Connaître, c’est manger.

ritratto di Davide Cantino

Ingerire e digerire: ingérer et digérer. Conoscere è – scrisse Sartre – mangiare, cioè ingerire l’oggetto conosciuto, riempirsene e digerirlo («assimilazione»). «Le descrizioni della conoscenza sono troppo spesso gastronomiche» (Les descriptions de la connaissance sont trop fréquemment alimentaires). Il mito biblico del peccato come male di una conoscenza ingurgitata a mo’ di mela s’alimenta forse a questo malvezzo “alimentare” denunciato da Sartre: la cattiva abitudine di ritenere il godimento gnoseologico un po’ alla maniera di Lacan, cioè come la goduria – jouissance – di un uomo che, equivocando fra essere e avere, s’illude di riempirsi l’anima di essere riempiendosi lo stomaco di averi.

La goduria investe nel possesso materiale che dà jouissance alienandosi i beni spirituali agognati dal désir: è questo un tema che passando da Sartre a Lacan trapassa poi per l’economia politica di Marx diventando il leit-motiv di una feroce scomunica del capitalismo e della sua logica consumistica; in fondo, forse, quella stessa logica che fece consumare la mela a due proto-umani ancora inconsapevoli del male insito nell’alienare l’essere per acquistare un avere. Che è poi la morale ripresa nel Nuovo Testamento dalla parabola del ‘Figliol prodigo, laddove si narra di un uomo che aveva due figli, e di quando «Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze.», così come si legge in Luca 15. καὶ εἶπεν ὁ νεώτερος αὐτῶν τῷ πατρί· Πάτερ, δός μοι τὸ ἐπιβάλλον μέρος τῆς οὐσίας· ὁ δὲ διεῖλεν αὐτοῖς τὸν βίον. In greco, il discorso è più chiaro: il figlio minore chiede le sostanze al proprio Padre, e il Padre gli dà nientemeno che la vita (del proprio Figlio?).

La morale della “favola”, vista dal punto di vista dell’ontoegologo lacaniano, suonerebbe pressappoco così: l’Io umano non deve cadere nell’errore di poter sfamare il proprio desiderio ontologico di essere (umano) consumando l’adulterio con il non-Io, cioè godendo ad alterum (= adulterum). Dal punto di vista dell’ontoteologo cristiano, invece, la morale suona in questo modo: l’Io umano non deve ricadere nel peccato consistente nella presunzione di poter saziare il proprio desiderio ontologico di Essere (divino) consumando l’adulterio con qualcosa che non essendo Dio è male (= non-Dio). Gli averi sono solo l’adulterazione falsata e sofisticata dell’essere: su questo lacaniani e cristiani concordano. Dopo aver ingerito la conoscenza consumistica degli averi, e dopo averli (nella migliore delle ipotesi) digeriti: le feci dimostrano che quegli averi, in confronto all’essere, erano solo feccia.

 

faex, faecis, (f.) (gen. pl. faecum):

residuo di liquidi, deposito, feccia: vini faex, feccia, CELS.; in aqua et in omni umore faex est, nell'acqua e in ogni liquido c'è un deposito, SEN. Nat. 4b, 10, 1; deposito di cose solide, sedimento, scorie: salis faex, deposito del sale, PLIN.; belletto per tingere il volto, OV.; usata come salsa, PLIN.; fig. impurità: nec quicquam terrenae faecis habere, non avere impurità terrena, OV. Met. 1, 68; requiescere in faecibus suis, vivere tranquillamente nei propri vizi, HIER.; lutum faecis, il fango dell'impurità, Vulg.; dies sine faece, giorno sereno, MART. 8, 14, 4; feccia, la classe più bassa di cittadini o di una data categoria di persone: faex civitatum (plebis), plebaglia, CIC. Flacc. 18; de faece (oratorum) hauris, citi i peggiori oratori, CIC. Br. 243.

 

Gli averi, una volta conosciuti, si fanno fuori: fuori erano e fuori tornano. Si defecano, gli averi: polvere sono e in polvere ritorneranno (come l’essere umano che polverizzando l’essere che era s’è condannato a polverizzare anche l’essere che è?). Fagocitare gli averi degli esseri che esistono fuori di noi equivale a ricreare l’in sé: divertere dall’essere che per noi stessi siamo, l’essere che siamo per sé. L’ontoteologo ha da ridire: già, perché di Essere in sé ce n’è Uno solo (Dio), e fuori di Lui tutti gli esseri formano solo un essere morto in sé. La demonizzazione dell’in-sé fa parte degli strumenti ontoegologici con i quali lo stesso Sartre ha cercato di far apprezzare agli umani il loro essere, ricordandogli che proprio nel non prezzare questo essere con surrogati oggettuali è possibile redimere (latino: re-d-emo = ricompro) l’essere che si è nella palingenesi perpetua della propria soggettività; palingenesi che non deriva certo dalla ricreazione consumistica che il capitalismo cerca di spacciare per sano divertimento.

È l’in-sé, il problema capitale. Per l’ontoteologo, un in-sé che non è in-Dio. Per l’ontoegologo, un in-sé che non è in noi, in-Io. Quando un soggetto vede in un oggetto qualcosa la cui qualità gli sembra in grado di rimpiazzare l’essere che egli è, ecco che codesto oggetto cerca subito a sua volta di piazzare il proprio valore al cambio ontologico dell’essere che lo scambia per Valore assoluto: il soggetto vedendo, a torto, il proprio Io nell’oggetto che prende per buono, travisa il “dio” che egli è scambiandolo per il non-Io che esso non è. Quando un oggetto diventa per un soggetto il Valore assoluto del proprio essere, è allora che il concetto di consumismo va oltre il capitalista dei ‘beni di consumo’ e dello sfruttamento al di qua, e può benissimo estendersi con ragione anche al capitalismo dei “mali di consumo” e del frutto al di là.

Anche Lévinas denuncia il godimento del consumismo come vizio capitale dello psichismo, cioè di una psiche affetta da egoismo: «Nella separazione – che è prodotta dallo psichismo del godimento, dall’egoismo, dalla felicità in cui si identifica l’Io – l’Io ignora Altri». Per quanto Altri sia l’Essere metafisicamente lontano da me “anni luce”, tuttavia Egli mi osserva e io devo per ciò essere verso di Lui osservante; io sono l’Altro che Altri osserva: io sono l’osservante osservato. L’osservazione dell’Io egoista è quella dello scienziato savant, ma «l’infinito  non è ‘oggetto’ di una conoscenza – ciò che lo ridurrebbe alle proporzioni dello sguardo», scrive Lévinas; è evidente la polemica con Sartre, il quale aveva fatto dello sguardo – le regard – la prospettiva fondante l’essere per persone o cose, l’essere per l’alterità. Il saccente scienziato – le savant – si crede sapiente e per questo cerca la verità nell’altro come uno che «non manca di niente», scrive ancora Lévinas; ma le manque (e in questo Sartre vide bene) è condizione necessaria per alimentare il Desiderio di Altri, di chi è altro-da-me. L’«esistenza economica» della psiche egotica vede questo mondo come ‘casa propria’ così come vuole l’etimo del termine ‘economico”: dal latino oeconomĭa, greco οἰκονομία, composto di οἶκος «dimora» e -νομία «-nomia» (propr. «amministrazione della casa»). Lévinas aggiunge che «lo psichismo verrà precisato come sensibilità, elemento del godimento, come egoismo. Nell’egoismo del godimento spunta l’ego, fonte della volontà».

La generalizzazione è l’imperativo categorico della conoscenza, la quale vuole (com’è noto) istituire e fondare il sistema di una scienza esatta nella misura in cui è universale. La conoscenza, per universalizzare ciò che impara, deve per forza sussumerlo in una definizione concettualmente omnicomprensiva che, proprio per il fatto di voler apprendere tutto, finisce sempre per comprendere niente. È ciò che Lévinas espresse dicendo che «conoscere non significa semplicemente constatare, ma sempre comprendere»; «la ragione si impadronisce dell’esistente», col che «l’ente ha una figura, ma ha perso il suo volto». Lo sguardo – le regard – che vuole prendere per apprendere un ente (come Adamo ed Eva la mela) perde di vista il volto – le visage – dell’essere “rappreso” in quell’ente e così si preclude la possibilità di “afferrarlo” veramente. «La relazione con l’essere, che si esplica come ontologia, dice Lévinas – consiste nel neutralizzare l’ente per comprenderlo o per impossessarsene. Non è quindi una relazione con l’altro in quanto tale, ma la riduzione dell’Altro al Medesimo». Neutralizzare l’essere è volerne conoscere le generalità perdendone di vista i lineamenti: credere di poter delineare i tratti dell’ente nei ritratti tratteggiati dall’essere conoscente che lo oggettiva definendolo. In Totalité et infini questo è chiamato «imperialismo ontologico». Gli è che l’essere metafisico di Altri non è quello ontologico dell’Altro, con buona pace di Sartre (dice Lévinas), sì che la metafisica resterà sempre inevitabilmente ‘a monte’, rispetto all’ontologia e alla sua filosofia egologica («la filosofia è un’egologia»): a priori dell’ontologia egologica vi sarebbe dunque la metafisica teologica? Altri è neutralizzato quando la scienza lo tematizza in una conoscenza che vuole farne un altro ap-prendibile: il gesto prensile che fece Eva per “prendere conoscenza” (della mela) sembra rispondere perfettamente ai requisiti di questa ap-prensione. Al cospetto del Valore assoluto di Altri, i valori dell’altro si mostrano relativi.

L’esistenza è valutata come Valore assoluto sia dall’ontoteologia sia dall’ontoegologia; quest’ultima non dovrebbe, però, ammettere un Valore assoluto, dal momento che essa teorizza proprio l’inesistenza dell’Essere assoluto, dell’Essere in sé. Noi ne deduciamo il fatto che solo la desistenza è coerente: solo essa evita l’aporia di un essere che non sa uscire dall’esistenza, che non riesce a venirne fuori (come si dice).

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