Cani randagi

ritratto di Gerardo Spirito
CANI RANDAGI
 
 
1.
Credeva di aver scordato il suono della risata asmatica di Gianni. Trent'anni in fin dei conti non sono pochi, e molte delle cose che pensava di aver dimenticato alla fine erano ancora lì, come nascoste in qualche accesso remoto dei suoi pensieri. Solo in attesa di riemergere.
“I tempi sono cambiati, ma gli anni al lago sembrano sempre gli stessi.” disse Gianni – o Plasmon, come i biscotti, così era sempre stato chiamato da tutti – tamburellando le dita sul volante.
Rosario annuì. Chissà se ha ancora questo soprannome, pensò vagando con lo sguardo prima sull'amico e poi oltre il finestrino. La luna gibbosa impallidiva, insieme alla scia dei fari dell'auto, l'asfalto rovinato. Il buio sembrava che divorasse la strada. “Mi fa piacere.” disse alla fine.
“Ti fa piacere?”
“Sì, perchè immagino che trovare questo posto diverso sarebbe stato... strano.”
“Bé, io credo che lo sarà comunque.”
Oltre il guardrail, sulla destra, un cartellone verde indicava l'uscita LAGO PATRIA. Poi arrivarono al ponte, alla cunetta e allo stradone che tagliava in verticale il paese, al cui centro ondeggiavano flaccidi come stracci lasciati al vento quello che ne restava degli alberi di palma spezzati, tronchi di cipressi appassiti, stagliati come femori marroni nella notte. Le luci di un hotel a due stelle. Un bar pieno di ragazzi.
Vedendo quelle cose, a Rosario sembrò di essere finalmente arrivato al termine di un tunnel buio e, all'apparenza, senza fine.
“Mi farà strano vederti di nuovo in giro, Rosà.” riprese Gianni. Aveva l'aspetto ben curato, barba e capelli tagliati di fresco, e indossava un maglioncino color amarena che gli donava un aspetto pacato.
“Già.” disse Rosario.
“Il vecchio Ray Charles sarà felice di ascoltare di nuovo la tua voce.”
“Chiami ancora così tuo padre?”
Gianni rise ancora, la sua eterna risata asmatica. “Talpa non gli è mai piaciuto, e poi tu lo sai bene che io sono sempre stato fissato con i soprannomi.”
Già i soprannomi.
“Non è mai troppo tardi per chiamarlo papà.” disse Rosario.
“Ti ricordi come mi chiamavate tu e i ragazzi giù al parco?”
“Certo. Plasmon, come i biscotti. Fai ancora quella schifezza con il latte?”
“Intendi squagliare i biscotti nel latte?”
“Sì.”
“Sempre. A colazione. È nu godiment.”
Questa volta rise Rosario.
“Tu ricordi come venivi chiamato?” continuò Gianni.
“Certe cose non si dimenticano mai. Mandrache, mi chiamavate.”
“Proprio così.”
“Però non mi è mai piaciuto.”
“Già.”
“Mandrache era un mago, uno pieno di fantasia.” disse Rosario. Fece una pausa e si raddrizzò sul sedile. “Io non sono mai stato un mago e di certo, visto come sono andate le cose, non ho mai avuto una gran fantasia. Mi sono scelto il peggio.”
Quando vide la palazzina, e Gianni ebbe fermato la Polo al bordo del marciapiedi, Rosario sentì un dolore nel cuore che non aveva mai provato. Rimase immobile sul sedile del passeggero per più di un minuto, come una mosca invischiata nella melassa, a fissare l'edificio scrostato.
“Sei sicuro di non avere fame?” chiese Gianni alla fine. Il suo tono era mite e ostinato.
“No no. Sto bene così, grazie.”
“Domattina allora a che ora devo passarti a prendere?”
Rosario alzò lo sguardo. “A che ora aprono?” domandò.
“Aprono sempre alle otto. Se vuoi possiamo andare più tardi...”
“No no. Non ti preoccupare. Sono abituato ad alzarmi presto.”
“Allora ti passo a prendere stesso per le otto.”
“Perfetto.”
“Se hai bisogno di qualcosa fammi uno squillo con il telefono di casa. Don Fausto dovrebbe averti lasciato un foglietto con su scritti tutti i nostri numeri di cellulare.” disse Gianni che poi, pensieroso, s'interruppe. Guardò Rosario e dopo qualche istante riprese a parlare. “Ah ecco, mi stavo dimenticando: a casa ho un vecchio telefonino, te lo porto domani, così puoi usare quello per il momento.”
“Un telefonino?”
“Sì. Oggigiorno non puoi farne a meno. Fidati.”
“Mi fido.”
“Le chiavi di casa te le ho date.”
“Sì, me le hai date.” disse Rosario scuotendo in un tintinnio metallico la tasca della giacca. Aprì la portiera e smontò. Reclinò gli occhi su Gianni e poi richiuse la portiera. “Grazie infinite. Buonanotte.” disse.
“Buonanotte, Rosà.”
Prima di ripartire, Gianni abbassò il finestrino e chiamò l'amico, intento a chiudersi il portone dell'edificio alle spalle. Si sporse in avanti per guardare Rosario in faccia.
“Ho dimenticato qualcosa in macchina?” disse Rosario.
“No no, tranquillo. È bello riaverti di nuovo qui.”
 
 
Quando Rosario arrivò sul pianerottolo cominciò a sentirsi vuoto e fragile, come un guscio d'uovo. Dalla tasca pescò, lentamente, il mazzo di chiavi che gli aveva dato Gianni. Ce n'erano cinque e Rosario le provò tutte, prima di trovare quella giusta. La serratura scattò e la porta si aprì.
Il soggiorno era così come se lo ricordava. Nulla era fuori posto. La stanza era lunga e rettangolare e le tapparelle del finestrone sulla parete di fronte erano mezze abbassate tanto che da fuori penetrava indistinta, per poi raccogliersi sul pavimento in mattonelle di terracotta, la luce aranciata di due lampioni. Un divano – vecchio, anzi vecchissimo – di tela cerata accostato alla parete della libreria e un tavolinetto basso, di legno, con i piedi finemente elaborati e il piano più grezzo e scheggiato. Non c'era traccia di alcun televisore mentre su un'altissima credenza, in cucina, con una doppia fila di sportelli a due ante e un ripiano in cima, erano ancora conservate le vecchie fotografie della mamma e del nonno. Quelle di papà non ci sono. Non ci sono da un pezzo, da quando papà è andato via lasciandomi solo una scritta su carta da macellaio che recita ROSA', TI VOGLIO BENE. Rosario ne pescò una leggermente sbiadita che ritraeva il nonno in spiaggia, in canottiera con le bretelle penzolanti, il mare era grigio e il cielo di quel tramonto antico, a occidente, era dello stesso colore del sangue.
Girò a lungo per la casa, soppesando vecchi gingilli che pensava di aver dimenticato e, molto più spesso, contemplando il nulla, con gli occhi come bruciati e la mente stregata nel dolore.
Me lo merito.
E mentre pensieroso disfaceva le poche cose che si era portato dietro, ebbe come l'impressione che qualcuno gli avesse toccato una spalla. Alzò lo sguardo, ma non c'era nessuno.
Il cuore di un genitore non è fatto per vivere la sofferenza di un figlio, pensò prima di addormentarsi nella sua vecchia cameretta.
 
2.
Al mattino il cielo era un soffitto di nubi grigie e serpeggianti che sembravano fatte di cartapesta e, quando Rosario fu entrato in macchina, cominciò anche a cadere una pioggerella pigra e fredda.
“Ti va' un caffè?” chiese Gianni ripartendo.
“Magari più tardi.”
Imboccarono la tangenziale e lo speaker alla radio annunciò forti temporali in arrivo, al sud, a causa di “una circolazione depressionaria”. Gianni bestemmiò e maledì quella voce. Poi a ruota partì un brano di un giovane cantante italiano e Gianni maledì anche lui. Spense la radio e sbuffò cambiando marcia.
“Stai lavorando da qualche parte?” domandò Rosario. La strada e tutto quello che gli stava intorno scorreva via come cornice di una pellicola sovraesposta.
“Sì, insomma, non sto mai fermo, anche se non ho un lavoro fisso. Faccio quello che devo fare per arrivare a fine mese, e poi c'è la pensione di papà... Ecco, le conoscenze non mi mancano ringraziando il cielo. Qualche lavoro da muratore, cameriere, carpentiere, ho consegnato torte per una pasticceria a Licola. Ho anche lavorato qualche mese alla fabbrica di fuochi d'artificio a Giugliano, qualche anno fa. Laggiù mi pagavano a cottimo. Mi sono dato molto da fare.”
“Cosa vuol dire?”
“A cottimo?”
“Sì.”
“Bé, mi pagavano in base al numero di ore che passavo lì dentro. A tempo, insomma.”
“Ah.”
“Bé, cambia da datore a datore comunque. Possono pagarti anche a misura in alcune fabbriche.”
“Buono a sapersi. Com'è finita alla fabbrica?”
“È esplosa.”
“Cosa?”
“La fabbrica è esplosa.”
“Dio.”
“Sì, bé, quel giorno me l'ero presa di festa.”
“Che culo.”
“Già. Ad ogni modo, ti dobbiamo trovare un buon lavoro adesso, Rosà.”
“Tu non mi devi trovare nulla. Stai facendo già troppo per me.”
“Ma non lo dire neppure.”
“Dico sul serio, Gianni. Stai facendo troppo.”
Quando arrivarono al cimitero aveva smesso momentaneamente di piovere. L'ingresso era segnato da due colonne di pietra, serrate da un vecchio cancello arrugginito che adesso se ne stava aperto.
Si percepiva già da fuori l'atmosfera mortuaria di quel luogo di morte.
Camminarono sulla stradina asfaltata tra lapidi di marmo logorate dalle intemperie segnate da brevi epitaffi, licheni e crisantemi e volti grigi e anonimi. Il pianto soffuso di una giovane madre vestita di nero che aveva perso da poco il proprio piccolo si perdeva nel vento, come trascinata via da qualche entità invisibile. Le voci della gente si affievolivano, si assottigliavano, in quel territorio amaro.
Proseguendo videro alcune persone passeggiare, occhi bassi; un vecchietto li salutò con un cenno del capo e poi scomparve nell'oscurità di una piccola cappella di pietra.
Camminarono un bel po', tanto che Rosario si stupì della grandezza del cimitero. Arrivarono in una zona del camposanto che sembrava più nuova rispetto al resto, anche se l'erba ai bordi della stradina era comunque incolta e i pochi alberi che decoravano l'area avevano la corteccia scorticata e imputridita.
Si fermarono davanti a un muro di marmo, alle spalle di un gazebo che puzzava ancora di vernice fresca. Non c'era nessuno in giro oltre loro da quelle parti. Una brezza fredda ammassava le foglie lungo la via e le nuvole, raddensate, erano cerotti che bendavano l'epidermide del cielo.
“Eccoci qui.” disse Gianni indicando due lastre incastonate nel marmo. La prima lapide portava il nome di suo nonno, la seconda quello di sua madre.
Rosario si avvicinò e tastò prima l'una e poi l'altra. A terra in un angolo c'era un vaso di porcellana sbrecciato e una corona di fiori bagnata e appassita. Gianni la stava fissando.
“Mio nonno si è pagato il funerale ancor prima di morire, senza dirlo a nessuno, neppure alla mamma. Questo lo sapevi?” disse Rosario.
“No, non lo sapevo.”
“Non ci ha lasciato nessun peso sulle spalle.”
Gianni abbassò gli occhi.
“Ha chiuso il conto con la banca, ha pagato il mutuo, mia madre mi disse che aveva pagato persino le rate che restavano della vecchia macchina. La vecchia Seicento, te la ricordi?”
“Sì. Me la ricordo.”
“Era gialla come la maionese. Ce la rubavamo sempre dopo la scuola.” disse Rosario con gli occhi lucidi. “Non avevamo la patente, documenti, nulla di nulla. Mia madre lasciava la chiave nel cassetto delle posate, pensando che lì non l'avrei mai trovata perché... insomma, quale figlio rovista in cucina nel cassetto delle posate per trovare una chiave o, comunque, per trovare qualcosa? La prendevamo di nascosto e andavamo in giro a fare è sciem.”
Gianni sorrise. Il vento spirava smuovendo lentamente una fila di cedri.
“Entrambi hanno passato la propria vita a preservare.” continuò Rosario. “A proteggere quello che avevano, solo per me, che sono la più grande testa di cazzo del mondo. Adesso ho una casa e ho un po' di soldi in banca a mio nome. A cinquant'anni mi ritrovo con una piccola eredità e una speranza. La speranza di ricominciare una nuova vita. Ed è tutto merito loro.”
Si prolungò un silenzio lungo e mistico. Gianni guardò lontano nel camposanto, e notò che una leggera nebbiolina adesso strisciava spettrale fra alcune lapidi, come una fantasmagoria di una terra immaginaria. Tornò con gli occhi sull'amico e lo rassicurò. “Andrà tutto bene.” disse.
Rosario annuì. Un uccello da qualche parte cantò.
 
 
Al ritorno, in auto, Rosario tentò di capire come funzionasse il cellulare che gli aveva portato Gianni. Il clima era più disteso.
“Con questo ci puoi fare anche foto e video.” disse Gianni, guardandolo di sottocchio.
“So cosa può fare o non fare un cellulare. Non ho mica vissuto su Marte. Per alcune ore al giorno mi era addirittura concesso di guardare la televisione...”
“Bé, allora cosa c'è che non va?”
“Niente. Insomma, mi fa strano avercelo uno fra le mani.”
In quel cielo compatto di mezzogiorno il sole, claudicante fra gli interstizi spigolosi delle nuvole, era un grumo pallido e freddo e insignificante.
Gianni viveva ancora con suo padre in una piccola villetta in riva al lago, in un villaggio fuori il centro di Lago Patria.
L'auto si fermò proprio fuori la villetta ma, prima di entrare in casa per pranzare, Rosario volle guardare le sponde di quel lago che in un certo qual senso lo aveva sia cresciuto che ucciso.
L'acqua puzzava di alghe e nafta, proprio come ricordava. Sulla superficie ferma riusciva a vedere a occhio nudo ampie chiazze di benzina, il viola e il giallo dello spettro, che brillavano ed esplodevano quasi ogni secondo in occhi oleosi.
“Ci scaricano di tutto.” disse una voce dal nulla. Gianni e Rosario si guardarono intorno e poi videro un vecchio pescatore accostato su una pila di casseruole della frutta. Era intento a pescare. Se ne stava seduto dietro un intreccio di sterpaglia su un angoletto di spiaggia rigata di spuma, dove una lievissima risacca sibilava come il fruscio del vento. Il vecchio li fissava con le palpebre semichiuse come se avesse il sole tra gli occhi.
“Buongiorno.” disse Gianni con un sorriso stentato.
“E si pesca bene?” domandò Rosario.
“Non proprio.”
“E allora per quale motivo continua a pescare?”
“Perché non mi resta altro da fare.” rispose il vecchio pescatore.
Gianni si tirò leggermente a sé Rosario, e gli bisbigliò a denti stretti: “Andiamo via. Questo è solo un vecchio pazzo. Vive in una baracca accanto al lago da moltissimi anni. A dire il vero pensavo fosse morto, non lo vedevo da un pezzo.”
Più in là ancora, oltre i residui chimici che macchiavano l'acqua, uno sciame di anatre starnazzavano e prendevano il volo in mezzo al lago, una alla volta.
Rosario guardò Gianni e poi guardò il vecchio, aveva la pelle sottile, come di alabastro, indossava un berretto grigio topo e un giubbotto scuro più grande di almeno due taglie. Masticava qualcosa e sembrava infreddolito.
“Adesso dobbiamo andare.” disse Gianni. “Buona pesca.”
Il vecchio pescatore sputò e tornò con lo sguardo a fissare il lago, come se aspettasse che da quelle profondità sorgesse qualcosa di inaspettato o magari di desiderato, e i ragazzi tornarono indietro, in quel mezzogiorno privo di ombre.
 
 
“Stu scem non si è voluto mai sposare.” disse Nando – o Ray Charles, come lo chiamava suo figlio Gianni. “Non dico che avrebbe dovuto, ma che cazzo, almeno un nipotino poteva lasciarmelo...”
“Non è ancora troppo tardi.” disse Rosario, giocherellando sul tavolo con una mollica di pane. Dalla finestra della stanza attigua penetrava una luce spenta, come fatta di piombo, che diffondeva sulla faccia e sugli abiti dei commensali un'oscurità atipica per quell'ora del giorno.
“Per voi forse, ma per me lo è eccome. Ho ottantotto anni, sono cecato, ho il pannolone e un tumore alla prostata. Se il Signore me la manda buona sarò qui fra di voi per ancora un altro anno, per essere ottimista.”
“Ma non dite così.”
“È così, Rosà. È così.”
Katia – la badante polacca del vecchio Nando – entrò in quel momento nella sala da pranzo e incominciò a sparecchiare la tavola. Rosario guardò di sottecchi Gianni e notò le occhiatacce maliziose che l'amico lanciava alla donna, vecchia bionda e prorompente venuta dall'est, centoventi chilogrammi di cellulite e solo Dio sa cos'altro. Ecco chi si scopa, si convinse, ma non disse nulla.
“Fossi stato in te, figliolo, uscito dal carcere non sarei per nulla al mondo ritornato in questo letamaio.” continuò Nando, la voce roca e cruda. “Quaggiù le cose vanno in pezzi, anno dopo anno, e sembra che più passi il tempo e più nessuno abbia voglia di aggiustarle. Non che qualcuno ci abbia mai provato, veramente. Insomma, per vivere la tua vita adesso devi trovarti un lavoro e questo di certo non è il posto adatto per trovarne uno. È un dato di fatto.”
“Troverò comunque qualcosa. Che sia pulire i cessi in qualche squallido localino o raccogliere la munnezza, questo non m'interessa. Ho intenzione di vivere gli anni che mi restano con dignità. Con rispetto. E riceverne, naturalmente.”
“Con rispetto?” ripeté il vecchio.
“Proprio così. È il rispetto il mio più grande rimpianto. Non aver rispettato la mia famiglia, i loro valori... perdere gli amici, i veri amici, e il loro rispetto. Ecco, è stata questa la mia galera.”
Il vecchio spinse indietro la sedia per far stendere le gambe. Sedeva tenendo le mani sulle ginocchia a palmo all'ingiù e il respiro gravoso, come quello di un motore portato al suo limite, adesso riempiva la stanza. “Per quale motivo non li hai mai cantati quelli lì?” domandò, pacato.
“Mi sembra logica la risposta.” s'intromise Gianni.
“Logica? Non c'è logica in queste cose, maledizione.”
“Non ci avrebbero messo molto a colpirmi, lì dentro.” disse Rosario. “Quella gente ormai è dappertutto.”
Non dissero nulla per un po'. Da fuori si sentivano i cinguettii di alcuni uccellini, si sentiva lo scarico del lavandino in cucina che brontolava e il ticchettio dell'orologio che Gianni aveva al polso. Rosario si rese conto che non avrebbe potuto sentire quei rumori se non ci fosse stato un silenzio assoluto.
“Io ancora non posso credere a quello che hai fatto. È inconciliabile per me, proprio come l'acqua e l'olio. Ti direi che ti ho visto crescere se non fosse che non ci vedo un cazzo.” rise Nando, e rise anche Rosario. “Però è così. Sì, hai parlato di rispetto. E io ti parlo anche della delusione. Mi hai deluso molto.”
“Mi dispiace.”
“Lo so.”
Rimasero tutto il pomeriggio sulla veranda di casa, seduti su tre vecchie sedie di giunco, a fumare e a fissare il cielo incolore e il riflesso grigio del lago, in lontananza. Dopo un po' Katia tornò fuori e portò agli uomini, su un vassoio in plastica, tre tazzine di caffè fumanti. Guardò Gianni, gli sorrise e tornò in casa.
Rosario, bevendo, pensò che quello fosse il caffè più buono che avesse mai assaggiato.
 
3.
Quella notte il cielo di tempesta, fuori la finestra, era una distesa nera di carbone e peltro, e la pioggia salmastra scendeva giù come se ci fosse una cascata invisibile sopra le nuvole. Rosario rimase con gli occhi spalancati immerso nella fitta e densa oscurità della stanza, la testa sul cuscino tiepido e la coperta tirata su fino al naso, in ascolto. Udì la danza delle crepe sul tetto e il suono liquido e metallico dell'acqua che scorreva sulla lamiera e sgorgava dal tubo della grondaia fino in strada. Il vento spirava furioso contro l'inferriata e il sibilo della pioggia balbettante altro non era che un prolungato tic tic.
Pensò a sua madre e poi al tempo che aveva perso in quel tugurio di cemento che lo aveva sospeso dall'esistenza per trent'anni. Perché una mafia? Perché questa stronzata? La verità è che non lo so. A volte le cose accadono e basta. Qualche volta provo a darmi una spiegazione; forse nulla mi è mai bastato, mi dico, i futili litigi con il nonno e con la mamma sono ancora oggi una eco assordante nella mia testa, oppure perché forse è più facile, a quell'età, lasciarsi trasportare da un modello sbagliato, in un luogo dove non esistono linee di confine perché, il più delle volte, il male e il bene sono la stessa cosa. A volte facciamo nostri i consigli di chi non ci ama. Gli occhi della sua mente lo riportarono indietro, come se dovesse ancora scontare le angosce della sua pena. Quella notte era nera come un buco dentro al buio, e l'aria era particolarmente fredda. Ero solo un ragazzo e, si sa, i ragazzi alcune volte sbagliano. Qualcuno li chiama errori di gioventù, errori che possono nascere e poi spegnersi veloci come il fuoco di un fiammifero. Altre volte però sono vere e proprie maledizioni, biglietti di sola andata per l'inferno, che assumono i connotati di un incubo più scuro e profondo.
Come il mio.
Io nell'organizzazione ero il più piccolo, ero il pretino dicevano alcuni, e quello della conceria dei fratelli De Dominicis doveva essere il mio rito d'iniziazione. Un lavoro facile. Senza sbavature. Eseguito da un guazzabuglio di cani sciolti e uomini dalla mano ferma. Un lavoro come tanti, dicevano loro. Ordinario.
Io me ne dovevo stare vicino all'entrata, con una semplice Beretta fra le mani e il terrore che mi assaliva la gola e mi agghiacciava il sangue nelle vene. Gli altri dovevano entrare, fare un po' di bordello e dare fuoco a un'ala dello stabile, visto che i fratelli erano restii a pagare il “servizio” che l'organizzazione gli offriva.
Arrivammo con due Cinquecento, bianche come il gesso, e un furgoncino Fiat 127, nero come uno squallido carro funebre. La strada era illuminata solamente da un vecchio palo della luce che emetteva indistintamente un morbido alone luminoso. Ogni tanto faceva anche corto circuito e si spegneva per qualche secondo.
Il colpo cominciò senza che neppure me ne accorgessi. I ragazzi sgattaiolarono dentro come felini e poco dopo avvertii i primi spari, le prime grida. Qualcosa era andato storto. Lo capii subito; uno dei nostri rimase ferito e quello che lo aveva ferito, un semplice guardiano notturno di nome Michele Stellato, che lavorava per una ditta di sicurezza privata, esterna all'impresa dei fratelli De Dominicis, venne prima disarmato e poi catturato.
Ecco, fino a quel momento non avevo mai fatto del male a nessuno, ma ora toccava a me. Toccava proprio al nuovo arrivato.
In mezz all'uocchie. Spara. Accir a stu bastard, Mandrache. Fall scumparì.”
Feci quello che dovevo fare. Michele Stellato avrebbe avuto venticinque anni per l'eternità. L'immediata ricompensa furono una dozzina di schiaffetti dietro la testa e qualche pacca sulla spalla; una spruzzata di commemorazione e fatua potenza a colmare il vuoto lasciato dalla paura. Adesso non sentivo più nulla. Forse solo un pizzico di adrenalina, forse. Ma il lavoro non era finito.
Ora ti devi sbarazzare di stu strunz.” mi disse Capastorta, uno dei luogotenenti. Mi guardò con occhi sfuggenti, questo lo ricordo bene. Come se volesse farmi capire che la vita di quel povero cristo, in fondo, non contava nulla. Un falso pretesto. Come se fosse un suo o un mio diritto sradicarla e gettarla via, in un buco scuro e remoto chiamato morte.
Come faccio?” gli chiesi.
Boh. Vedi tu. Appiccialo o che cazzo ne so... buttalo da qualche parte. Deve scomparire. E brucia anche il furgone. Brucialo in un luogo diverso. E capit? Poi torna a casa e stai tranquillo. Non ci pensare.”
Il lago fu il primo posto che mi balzò per la testa. Mi lasciarono con la 127, sgombra delle armi tranne che un paio di barilotti di benzina, e mi aiutarono a montare nel bagagliaio il cadavere della guardia. Mi diedero anche una pala, una corda, una torcia, due sigarette contate – anche se al tempo non fumavo ancora – e un accendino. Entrai in macchina e feci per partire ma Capastorta si fermò vicino al finestrino. “Tien è pall. Farai strada, guagliò.” fu l'ultima cosa che mi disse.
Guidai piano lungo la tangenziale con i fari che fendevano il buio a M. Superai Licola e arrivai al lago qualche minuto dopo, nei pressi della sponda paludosa a ovest. Spensi il motore e rimasi in silenzio. Inerme. Pensieroso. Respiri affaticati. L'acqua si muoveva flaccida e nera come una massa melmosa di petrolio sotto il cielo senza stelle.
Eravamo rimasti solo io e il destino. Io e il corpo di quel ragazzo.
Scesi dal furgone e trascinai il cadavere verso la riva. Ricordo che mi venne quasi un accidenti quando ascoltai d'improvviso l'hu-huu di un gufo graffiare l'aria di quella maledetta notte.
All'inizio decisi di scavare una buca e nascondere il corpo sotto la sabbia ma subito dopo decisi di abbandonarlo sotto un metro d'acqua, fra le canne e l'erba palustre di quella squallida riva. Non so il perché lo feci, mi sembrò la cosa più veloce da fare e forse anche la più silenziosa, ma alla fine si rivelò solamente la più stupida. Come tutta la faccenda, in fin dei conti.
Lo abbandonai lì, dopo aver controllato con la torcia che fosse ben nascosto alla vista, e ripresi la strada con il furgoncino. Via Domitiana. Direzione Cuma.
Avevo appena cominciato a pensare al luogo in cui avrei dovuto bruciare la 127, che dopo una curva mi trovai dirimpetto gli abbaglianti blu di una volante della polizia. Mi ritrovai il cuore in gola. Di colpo era come se mi fosse salita la febbre, ma la verità era che quello che sentivo era solamente la paura. Un poliziotto mi scosse una paletta bianca e rossa e mi ordinò di accostare, e io così feci. Impietrito. Muto come un manichino di plastica.
Non avevo documenti con me e il furgoncino risultò rubato. La pistola che mi trovarono addosso non era registrata e, in più, mancavano due proiettili dal caricatore. Come se non lo sapessi. Una Beretta serie 70 dal fusto in acciaio. Caricatore monofilare da otto colpi. Semiautomatica a chiusura labile. Imparai questo e altro ancora in merito a questa dannatissima pistola. E nei giorni a seguire raccontai solo stronzate all'andirivieni di persone che m'interrogavano. Ma non bastò; alla fine il cadavere di Michele Stellato balzò fuori come se il lago lo avesse risputato dai suoi abissi perché un fardello tanto oscuro neppure lui poteva sopportarlo.
L'autopsia rivelò che, il ragazzo, era stato ucciso da due colpi di pistola, uno in testa e uno in fronte, e che i proiettili erano dello stesso calibro di quelli ritrovati nella Beretta che avevo con me.
Una maledetta coincidenza, lei non crede?” mi disse sorridendo uno degli investigatori.
Non ci misero molto a incriminarmi, anche perché mi chiesero di “cantare”, ma io quella proposta l'ho sempre rigettata. Testardo come un mulo.
Le parole del giudice il giorno della sentenza risuonarono nella mia testa come un'eco: “Trent'anni.” e lo disse con lo stesso tono inalterabile con cui Capastorta mi aveva ordinato di ammazzare quel povero ragazzo, quella maledetta notte, fuori la conceria.
 
4.
La riva del lago era intasata dai rifiuti e da quel cielo mattutino scendeva la solita pioggia grigia e triste. Gianni e Rosario se ne stavano fermi in auto, fuori la casa del vecchio Nando. Il motore era spento mentre i tergicristalli, in azione, si muovevano come due boe trascinate a destra e a manca dall'impeto di una tempesta.
“Don Fausto è una brava persona.” disse Gianni.
“Non lo metto in dubbio.”
“E allora per quale motivo non lo vuoi incontrare?”
“Non mi piace la carità.”
“Ma non si tratta di carità.”
“E allora di cosa si tratta?”
“Di un'opportunità, Rosà.”
Prima di entrare in casa Rosario gettò un'ultima occhiata al lago e lì, vicino alla baracca, ci scorse il vecchio pescatore fermo sotto la pioggia che sembrava fissarlo da lontano. Indossava un lungo impermeabile giallo col cappuccio tirato su e un paio di stivali di gomma verde militare ai piedi. Rosario alzò una mano e il vecchio fece lo stesso.
Don Fausto aveva pochi capelli, era tozzo e aveva la faccia da apoplettico. Era uno di quegli uomini di fede che quando parlava alla gente citava sempre Dio, rassicurandoli. O, almeno, era questa la sua intenzione.
Parlarono in salotto per una buona mezz'ora, Nando e Gianni ascoltavano. La badante se ne stava da sola in cucina e comparì solo una volta per portare giusto quattro tazzine di caffè sul solito vassoio in plastica.
Rosario raccontò, sinteticamente e senza grande interesse, i punti salienti di quella che era stata fino ad allora la sua vita, e il parroco ascoltò e annuì, rassicurò e annuì ancora.
“Dio sa fare molte cose.” disse don Fausto dopo un po'. “Ma la cosa che sa fare più di tutte è senza dubbio perdonare. La sua misericordia è infinita.”
Questa volta annuì Rosario, anche se fu un movimento assai stentato.
“Il Signore ti ha protetto, Rosario.” continuò il parroco. “Insomma, potevi non esseri qui già da un po', dopo tutto quello che è successo. Ma non è andata così.”
“È stata solo fortuna.”
“Questa non è opera della fortuna, Rosario. Dio era con te.”
Rosario a quel punto gli lanciò uno sguardo insieme cortese insieme impaziente. Aggrottò le ciglia e disse: “Nessuno ha idea di chi ci protegge.”
 
 
Nonostante tutto, il parroco fu tanto cordiale da trovargli un lavoro come magazziniere al supermercato di Lago Patria. La paga non era nulla di che, ma a Rosario andava bene.
Il suo supervisore era un gracile ometto sulla sessantina di nome Achille che non faceva altro che parlare di donne e lamentarsi di tutto, specialmente del suo lavoro.
Una settimana dopo, era un lunedì pomeriggio e Rosario, mentre se ne stava davanti all'entrata a sistemare alcuni boccioni d'acqua, venne fermato da una donna in fila per una cassa.
“Non ci posso credere.” disse la donna. Rosario ci mise un po' per capire che stesse parlando con lui. Alzò gli occhi e si fermò a guardarla. “Dio mio, Rosario, sei proprio tu?” continuò lei. “Non dirmi che non mi riconosci.”
Fu allora che, come un fiume in piena nella sua memoria, Rosario ricucì finalmente l'immagine di quel volto che, negli anni, aveva sognato, immaginato, dimenticato, almeno un milione di volte. Lungarella era il suo soprannome. Sofia, invece, il suo nome.
Lei era stata il suo primo bacio, il suo primo amore, fra i ragazzi del parco. Prima che Rosario commettesse il fatto, si erano già persi di vista; lei si era trasferita a Napoli e aveva cominciato l'università, aveva sentito una volta.
Insomma, quello che Rosario sapeva, o che si ricordava di sapere su quella ragazza – ormai donna – si fermava lì, anche perché, quando lui era in carcere, lei non gli aveva mai scritto neppure una volta.
Le rughe sul suo viso gli parvero essere l'unico impiccio che il tempo le aveva concesso, per il resto gli sembrò che non fosse cambiata granché; era sempre magra come un ramo secco, i suoi capelli neri erano sempre tagliati a caschetto sopra le spalle e i suoi occhi, piccoli e innocenti, erano sempre simili a due chicchi d'uva passa.
Sofia uscì dalla fila con il carrello della spesa ancora pieno di roba, e si fermò accanto a Rosario. Le braccia conserte, il collo allungato. Disse che era stata una stupida e che si sentiva ancora oggi mortificata per non essersi fatta sentire. Gli disse che lei lo sapeva che lui non era mai stato un persona cattiva, anche se quello che aveva fatto era terribile. E questo glielo disse con due occhioni pieni di lacrime.
Rosario sorrise e le chiese della sua vita, e Sofia gli mostrò una foto che portava sempre con sé nel portafogli dei suoi due figli. “Il più grande ha diciannove anni, ha appena cominciato l'università. Il più piccolo è ancora alle medie, si chiama Luciano, come mio padre.”
Si era sposata con un avvocato di Napoli, e viveva lì in città. Ogni tanto però ritornava a Lago Patria per stare con l'anziana zia, che viveva da sola nella sua vecchia casa. Le faceva la spesa e qualche volta le teneva compagnia.
“Hai fatto pace con tuo padre?” chiese d'un tratto Lungarella, e quella domanda scosse Rosario come un fulmine a ciel sereno.
“Perché me lo chiedi? Non lo vedo da quando avevo dieci, undici anni.”
“Davvero?”
“Sì, se n'è andato di casa senza motivo da un giorno all'altro. Mio nonno diceva che l'aveva fatto per una donna, ma io questo non l'ho mai pensato. Ecco, insomma, non ho mai saputo cosa pensare di quell'uomo...”
“La storia me la ricordo. Ci fu un periodo in un cui mia madre e le altre signore del parco non parlavano d'altro.”
“Già.”
“E lui me lo ricordo bene. Ci portava spesso a pescare su quel vecchio gozzetto azzurro con tanto di lampara. Insomma, ti ho chiesto di tuo padre perché mi pare di averlo visto qualche volta di sfuggita al lago. Spesso ci vado coi miei figli e c'è sempre, ogni volta, un vecchio pescatore che vive in una baracca che mi ricorda molto tuo padre. Pensavo fosse lui. Non lo so. Forse ho solo detto una stupidaggine.” rise arrossendo Sofia. “Non ho mai avuto il coraggio di parlarci però.”
“Al lago?”
“Sì. A dirla tutta qualche volta l'ho visto pure fuori casa tua... insomma, fuori la palazzina dove vivevi con tuo nonno e tua madre.”
“Fuori casa?”
“Esattamente. Tutto solo, sulla panchina lì davanti, a fumare. Perciò il pensiero mi è balzato in testa ma... ecco, penso di aver detto una sciocchezza...”
Rosario arricciò la fronte e le labbra. Impallidì. “L'ho visto quell'uomo. Però non so dirti se...” cominciò a tartagliare. “Ecco, mio padre adesso avrebbe quasi ottant'anni...”
“Non pensarci, mi sarò immaginata tutto.” disse Sofia proprio qualche attimo prima che le arrivasse una telefonata sul cellulare. Chiuse però la chiamata senza neppure rispondere. Disse che doveva andare, ma che le aveva fatto un grande piacere rivederlo dopo così tanto tempo. “Se vuoi ci possiamo scambiare i numeri di cellulare. Se hai bisogno di parlare con qualcuno, qualche volta, puoi farmi uno squillo.” disse Sofia, e Rosario ne fu molto felice.
 
5.
Il giorno dopo Rosario lasciò il supermercato. Si era licenziato. Aveva litigato con Achille per l'ennesima volta, anche se il pensiero di lasciare il lavoro gli frullava nella testa già da un po'; non riusciva più a ascoltare quella voce e i suoi logorroici monologhi saturi di ostilità e oscenità, ma soprattutto cominciava a detestare quelle piccole mancanze di rispetto che Achille gli serviva ogni volta.
Già, il rispetto. Il mio più grande rimpianto.
Gianni appena lo venne a sapere si arrabbiò e non poco, ma alla fine, spiegandosi, i due ci risero su.
“Quel lavoro mi andava anche bene.” disse Rosario, “Il problema era Achille.”
“Bé non ti preoccupare, Rosà. Nel frattempo posso cercare di convincere uno che conosco a coinvolgerti insieme a me in qualche lavoretto.”
“Che tipo di lavoretto?” si allarmò Rosario, come se lo spettro chiamato Carcere gli fosse apparso, di nuovo, davanti.
“Sta' tranquillo. Nulla di illegale. Mi pare di avertelo già detto. È un'impresa edile. A volte gli serve un muratore, altre volte uno stuccatore o un elettricista. Roba del genere, Rosà. Sta' tranquillo.”
E, infatti, due giorni dopo Rosario prestò servizio in un cantiere a Bacoli come imbianchino, e il giorno dopo ancora, a Baia, come carpentiere.
I giorni cominciarono a susseguirsi come si susseguono i giorni, piatti, vuoti e spesso identici gli uni agli altri. La notte pioveva quasi sempre e le poche volte che la luna sorgeva limpida a est, riluceva come l'occhio bianco di un cieco.
Poi arrivarono i giorni da cane randagio. Rosario vagava per Lago Patria pensando e ripensando alle parole di Sofia su quel vecchio pescatore che lui, oramai, in giro non vedeva da un po'.
Dov'è finito?, si chiese uno di quei giorni camminando nel buio crepuscolare in riva al lago. Camminò fra gli sterpi in quella terra sempre più muta e cieca e malandata, come una figura in ombra staccata viva da un quadro raffigurante la natura morta. I fili elettrici, più in là sulla strada alla sponda opposta, rattoppavano il tramonto grigio e viola dei pali della corrente. La baracca isolata del vecchio pescatore invece se ne stava sulla sua sponda, un quadrato di lamiera e legname. Le travi del tetto in parte cadute e le finestre senza vetri, perché le imposte e i telai erano stati usati, probabilmente, come legna da ardere nelle notti più fredde.
Fra le erbacce Rosario notò la carcassa di una vecchia Panda incrostata di ruggine, sventrata, la plastica degli interni ricoperti di muffa. E notò anche che c'era una stradina di fango che, come una cicatrice, tagliava e costeggiava in verticale i bordi paludosi del lago fino alla baracca.
Pensò per un attimo di percorrerla. Pensò alle parole che suo padre gli aveva lasciato scritte quando era andato via di casa su un semplice e triste cartoncino da macellaio ROSA', TI VOGLIO BENE e pensò al fatto che non aveva detto nulla di quei suoi pensieri a Gianni o a Nando o a chicchessia, che gli attanagliavano come una nebbia maligna la mente. Magari loro sapevano, magari sapevano che quel vecchio pescatore era suo padre, e stavano mentendo o solamente aspettando il momento giusto per dirglielo; era lì, alle sponde del lago, ed era tornato. Per lui, per il figlio, dopo un silenzio lungo, straziante e roboante.
Poi pensò a quello che gli aveva detto Gianni questo è solo un vecchio pazzo. Vive in una baracca accanto al lago da moltissimi anni. A dire il vero pensavo fosse morto, non lo vedevo da un pezzo e ritornò con la sua mente a quel panorama crepuscolare. “No. Non oggi.” disse Rosario a quel silenzio. Girò i tacchi e ritornò sui suoi passi. Le nuvole nel cielo adesso erano fogli di carta strappata e stropicciata, e fra di esse s'intravedeva il nero più profondo dello spazio.
 
 
La sera successiva era un venerdì e Rosario se ne andò da solo a mangiare una pizza in un locale poco lontano da casa sua. La stanza, affollata di gente, era un vociare continuo e fastidioso. Rumori secchi. Colpi di tosse. Fra i tavoli vagava una cameriera dall'aria collerica e poco cordiale, che quando apriva bocca anziché un suono umano sembrava emettere il crocchio di una gallina in preda ai reumatismi.
Rosario fece un lunga sorsata dalla Peroni e pescò con le dita unte d'olio l'ultimo trancio, dal piatto, di quello che restava della sua prosciutto e funghi, che, dal nulla, una voce dietro di lui lo chiamò per nome. Si girò di scatto e aguzzò lo sguardo su un uomo pelato che teneva per mano un bambino. Entrambi lo guardavano, fermi, di pietra. L'uomo gli lanciò un sorriso bizzarro e disse: “Da quanto tempo Rosà.”, la cupola perfettamente pallida del suo cranio risplendeva come uno specchio delle luci altrettanto pallide del locale. “Ti ricordi di me?”
Non passò molto che al dubbio prendesse posto, nella gola di Rosario, il terrore. “Sì, mi ricordo di te.” rispose.
L'uomo e il bambino si portarono dall'altro lato del tavolo, proprio davanti a Rosario. L'uomo continuava a sorridere e poi cominciò anche ad annuire guardando a intervalli prima Rosario e poi il bambino. “Quest'uomo che vedi a questo tavolo è il sale per la terra.” disse a un certo punto al piccolo, che non doveva avere più di tre o quattro anni. Poi girò lo sguardo di nuovo su Rosario. “Questo è mio nipote.”
Rosario abbassò lo sguardo dall'uomo, rimise sul piatto il trancio di pizza, si pulì le mani col tovagliolo e buttò giù una golata di birra. Il suo viso era una smorfia di paura e adesso anche di rabbia. Non disse nulla.
“Ce ne sono pochi in giro come te, Rosà.” continuò l'uomo. “Potevi cantarci tutti. Pentirti e uscire prima. Invece hai fatto l'omm.”
Rosario non alzò mai lo sguardo. Si alzò da tavola e si diresse alla cassa. Lasciò sul bancone venti euro e uscì dalla pizzeria.
 
6.
Quella notte e per quasi tutto il giorno dopo Rosario rimase a casa con un mal di testa fortissimo. Aveva preso in libreria un romanzo che parlava di pugilato e aveva provato a leggerne una parte. In carcere aveva preso quest'abitudine, e per un certo periodo aveva pensato che la lettura l'avrebbe cambiato, ma si era sbagliato. Alla fine aveva capito che lo aiutava solamente a distrarre, a far scorrere il tempo e, qualche volta, anche a lenirgli il dolore. Come un calmante.
Ripose così, dopo aver letto senza interesse giusto un paio di pagine, il libro sul comodino, e cominciò a muoversi fra il letto e il salotto come uno spettro, nel silenzio abulico, snervato, annientato.
Si affacciò alla finestra e fumò, con lo sguardo vitreo e perso rivolto al cielo di piombo. Pensò insistentemente al vecchio pescatore, e ci pensò finché quel pensiero non divenne un chiodo fisso. Poteva essere suo padre? Lo era veramente? Chi era, realmente, quel vecchio?
Solo al giungere della sera decise che non valeva la pena rimuginarci così tanto sopra; prese il giubbotto e uscì di casa.
Camminò sul ciglio della strada attraversando prima il centro di Lago Patria e poi il ponte a sud, quello che tagliava il lago, verso il parco dove vivevano ancora Gianni e suo padre, e i suoi più remoti ricordi.
L'aria era perennemente incipriata dai fumi di scappamento dei veicoli che transitavano sulla strada, un'orgia di fanali gialli e rossi che si muovevano nella notte come enormi lucciole.
Giunse al parco e si avviò fra la sterpaglia che coincideva al delimitare della sponda palustre del lago. Puntò direttamente la stradina fangosa fra la sterpaglia e i ciuffi bianchi di eriofori che si lasciavano comunque intravedere fra la luce agonizzante del crepuscolo. Gli steli degli arbusti strepitavano, i passi di Rosario grattavano il terreno. Un cane randagio in cerca di risposte, sospeso dalla clessidra degli anni, lontano dal rumore.
La baracca era ben visibile, una sagoma scura da cui proveniva anche una luce – forse di una piccola lampada a gas – da una finestra coperta da una carta di giornale. Si avvicinò alla struttura rapidamente, col respiro che attimo dopo attimo si faceva sempre più gravoso, come se i polmoni pompassero cemento anziché ossigeno.
Poi una voce sferzò l'aria. “Chi va là?” chiamò, e la sagoma del vecchio rigattiere comparve di colpo dalla porta d'ingresso – che altro non era che una porta di legno grezzo, incrostata di resina secca e montata su cardini di pelle. “Chi sei?” insistette.
Rosario si fermò di colpo e si palesò al vecchio pescatore, nome e cognome. “Ha tempo per scambiare due parole con me, signore?” chiese infine.
Il vecchio forse sorrise forse no. “Vieni dentro.” rispose. “Io ho moltissimo tempo.”
Dentro la baracca si avvertiva un vago olezzo di piscio stantio amalgamato alla legna, alla muffa e all'odore chimico di detersivo. Il pavimento era fatto di piccoli tronchi squadrati e la penombra della stanza era dovuta, oltre che – come immaginato – da un lampada a gas accesa, dalla bassa altezza del soffitto annerito dal fumo di legna che il vecchio si accendeva in inverno per riscaldarsi.
In un angolo erano ammassati, sul telaio di un vecchio letto, stracci e vecchie coperte a formare una specie di giaciglio sopra un materasso orrendamente ingiallito, mentre all'angolo opposto, disseminati fra il pavimento e un tavolo più che anonimo, c'erano cianfrusaglie di ogni genere, che svariavano da padelle unte e scrostate il cui metallo si era ormai sfaldato in piccoli riccioli di ruggine, e giornali la cui carta era talmente rovinata e sbiadita che a malapena era possibile leggere i titoli incisi sulle pagine. I resti di una radio. Gli stivali di gomma. Una canna da pesca ripiegata con tanto di mulinello in carbonio.
Il vecchio chiuse la porta e pregò Rosario di accomodarsi sull'unica sedia che c'era nella stanza e, Rosario, così fece. Il vecchio si sedette sul letto, di fronte a lui. La luce era soffusa. Da qualche buco nella parete filtravano spifferi gelati di vento.
“Ti posso offrire un po' di caffè?” chiese il vecchio.
Rosario declinò gentilmente. Guardò il vecchio pescatore in silenzio, indossava un vecchio maglione color di lana color cachi, un jeans rattoppato alla buona e un paio di scarpe scamosciate senza lacci, logore e intrise di fango essiccato. Il suo vecchio viso era esangue, pallido, tanto che gli zigomi quasi gli uscivano dalla pelle.
Rosario lo guardò in viso in attesa che quel volto gli rammentasse suo padre, che desse forma all'ombra gargantuesca sommersa da anni di dolore e rimpianti.
Ma quel viso anziano era come indecifrabile, un enigma senza soluzione.
“Ci scaricano di tutto nel lago.” disse a un certo punto il vecchio pescatore.
Rosario fisso quegli occhi di cataratta senza dire una parola.
L'anziano continuò: “Insomma, non è ci è rimasto molto da pescare.”
“E allora per quale motivo resta qua?”
“Beh, per un solo motivo.”
“E quale sarebbe?”
“Il passato. Sono legato a questo lago e il lago, in un certo qual modo, è legato a me.”
“Viveva anche lei da queste parti?”
“Sì.”
“Dove?”
“Da queste parti.”
“E cosa faceva? Insomma, era un pescatore?”
“No.”
“E cosa faceva per vivere?” insistette Rosario.
“Per vivere?” ripeté il vecchio.
“Sì.”
“Nulla che mi privasse della mia libertà.”
“Che cosa vuol dire questo?”
“Vuol dire che vivevo per vivere.”
“Perché adesso non vive per vivere? Non capisco...”
“Non c'è molto da capire.”
“Prima non esisteva questa baracca. L'ha costruita lei?”
“Sì.”
“E nessuno l'ha mai cacciata, insomma, credo ignori qualche regola...”
“Beh, se stai cercando di dirmi che secondo te è una baracca abusiva ti rispondo che lo è, in effetti. Le guardie passano spesso di qui. Però, sai com'è, da queste parti ognuno si fa i fatti propri. Vive e lascia vivere. C'è omertà. E qualche volta quest'omertà può essere una buona cosa, anche se il più delle volte non lo è...”
“Perché pensa questo?”
“Perché, come mi hai ricordato tu, molto spesso l'omertà porta gli uomini a ignorare alcune regole.”
Rosario si passò una mano davanti alle labbra, un gesto istintivo, nervoso. Disse: “Qual è il suo nome, signore?”
Ma il vecchio pescatore ribatté immediatamente, quasi non avesse ascoltato la domanda di Rosario: “Cosa pensavi di trovare in questa baracca?”
“Una risposta.” Rosario si chinò in avanti, interessato. “Gli uomini sono sempre alla ricerca di una risposta.”
“Una risposta a quale domanda?”
Rosario trasalì, il cuore lavorava frenetico nel suo petto come un motore a scoppio. Gli passò di tutto per la mente. Il viso del nonno. Il carcere. Il triste foglio con su scritto ROSA', TI VOGLIO BENE. Cambiò di tono: “Tu lo sai chi sono?” domandò, come se fosse arrivato il momento di prendersi una confidenza che, per anni, era restata latente.
Il vecchio lo fissò come se avesse davanti agli occhi qualcosa di incomprensibile. Poi si tirò su e raggiunse con due soli passi il tavolo nell'angolo. Si fermò dando le spalle al suo ospite e cominciò a muovere qualcosa sul banco. Si sentì il tintinnio di un paio di bicchieri, un barattolo, lo sfrigolio di una carta.
Rosario lo aveva seguito con lo sguardo. Attento. Immutabile.
“In tutti questi anni sono arrivato a credere che la morte è dalla mia parte. È sempre stata dalla mia parte.” disse il vecchio. “Ecco, adesso credo che lo sia anche il destino. Come se tutto quello che c'è stato prima di questo momento o che ci sarà, sia stato scritto in principio, moltissimo tempo fa. Da chi o da che cosa questo, francamente, non m'interessa. Possiamo chiamarlo Dio, le persone lo chiamano con questo nome. Ecco, insomma, arrivato a questo punto credo che Dio è sempre stato d'accordo con me.”
Rosario fece una smorfia. Si aggiustò i capelli e si toccò la fronte; cominciava a sudare. “D'accordo su cosa?” domandò.
Il vecchio pescatore volse la testa verso la finestra senza vetro, guardò fuori e trasse un lungo sospiro. La sua ombra ristagnava ai suoi piedi, illuminata dalla poca luce della stanza, come un'enorme macchia nera. Disse: “Che per trent'anni ho sempre fatto la scelta più giusta. Abnegazione. Totale abnegazione. Ora sono vecchio, ma non ho rimpianti.” si girò di scatto verso Rosario e gli puntò una pistola alla testa. Una vecchia Beretta 92.
Rosariò impallidì e, di scatto, si alzò dalla sedia. Lo colpì una vampata di confusione, come una rivelazione.
“Sono stato tormentato per anni da pensieri tenebrosi e malvagi, funesti come la collera.” continuò il vecchio. “Ogni ora, ogni giorno, ogni anno. Per trent'anni.”
“Cosa cazzo vuoi fare con quell'arma? Tu...” tartagliò, “... tu... tu sei mio padre...”
Lo sguardo del vecchio era cambiato. Era diventato paonazzo, grottesco, assassino. E sorrise, anche se solo per un secondo, quando ebbe ascoltato il suono di quella parolina: padre. “Pregavo iddio, al diavolo, insomma a chiunque fosse in ascolto.” disse. “L'ho fatto per tutti questi anni. Da rinnegato e da alienato. La mia vita è cambiata. Mi sono nascosto e ho aspettato. E ora eccoti qui, in trappola come una mosca in una ragnatela.” la voce del vecchio era roca, dura, profonda. “Usciamo di qui. Lentamente.” indicò con la pistola la porta.
Rosario poteva fuggire, almeno poteva provarci, ma per quell'arcano e mortale senso di confusione ubbidì al vecchio e uscì lentamente dalla baracca. Aprì la porta che si strascinò sui cardini con un cigolio sommesso, e l'aria fredda lo investì.
Continuò a camminare in avanti nel buio quasi assoluto, visto che nel cielo non c'erano stelle, vicino ai bordi del lago. Poi sentì la porta chiudersi piano e sentì il respiro del pescatore, alle sue spalle, farsi sempre più pesante e nervoso.
Vagò fra la sterpaglia e, arrivato alla riva sottile, il vecchio gli disse di fermarsi e Rosario così fece.
“Adesso guardami” lo esortò il pescatore.
E Rosario si girò a fissarlo.
Con il braccio teso e tremante l'uomo gli puntava la pistola all'altezza degli occhi. “In queste settimane ci ho ripensato molte volte.” disse con tono stentoreo, “A un certo punto ho anche pensato di lasciar perdere, non lo nego, è un pensiero recente. Ma ecco, appena ti ho visto fuori la mia baracca, stasera, quasi non potevo crederci e... e, sì, trent'anni sono moltissimi anni.” inspirò. Ci fu una breve pausa. “Ora, entra in acqua. Lentamente.”
“Cosa?”
“Ho detto entra in acqua.”
“Cosa cazzo hai intenzione di fare? Getta quella pistola... gettala.” ripeté Rosario. “Chi diavolo sei?”
“Entra in acqua. È l'ultima volta che te lo ripeto.”
Rosario fece un passo indietro e poi si fermò. Fissò il cielo nero somigliante a una distesa immensa di petrolio e più in là verso la strada, oltre il campo di alte sterpaglie dove non proveniva alcun rumore. Continuò a guardarsi intorno, come smarrito. Fece a quel punto un secondo passo e le sue scarpe affondarono nella sabbia paludosa. Un terzo, un quarto. Il vecchio lo fissava con la pistola spianata e lo sguardo folle, isterico. “Avanti.” diceva. “Avanti.”
Rosario arrivò a un punto dove l'acqua gli arrivava fino alle ginocchia. Il vecchio lo chiamò e gli ordinò di fermarsi e Rosario, ancora una volta, ubbidì.
“Avrei potuto ammazzare tuo nonno molti anni fa, o tua madre.” disse. “Occhio per occhio, così si dice, no? Ma non l'ho fatto. E va bene così.”
Rosario si sentì svenire, poi sentì il cuore pompare più forte. Un nodo alla gola. Cominciò a singhiozzare, oltre che guardarsi intorno smarrito. Era tutto una spirale di delirio. È solo un brutto sogno. Non è reale, pensò.
Ma il vecchio era lì, nel buio davanti a lui, ed era reale.
Rosario accolse il pensiero e prese a sorridere, poi a ridere, sardonico, pungente, sarcastico.
Una spirale di delirio, come detto.
Nulla di quello che ora faceva o provava o pensava era logico perché, in fondo, quando un uomo guarda in faccia la morte, logico, non lo è mai.
Il vecchio sembrò non curarsene. “Ci scaricano di tutto in questo lago.” disse, i suoi occhi due stelle nere, terrificanti, più nere della pece e, forse, anche della morte. “E tu, trent'anni fa, ci hai scaricato anche mio figlio. Michele.”
Quelle parole arrivarono all'orecchio di Rosario come il fragore di un lampo nella notte.
Il pescatore fece fuoco. L'acqua si smosse come se qualcuno ci avesse gettato dentro un grosso sasso, un rumore liquido, mentre l'eco dello sparo rimbalzò nel buio e lì vi rimase sospeso, una frazione di secondo, prima di svanire per sempre.
Poco dopo, da qualche parte, un cane prese ad abbaiare. Il vecchio neppure questa volta se ne curò. Semplicemente, si allontanò dalla riva e risalì il campo di erbacce, superando la baracca e puntando la strada come se questa rappresentasse l'arrivo di un tunnel buio e, all'apparenza, senza fine.

 

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

Cani randagi

Nulla da dire, un noir benissimo concepito e realizzato. Un racconto lungo ma perfettamente equilibrato nella struttura, e i dialoghi sono buoni e verosimili, e i toni all'altezza della narrazione, insomma un ottimo racconto, complimenti, e saluti naturalmente.

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio per la lettura e

Ti ringrazio per la lettura e per le belle parole Ellebi, e piacere di fare la tua conoscenza naturalmente.

Sì il racconto è abbastanza lunghetto, forse anche questo non tanto adatto per il web (dico anche questo perché molti dei miei racconti postati quì non lo sono ahimé).

Sono felice perché hai parlato di equilibrio nella struttura: devo svelarti che ci ho messo quasi più tempo a immaginarmi a come strutturare la storia, che a scriverla eheh. Buona giornata yes

ritratto di Rubrus

***

Piaciuto molto.

Quanto al problema dell'ubicazione, su cui ti lambiccavi tempo fa - e che a me non pare poi così importante - direi che in questo caso proprio non devi preoccuparti. I movimenti dei personaggi sono perfettamente congruenti con lo spazio in cui sono inseriti, e questo spazio è desolato, ma, soprattutto, chiuso. Mentre nelle ambientazioni western et similia i personaggi, insomma, avevano bisogno di un vasto spazio spopolato in cui muoversi (e quindi sei andato a cercarlo dove c'era) qui il racconto è, se non claustrofobico, circolare. I personaggi non fanno che girare in tondo tentando di sfuggire a un centro di gravità, fisicamente rappresentato dal lago che oggettivizza i loro destini - non a caso la parola "destino" ricorre spesso -; un grumo nero che attrae tutti, anche i personaggi minori, verso il basso. Un racconto senza via di fuga, come non si fugge se si corre in cerchio e, come in un cerchio, andando verso la fine si va verso il punto di partenza, che sta nel passato.

Il ritmo - si parla spesso della lunghezza del racconto, quando invece si dovrebbe parlare del ritmo - con alternanza di dialogo, azione, introspezione, descrizione, va bene (quando personalmente penso che un racconto debba essere accorciato penso in realtà a togliere i tempi morti) ed è molto cdenzato (che non vuol dire frenetico, vuol dire alternanza di movimenti, pause, ecc).

La lingua - con qualche lievissimo lirismo nei soliloqui dei personaggi impercettibilmente stridente con il linguaggio parlato degli stessi - va bene.

Va bene anche la competenza balistica - che in un noir è importante, perchè si deve sapere di cosa si parla, o almeno dare l'impressione.

Una inezia grafica: meglio i caporali, su schermo, che le virgolette sospese. Questione di leggibilità.

Due sviste ortografico - grammaticali: "Fa" indicativo presente terza singolare è senza apostrofo. Nella frase  "Vedendo quelle cose, a Rosario gli sembrò" "a" o "gli" vanno tolti, ne basta uno. Questo perchè il linguaggio del narratore (anche se potrebe esserlo, ma hai fatto una scelta diversa) non è quello, qua e là impastato di dialetto, dei personaggi.  

 

    

ritratto di Gerardo Spirito

Felice di ritrovarti caro

Felice di ritrovarti caro Roberto!

In primo luogo ti ringrazio per le correzioni grammaticali e per la sempre perfetta analisi del testo. Hai parlato di ritmo; ti dirò, questo racconto è lungo, contiene 8700 parole circa, però (così come per un altro mio racconto lungo che postai qui mesi fa, ossia Dove finisce la strada) la cosa che più mi convinto a postarlo è stato il ritmo - vista la grande alternanza di contrasti quali i dialoghi, le descrizioni ecc ecc -  che forse e dico forse non dovrebbe appesantire più di tanto la lettura. 

A riguardo dell'ambientazione, questa volta, come dici te, mi sono dato a spazi più "chiusi", e questa per me è un'assoluta novità. La storia lo richiedeva e io mi sono adeguato. In fondo come hai perfettamente notato tutto gira intorno al lago - che è il vero perno del racconto insieme al passato. Tutto inizia e tutto si chiude qui. 

A prestissimo caro Rob.

ps: ho sempre salvato fra i preferiti il tuo Nani che mi sono ripromesso, già da tempo, di leggere! yes

ritratto di Mauro Banfi

Bentornato, Gerardo e buona domenica

Saluto il ritorno di un altro autore di spessore - consolidato e cazzuto alquanto, oh sì! - di Neteditor, entusiasta di questa prima lettura, che ti vede rientrare in Italia, senza perdere niente delle caratteristiche narrative speciali che ti avevano contraddistinto in altri lidi.
Non sono un grande masticatore di noir, tranne Dexter e McCarthy, ma non credo che qua nel BelPaese ci sia qualcuno del tuo livello.

Lo voglio rileggere una seconda volta e tornerò per approfondire come le dinamiche del noir - così ben tratteggiate sopra da Rubrus, e da te sapientemente condotte - si calino nel contesto italico.
E' un tema molto interessante che voglio articolare con te in un secondo tempo.
Nel frattempo, ben tornato e abbi gioia, grande Gerardo!

P.S.
Lago Patria è una località in Campania, tra Napoli e Caserta, che ha anche una marina?
Lo chiedo perchè nei noir mi piace immaginare le vicende visulizzando geografie reali...

ritratto di Gerardo Spirito

Ben ritrovato anche a te caro

Ben ritrovato anche a te caro Mauro! Ti ringrazio per le belle parole e attendo con ansia la tua rilettura per discutere al meglio questo mio piccolo "excursus" italico eheh. 

Ricordi benissimo, Lago Patria ha anche una marina; a dire il vero è una frazione molto interessante (io l'ho frequentata sopratutto da bambino perché i miei nonni paterni vivevano in una villetta vicino al lago). A ogni modo, è il più grande lago costiero della regione e ha anche un litorale molto esteso che attraversa vari comuni marittimi. In più, a Lago Patria, ha base la Nato, giù da un po' di anni, quindi è una frazione abitatissima dagli americani. 

Una piccola curiosità che, sono certo, ti stuzzicherà; a pochi chilometri da Lago Patria c'è la tomba di Scipione l'Africano, il generale romano che sconfisse Annibale nella storica battaglia di Zama. Sulla tomba l'epitaffio recita: "Ingrata Patria, non avrai le mie ossa." 

ritratto di Antonino R. Giuffrè

… i tuoi racconti, caro Gerardo, sono tanto rari…

… quanto curati e ricchi di suspense e inventiva. C’è attenzione per ogni dettaglio: dall’ambiente ai personaggi, dagli oggetti al climax. Non meno efficace è la rappresentazione della mentalità intimidatoria e omertosa che sta alla base di qualsiasi attività criminale. Il minimalismo evocativo del tuo stile, impreziosito da similitudini e perifrasi di assoluto livello, ricorda quello di Chandler, che di laghi, come saprai, se ne intendeva eccome. I dialoghi, poi, sono condotti magistralmente. In particolare, mi è piaciuto quello finale tra la “vittima” e il “carnefice”. Qui è là, a dire il vero, c’è qualche refuso, ma era inevitabile viste le quasi novemila parole del racconto (“sopratutto”, “remautismi” “fino ad oggi” per “fino ad allora” ecc). Ma ciò non può intaccare minimamente il giudizio più che positivo, se non entusiastico, su questo noir.  

Che il vecchio pescatore nascondesse qualcosa di inquietante, diciamo anche di “molto inquietante”, l’avevo intuito sin dalla sua prima comparsa sulla scena. Ecco perché funziona: perché ci si chiede chi cazzo possa essere.

Standing ovation.

ritratto di Gerardo Spirito

Scappano, scappano sempre

Scappano, scappano sempre alcuni refusi maledizione (vedi remautismi anziché reumatismi) e questo mi fa davvero incazzare ahha! Ti ringrazio Antonino, sia per le parole fin troppo belle e sia per l'attentissima lettura della mia storia.

Sul finale ci ho lavorato un bel po' (ho tre versioni differenti del finale), e in quest'ultima versione, che alla fine è risultata la definita, avevo il timore di essere stato sin troppo didascalico, ma forse a quanto pare funziona, per cui sono felicissimo dell'apprezzamento. 

Ho giocato molto sull'identità del pescatore, anche perché il racconto si regge sulla domanda (sopratutto nella seconda parte) "ma chi diavolo è costui?" che conduce inevitabilmente allo svelamento finale (o colpo di scena, anche se io lo definirei più "colpetto di scena" eheh).

Mi sarebbe piaciuto approfondire ancora di più, nel racconto, l'omertosa identità di questo cancro chiamato mafia (o camorra, come in questo preciso caso), magari con qualche altro flashback, però sarebbe venuto fuori qualcosa di troppo, troppo, troppo lungo!

Ancora grazie, Antonino! A prestissimo yes

ritratto di Rubrus

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Non so gli altri, ma questo finale è ottimo perchè il cerchio crea un ritorno che è anche un ritorno alle origini, sicchè narrativamente diventa un ritorno al padre, ma anche un ritorno alla propria colpa e quindi alla propria punizione attraverso un altro padre in una catena che sembra girare in continuazione. A mio parere il noir si connota non tanto per la presenza di morti ammazzati, che ne sono manifestazione e strumento, ma perchè, a mio parere, sempre, appunta il proprio interesse sui lati più scuri dell'animo e della società umana.     

ritratto di Gerardo Spirito

Sono d'accordo con te circa

Sono d'accordo con te circa il noir; in questo filone i morti ammazzati vengono spesso confusi come imprescindibili, quando in realtà dovrebbero e devono rispecchiare - citandoti - i lati più oscuri dell'animo e della società umana.

Gli altri finali non sono poi così tanto diversi da questo definitivo; insomma, uno è più vago, più sospeso, mentre nell'altro, dopo l'incontro fra il pescatore e Rosario, il primo (in aggiunta) compie l'arduo gesto di suicidarsi. A ogni modo, visti i giudizi credo di aver fatto la scelta giusta. Grazie ancora yes

ritratto di Massimo Bianco

Ci hai fatto attendere un bel

Ci hai fatto attendere un bel pezzo prima di regalarci il tuo primo racconto di ambientazione italiana, che avevi promesso entro dicembre, ma è valsa la pena di aspettare perché è molto bello. Trovo in particolare che il protagonista sia delineato con notevole spessore e che il finale sia convincente al 100% e anch'esso di notevole spessore e che valeva la pena di dedicare parecchio tempo (senza'altro più di un'ora) alla lettura per arrivarci. E ovviamente non potevo non leggermi questo primo racconto, qualunque fosse la sua lunghezza, visto che ero stato proprio io, a suo tempo, a criticare in vari ambiti e anche in calce a un tuo precedente racconto, l'abitudine di scrivere racconti ambientati in luoghi che non si conoscono bene di persona (e non ho cambiato idea in proposito, anche se ciò non mi ha impedito di apprezzare i tuoi scritti precedenti). E te lo dicevo senza neanche stare a pensare al fatto che tu abiti in una terra difficile che porta inevitabilmente a racconti "particolari" se si vuole parlare di queli luoghi. Ma te la sei sbrigata davvero bene. Mi piace il tuo modo di scrivere lento e meditativo, ma è fuori di dubbio, e penso che lo sappia pure tu, che è più adatto al cartaceo che al web. Ma in proposito permettimi un suggerimento. Chi come me o molti delgi altri che ti hanno già commentato già ti conosce bene non avrà problemi ad affrontare i tuoi bei racconti, a mio giudizio (è solo un'idea, da prendere come ti pare), ma per conquistarsi qualche neofita sarebbe forse utile inserire in racconti di tale lunghezza incipit più potenti che possano più facilmente attanagliare il lettore, un po' come accade nei film di James Bond, che iniziano sempre con una scena di azione. Complimenti.

ritratto di Gerardo Spirito

Caro Massimo, sono felice di

Caro Massimo, sono felice di ritrovarti. Il racconto era pronto diciamo al 90% già a fine dicembre, però avevo ancora qualche dubbio a riguardi di un paio di dettagli, almeno, che solo nei giorni scorsi sono riuscito a "fugare". Mi fa molto piacere il tuo apprezzamento, in fondo come hai detto, sei stato uno dei miei principali sostenitori nel farmi scegliere, finalmente, di scrivere la mia prima storia con ambientazione italica, per cui tenevo molto al tuo giudizio. Ti avverto però che il prossimo dovrebbe essere ancora un western (ambientato questa volta nell'800). La mia intenzione infatti è chiudere il cerchio cominciato coi due western (o mezzi-western) che postai qui su net tempo fa, ossia L'uomo del fiume e Terra dannataIn proposito al tuo suggerimento, ti anticipo già che l'azione sarà immediata e totale, visto che ho intenzione di scrivere una storia abbastanza cruenta. 

Detto questo, in futuro tornerò senz'altro in Italia (in senso figurato eheh), anche perché ho un altro paio di ideucce. A presto! yes

Cos'è un NOIR?

E' qualcosa che si agita dentro di te e ti morde. Scuote la tua coscienza e ti fa pensare e ti uccide dentro anche se, poi, può parlare o meno di morti ammazzati.

Ti fa pensare a questo intreccio di vite vissute (malamente? Ogni lettore può pensarla come meglio crede, ed è questo uno dei pregi del racconto), che diventa più intricato delle stradine disegnate tra le erbacce che si diramano dal lago e ti portano fino al tuo destino.

E mai vorremmo che il protagonista si specchiasse sul quel lago lurido di nafta. Potremmo vedere noi stessi.

Un ritorno alle origini, quando il mondo girava dalla parte giusta, quando i valori e gli amici c'erano e non erano ancora stati buttati nel cesso. Ma non c'è niente da fare: ad un certo punto della vita le cose vanno in pezzi e nessuno le vuole più aggiustare.

E quindi, alla fine, per tornare indietro non c'è che una strada.

Bravo Gerardo: dopo tanto tempo lo stile ed il ritmo non sono cambiati anche se hai "giocato in casa".

Il testo scorre agile e mai noioso ed è sapientemente condito di quelle similitudini che piacciono a me (le nuvole come cerotti sull'epidermide del cielo....).

Ecco, la figura del padre l'avrei un po' ampliata. Quello scarabocchio sulla cartaccia brucia, eccome se brucia, ma qualche parola in più lo avrebbe impreziosito.

Perciò, i miei complimenti. Sei tornato alla grande! Racconto piaciutissimo.

ritratto di Gerardo Spirito

Beh, che dire caro Paolo, hai

Beh, che dire caro Paolo, hai analizzato perfettamente il senso della mia storia. E ti ringrazio dell'apprezzamento!

La figura del padre di Rosario avrei potuto analizzarla nel profondo un po' di più, decisamente, e ci ho anche pensato ma ti dirò; avevo il timore di mettere troppa carne sul fuoco, e, conoscendomi, di allungare il brodo del racconto di dettagli che alla fin fine non avrebbero avuto molta rilevanza (anche perché comunque SPOILER il padre di cui alla fine si tiene conto, è un altro). 

Aggiungo, dicendoti, che pensavo che "giocare in casa" fosse più facile, invece non lo è stato per niente. Ma comunque era giusto provarci.

A prestissimo caro Paolo yes