad essere Desiderio; solo il bisogno, può permettersi di arrivare al… dunque, ed anzi, un bisogno eternamente insoddisfatto non sarebbe nemmeno più un bisogno, ma un inferno, forse. Ecco perché l’Emmanuele ci tiene tanto, a spiegare che l’amour è un desiderio senza fine, senza una fine in quanto senza un fine. Il che, portato a livello gnoseologico, sarebbe come dire che se esistesse un concetto capace di esaurire ogni interrogativo umano, la sua conoscenza farebbe perderebbe all’uomo ogni desiderio, ovviamente erotico: il sapere è attraente se è senza un fine e soprattutto senza una fine. Attraente: attirare è condurre a sé, se-durre. La se-duzione condivide con l’attrazione questo movimento erotico verso qualcosa, che è poi il motore della tenerezza nel suo tendere intenzionale ed intenso. La com-mozione è una mozione comune come movente com-movente: movente che  muove un Io verso un Altro nel tendere della tenerezza. La commozione è il Desiderio: che commuove perché muove un Soggetto verso un Oggetto inarrivabile.

 

EX(S)TATURA

statum staturum

 

Gli umani, quando parlavano latino, avevano coniato il termine «natura» come sinonimo di «nascitura»: un nascere proiettato in un futuro che non ha termine, un avvenire sempre a venire, sempre di là da nascere. Volendo usare il participio futuro latino del verbo ex(s)istere, dovremmo con ragione dire che la natura, in quanto nascitura, è ex(s)tatura. “Esistura” (sic!?). Statum staturum: uno stato che esisterà sempre come esistenza votata all’esistente. Lo slancio vitale, cioè generativo alla Bergson, della natura, è quello che ha per fine lo scopo concezionale senza mai aver per fine la meta anticoncezionale: un fine che non ha mai (una) fine. Il cattocristianismo non crede alla storia infinita dell’esistente in questo mondo, ma ci crede se l’esistente va ad esistere nell’altro mondo, se se ne va a stare meglio (in Paradiso), o a stare peggio (all’Inferno): la fine della natura naturata ha il suo fine nella natura naturante, sempre che non si intenda per natura naturante una esistenza che come «il y a» infinito non ha mai fine (poiché questo significherebbe l’eternità della materia con relativo panteismo, cattolicamente da scomunicare). L’iter cattocristiano va dal «non ancóra» al «già» e poi, (tra)passando per il «non più», subito risorge al «di nuovo», nelle sue due forme escatologiche di infernale «non più» eterno oppure di paradisiaco eterno «ancora» (o di nuovo). La salvezza cattocristiana è un «non ancóra» che torna ad essere «ancóra».

Il Desiderio lévinasiano è consolante, come lo è la Speranza cristiana (virtù teologale non dissimile). Il Desiderio è la virtù antropologale della Speranza: come la Speranza, il Desiderio si fonda sull’assenza di fine nei suoi due generi, maschile e femminile; se manca il fine, la fine è salva, cioè immortale. Va però detto che per Lévinas c’è un Desiderabile che dopo la morte in qualche modo (modo stranamente ebraico) spegnerà l’assillo del fine oltre la fine della vita terrena; va detto, perché un Desiderio infinito è una cattiva infinità, per gli emmanueli, una infinità che non va a parare da nessuna parte. Comunque, in linea di massima, il Desiderio puro (epurato da qualsiasi scoria religiosa o detrito metafisico) ha per sua essenza il «non ancóra»: se getta l’àncora, il Desiderio si arena nelle secche del bisogno. Solo se il paradosso di Zenone fosse attendibile, ci si potrebbe attendere dal Desiderio di non essere mai superato dal fine che vorrebbe raggiungere: la tartaruga del fine non dev’essere mai superata dal piè veloce del Desiderio, novello Achille che per quanto corra veloce, il Desiderio non può vincerlo per definizione, per la definizione ontologica in senso parmenideo.

Così, tornando alla convoitise de l’enfant da cui siamo partiti, ecco che un genito diventa, nell’immaginario dell’Emmanuele, simbolo di quella tartaruga che – alla Zenone –, nessun genitore-Achille potrà mai raggiungere; o – alla Gibran – quella freccia che nessun arciere potrà mai più rimettere nella faretra. Voce dal sen fuggita… un figlio sarebbe simbolo del Desiderio: una parola che una volta pronunciata non si può più né ritirare né capire del tutto. Il fato è la Parola che il destino pronuncia nelle parole povere della sorte: il feto, parola povera del Fato. E che dunque? noi umani, desideranti di questo mondo, dovremmo far figli per incarnare l’essenza del Desiderio? per dare corpo al Desiderio? per poter vedere il Desiderio in carne ed ossa? il quale, a sua volta, crescendo, in virtù della pubertà potrà anch’egli trasformare in puer la puerile foia di esistere dell’esistenza? mi pare assurdo!

Procreare per dare un volto al Desiderio? per poterlo guardare in faccia? procreare per materializzare la materia impersonale in una madre? per garantire la sopravvivenza dell’«ancóra» a dispetto del «non essere», cioè «non esistere», ancóra? il Viso – le visage – dell’Infinito vòlto all’esistenza assume il vólto dell’esistente? io volgo, tu volgi… il volgo desidera dare un volto umano al Viso divino, come se Egli fosse di questo avviso da sempre. È interessante:

 

  • Vòlto: faccia.
  • Vólto: rivolto a.

 

Basta un accento grave piuttosto che acuto per svelare il rapporto che talvolta c’è fra due parole; come in latino basta una vocale lunga piuttosto che una breve: si veda părens (parente: genitore) e pārens (suddito: obbediente). Per il nostro discorso c’è un’altra coppia di vocaboli: vòto (vuoto) e vóto (promessa). Il vòto dell’esistenza è al contempo vóto dell’esistente vòlto al suo vólto.

Il Niente che come «il y a» vigila affinché l’Ente nasca, è un invisibile che non si vede solo perché non s’è ancora reso visibile. Il Nulla, di contro, è molto più inquietante, perché esso non è un Invisibile falso come il Niente: il Nulla non è Invisibile solo per il fatto che qualcuno non lo può ancora vedere, bensì perché non è proprio visibile in sé. Anche l’Invisibile che gli emmanueli adorano e pregano come Dio senza volto, ha un suo Viso comunque, dal momento che suo Figlio s’è fatto esistente per darne un’idea. L’ontologia, quando si fa metafisica, non può concepire un Viso che prima o poi non assuma delle fattezze: un volto, una faccia nei confronti della quale porsi faccia a faccia. In Giovanni 14,9 il Cristo dice a Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Philippe, qui videt me, videt et Patrem. ὁ ἑωρακὼς ἐμὲ ἑώρακεν τὸν πατέρα· Il Desiderio cattocristiano dimostra l’esigenza ineludibile di dare un aspetto a chi si aspetta, o a ciò che ci si attende; esigenza che è per forza tenera, visto che il tenero, come abbiamo visto, è un tendre che è tendere. L’attesa è Desiderio: desidera vedere l’aspetto di ciò che (s’)aspetta.

L’Io aspetta l’aspetto di un vólto vòlto a lui: attende l’adempimento di un vóto capace di svuotare il vòto: di annientare il Niente nesistente come l’Essere annulla il nulla nesssente. Per ciò părens è colui che nell’osservare l’Essere crede di servare l’esistenza. Servare è verbo poco usato, nell’italiano di oggi, ma sul dizionario esiste ancora, e significa «conservare»: personalmente ho spesso messo in luce il nesso fra servare e osservare; perché mi pare proprio che tutte le parentele linguistiche fin’ora rilevate esprimano lo stesso Desiderio. L’orrore del vòto aborre il Nulla come l’Essere e, per stornarlo, usa il verbo stornare: détourner; storna il Nulla e così l’Essere torna, storna il Niente e così l’esistere ritorna. Persino il povero Nietzsche – pace all’anima sua! – cadde in questa penosa illusione: l’eterno ritorno altro non è – a mio parere – che l’antidoto naturale al temutissimo punto di non ritorno. Ogni credenza religiosa si propone  come fede in uno storno che salva dal non ritorno. Il Desiderio, apotropaico, allontana, storna la fine: un figlio è figura archetipica di questo desiderio. Sarà forse il caso di mettere una «d» minuscola al desiderio di esistere e una «D» maiuscola a quello dell’Essere: non “di” Essere – poi che nessun esistente potrà mai essere Essere – ma a quello di essere sì, di esistere, di vivere.

L’esistente (ac)carezza il sogno di esistere per sempre, come l’Essere. Credo che non a caso sia Lévinas sia Sartre si siano dedicati così appassionatamente al tema della «carezza». Ciò che accade accarezza il sogno di accadere per sempre, ciò che cade carezza il sogno di rialzarsi per sempre, al di là del bisogno di morire: guarda caso, rialzarsi e accadere (eternamente) sono proprio la promessa e la speranza del cattocristianismo, il quale appunto fa credere in una risurrezione (rialzarsi) che abroga una volta per tutte la caduta originale del peccato. La figura del Figlio è quella di Colui che fa sì che tutto accada ancora, cioè non cada più nell’ipostasi esistenziale: l’avvenire al di là dell’avvenire al di qua è un a venire che sarà «accadere ancóra» di un «non cadere più». Come l’Amore è sempre irriducibile al concetto che lo vuole “afferrare”, così la carezza non si riduce mai a un contatto che vuole “prendere”: l’Amore non è mai così comprensivo da riuscire a prendere, e la carezza non è mai così palpante da riuscire a toccare. E, come il Figlio diventa simbolo di un esistere che si proietta nell’essere dello Spirito, così la carezza simboleggia un amare che si proietta nell’Amore spirituale.

…la carezza trascende il sensibile: la caresse transcende le sensible. La mano che carezza un corpo amato è l’anima che accarezza il sogno dello Spirito dell’Amato. Quando la carezza maschile riesce a toccare il corpo femminile che ama, però, ci esce il figlio. Quando la carezza dell’anima riesce a toccare lo Spirito che ama ci scappa la vita eterna. Fin troppo facile, scoprire il tranello che regge e governa questi ragionamenti: l’ambiguità che fa coesistere bisogno finito e desiderio infinito riposa esistenzialmente nell’amore di un amante la cui mano carezzando fa dello spirito e palpando fa dei danni, cioè dei figli. «La carezza consiste nel non impadronirsi di niente, nel sollecitare ciò che sfugge continuamente dalla sua forma verso un avvenire – mai abbastanza avvenire – nel sollecitare ciò che si sottrae come se non fosse ancora.» – La caresse consiste à ne saisir de rien, à solliciter ce qui s’échappe sans cesse de sa forme vers un avenir – jamais assez avenir – à solliciter ce qui se dérobe comme s’il n’était pas encore –. Un «non-ancóra» che non è mai così «ancóra» da diventare «già», un a venire che non è mai così venuto da essere avvenire: la carezza sollecita questa irraggiungibilità nell’autoerotismo di un piacere che si compiace di un orgasmo sempre a venire. Un preliminare senza fine, la carezza, come la preghiera, desidera il venire a patto che esso sia sempre di là da venire.

La metafisica se ne intende, di preliminari erotici, come la preghiera, del resto. La liturgia cattocristiana la sa lunga, di avvento, di speranza, di promessa che deve compiersi… è tutta tesa al di là di se stessa, la carezza orante del desiderio metafisico, o trascendente. Accenna senza dire subito esplicitamente di «sì», il desiderio carezzevole: come la femmina; sarà per questo che Lévinas s’è occupato anche di femmine, oltre che di carezze e di desideri? Nella guerra d’amor chi fugge vince, dice un vecchio proverbio; la femmina lo conosce bene, questo poverbio, il maschio un po’ meno. C’è più piacere nel desiderarsi che nel possedersi, dice la femmina al maschio che non vede l’ora di concludere. Non è certo un “rapporto completo”, quello che c’è fra l’Essere e l’esistere: sembra quasi che  possedere l’Essere prima che si compia la promessa nuziale della fine del mondo sia un peccato da paragonarsi a un rapporto prematrimoniale. Non lo si deve consumare, il Desiderio, con un rapporto completo, perché sennò Lui consuma chi lo consuma: annientandolo come una fidanzata gelosa tradita nell’onore. Questa valle di lacrime dell’esistere è un preliminare più o meno lungo con l’Essere, un tenero petting prematrimoniale che non deve consumare il rapporto prima del tempo, o, meglio, prima che il tempo finisca.

Chi si astiene regnerà. «Nella sua soddisfazione, il desiderio che l’anima rinnova, alimentato in qualche modo da ciò che non è ancora, ci riporta alla verginità, eternamente inviolata, del femminile»: Dans sa satisfaction, le désir qui l’anime renaît, alimenté en quelque façon par ce qui n’est pas encore, nous ramenant à la virginité, à jamais inviolée, du féminin. Farlo prima del matrimonio è violare, profanare quello che ancora non dev’essere. Il Desiderio è animato dall’anima stessa che lo prova restando illibata. Illibato è chi ancora non ha libato, non ha bevuto dal calice dell’Essere: come la carezza, l’illibato non beve dal calice che desidera ma s’accontenta di guardarlo. Chi si astiene regnerà.

Il bicchiere da cui l’illibato non liba non è vuoto: è pieno, ma l’illibato lo liba a chi l’ha riempito; libare non significa solo bere goccia a goccia una bevanda, ma anche offrirla alla divinità in libagione. Il calice della libagione sacra è come quello spazio, vóto offerto e perciò mai vòto. Il credente sembra talvolta uno che non ha nemmeno il coraggio di vedere se il bicchiere dal quale desidererebbe bere è pieno o vuoto: sacrificando la sua sete, egli è convinto che quel calice sarà senz’altro pieno; del resto, quando si chiudono gli occhi sulla realtà, questa la si può immaginare come più aggrada.

 

GRAVIDANZA IMMAGINARIA

(die Einzeugungskraft)

 

Se si è fenomenologi sul serio, non si può trascurare la gravidanza immaginaria (o gravidanza isterica o pseudociesi) e scrivere qualcosa sulla sua fenomenologia: fenomenologia della gravidanza immaginaria. A una donna che desideri troppo un figlio, a una donna affetta da convoitise de l’enfant, può anche succedere che si gonfi il ventre come se fosse incinta; poi, però, la montagna non partorisce nemmeno un topolino, altro che feto!

La fede che crea un Dio nella mente e che poi desidera procrearlo come Io nell’utero somiglia alla gravidanza immaginaria: l’animale desidera a tal punto lo spirituale da “concepire” lo Spirito nella propria anima. Il «Desiderio dell’Essere» e il «desiderio di esistere» sono entrambi pseudogravidanze dell’anima: il primo è una pseudogravidanza metafisica, il secondo è una falsa gravidanza fisica. Voglio tornare a Le temps et l’autre di Lévinas perché in questo libretto l’Emmanuele anticipa il tema di quella che io chiamo ‘gravidanza immaginaria’ e che in Totalité et Infini tratterà diffusamente: gli ultimi due capitoli de Il tempo e l’altro si intitolano rispettivamente L’Eros e La fécondité.

La “gravidanza di desiderio” è fondamentalmente convoitise di raggiungere l’altérité qui n’entre pas purement et simplement dans l’opposition des deux espèces du même genre: l’alterità che non rientra puramente e semplicemente nell’ambito dell’opposizione di due specie dello stesso genere. Ente e Niente sono le due specie opposte dello stesso genere: la totalità; l’Essere, invece, non opponendosi al Nulla come Ente e Niente, rientra nell’ambito dell’alterità vera. La convoitise du Désir anela le contraire absolument contraire, il contrario assolutamente contrario, la contrariété qui permet au terme de demeurer absolument autre, la contrarietà che permette al termine di dimorare nell’assolutamente altro, non plus la dualité de deux termes complémentaires, non più la dualità di due termini complementari, e l’Emmanuele ravvisa questa alterità verace nel féminin, l’eterno femminino. Femmina e Maschio, anche quando s’accoppiano, non diventano Uno: restano due, cioè, non vanno mai a costituire una Totalità. Le pathétique de la volupté est dans le fait d’être deux. Ma, in Totalità e Infinito si dice che «la voluttà non viene a colmare il desiderio, è proprio questo desiderio»; dunque, il desiderio s’alimenta di una dualità che non si riduce mai all’unità che totalizzando i due membri li fonde in totalità. La voluttà «va senza arrivare ad una fine»: va sans aller à une fin.

Il figlio, una volta uscito dal grembo del desiderio, ponendo fine alla gravidanza pone fine anche al desiderio, e questo non deve succedere, se si vuole che il desiderio viva: la vita del concepito è la morte del concetto stesso di desiderio. L’impazienza di essere incinta è la piacevole sofferenza di non dare alla luce ciò che con la luce si chiarirebbe al punto da mostrare la totalità del suo significato, che prima del parto era riposto nell’Infinito del suo senso. La passione del paziente gravido di desiderio, il suo travaglio, è «una sofferenza trasformata in felicità», une souffrance transformée en bonheur – la volupté. Come un calice sfondato, senza fondo, il desiderio prova la voluttà di versare lacrime senza che queste riempiano mai quel calice: non è mai colma, la misura del desiderio che  si compiace di se stesso. Femminilità sarebbe, per l’Emmanuele, se dérober à la lumière, sottrarsi alla luce: come un concetto non ancora concepito nella comprensibilità di un’idea chiara e distinta. C’est une fuite devant la lumière. Il modo d’esistere del femminile est de se cacher, et ce fait de se cacher c’est précisément la pudeur.

L’alterità non svela la sua identità anche se profanata, così come un clandestino anche se scoperto non per questo lo si conosce per nome e cognome: lo si è catturato, ma di lui non si sa nulla, lo si ha in mano ma egli sfugge ancora. La legge ebraica vieta di farsi delle immagini a somiglianza dell’Essere: il desiderio se lo figura ma non ha idea del volto che esso ha, e non può averne idea alcuna, dal momento che Egli non si può vedere. In tedesco l’immaginazione si chiama Einbildungskraft – cioè, letteralmente, facoltà-di-una-immagine: possibilità di farsi delle immagini mentali. La Bildung è la formazione, la creazione. L’immaginazione si figura qualcosa, anche se questa non esiste in realtà. La gravidazione funziona allo stesso modo, quando è immaginaria, e allora, se die Zeugung è la procreazione, possiamo a buon diritto definire Einzeugungskraft il correlato concezionale della concettiva Enbildungskraft.

Ma c’è di più. In tedesco das Zeug è la materia prima, la stoffa ed anche la roba, quindi la Einzeugungskraft è proprio quella facoltà di dérober nel senso di “derubare” il desiderio dalla roba stessa che desidera. «Significare non equivale a presentarsi come segno, ma ad esprimersi, cioè a presentarsi in persona. Il simbolismo del segno presuppone già il significato dell’espressione, il volto.»: Signifier n’équivaut pas à se présenter comme signe, mais à s’éxprimer, c’est-à-dire à se présenter en personne. Le symbolisme du signe suppose déjà la signification de l’expression, le visage. La Enzeugungskraft come facoltà di desiderare la procreazione “di” una persona è espressione quanto mai virtuale del desiderio: personne, «nessuno» nell’esistenza che preesiste all’esistente come pronome, diventa personne, «persona» che esiste come nome, sostantivo del verbo esistere. Il desiderio desidera un pro-nome, un nome che deve sempre preesistere, mai esistere, affinché lo si possa sempre desiderare: «nessuno» è il pronome del desiderio, Nemo. Analogamente, «nulla» è il pro-nome dell’Essere, il quale non prova desiderio poiché realizza eternamente in sé l’atto della potenza che desidera. Il desiderio è potenza pura di un ente mai in atto. L’Essere è nome di se stesso senza pro-nome; a meno che non si voglia dire che il Nulla, come pro-nome dell’Essere è la prefazione ontologica dell’Infinito così come nella Totalità Nessuno è pro-nome dell’esistere.

Il desiderio è segno di Einzeugungskraft: il suo significato si esprime nel figlio del desiderio, l’oggetto del desiderio che esprime il senso stesso del desiderio. Ma anche il figlio partorito, ente di un niente realizzato, è come un clandestino: se per un verso egli è nostro figlio, dall’altro egli non è nostro, poiché vive di vita propria. La gravidanza, anche quella reale, rimane virtuale, perché il genitore si trova ad avere un figlio che non è suo, nel senso possessivo di questo termine. Non lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio. Come il niente si converte in ente portando al concetto di «il y a», in modo reversibile l’ente si riconverte in niente riportando al concetto di «il n’y a»: la reversibilità del processo che trascorre fra niente ed ente prevede sia la conversione all’ente sia la riconversione al niente. Invece, non c’è reversibilità nel rapporto fra Essere e Nulla, poiché mai l’Essere può riconvertirsi in Nulla, sempre ammesso che Egli sia stato convertito in Essere da un Nulla preesistente che ha annullato se stesso. Il doppio senso di marcia dell’esistere e il senso unico dell’Essere sono i due grandi movimenti ontologici.

L’alterità assoluta è estranea all’opposizione che, per esempio, esemplarmente c’è fra ente e niente. L’alterità assoluta è inafferrabile, inconoscibile. Conoscere è triturare con i denti mentali l’alterità, digerendola, assimilandola: per conoscere bisogna che la “mela” si trovi lì, di fronte a noi. Conoscere implica la consumazione. Anche un rapporto sessuale si consuma, quando la femminilità si profana, si deflora. La consumazione del niente partorisce l’ente: la gravidanza immaginaria non profana il desiderio perché non profana né il Niente né il Nessuno. Anche il Nulla non avrebbe potuto partorire l’Essere, senza un’abnegazione capace di rinnegare se stesso, cioè, in questo caso, di annullarsi, sacrificarsi. Il sacrificio ontologico è sacro – come dice il nome stesso – perché si sacrifica affinché un ente esiste, o un Essere sia. È incoerente, il desiderio, come la morte: quando c’è il desiderio non c’è ciò che il desiderio desidera, quando c’è ciò che il desiderio desidera non c’è più il desiderio… dunque il desiderio non è niente, per noi? Dell’oggetto del desiderio si può dire ciò che Epicuro disse della morte? se sì, allora si può dire che la vita è desiderio di morte: la fine della vita è fine del desiderio! In fondo, aveva ragione, Epicuro: è il desiderio di immortalità, di Infinito, a rendere insopportabile l’esistenza di quell’essere finito che è l’uomo; gli è che il desiderio è per sua natura desiderio di Infinito, almeno nel senso che esso finisce quando comincia ad apparire l’oggetto del desiderio. L’oggetto, nel suo presentarsi, limita il desiderio al punto di distruggerlo. La vita essendo desiderio infinito, ogni figlio è un’illusione di poter realizzare il desiderio, illusione che, scoperta, porta la vita a figliare nuovamente nell’illusione di spegnerne il desiderio.

La figliazione (o filiazione) è il fenomeno più essenziale del desiderio. L’Infinito finisce nel finire del Desiderio, come un travaglio nel figlio che partorisce. L’istinto di sopravvivenza, sublimato dal salto etologico (o ontologico) assume la parvenza di desiderio infinito – anzi: Desiderio di Infinito – perché infinita è la voglia che la vita ha di continuare se stessa. Tra le pareti della casa di Psiche, il desiderio prolifica perché l’Anima ci sta stretta, in quella casa: l’angoscia è parola che etimologicamente vive dell’angustia e dell’angusto; lo spazio angusto dell’anima quando si emancipa dall’animale è subito angustia come angoscia “spirituale”. Desiderio infinito comporta infinita voglia di doglia.

Une phénomenologie de la volupté – dice Lévinas in Le temps et l’autre – porta al piacere del desiderio: un piacere affatto diverso dagli altri piaceri; un piacere che si compiace del proprio dispiacere. La gravidanza immaginaria è il desiderio che sopravvive nel vuoto di un ventre senza oggetto del desiderio: il vuoto (vòto) è premessa del desiderio (vóto). Il vuoto feconda il voto. Il desiderio che carezza sogni è come un jeu avec quelque chose qui se dérobe: un gioco con qualcosa che si defila. l’horror vacui è voluttuoso, perché voluttà è il sogno che il desiderio ha di riempirlo. In altra sede ho analizzato l’interessante nesso etimologico esistente fra empiere (cfr. servare l’esistere) ed adempiere (cfr. osservare l’Essere): l’istinto di riempire, ingravidare il vuoto, dà l’impressione che questo empimento sia l’espressione migliore dell’adempimento, in senso ontologico. Osservare l’imperativo categorico della natura è servare la natura stessa dell’imperativo. A livello gnoseologico, adempiere è empiere con il pensiero il concepibile che non è ancora concepito affinché questo concepisca un concetto. A livello ontologico, osservare è servare con il (pen)siero spermatico la materia che non è ancora mater affinché questa concepisca un feto.

Posséder, connaître, saisir sont des synonymes du pouvoir. Il potere distrugge il desiderio perché impossessandone lo profana: la profanazione eliminando la sacralità uccide il desiderio. Il male del potere consiste nel fatto che esso dissolve ciò che tocca; al contrario del bene del desiderio, che assolve ciò che carezza. La mitezza del desiderio sta nel suo non essere un esercizio di potere, al punto da sciogliersi sempre elegantemente dai vincoli che pensano di averlo catturato. Il Desiderio cresce sulla sua costante auto-assoluzione: l’assoluzione dal “peccato originale” del limite, della conoscenza che determina per afferrare lasciando indeterminato ciò che non conosce. Ma l’indeterminatezza del giudizio riflessivo già Kant l’aveva capito, che è l’essenza dell’estetica artistica: il giudizio determinante serve alla scienza per la conoscenza, ma non può darsi una scienza del desiderio, perché il desiderio “perde conoscenza” (sviene) nel momento in cui acquista conoscenza. Acquistare è un brutto verbo: sa di compravendita, di mercato, di merce… il desiderio ammira il non valutabile, l’inestimabile che non è valore perché ha un valore infinito; il desiderio non compra ciò che desidera, perché non è in vendita, ciò che desidera: non è valutabile.

La convoitise de l’enfant è bramosia compulsiva di una fame senza limite per ciò che non ha limite: l’appetito dell’Infinito nel doppio senso di questo genitivo, oggettivo e soggettivo. L’Infinito pete il finito e il finito appete l’Infinito. La petizione di principio dell’Infinito è la stessa ripetizione di fine (della fine) del finito. La ripetizione fisica di generazione procreante emana dalla petizione stessa di una supposta metafisica generazione creante. Cupio absolvi. Non cupio dissolvi. Essere assolti dal niente è lo scopo principale del desiderio: il desiderio è colui che assolve l’ente dal niente sperando che allo stesso modo, in cielo, l’Essere sia assolto dal Nulla, per virtù propria. L’Essere non deve né crearsi né tantomeno procrearsi: l’eternità ha questo, di caratteristico, che non necessita né di creazione né di procreazione; per questo l’Essere non dovrebbe nutrire alcun desiderio, con buona pace dall’evangelo cattocristiano. È inconcepibile, un Essere desiderante in cielo alla maniera in cui è essere umano l’essere desiderante in terra.

Gradimento