J’échappe à l’en-soi en me néantisant

ritratto di Davide Cantino

j’échappe à l’en-soi en me néantisant

EGO et NEGO

 

«Io sfuggo all’in-sé annientandomi…». Tutti traducono «nullificandomi» il néantiser francese di Sartre, ma le néant è per noi – per me desistente – il niente, non il nulla. «È solamente per il fatto che io sfuggo all’in-sé nientificandomi verso le mie possibilità, che questo in-sé può prendere valore di motivo o di movente»: C’est seulement parce que j’échappe à l’en-soi en me néantisant vers mes possibilités que cet en-soi peut prendre valeur de motif ou de mobile. Il niente è ciò che l’esistente ancora non è, e che vorrebbe essere (esistere). Il nulla è completamente al di fuori dell’ambito esistenziale.

«Il movente non si comprende che con il fine, cioè mediante il non-esistente: il movente è dunque in se stesso una negatività»: Le mobil ne se comprend que par la fin, c’est-à-dire par du non-existant; le mobile est donc lui-même une négativité. In questo passo finalmente Sartre usa la locuzione non-existant invece di «non-essere»: l’esistente – positivo – desidera diventare il non-esistente – negativo – che egli ancora non è. Aspirazione. Il per-sé è letteralmente “aspirato” dalle proprie aspirazioni, che lo nientificano. L’Io è un’anima che aspira lo spirito, ma «lo spirito è il negativo», l’esprit est le négatif. E Dio? Egli non può essere come l’Io, sennò non sarebbe in-sé! Come può, lo Spirito divino, essere negatività? Pienezza, pienezza ontologica, solo questo può essere, Dio (se è).

Se uno non è in sé quel che è, significa che è per sé, e allora è condannato a scappare per tutta la vita dall’in sé che egli non è. L’Io funziona così: sfugge annientandosi. Dio invece, se (c’è) dovrebbe non essere condannato a scappare da se stesso: non può fuggire annullandosi; Lui permane, rimane nel proprio in-sé senza annullarsi. Anzi, Egli annulla in sé il nulla che lo circonda. Il Nulla è il recinto dell’essere? forse proprio recinto no, ma dobbiamo ripensare le ragioni del nulla, di un nulla che a livello metafisico non è solo la banale negazione esistenziale del niente: non-ente. L’essere umano non essendo essere bensì esistere, scappa dal proprio essere non-esistente – non-existant – per andare verso l’esistente – existant – che per ora, nel frattempo, non è. Ma possiamo immaginarcelo, un Dio che, come l’Io, scappa verso ciò che ancora non è? (e qui è corretto usare il verbo essere: ciò che ancora non è). Dio è, e dunque in Lui non può darsi non-è. L’essente non può essere, per nulla, non-essente.

Per nulla. Per niente. Due espressioni che non sono sinonime. Dio è Essere e per Nulla può essere Nonessere. Io sono esistere e per Niente devo essere Nonesistere. Per niente, Io sono condannato a nientificare (o annientare) il niente. NULLIFICARE (annullare) e NIENTIFICARE (o annientare). Dio è in-sé e quindi per sé non desidera Nulla. Io sono per-sé e quindi per me desidero Tutto. Il Tutto, come totalità – alla Lévinas – è un intero esistenziale che combatte il Niente. Il Nulla, come nullità – alla Cantino – è un intero ontologico che combatte l’Essere.

La questione relativa all’Essere e il Nulla è metafisica, quella concernente l’Esistere e il Niente è esistenziale. L’Essere non potendo avere in sé l’essere che non è, cioè il Nulla del Nonessere, non è simultaneità di prossimità e distanza, così come dice Lévinas: simultanément proximité et distance. Per Sartre la trascendenza è solo il non-esistente che l’esistente ancora non è: per esempio, io desidero essere colto perché sono incolto. Ma, Dio, l’Essere trascendente per eccellenza – cioè transascendente – non deve poter desiderare il non-essere che Egli ancora non-è: se desiderasse il non-essere che Egli ancora non è significherebbe che Egli non è l’Essere che è. L’Essere non può per sua essenza essere totalità, perché la totalità è un intero esistenziale che vive della tensione, insanabile, fra tesi e antitesi, esemplificabile come tutto dato da verità-errore, bene-male, positivo-negativo, affermazione-negazione…

TESI e ANTITESI. Un in-sé, sempre che possa darsi, non può in sé “contenere” tensioni polemiche di tipo dualistico; non lo può in sé, ma l’Essere, in-sé ontologico, deve fare i conti con un altro in-sé, meontologico, costituito dal Nulla del Nonessere: un in-sé non positivo che, come l’antimateria, ha un nucleo negativo. Possono “coesistere” due in-sé a livello metafisico? Credo che il Nonessere sia l’esteriorità dell’Essere così come l’Essere lo è dell’esistere: il concetto di esteriorità confezionato da Lévinas si può probabilmente applicare ai due in-sé metafisici “impersonati” da Essere e Nonessere; come l’esistente umano deve sempre annientare il niente, così l’essere divino deve sempre annullare il nulla. Solo, dobbiamo intenderci sul «sempre» dell’Essere che annulla il nulla: Egli non lo annulla nel tempo, come l’essere umano, bensì in una dimensione eterna che lo vede perpetuamente di fianco al nulla. L’eternità è un letto a due piazze. A ognuno il suo in-sé. Si potrebbe dire che a livello metafisico è pensabile un Essere che non sia condannato a muoversi costantemente in fuga dall’Essere che non è, sì che l’Essere metafisico può forse pensarsi come non minacciato dal Nonessere metafisico, ma non per questo si deve pensare SOLO, single, scapolo ontologico senza Nonessere meontologico.

Un EGO pensa DIO – SÌ. Questo lo sappiamo già: Cartesio, per tutti, ha esplorato ampiamente questa funzione del pensiero umano e non è necessario indagarla oltre. Piuttosto, dire che un NEGO pensa NIO – NO. È un’affermazione inedita, nella storia del pensiero umano, o comunque è un’affermazione poco frequentata. Cogito, ergo sum. Il dubbio è vinto: Io ho la certezza di essere (esistere, in realtà, perché Cartesio avrebbe fatto meglio a dire: cogito, ergo existo). Il dubbio, poverino, è cavalcato per raggiungere la certezza e poi è ammazzato come un vecchio ronzino inutile. Il dubbio, come negazione, serve solo a far vincere la verità, l’affermazione; l’errore è un gradino, uno sgabello per salire alla verità. L’incertezza deve risolversi nella certezza. L’indecisione deve cedere alla decisione.

I crociati dell’essere sono sempre molto positivi, sicuri di sé, decisi; essi decedono, come tutti, nella morte, eppure decidono sempre, per la vita. Decidere, decedere… ogni dubbio dev’essere solubile: insolubile è solo una verità non affermabile, e la verità è affermazione per definizione. Già. Invece noi vediamo chiara e distinta una verità solubile: un’affermazione che si scioglie nella negazione senza vincerla, senza averne mai ragione. Il bene non fa rumore, dicono; in verità, a non far rumore è il male, se per male intendiamo il Nonessere raggiungibile con il Nonesistere: il NESSERE del NESISTERE. Fa bene, Sartre, ad elogiare e difendere la libertà umana come possibilità di essere ciò che non si è, fa bene, ma fa male a non spingere fino in fondo il suo elogio e la sua difesa: e se il non-existant arrivasse a sopprimere l’esistente stesso, che desidera esistere in futuro in un modo diverso da come esiste adesso? Il desistenzialismo, in fondo, non è che un esistenzialismo spinto alla perfezione: l’esistenzialismo difende la possibilità dell’esistente di scappare sempre da un esistere che non gli piace, il desistenzialismo difende addirittura la possibilità dell’esistente di scappare dall’esistere (causa di ogni “non mi piace”)! Vi par poco? Ed effettivamente, se ci si pensa bene, che senso ha continuare a mettere al mondo degli esistenti umani che per loro natura sono condannati a fuggire sempre da ciò che sono al punto di credere di non essere per niente ciò sono?

La desistenza è un concetto che mette in subbuglio tutti i tradizionali luoghi comuni del pensiero umano; specialmente i luoghi comuni doogmatizzati dal cattocristianismo. Crediamo per un atttimo di credere. E consideriamo questo Dio cattocristiano che incarna il proprio Figlio per poter al contempo essere ed esistere: essere in-sé ed esistere per-sé. Crediamoci. Che riflessioni ne conseguono? Innanzitutto, un Dio che esiste il proprio essere nella modalità umana della vita è soggetto, come gli umani, al desiderio passionale e patologico causato dalla simultaneità di non essere com’è il proprio esistere: la passione e morte umana, se patita da un Dio, è comunque un’alterità ontologica che stride con l’identità metafisica di un Essere divinamente Uno in sé. Infatti, i cattocristiani istituendo la figura divina della Trinità, sono stati costretti ad umanizzare a tal punto il loro Dio da renderlo desiderante e amante: Dio ama l’uomo e lo desidera per sé, tutto per sé. L’in-sé desidera per sé qualcuno che non possiede? L’in-sé ama qualcuno che per sé non è costretto a riamarlo? Per quanto il Creatore cattocristiano abbia creato una creatura umanamente libera, se questa sua creatura non ricambia l’amore finisce male: all’Inferno!

Sartre scrisse quella sua famosa frase: «Sono condannato a vivere sempre al di là della mia essenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto: sono condannato a essere libero», Je suis condamné à exister pour toujours par delà mon essence, par delà les mobiles et les motifs de mon acte: je suis condamné à être libre. Rullo di tamburi. Essenza ed Esistenza, due grandi categorie della filosofia, si possono così definire: l’essenza non è mai fuori, al di là, di sé; mentre l’esistenza è sempre fuori, al di là, di sé. L’essenza “riposa” in sé nella distensione quieta del non desiderare di essere ciò che non è. L’esistenza si dibatte e macera nella tensione di un desiderare di esistere come non è, come non esiste. E il Nonessere? La sua NESSENZA è quieta come l’ESSENZA dell’Essere: non gliene può fregar di meno, della beatitudine eterna del suo vicino di casa; il Nonessere non gode delle sventure altrui, come invece pare godere l’Essere quando se la prende con chi non ricambia il suo Amore infinito.

Nell’umanità esistente la simultaneità nel tempo di in-sé e per-sé rende l’in-sé come un’essenza sempre preceduta dall’esistenza: un’esistenza che in sé tende sempre all’essenza che per sé essa desidererebbe esistere, sì che l’essenza è l’assenza che per sé l’esistente desidera esistere. Per tal motivo, Sartre dice bene, quando dice che l’instabilità ontologica (in senso esistenziale) dell’umano non riposa su una pienezza tutta compiaciuta della presenza di ciò che è (esiste) ma veglia su un’assenza di stabilità “fatta” in modo tale da avere il proprio “centro” perennemente fuori dalla circonferenza del proprio essere, cioè del proprio esistere. Se Dio si può concettualmente raffigurare come un punto senza estensione che è una circonferenza in cui ogni punto è il centro del cerchio che essa circoscrive, di contro, l’Io è una circonferenza che circoscrive un cerchio all’interno del quale nessun punto è mai interno alla circonferenza stessa. Il baricentro dell’esistenza (umana) essendo esterno, l’esistenza (umana) è costantemente proiettata fuori di sé (donde l’inevitabilità del pro-getto, per l’Io). E Dio? Questo Essere perfettamente centrato? In che modo “si pone” rispetto al Nonessere?

Jung disse che Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza è in nessun luogo. Cantino dice che Nio è un cerchio il cui centro è in nessun punto e la cui circonferenza è ovunque. Deus et Neus si “interfacciano”, come Ego et Nego. Ma in modo diverso, senza metterci la faccia. Se diciamo che l’Essere è il soggetto che illumina gli oggetti, il Nonessere è l’oggetto non illuminato dal soggetto. La luce può anche essere immaginata per sua essenza atta a illuminare qualcosa (un’esistenza), ma non necessariamente dev’esserci qualcosa che si lascia illuminare; può benissimo esserci qualcosa che rimane in ombra (un non-esistere). Il Nonessere è l’oggetto buio che l’Essere non può “mettere in luce”: foss’anche oggetto del desiderio dell’Essere, questi non può raggiungerlo. Il Nonessere nonessente non è soggetto all’Essere essente, come l’in-sé non sarà mai oggetto di un soggetto esistente. C’è un’irraggiungibilità ineluttabile: nell’Essere come nell’Esistere. Forse, la condizione irrealizzabile dell’Essere, se non lo immaginiamo cattocristiano, è quella di patire il desiderio di non avere l’oggetto del suo desiderio (il Nonessere); ma Egli, che è, non può avere questo desiderio, giacché essere non consente di avere, desideri.

Irraggiungibilità. Inaccessibilità. Il Nonessere è inaccessibile all’Essere. Sembra strano, dirlo, perché ci hanno sempre fatto “una testa così” con l’Essere che può tutto, l’Essere onnipotente, l’Essere trionfante… invece, la potenza dell’Essere si ferma ai confini del Nonessere: gli resta esterno. Indifferente? Differente? Per capire questa inusitata prospettiva, è sempre la desistenza a far luce: immaginiamo che l’umanità riesca ad estinguersi non procreando più; avremmo un Essere in cielo senza più un Esistere in terra. Non che la terra sia il centro dell’universo – non lo è, come l’uomo non è il centro dell’universo – ma, se in terra l’esistenza umana non esistesse più, in cielo l’essenza divina sarebbe ancora, per quanto non più la stessa. Il cattocristianismo ci ha dato l’abitudine di pensare Dio come legato alle sorti dell’Io umano (dicesi re-ligione), un Dio non indifferente all’uomo; brutta abitudine, perché un Creatore in qualche modo collegato alla creatura non può vivere indipendentemente la beatitudine della sua essenza: se la condizione divina è legata a quella umana, Dio è condizionato dall’Io. Nessuno dice che, se l’umanità si estinguesse, Dio non possa ricrearne un’altra per avere qualcuno in grado di pensarlo (o adirittura amarlo), ma resta il fatto che sulla terra nessuno Lo penserebbe più e Lui dovrebbe rivolgersi altrove per avere una qualche corrispondenza (d’amorosi sensi).

L’in-sé, così come emerge dalle descrizioni filosofiche, dev’essere autonomo. Infatti, metafisicamente, Nio è autonomo come lo è Dio. Solo sul piano esistenziale Ego non è libero di turarsi le orecchie per non sentire le ragioni di Nego (ovviamente nell’essere umano, il solo probabilmente nel quale due lunghezze d’onda così diverse possono “trasmettere” simultaneamente nello stesso apparecchio ricevente). Nell’Io, Ego et Nego sovrappongono le loro “ragioni” facendo due propagande opposte: Ego adora Dio e Nego venera Nio (l’anti-Venere). Ego depreca Nio e Nego impreca Dio. L’imprecazione di Nego è rivolta contro l’arroganza dell’Essere: l’arroganza di sentirsi in diritto di far essere, di porre in essere tutto ciò che vuole. La Creazione è sempre stata divulgata come atto indiscutibile, così buono in sé da non poter essere delegittimato e messo in dubbio nemmeno dal male di esistere che pur da esso deriva; un peccato, solo un peccato ha potuto rovinare il quadretto idillico previsto e ritratto dal Creatore (il quale poi s’è ritratto dopo il primo screzio). È un peccato…

Magari, prima del peccato originale (fingiamo di crederci) Ego non aveva un Nego da confutare. La coscienza edenica, dell’homo in primo statu, aveva per sé l’essenza, divina, e quindi non desiderava l’esistenza, umana: non la conosceva. Come si può desiderare ciò che non si conosce? E comunque: voler conoscere fu voler esistere? O non piuttosto voler tentare l’ignoto che tenta? Ad ogni modo, quando la coscienza venne “a conoscenza”, allora l’in-sé prese le distanze dal per-sé e fra i due cominciò il dissidio, l’alterco. Alterco. Disaccordo con Alter. L’alterità interna dell’esistenza è alterco intestino nell’uomo in questo mondo; nell’altro mondo (se c’è) l’Uno e l’Altro, Essere e Nonessere, non si danno fastidio, perché fuori del tempo nessun alterco può aver luogo, nonostante l’alterità. L’alterità interiore è turbamento lacerante, quella esteriore è imperturbabile. Il desistente ha una passione per l’imperturbabilità, ma non quella promessa dal Dio cattocristiano, bensì quella promettente del Nio.

L’Uno e l’Altro, lassù, non sono “stati” comunicanti. Il loro divorzio è avvenuto nella notte dei tempi, da sempre. Dio non ha tratto da Nio la materia prima della sua creazione, perché Neus non est Nihil, Neus nihilum non est. Se la creazione avvenne da nihilum, questo non pertiene al Nio. Nio non presta, non si presta per i giochi creatori dell’Essere. Se mai un Nulla ha permesso a Dio di estrarre da sé la materia con la quale l’Essere ha creato il tutto, questo Nulla non è il Nonessere. Nio non è la cava, la miniera dell’Essere. L’Essere non ci cava Nulla, dal Nulla. Se l’è fatta da solo, l’Essere, la materia del creato. Nio non è mai stato d’accordo, con la creazione, perché sapeva che sarebbe finita male; però, non potendo comunicare con Dio, Nio si tenne per sé la propria critica. Dio è altero, nei confronti dell’alterità: non tollera idee diverse dalla sua. Nio sta zitto, ha la decenza di star zitto, almeno. Nio è il silenzio che redime dalla creazione e dalla procreazione.

Procreatio stat pro creatione. L’essere umano non può che sentire le ragioni dell’Essere: l’Essere l’ha posto in essere (in esistere) e la cosa più normale per lui è per forza ascoltare le ragioni dell’Essere. L’essere umano deve fare un grandissimo sforzo, per non sentire solo le ragioni dell’Essere ma anche quelle del Nonessere. Sbraita, l’Essere, sotto la maschera della vita, dell’essere-in-vita. Tace, il Nonessere, sotto la maschera della…. no, non della morte. Anche qui, la propaganda totalitaristica della dittatura dell’Essere non permette facilmente di considerare una non-vita che non sia morte; come capire una morte che non sia non-vita? La morte è sempre concepita come una vita che c’era e che poi non c’è più (o, se si è credenti, che ci sarà ancora al di là). Come la negazione, o l’assenza: qualcosa che c’era e che ora non c’è più. Ma se qualcosa non c’è più, per non esserci più dev’essere stata, e ancora una volta l’affermazione della vita si antepone alla negazione della morte preponendosi ad essa. La vita come preposizione della morte. La vita si PREPONE, non si PROPONE.

Il verbo PROPORRE piace tanto, alla desistenza; la quale ha un motto che suona così: PROPORRE a chi è già in vita di non IMPORRE la vita a chi non è ancora in vita. Si capisce facilmente che le ragioni della desistenza sono diverse da quelle dell’esistenza così come il verbo PROPORRE è diverso dal verbo PREPORRE, cioè IMPORRE. La vita si pone sempre prima della morte, come l’1 al 2. La serie numerica è l’esempio classico di una serie che può essere concettualizzata come totalità. Qualunque coppia contigua di numeri confinanti ha un numero che precede ed un altro che segue. La vita e la morte, nell’ottica esistenziale di tipo ontologico, sono come un prima e un dopo che devono “confinare” come un numero che precede deve venir prima di un numero che segue. Proviamo a pensare a una “morte” (ovviamente tra virgolette) che non succede alla vita; una morte che non succede e basta, nel doppio senso: non viene dopo e non accade, non avviene.

In quale “luogo” potrà mai darsi, una “morte” che non viene dopo la vita? Risposta: prima della vita. Una  morte a priori. Una morte a monte. L’apriorismo della morte rende la morte indipendente dalla vita, come una negazione che per essere tale non dev’essere costretta a negare un’affermazione già data, precostituita, prefabbricata. E chi l’ha detto, che la negazione perda la sua ragion d’essere in assenza di una affermazione? Nell’essere umano c’è un Nego che nega le ragioni dell’Ego. Un Nego che ha ragion d’essere da vendere, pur non difendendo le ragioni dell’essere. Incredibile! Un numero due che non è costretto a venire dopo il numero uno. L’Essere è un po’ viziatello, l’hanno abituato troppo bene, i filosofi, ma soprattutto i teologi; l’hanno abituato ad essere sempre il primo, a venire prima di tutto e di tutti, persino del Nulla. Lui, fuori del tempo, fa credere a chi nel tempo vi giace (noi) che il suo tempo viene prima di qualunque altro: come nel tempo, Lui, fuori del tempo, lascia credere a noi, creduloni, che la regola del tempo valga anche fuori del tempo. L’Uno eterno è un numero uno analogamente creduto così come si crede a un 1 che viene prima di 2 e di tutti gli altri numeri.

Provate un po’ a contare fuori del tempo; ci riuscite? No. Ovvio. Non si può. Eppure, Lui, l’Uno, fa credere di essere il primo così come il numero 1 è prima di tutti gli altri numeri. Essere primo. Venir prima. L’Uno conta, in cielo, perché ci lascia credere che la sua posizione al di là sia come quella che si può contare al di qua quando si contano i numeri, con i numeri. Ma Dio non è un numero. Essere è tempo, disse praticamente Heidegger. Sbagliato: Esistere, è tempo. Dio non esiste, al massimo è  (se è). Solo ciò che esiste si può computare razionalmente come un problema di ragioneria. La teologia fa credere che il problema di Dio si possa trattare come una questione di computisteria (fino alla resa dei conti del Giudizio Universale). Non è così. La totalità dei numeri che noi possiamo pensare, anche facendo uno smisurato sforzo mentale, non potrà mai diventare l’Uno che come Essere infinito la teologia (e certa filosofia) ci propone astutamente, ma in mala fede. E in questo senso Lévinas disse giustamente che la totalità non è l’infinito; ma anche se non è l’infinito, l’infinito deve pur essere, in qualche modo (espressione, volto… quel che si vuole) sennò non è, e se non è la totalità resta sola, orfana di Padre.

Allora, diciamo che l’Uno è assolutamente estraneo alla logica razionale che immagina il continuo esistenziale come divisibile in razioni, in parti numerabili: in numeri. La mente può certo pensare la continuità come dimensione indivisibile, ma resta il fatto che per poterla poi esperire deve razionarla; per quanto mangione, il cervello non può farsi un’abbuffata così enorme da mangiarsi in un sol boccone tutto ciò che può pensare. Dio è l’indigestione di una mente che mente a se stessa, quando dice di essersi mangiato l’Infinito. Dio resta sullo stomaco, quando lo si vuol mangiare alla maniera di Adamo ed Eva, come fosse una mela; non è un caso, che l’indigestione originale sia stata un peccato. A questo mondo, l’in-sé tutto-intero è una totalità certo immaginabile, ma immangiabile.

Cartesio cercò di dimostrare che per il solo fatto di poterlo pensare, questo infinito, l’Io ha già capito di poterlo pensare come Dio. Ohhh…! Ci siamo. Noi, desistenti – guarda un po’ –, ci accorgiamo di poter pensare anche Nio (oltre a Dio), e non ce ne vergogniamo. E allora, come la mettiamo? Bastasse poter pensare una cosa, per dire che essa esiste… che è… siamo forse bigami, noi desistenti? Infedeli? Adulteri? Sicuramente, se la monogamia si regge sul monoteismo. E se l’Essere e il Nonessere fossero due partners che non possono fare sesso perché non sono sessuati come noi? Essere e Nonessere non possono accoppiarsi. Infatti, l’Essere trasse da se stesso quella materia prima che prima era niente e poi divenne il creato; non la trasse dal Nonessere, dal Nulla, la trasse dal niente. La crezione fu agametica. La procreazione è gametica.

Nel tempo, l’agamia diventa gametogamia. Nel tempo, col tempo. Fuori del tempo non ci sono un padre e una madre che devono accoppiarsi per procreare. Dio non è Padre, in questo senso; infatti la Chiesa si premurò alquanto di far credere che il Figlio di Dio fu generato, non creato, da suo Padre. L’in-sé genera un Figlio per sé: il per-sé trinitario; ci vuole poi una colla, un adesivo, per far aderire come mastice potente in-sé e per-sé: lo Spirito (Santo), mastice universale (e mastino per chi non ci crede). La santificazione dello Spirito nasce dall’esigenza di compiere il miracolo che in terra non avviene mai: far sì che il per-sé aderisca all’in-sé così tanto da fondersi con esso. In cielo si può anche sognare di un per-sé così coerente con l’in-sé da aderirvi completamente. La fede può tanto, ma solo in cielo. Nemmeno in cielo, però, l’Essere può fare il miracolo di aderire al Nonessere al punto da farlo inerire a sé, inerire in sé: conoscerlo fino a digerirlo, e magari poi defecarlo. Non è merda, il Nonessere; non è una mela che l’Essere può ingoiare come Adamo ed Eva fecero con il male della mela: non è il Male, Nio.

Il Male non è il 2, che viene dopo il Bene di 1. Il Male ultraterreno se ne sta lì, accanto al Bene, facendosi i cavoli suoi. È il Bene, che non si fa mai i cavoli suoi: sempre lì a voler convertire i malvagi, a voler esorcizzare il Male, perdonare peccati. L’Essere, Infinito, non è né la totalità né nella totalità – non è totalizzabile – però fa come quelli che vivono nella totalità: fa il totalitarista; vuole essere il padrone del male, vuole eliminare il male. Non che sia bene, il male, però, saranno cazzi suoi, se c’è? C’è, ma solo nella totalità totalitaristica che il Bene non vuol essere. Se il Bene non è totalitario, si faccia gli affari suoi. Il totalitarismo dell’Essere mette il becco al di qua per annientare il male che al di là Satana impersona sotto il suo dominio: anch’egli è una creatura del Creatore – recita il Catechismo della Chiesa cattolica –; tutto vuole arrogarsi, l’Essere, persino il diritto d’autore… del Male!

E adesso si dirà che noi desistenti siamo fautori del male. C’è sempre qualcuno che vuol travisare, capir male. E lasciamolo dire. Noi non difendiamo il male, è proprio per questo che desistiamo. Il nostro Nio non è quel Male che Dio vorrebbe far credere affinché tutti vogliano (continuare a) procreare nel nome del suo creare. Nio non è cattivo, non è malvagio, Nio. Semplicemente, egli non è Dio. Egli non è. Non è, e basta. Se l’umanità non esistesse, tutto sarebbe Nio. Non è essere in Dio, che interessa ai desistenti, essere in Dio dopo la morte; anche perché questo Dio minaccia i cattivi di finire fuori di Lui, all’Inferno; fuori di Lui, ma sotto la sua sorveglianza, sotto osservazione – per così dire –: chi non l’ha osservato al di qua, sarà osservato al di là. Sorvegliato speciale, il dannato. Sotto osservazione per sempre. Bandito.

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