Anche i bastardi hanno un cuore

ritratto di Jazz Writer

 

Anche i bastardi hanno un cuore... tratto dal libro: Quarantaquattro storie balorde.

 

Avevo appena finito di leggere un pessimo brano di narrativa, pubblicato su uno dei tanti siti letterari, ed ero entrato in uno stato di prostrazione intellettiva. L'autore, un giovane abitante della capitale, non ricordo il suo nome, aveva deciso di sentirsi uomo e scrittore usando la tattica di stupire i lettori.

E sapete quale metodo aveva ideato per ottenere il suo scopo? Il più vecchio del mondo: fingere di essere una bestia da circo - ma forse lo era per davvero - e anziché parlare abbaiava, latrava, grugniva, ruggiva e sciorinava parole volgari battendo i tasti del suo computer.

In buona sostanza, le parole più gentili che aveva usato nel suo racconto erano: puttana, stupro, chi se ne fotte, rotto in culo e quant'altro potete immaginare andando a pescare in quel mare magnum che è il linguaggio scurrile fine a se stesso.

Insomma, faceva la parte dell'arrabbiato di turno, quello convinto che vomitare sul mondo i suoi problemi possa costituire una sia pur parziale soluzione ai medesimi.

Fin qui, niente di eccezionale. Il vuoto del mondo è pieno di questa gente.

A stupire davvero erano gli errori, la sgrammaticata forma usata per esprimersi, l'approssimativa punteggiatura che sembrava posizionata tra una parola e l'altra col metodo del “ random check “. Per dirla in lingua italiana, a casaccio.

Durante la lettura del racconto avevo raggiunto l'intima convinzione che scrivevo certamente meglio di costui fin da quando ero un timido studente di terza media.

« Cosa ci faccio in questo sito... » continuavo a chiedermi, come se la frase fosse una sorta di mantra.

Avessi avuto una bella donna sotto mano, avrei saputo certamente cosa fare per uscire da quello stato di prostrazione.

L'avrei portata a letto, lei permettendo ovviamente, e le avrei detto:

« Te la senti di guarirmi dalla malinconia che mi ha colto? Puoi fare qualcosa di fisico per curare il malessere del mio spirito? Io saprei quello che mi serve: una piccola dose di droga sessuale che faccia dimenticare le pene terrene: baci, carezze e languidi sguardi. Fai conto di essere il mio dottore. Sarò paziente, con te. »

 

Ma la donna non c'era. Di femminile avevo solamente la mia pipa, e non era nemmeno giovane: una vecchia Peterson Sterling Silver in radica sabbiata, una sorta di cimelio per tabagisti incalliti. E poi una bottiglia di Chivas Regal, invecchiato dodici anni.

Alcool e fumo: bene, non era male per dimenticare. Una valida alternativa alle cure amorevoli di una occasionale infermiera...una bella sbronza, una pipata, e qualche frase buttata lì sul computer per far nascere un racconto. E poi, l'oblio, fra le amorevoli braccia di Orfeo.

La migliore cura che potessi trovare per quella che si stava presentando come una serata alquanto deprimente era un bel viaggio fuori dal mondo che una sonora sbronza può offrire.

Caricai la pipa, premendo con la giusta pressione la mistura inglese di tabacco che avevo preparato con le mie mani: un terzo di Virginia, un terzo di Kentucky ed un'ultima parte di Latakia, quello forte, nero, coltivato nell'isola di Cipro. Per finire, un toscano intero sbriciolato ed una generosa annaffiata di grappa stravecchia. Conservavo quella miracolosa mistura in un contenitore ovale, di pregiato legno d'ulivo.

Accesi, tirai qualche profonda boccata aspirando in parte il fumo e facendolo girare in bocca con la giusta turbolenza, accostai il mio blended alle labbra, e mi apprestai a battere sui tasti del computer.

Volevo a tutti i costi impormi un titolo, ma vi rinunciai immediatamente. Ero troppo agitato, nervoso. Avevo in mente solo la traccia; che diamine, il titolo sarebbe venuto in seguito, rileggendo il testo.

Iniziai con una frase che avevo letto solo mezz'ora prima e decisi che avrei continuato a narrare la stessa storia sotto una luce diversa, più umana, diciamo romantica, se è possibile che una storia di puttane e balordi possa sfociare in un qualche sentimento d'amore.

Certamente non potevo seguire la direttrice di quell'autore maledetto che aveva rovinato una probabile buona storia per colpa del linguaggio...ecco come iniziava il suo racconto:

''Ei Nik,passami un bicchiere,ricoprilo di birra e poi passamelo. Passamelo bello fresco, comunque quella puttana non ne vuole sapere,non vuole sapere un cazzo di niente. Più gli dico che un figlio non lo voglio e più mi sento ronzare quella mosca attorno, manco fossi una grottesca montagna di merda, cazzo non l'ha capito!!, che se facciamo un figlio,dovrà sopportare uno stupro sul groppone!. Si un fottuto stupro.''

Dodici letture e nemmeno un commento; ecco il risultato di questa schifezza, pure colma di errori e refusi. E il seguito era pure peggio; illeggibile, ve lo garantisco.

Per dirla tutta, però, cominciavo a pensare che l'idea di base di quel pessimo scrittore non era tanto male: in buona sostanza era la richiesta che una donna di facili costumi faceva al suo amante, o per meglio dire protettore e mantenuto, di darle un figlio. Interessante, dopo tutto; cominciai a battere i tasti, tra una tirata di pipa ed un sorso di whisky. Forse ne sarebbe uscito qualcosa di volgare, ma almeno scritto senza “volgarità”. Volevo trovare qualcosa di buono in quell'uomo apparentemente cattivo, privo di sentimenti. Bene, era ora di iniziare a narrare una storia alternativa....

« Barman...ehi, dico a te...dammi da bere »

A parlare è un uomo dall'aspetto strano, un mezzo balordo con qualche sfregio in giro per la faccia, tatuaggi e quant'altro, pure un vistoso orecchino. Dovesse sorridere mi aspetterei di vedere un canino d'oro, o un piccolo brillante incastonato in un incisivo. Chissà quante storie brutali aveva alle spalle, uno così.

« Prego signore... desidera? » dice l'uomo di là del banco con un tono a dir poco professionale che tutto sommato stona, se si pensa al tipo di locale scalcinato nel quale si svolge la scena.

« Sei sordo?...cosa voglio, voglio da bere. Cosa dovrei volere, secondo te? Svegliati. »

Poi, vedendo che il barista rimane in attesa, aggiunge:

« Qualunque cosa...quello che hai sottomano va bene »

Il barman, un uomo distinto di mezza età, non si scompone. Chissà quanti ne ha visti di personaggi come quel balordo che gli sta davanti. Non ha paura, ma sa bene che non deve contraddirli, certi tipi.

L'esperienza gli dice che una sottomarca di brandy può andare, e lo serve in un buon bicchiere a botticella.

« Eccola servita, signore. Altro...? »

L'uomo, che per comodità chiamerò il balordo, lo fulmina con gli occhi ed il barman abbassa i suoi, fingendo improbabili operazioni di pulizia dei bicchieri. Ne sciacqua alcuni, e poi li depone nella lavastoviglie automatica.

Un cliente intanto gli ha chiesto un caffè. Mentre il barista si appresta a pressare la dose di miscela con l'apposito attrezzo, accende il macinino.

« Proprio adesso dovevi accendere quel marchingegno...allora vuoi vedermi incazzato? » dice il balordo.

Il cliente che ha chiesto il caffè fa una smorfia e finge di sistemarsi la cravatta, guarda il barista ed alza gli occhi al cielo, o meglio al soffitto.

« Ecco fatto, signore... spento »

« Fin che sono in questo locale non riaccenderlo, capito? A me certi rumori striduli fanno saltare i nervi. E quando sono nervoso va sempre a finir male »

Viene servito il caffè e il cliente che guardava in su lo beve al volo, paga e si dilegua senza altre storie.

Nel bar sono rimasti davvero in pochi. Una coppia seduta al tavolino dietro la colonna ed uno con gli occhi da pazzo allucinato che gioca con la macchinetta del video poker.

« Già che ero nervoso da prima... » aggiunge il balordo « colpa di quella puttana che vuole un figlio da me... ma si può? »

Il barman non batte ciglio. Fate conto di vedere una statua di sale.

« Come ti chiami? » continua il balordo.

« Ugo, signore »

« E piantala con questo signore. Ma chi ti obbliga a fare il damerino; non hai mai mandato nessuno a cagare, Ugo? »

« E' il mio lavoro... » si interrompe il barista, sospirando lievemente.

« Signore...! vedi che non l'hai detto, stavolta. Migliori a vista d'occhio... migliorano tutti con me »

Il balordo finisce il suo brandy in due sorsi, e chiede ancora da bere.

« Facciamo che mi dai un cognac come si deve, Ugo. Ce l'ho il grano, cosa credi? »

Il barista lo serve. Questa volta apre una bottiglia di Remy Martin, lo versa in un bicchiere grande, sempre del tipo a botticella, ed aggiunge:

« Le consiglio di agitarlo un po', prima di berlo...così, in questo modo. È il meglio che abbiamo » e ciò detto si appresta a far ondeggiare il liquido ambrato nel bicchiere tenuto a mano aperta e con lo stelo tra le dita.

« Grazie Ugo...non sono tanto raffinato, per chi mi hai preso? »

Il balordo si accende una sigaretta e butta giù mezzo bicchiere di cognac, proprio come fosse una medicina.

Poi, dopo la tipica smorfia dell'alcolista, quasi volesse far credere che non è nemmeno tanto gradita quella botta di superalcolico, ma è soltanto una necessità, dice, cambiando discorso:

« Ma tu ce l'hai un figlio, Ugo? »

Il tono sembra cambiato, anche il timbro della voce diventa sommesso, confidenziale.

« Certo...signore... », risponde il barista, spiazzato. Non riesce a collegare il senso di quella domanda, nel contesto.

« Basta con questo signore del cazzo, m'hai rotto i coglioni...chiamami Ric...come Riccardo »

Il barista si volta e finge di sistemare le bottiglie nello scaffale, gioca con lo straccio, toglie i bicchieri dalla lavastoviglie. Poi li controlla uno ad uno alzandoli in controluce per vedere se hanno l'alone, e li sistema nell'apposito ripiano. Alcuni li ripassa meticolosamente con un panno, prima di deporli.

« Allora Ugo...ce l'hai un figlio, o no. Non mi hai sentito...? »

« Sì, ne ho due...l'ultimo ha tre anni »

« Ma tua moglie li voleva, o sono arrivati così? »

Ugo allarga le braccia e sorride. E' una domanda senza risposta. Li volevano, non li volevano...insomma, si amavano, hanno fatto l'amore, ed è successo. Niente di programmato.

« Adesso che li abbiamo, viviamo solo per loro. Non potrei più farne a meno, mi creda. »

Ric finisce di bere il suo cognac. Si asciuga le labbra con il dorso della mano destra, ed aggiunge:

« Beh, ma io che ci faccio con un figlio...non mi ci vedo »

Ormai è quasi notte fonda; fra una sigaretta e un bicchiere s'è fatta l'una. Ugo comincia a chiudere la cassa. Una donna fa le pulizie e gli ultimi avventori si apprestano a uscire.

« Lavora, sua moglie? » dice Ugo mentre sistema i soldi in un sacchetto di stoffa.

« Certo, è lei che mi mantiene... »

« Allora è più difficile. Dipende dal lavoro che fa »

Ric scende dallo sgabello alto del banco e, mentre si gira per uscire, lascia una buona mancia, sussurrando:

« Batte...che lavoro vuoi che faccia, te l'ho già detto. Quella puttana s'è messa in testa che vuole un figlio. »

 

Fuori la notte non è solo fonda. E' umida, e triste. Tutto è triste, anche Ric lo è diventato. Ma il pensiero che un figlio potrebbe piacere anche a lui comincia ad insinuarsi. Anche i bastardi hanno un cuore.

Sale in macchina e si ritrova a parlottare, tra sé e sé.

" Un figlio, che idea...mah, e che ci faccio poi, con un figlio? Dovrei diventare un padre. Chissà se ne sarei capace."

 

 

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Gradimento

Leggo quasi soltanto

la narrativa, in questo sito, che comunque ha il pregio di dividerla da poesia e saggistica. Anche qui la poesia è tantissima, la narrativa pochina invece. Leggo qualcosa di saggistica ma trovo sia , perlopiù, la rilettura di quel che si trova sui giornali. Nella narrativa invece ci sono autori che sinceramente e senza darsi arie, scrivono qualcosa di proprio, che non sarà chissà che cosa, ma che ha il timbro dell'originalità. Ho letto questo tuo ultimo brano - fa parte di una raccolta di racconti di un volume pubblicato, mi par di capire - e naturalmente mi è piaciuto. Credo che il piacere di leggere questo racconto derivi quasi solo dalla qualità del dialogo fra il protagonista  e Ugo.  È verosimile, semplice, chiaro, immediato.  Ottimo dunque, ah, un'altra cosa trovo strana in questo sito: i testi sono tutti così larghi, continuamente a capo, ogni frase si salta una riga.. Faccio fatica a raccapezzarmi.  Beh, un saluto

ritratto di Jazz Writer

Grazie Ellebi

sì, è un libro appena uscito, non avrei dovuto pubblicare uno dei racconti ma l'editore mi tratta bene e credo non si lamenterà. Anzi questo è il racconto che ha dato origine al titolo, bene o male.

Sul mio profilo Fb trovi la copertina, è più bella quella di tutto il contenuto....ahahahah.

per le righe saltate ti capisco, danno fastidio pure a me...io a volte sto lì dopo la pubblicazione a sistemare, ma con i dialoghi non è possibile. Credo dipenda dal fatto che io scrivo in Open Office e quando faccio il copincolla ne esce una formattazione tutta diversa. vabbè...pazienza. grazie per le belle parole...e poi sono d'accordo con te, il brano sta tutto nella conversazione fra Ugo e il cliente...solo quello. ciaociao

P.S. però la storia iniziale è vera...era un brano indecente pubblicato su uno dei siti italiani meno frequentati, ed il motivo è chiaro. Io ho resistito e l'ho letto...alla fine mi sono detto: però l'idea di un balordo che forse vuole un figlio non è male. E così...

ritratto di Massimo Bianco

Tempo fa trovai su questo

Tempo fa trovai su questo sito un romanzo e aprii il file non per leggere l'intera opera ma per leggerne un pezzo tanto per vedere come scriveva l'autore. Il romanzo iniziava con la parola "Cazzo". Mi fermai lì. In calce c'erano tre commenti irritati di utenti che lamentano l'eccesso di parolacce dello scritto e dopo una settimana l'autore non gli aveva neppure riposto. Commentai anch'io, scrivendo, all'incirca, che a seconda del contesto qualche parolaccia può essere gisutificata o perfino necessaria, ma per me un romanzo che iniziava con la parola "Cazzo" non meritava di essere letto, poteva anche essere un capolavoro, io non lo avrei mai saputo, perché non digerivo tale modo di scrivere. Non rispose neppure a me e non ricordo chi fosse l'autore, anche perchè su questo sito, dopo tale stroncatura, non mi pare che abbia mai più postato. Aneddoto questo che mi pare adatto al tuo scritto. Buono, peraltro, interessante. Giorni Rubrus parlava di Metaletteratura e ti gli chiedevi cosa fosse. Ecco, questo tuo scritto per me è pura metaletteratura, cioè "lo scrivere sullo scrivere, fondendo realtà e finzione" questa la mia definizione. Un paio di volte l'ho fatto anch'io, eccone un esempio che mi permetto (scusami, è solo per chiarire, non per farmi pubblicità), di linkarti qui:

METANOIR SAVONESE

Ho letto poi lo scambio con Ellebi. Credo francamente che scrivere una poesia sia molto più rapido che scrivere un racconto di, mettiamo, 3000 parole, tanto più che molti le buttano giù come viene viene, convinti che basti accozzare parole che suonino bene per aver fatto poesia, mentre scrivere un racconto come si deve richiede molto lavoro anche perchè se non funziona sintatticamente, grammaticalmente e come trama ogni lettore se ne accorge subito. E con gli imegni di lavoro, di studio, di famiglia che ognuno ha, sia molto più probematico per un narratore pubblicare tanto quanto pubblicano spesso i poeti o sedicenti tali. Ecco uno dei motivio per cui qui e altrove appaiono molte più poesie che racconti. Tuasi tutti, giovani e ragazzi, una volta nella vita provano a poetare mentre pochi sono in grado di giudicarne il risultato, ma scrivere buon prosa narrativa è un altro paio di maniche.

In questo inizio d'anno molti bravi narratori sono in pausa (anch'io, ma solo perchè sto lavorando a un progetto particolare che proporrò tra un po') E chi è attivo oggi mi interessa poco. (Tra l'altro questo è un motovo perchè io sia contrario alle pubblicazioni anonime che tu proponevi altrove: se un autore lo leggo 3 o 4 volte e non mi piace non lo voglio leggere più e non vedo perchè debba invece essere obbligato ad aprire il suo file anomimo e sciropparmi magari 50 o 60 righe prima di comprendere che è roba che non mi paice, solo perchè non spaevo chi ne fosse l'autore) ma al contrario di altri siti qui su Net ci sono comunque diversi autori di narrativa bravi e attivi, e io so che quando si decideranno a riapparire sapranno regalarmi e ragalarci buone letture. Nel frattempo per fortuna ci sei tu a riempire il vuoto e te ne ringrazio.

E tra parentesi non è difficile eliminare la riga vuota quando si va a capo, anche nei dialoghi, ma occorre pazienza, basta che dopo aver fatto il copia e incolla sullo spazio della pubblicazione, ogni volta che c'è la riga vuota tu attacchi la prima parola della frase all'ultima della frase precdente e poi dai l'invio tenendo premuto il tasto con la freccia in su, cioè quello della maiuscola: andrai a capo senza saltare più la riga, esattamente così:
Provare per credere. Ciao

ritratto di Jazz Writer

Grazie Massimo

per un sacco di cose. beh, sono d'accordo su tutto quanto dici, poesia compresa, anche se a me viene più facile e spontaneo, e mi diverte di più, scrivere in prosa. vado subito a leggere il tuo pezzo, e grazie ancora per il bell'esempio di metaletteratura. per quanto riguarda gli spazi vuoti voglio proprio provarci...ciaociao, e fatti vivo con qualcosa di buono, in effetti anch'io come te sono convinto che qui su Net di scrittori buoni ce ne siano, eccome.