IL N'Y A

ritratto di Davide Cantino

La sorveglianza dell’Essere veglia affinché il Nonessere non sia. Il Nonessere non deve essere. Agli occhi dell’Essere personne è une personne: Lui, Lei. Al di là di un Lui o di una Lei, Lévinas ammette solo una vigilanza impersonale dell’Essere aninimo che come esistere in assenza di esistenza si suppone «il y a». Può però darsi anche un «il n’y a» “agli occhi dei quale” personne è nessuno.

L’extériorité coïncide avec une maîtrise. La Maîtrise du Maître. Il se révèle dans sa seigneurie. Così Lévinas. Io la chiamo dominazione, questa maîtrise. Dominus mater materiae. Dominus dominat. Il Destino destina come il Signore signoreggia. La signoria dell’Essere si esprime nel tacitare il Nonessere: fare in modo che il Nonessere appaia come ciò che non c’è e che non è. Il Nonessere non può essere perché l’Essere non lo vuole. Si dice che la perfidia più subdola del Diavolo sia quella di far credere che egli non esiste; ebbene, io dico che l’Essere pratica una magia non meno “nera”: far credere che  solo Lui è.

La categoria di non-essere è sempre intesa così: con quel trattino interposto fra «essere» e «non», a dire che l’essere è come una sorta di presenza assoluta nell’ambito della quale ogni assenza non è che privazione, a un dipresso come il cattocristianismo dice che il male è solamente assenza di bene. Si tratta di priorità: se si dice che la luce viene prima della tenebra, va da sé che quest’ultima è secondaria, cioè la sua presenza è solo in funzione della luce, nel senso che tenebra equivale ad assenza di luce. O, se si vuole dire la stessa cosa in termini di sonno e di veglia: io posso dirmi sveglio perché mi sono svegliato.

Se un alieno, un marziano, piombasse di notte nel nostro mondo potrebbe pensare che il buio è la realtà “normale” di questo nostro mondo; potrebbe poi restare sulla nostra terra fino all’alba, ma l’aver visto prima la luce potrebbe comunque indurlo a credere che la luce non è la condizione normale della terra. E se la normalità dipendesse dalla sensazione presente al presente? Moralmente, il male non è normale perché è nella coscienza di un essere che, essendo, appunto, ritiene bene essere. Se uno viene alla luce come essere-esistente, è ovvio che ritiene l’essere come la condizione più normale dell’essere a questo mondo. Per essere in questo mondo bisogna esistere, essere in vita.

E allora, tornando al marziano di cui  sopra, diciamo che l’essere umano ritrovandosi al mondo come essere vivente, “vede” la vita come la normalità nell’ambito della quale la morte è solo un’eccezione anormale: prima la vita, poi la morte; prima la luce, poi le tenebre; prima il bene, poi il male; prima l’Essere, poi il Nonessere. È evidente, che il cogito appartenendo a un homo-ens – a un umano essente –, quando s’immerge nella profondità abissale del proprio pensare, crede di vedere il fondo dei questo abisso come Essere, dacché essere è l’umano che pensa, che cogita. La verità appare sempre secondo la modalità ontologica di chi è: essere. Ma poi ti piomba sulla terra un alieno che viene alla luce di notte, e la luce è vista come buio. Il desistente è questo alieno.

Il diritto alla vita è una buona cosa, ma non è difficile capire che lo è perché è un diritto sancito da chi è già in vita. Ogni vivente ha diritto alla propria vita, ma dal momento che appunto è già in vita. Se io nasco nel reame dell’Essere, il Rex è Rex vitae, non Nex mortis. L’a priori dettato dal trovarsi in (una) situazione è come la costituzione in base alla quale si fanno tutte le leggi del caso: le leggi sono legali se si rifanno alla costituzione. La costituzione degli esseri umani è l’essere-in-vita: esistere; come potrebbero, degli esseri-in-vita, immaginare la legalità di un non-essere-in-vita? È per questo, che il meccanismo cartesiano sintetizzato nella famosa formula cogito ergo sum ha due esiti possibili, non solo quello che si insegna a scuola.

Il cogito è un sillogismo che fin’ora è servito a dimostrare la conclusione del sum. Perché? Perché non absum o desum? Perché chi cogita è uno che è, che esiste. Sarebbe del resto assurdo, che un cogitans arrivasse a pensare come ideale della sua  cogitatio qualcosa di diverso dal sum: dal punto di vista di uno che pensa, la condizione imprescindibile del pensare è per forza essere un umano che pensa. Che senso avrebbe, dire: cogito, ergo non sum! Cogito, ergo absum!? Cogito, ergo desum?!

Eppure, ribaltando di 360 gradi la prospettiva, la certezza di essere – che porta poi alla certezza dell’Essere, quando la si spinge all’infinito –, si rivela essere una certezza alquanto dubbia. Dove può andare a parare, un essere (umano) che percorre eroicamente quel movimento lévinasiano verso l’abisso che trascina vertiginosamente il soggetto incapace di fermarsi? Il movimento del cogito essendo quello di uno che è, non può che sognare come fondo dell’abisso del suo pensiero un Essere: lo sfondo del suo essere esistente e pensante. Potrà sembrare bislacco, immaginare una prospettiva che si metta dal punto di vista di chi non è, eppure questa è la prospettiva che noi desistenti vogliamo proporre.

«L’Io della negatività» è l’Io cogitante che, essendo in essere, ritiene la negatività il lato oscuro della positività, laddove per positività egli intende il proprio essere; così, egli, positivo-che-è, dubita per demonizzare il negativo-che-non-è, e, al fondo del suo dubitare trova la certezza di essere uno che può dubitare. Lui, che è, dubita di essere: come un bambino che, chiudendo gli occhi, crede di credere che il balocco con il quale stava giocando ora non c’è più. Il cogito è il gioco di un pensiero che chiude gli occhi per sognare un essere che non è sapendo che è comunque il sogno di un essere che è: non per il fatto che uno sta dormendo, non è più in vita. Il sogno appartiene ancora e sempre alla categoria dell’essere: si sogna di notte ma si sa che prima o poi ci si risveglierà per poter dire che era un sogno.

Il Nonessere non è l’incubo sognato da un essere che è. Chi può sognare è. Si tratta di capire chi può non sognare, perché qui non si tratta di lenire con dei sogni una realtà difficile da sopportare, di anestetizzare con facezie una realtà che non si vuole vedere per quel che è. Lo struzzo mi sembra l’animale cartesiano per eccellenza (se è vero, come si dice, che mette le testa sotto terra per non vedere ciò che non vuol vedere): l’homo cogitans, non riuscendo a vedere la fine della propria cogitatio, e temendo che essa possa portare a un vicolo cieco, taglia corto e chiude gli occhi della mente, la quale, ad occhi chiusi, non mente mai. La veglia della ragione chiudendo gli occhi, sogna il suo sonno: il sonno della ragione è il sogno di un sum posto al termine del cogito come un fine raggiungibile all’infinito. Anche due rette, si toccano, all’infinito: il sum “tocca” il cogito all’infinito.

Così Lévinas può dire che «il cogito cartesiano non è un ragionamento nel senso corrente del termine». E già, perché solo uno che sragiona, può dire di vedere il proprio essere al di fuori del proprio pensarlo: dicesi sognare ad occhi aperti. In effetti, il sogno ad occhi aperti è in definitiva l’ideale dell’essere umano: un sogno che si fa sì dormendo, ma senza per questo morire. Il sogno postumo lo si chiama Dio proprio per esorcizzare lo spettro del Nonessere (non essere più in vita). Ogni sogno deve rigorosamente essere in vita, non in morte; anche se, di fronte all’inevitabilità della morte, il sogno continua metafisicamente qualora lo si voglia considerare un antidoto al sonno della morte.

L’uomo cogita e, per venirne a capo, intravede al capolinea un grande, infinito: sì. Eggià, come potrebbe essere diversamente? Egli, che cogita, si è quel che è, e dunque il sogno del suo essere è un sì; sì, io sono. Non: no, io non sono; questo non è dato di pensare, a uno che può pensare. Ma se, per pura ipotesi, immaginassimo la possibilità di un Nonessere che non essendo non pensa, certo lo immagineremmo tutto intento a crogiolarsi nel sogno bello di un grande, infinito «no» che gli assicura l’essere che egli non è. Se l’Essere veglia affinché tutto sia, il Nonessere possiamo ben immaginarcelo come quello che dorme affinché tutto non sia! E così il dormi-veglia assicura la totalità delle possibilità, che poi sono solo due, per quanto quella meontologica sia rigorosamente bandita nel reame dell’Essere.

La negazione infinita del dubbio cartesiano è una vittoria banalmente prevedibile dell’essere. La negazione di un essere che con il proprio cogitare afferma il proprio essere non può che condurre all’affermazione di questo stesso essere. Le ragioni di chi è sono riposte nella ragion d’essere. Ma noi vorremmo dar voce alle ragioni del Nonessere: la sragion di non essere. Non se ne può più, di ragion d’essere. Come se solo quella ragione avesse ragione. Come può dire di aver ragione uno che non ha di fronte a sé qualcun altro che non la pensa come lui? La ragione di uno solo è la ragione di uno che sragiona: se uno è solo, ha certamente sempre ragione, poiché non ha nessuno che lo contesti, nessuno che metta in dubbio le sue ragioni, le ragioni della sua ragione.

La ragione del sum è la ragione di un cogito che autisticamente non ha nessuno che possa smentirlo: la ragione di un asino che dice «Ja» perché non ha chi gli dica «Nein». La ragione solipsistica del cogito pensa personne come persona perché è pur sempre una persona, quella che ragiona. Ma forse c’è anche una ragione che non pensando, pensa personne come nessuno: il n’y a personne. E l’essere umano può pensare una ragione del genere: si ostina a pensare una persona al termine del proprio «il y a» perché non vuol vedere il nessuno al principio del suo stesso «il n’y a».

È ovvio, che al termine del cogito l’Io trovi nel sum il proprio Dio: Dio è un Io prefissato da una «D» che rivela tutto il suo potere ontologicamente eidetico: Deus est Dies, Dio è diurno, Dio è Idea vista dal cogito di un sum che videtur quia videt: è visto perché vede (non a caso, forse, vĭdĕor è passivo di vĭdĕo:  quod paret videtur). Dio è l’ideale, cioè l’idea, di un Io che non può, essendo in essere, che vedere attraverso gli occhiali della sua fissazione ontologicamente speciosa; il prefisso εἰδ- che fissa ogni «vedere» all’ancora di εἶδος -εος, (contr. -ους, τό) come voce del verbo ἰδεῖν → οἶδα è la forma di un Io fissato alla visibilità: l’idea è la “fissa” dell’Io.

Un idiota benpensante potrebbe adesso credere di confutare facilmente il desistenzialismo anticartesiano dicendo: è ovvio che solo un essere può pensare; se uno non è, nemmeno pensa. E io allora ritorno al bambino che si balocca con un bel balocco e che, chiudendo gli occhi, crede veramente che il balocco non ci sia più; però rovescio il giochino: cosa diremmo, di un bambino che per il solo fatto di aver aperto gli occhi pensa di aver materializzato il suo balocco? di averlo posto in essere? questo bambino è il puer cogitans di Cartesio. L’infantilismo dell’infante non sta nel suo essere immaturo, ma nel suo essere ancóra incapace di parlare: infans in latino è negazione di fans, che vuol dire non-parlante; l’«il y a» lévinasiano (come quello di tanti credenti) è “infantile” proprio perché è un fato pensato come ἄφατος (indicibile in quanto non ancóra detto). La ἀφασία dell’infante è quella dell’«il y a»: un «non essere ancóra» che in realtà ha già gettato l’àncora nell’ancóra. L’anonimo sorvegliante dell’Essere è una potenzialità che non contempla la possibilità del Nonessere.

Nella Terza meditazione metafisica, Cartesio dice: «il fatto che io comprenda che cosa sia una cosa, che cosa sia la verità, che cosa sia il pensiero, mi sembra di non averlo potuto trarre da nessuna altra parte che dalla mia stessa natura»; Cartesio avendo l’idea di Dio avvalora il valore dell’idea per dimostrare l’esistenza del Dio da lui stesso ideato cogitando: «Se infatti supponiamo che nell’idea si trova qualcosa, che nella sua causa non esisteva, allora trarrò ciò dal nulla»; e siccome «le idee non possono essere se non simili a cose» (nullae ideae nisi tanquam rerum esse possunt), «dal solo fatto che esisto, e che in me si trova una certa idea dell’ente perfettissimo, cioè di Dio, è anche provato nel modo più evidente che Dio esiste» (ex hoc solo quod existam, quaedamque idea entis perfectissimi, hoc est Dei, in me sit, evidentissime demonstrari potest Deum etiam existere).

Chiudo gli occhi e penso: non vedo più niente, ma vedo ancora me stesso: Io sono. Richiudo gli occhi e ripenso: non vedo più nulla, ma vedo anche me stesso dopo la morte come lo vedo prima della nascita. E se Io mi vedo post mortem come mi vedo ante ortum allora mi vedo nonessere. Quando chiudo gli occhi pensando che sono, vedo il mio essere ideale come un Dio (in viso). Quando chiudo gli occhi pensando che non sono, vedo il mio nonessere ideale come…? Già: manca addirittura un vocabolo, per nominare il «Signore del Nonessere», l’inviso! come lo chiameremo? Nio? Sì: NIO. IO, DIO e NIO.

Ma nella Quarta meditazione metafisica Cartesio mi dice che questo Nio è solo un errore della mia ragione, perché «tutto quello che è in me, ce l’ho da Dio», e se Io sono uno Ego sum, non posso essere sotto la signoria del Non-sono. Eppure, Io in me ho l’IDEA NEI, l’idea di Nio. Come può essere, se io sono? Se «l’errore non è una pura negazione, ma una privazione, o mancanza» (non enim error est pura negatio, sed privatio, sive carentia) siccome Io posso togliermi mentalmente l’essere fino a pensarmi privo di esso ante ortum (e fors’anche post mortem), di certo quel nonessere, in quanto pura negazione, non sarà un errore. E dove sta scritto, che il male è carenza di essere? La negazione pura dell’Essere io posso pensarla come la sua affermazione pura: Io posso pensare sia il Nonessere come negazione assoluta dell’Essere sia l’Essere come negazione assoluta del Nonessere; quindi Io posso pensare che sia l’Essere, l’errore, e non il Nonessere. L’idea del Nonessere non è meno infinita di quella dell’Essere; e se quindi Io posso cogitare l’Essere pensando di essere, posso anche cogitare il Nonessere pensando di non essere: «per il fatto stesso che me ne posso formare l’idea» (ex hoc ipso quod ejus ideam formare possim). Cartesio dice che «ogni percezione chiara e distinta è qualcosa, e dunque non può provenire dal nulla» (omnis clara & distincta perceptio proculdubio est aliquid, ac proinde a nihilo esse non potest): ma io, che sono, ho anche una percezione chiara e distinta di ciò che non ero prima di nascere (o di ciò che potrei essere dopo la morte se non ci fosse più nulla); io, insomma, ho anche la percezione di ciò che non sono.

E se veramente la mia materia è stata creata dal nulla, forse io ho in me l’IDEA NIHILI (IDEA NEI) così come ho l’IDEA DEI. E se il nĭhĭlum che eravamo prima di materializzarci nella mater avesse lasciato in noi traccia di sé? parleremmo allora propriamente Di Nio che viene all’Idea così come Lévinas parlò De Dieu qui vient à l’idée. Se, come dice Cartesio nella Quinta  meditazione metafisica, «l’esistenza non può essere separata dall’essenza di Dio» (non posse existentiam ab essentia Dei separari), allora anche l’inesistenza non può essere separata dall’inessenza di Nio. Se «non ho la libertà di pensare Dio senza l’esistenza» (neque mihi liberum est Deum absque existentia cogitare), nemmeno ho la libertà di non pensare Nio con l’esistenza. L’esito del cogito è duplice: Dio e Nio si propongono con la stessa dignità e verità, l’una ontologica, l’altra meontologica.

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