La souveraineté royale: le Maître et la Maîtresse (casa di piacere e casa di pena).

ritratto di Davide Cantino

La Parola espressa dal Viso dell’Essere – dice Emmanuel Lévinas – «produce l’inizio dell’intelligibilità, l’inizialità stessa, il principato, la sovranità regale, che comanda incondizionatamente. Il principio è possibile solo come comando»: produit le commencement de l’intelligibilité, l’initialité même, la principauté, la souveraineté royale, qui commande inconditionellement. Le principe ne se peut que comme commandement.

La morale professata dalla Bibbia comincia con dieci comandamenti. La sottomissione è l’essenza delle religioni. Ha un bel dire, Lévinas, che «la presentazione dell’essere nel volto non ha lo statuto di un valore», se poi sostiene che «il volto apre il discorso originario la cui prima parola è un obbligo che nessuna ‘interiorità’ consente di evitare». Obbligo? La rettitudine del faccia-a-faccia (la droiture du face à face) si fonderebbe dunque su una sorta di “significante” a priori che come espressione istituirebbe il linguaggio in modo assolutistico? La signification c’est l’Infini, c’est-à-dire Autrui (?).

Noi desistenti rifiutiamo e combattiamo qualunque sovranità, foss’anche quella di un Essere metafisico infinitamente trascendente. Certo, lo capiamo, che il significante regola a priori la dinamica procedente dal segno al significato, ma non ci piace essere – per dirla con Lévinas – degli interlocutori che «si trovano a recitare una parte in un dramma che ha avuto inizio senza di loro»: se trouvent jouer un rôle dans un drame qui à commencé en dehors d’eux. È proprio questo, il punto: non ci piace, essere attori di un dramma del quale non abbiamo scritto il copione. L’Infinito è un significato che ci sfugge, ma nemmeno vogliamo fare troppi salti in alto per acchiapparlo. E poi, quale Infinito? Il pensiero umano ha sempre e solo pensato l’Infinito ontologico dell’Essere-che-è, e il significato sarà anche l’Infinito, ma a me, desistente – a noi, desistenti –, non piace affatto, credere che l’Infinito «mi affronta e mi mette in questione e mi obbliga per la sua stessa essenza di infinito»: il me fait face et me met en question et m’oblige de par son essence infini. Lévinas mette in corsivo quel verbo, «obbliga», a dire che è importante, l’obbligo di dar retta a un comando espressamente espresso nell’espressione del comandamento; e tuttavia dà sui nervi, dover pensare che COMANDO e COMANDAMENTO siano ontologicamente complici.

Sì, è ufficiale: «comandaménto» viene da comandare. Ma c’è di più: il «precètto», analogo del «comandaménto», viene da precettare, cioè da un “mandato di comparizione” sub poena. La citazione in giudizio è l’essenza del venire al mondo e il cattocristianismo la sa lunga, al riguardo. La leva è obbligatoria e la libido (vitae) ne è la “cartolina di precetto”, per così dire: devono essere tutti “abili” alla vita, i viventi e chi non lo è soccombe; questo il comandamento principale dell’ontologia. La chiamata alle armi sarà anche un diritto militare, ma non è un diritto umano chiamare alla lotta della vita dei futuri viventi inermi. E perché, dovremmo comparire in giudizio? In giudizio d’Altri? Comandaménto e precètto sono sostantivi bellicosi e autoritari concepiti da un totalitarismo ontologico che come dittatura dell’Essere si crede in diritto di imporre il dovere della vita, l’obbligo dell’esistenza; «precètto» viene dal latino praeceptum, derivato di praecipĕre «prescrivere, ordinare, insegnare», composto di prae- «pre-» e capĕre «prendere»: è una pre-comprensione, quella che spaccia per diritto la chiamata all’esistenza. Precettare. Comandare. E chi l’ha detto?

Non sarà un caso, che praecĭpĭo, is, cēpi, ceptum, ĕre, (3 tr.) significhi sia ordinare sia insegnare: Lévinas è esperto circa la relazione supposta tra l’insegnamento e l’ordinazione (sembra un nesso perversamente cattocristiano): il Maestro ontologico insegna l’essere dell’esistere, l’essere in vita. Ma il Maestro, per insegnare, deve precettare genitori, procreatori che continuino la creazione sulla falsa riga della procreazione: armiamoci e partite. Il Maestro compie un’azione che in francese suona beffarda: la maîtrise, il controllo (delle nascite!?); e poi, c’è da ridere, se si pensa che la maîtresse è l’amante ed anche la maestra nonché, soprattutto, la Signora di un bordello, la tenutaria di una casa di tolleranza… la libido vitae è la maîtresse di questo gran casino che è il mondo. Se almeno questo mondo fosse una casa di piacere! Ma è una casa di pena, a maggior gloria del cattocristianismo. Però, il Creatore non è la senatrice Lina Merlin, quella che nel 1958 chiuse le “case chiuse”.

Tolleranza zero, per le case di tolleranza. Noi siamo d’accordo, a patto, però che si chiuda anche questo mondo, sede principale e privilegiata della tolleranza perseguita dalla senatrice Merlin. La procreazione dev’essere prescritta: questa la legge dei desistenti; anche perché la proscrizione della vita evita la prescrizione della morte. Io, desistente e noi, desistenti, pensiamo che un Maître (Signore della Creazione come causa prima della libido vitae) gestisca l’essere sotto le spècie dell’esistenza in nome di una Maîtresse (Signora della Procreazione come causa seconda della libido vitae) che Egli tiene “chiusa” in casa per non sputtanarsi, ben ben rinchiusa. Il Maître insinua nell’essere umano lo spirito della Vita affinché ogni uomo insinui nella propria Maîtresse l’anima della vita. Non bisognerebbe scherzare, su queste cose, perché sono tragiche, a dir poco, ma gli umani non la vedono, la tragedia esistenziale, e quindi nessuno se ne accorge, se ci si ride sopra (il che la dice lunga).

Sono complici, il Maître et la Maîtresse: il primo fa il “magnaccia” della seconda, sotto le mentite spoglie di santo protettore dell’umanità. Gli umani non bramando che la vita, la idealizzano come Gran Maestro che amando(la) la protegge: ogni divinità è l’idealizzazione di ciò che si brama; si ama ciò che si brama. C’è per forza un “pappone”, dietro al protettorato esistenziale. Pappa e ciccia, Maestro e Maestra collaborano per garantire la continuità della nostra specie sotto le specie di maschio e femmina. Il Dio dell’umanità è l’idealizzazione, eletta a maggioranza da un gran numero di Io: Dio è l’idealizzazione di qualche Io umano. Ma, questa idealizzazione non idea soltanto una divinità in cielo, bensì anche una dea in terra: la dea della vita; dea vitae idea Dei. La dea (della) vita è l’idea di Dio. Gli umani bramano la vita e così ne amano l’idea personificata dalla dea che meglio la rappresenta: Dio. Nel maschilismo giudaico-cristiano Dio è maschio, anche se concezionalmente agisce come se fosse una femmina, fecondissima. E Nio?

Nio non è pensato né come maschio né come femmina: non è pensato affatto. La coscienza che sta a cuore alla filosofia è «una coscienza affamata e bisognosa dell’essere di cui è priva»: une conscience besogneuse et affamée de l’être qui lui manque. La coscienza infelice è la conscience affamée. La coscienza affamata ha bisogno di un pappone: un Papà che le faccia da pappa (papà) e da mamma. Avere fede è credere di succhiare due capezzoli nella speranza di non morire. Giovanni 6,35: Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Non è difficile immaginare perché l’umanità ami credere in un Signore che promette di saziare i due tipi di fame che da sempre affliggono l’uomo comune – fame di cibo e fame di vita –: perché il bisogno fisico di vivere al di qua e il desiderio metafisico di sopravvivere al di là sono i due bisogni primari dell’essere umano.

Il capezzolo del Signore e quello della Signora. Le mamelon. Non è solo mammario, il capezzolo: è anche… pappario. La fame è fame di cibo per la conservazione della specie, ma la conservazione non è solo conservazione di chi è già in vita bensì soprattutto quella di chi in vita non lo è ancora: il concetto di conservazione ha di mira innanzitutto la posterità, la discendenza. Così, l’Essere-Signore si fa garante di vita eterna come datore di Vita, in cielo, e l’Essere-Signora lo aiuta, in terra, a realizzare questo progetto. In realtà, dietro a questo teatrino c’è semplicemente l’uomo: è lui, il regista di questa sacra rappresentazione, è lui che tira i fili di quegli stessi burattini che mette in scena. Se la suona e se la canta, tutto da solo. Credere è un po’ come fare il puparo e al tempo stesso sedersi in platea per vedere come questo stesso burattinaio tira i fili dei suoi burattini: fare da “spettattore” che al contempo recita ed assiste alla sua stessa recita. Il Burattinaio è il Signore al quale il burattino crede di essere appeso, quando crede di essere appeso al suo filo dimenticando di essere lui, a tirare le fila del proprio essere.

Si parla di mammiferi, ma non si dovrebbe tacere dei pappiferi. Papà dà la pappa e Mamma la mammella: che differenza c’è? Sempre di vita, si tratta! Se la Bibbia aveva ragione, l’Eden, a ben vedere, fu una casa di piacere che il peccato originale trasformò in casa di pena. Ha ragione Lévinas, quando dice che il nutrimento è l’essenza stessa della gioia di vivere: la jouissance. Appena nati, ci si attacca a una mammella per succhiare quella pappa che ci permette di sopravvivere; la fede religiosa è una mammella artificiale, un biberon che promette vita al di là così come la mammella naturale è promessa di vita al di qua. Un poppatoio, questo è il mangia-mangia delle religioni; ed è molto significativo che il Natale cattocristiano nasca in una mangiatoia.

Ma ve lo immaginate, che ne sarebbe di questa souveraineté royale dell’Essere, se gli esseri umani la smettessero una buona volta di sbavare per la vita (terrestre e celeste)? Chi mai farebbe un pàlio, se in palio non ci fosse un premio? Seconda a Timoteo 4,7-8: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno»; caro san Paolo, e chi te l’ha detto, che tutti abbiano questa tua stramaledetta voglia di combattere, di correre…? Noi corriamo e un giudice giusto ci osserva per vedere a chi dare o non dare la palma della vittoria? Un concorso a premi, la vita quaggiù?

Gran parte delle depressioni nascono quando muore il senso, quando non si vede più (o non s’è mai visto) il senso di ciò che si fa, o di ciò che si è. Il senso della vita è il senso ontologico per antonomasia, quindi non stupisce che la fantasia umana si sia da sempre sbizzarrita senza posa per tovarne uno, a costo di cercarlo in cielo, perché, se non sta né in cielo né in terra, senza senso è difficile vivere. Noi crediamo – io credo – che le religioni facciano leva sul punto critico archimedeo notoriamente usato per il loro ubi consistam: fanno leva sul desiderio metafisico di vivere per sempre, che a sua volta fa leva sul bisogno fisico di vivere per adesso. Sono sleali, le religioni, perché il loro credo è spacciato come “sostanza” a dei drogati di vita, a dei disgraziati che sono letteralmente dipendenti dal bisogno di vivere; la vita, del resto, è la sostanza per eccellenza che crea dipendenza in chi la procrea.

Bisogna smascherarli, questi spacciatori papponi: tutti questi funzionari della speranza che come ministri religiosi di questo o quel dio dispensano dosi virtuali di stupefacenti; troppo facile, vendere una speranza che non costa nulla a dei disperati che la comprano non potendo farne a meno: dosi di stupefacente stupore, gli stupefacenti. Noi chiamiamo tranquillamente «pusher», chi alimenta la fame altrui per poter impunemente continuare la sua squallida professione di magnaccia. E quella “corona”, che come palio svetta in excelsis quale premio di una corsa rincorsa affannosamente a costo di barare, per noi è solo il magro premio di consolazione di chi non fa che sognare un pane definitivo in grado di far passare del tutto qualunque fame: la religione è per i morti di fame.

La conscience affamée. La coscienza affamata è la coscienza dell’obbligo – la conscience de l’obligation –, per dirla ancora con Lévinas. La ragion di vita dell’essere-in-vita è la vita: il modello unico della Ragione universale alla quale tutti danno ragione (e retta) è la Vita. La deontologia che precede l’ontologia è la Ragion di Vita alla quale dando ragione si dà ascolto. La ragion di Vita, poi, essendo la Ragione unica, può permettersi di non dar ragione a nessuno, se tutti le danno ragione. Nello Stato ontologico, l’unica ragione è la Ragion di Stato dell’essere-in-vita, effetto del cosiddetto… stato interessante. Se «la ragione è definita dal significato» – si la raison se définit par la signification – lévinasianamente essa funge da Significante garante dei significati espressi dai rispettivi segni di cui è “Gestore”. Noi temiamo però che – e lo diciamo con i piedi molto per terra –, la Gestante terrestre sia figlia illegittima di quel Gestore celeste: la gestione metafisica del concetto di creazione finisce in gestazione fisica come concezione di procreazione; desinit in filium.

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