Désir, Réplétion et Déception.

ritratto di Davide Cantino

se pagato significhi anche appagato

 

Se io ho sete ho desiderio (le désir) di bere; nel bere, arrivo alla sazietà (la réplétion). Sartre coniuga «pour-soi-désir ou soif» con «pour-soi-réplétion ou acte de boire»: la sete soddisfatta è sete che s’incorpora la sazietà, s’incorpore la réplétion. I desideri perseguono la coincidenza con sé (coincidence avec soi) che è la soddisfazione (qu’est l’assouvissement). Assouvir è soddisfare pienamente, accontentare…

Se Adamo ed Eva colsero la mela, forse fu perché non erano poi così contenti; se fossero stati contenti del loro stato probabilmente non avrebbero cercato altrove (fuori di sé) la loro soddisfazione, o no? Qui si dovrebbe parlare di pour-soi-réplétion come acte de cueillir: atto di cogliere; «désir ou faim» et «réplétion ou cueillir». La faim de la femme… Hanté par la présence de la pomme… Non solo Eva, ma anche Adamo: tutt’e due erano evidentemente insoddisfatti; avevano evidentemente un “buco” nello stomaco, sennò non avrebbero desiderato di tastare la conoscenza carpendone il frutto. Il cattocristianismo non funziona: come si può immaginare i nostri progenitori… bisognosi di desiderare?

Con Sartre, l’assimilazione (l’assimilation) essendo quella che permette all’in-sé di diventare quel che è, pare proprio che i nostri progenitori avessero una qualche carenza (affettiva? effettiva?) che li spingeva a protendersi verso il per-sé al fine di colmarla. Se Sartre ha ragione, e «il possibile è un’assenza costitutiva della coscienza» (le possible est une absence constitutive de la conscience), in Adamo ed Eva c’era palesemente un’assenza costitutiva, poi che la conoscenza, per quanto proibita, era senz’altro una loro possibilità; era in loro potere ‘prendere per apprendere’. Il pendere della conoscenza dall’albero della scienza fu la causa del propendere dei due primi umani.

Ancora secondo Sartre, alla réplétion segue la déception: la disillusione. Nel poker, la déception è la simulazione del giocatore al fine di ingannare l’altro: un bluff. Siccome la coincidenza con il sé è impossibile, qualunque possibile manca lo scopo; donde la déception constante qui accompagne la réplétion. Dopo la delusione del bisogno insoddisfatto, dello scopo mancato, non c’è che la mancanza dello scopo, col che siamo già al nichilismo: manca lo scopo, manca il perché.

Anche Lévinas usa il termine déception; lo usa subito, sin dalle prime pagine di Totalité et Infini, là dove scrive che «I desideri che possono essere soddisfatti assomigliano al desiderio metafisico solo nelle delusioni della soddisfazione»: les déceptions de la satisfaction. Per l’autore di Totalità e Infinito il desiderio, al contrario del bisogno, è per sua natura insoddisfabile, anche se non insoddisfacente: la soddisfazione del desiderio risiederebbe nella sua insoddisfabilità; è soddisfacente in quanto insoddisfabile. Il bisogno è invece insoddisfacente quando non è soddisfabile. Chi desidera è soddisfatto perché non può mai soddisfarsi. Se può essere soddisfatto, il desiderio non è più desiderio: è bisogno.

«N’est-ce que cela?». Non è che quello? Sì, è quello, non altro! Non è. «Questo nulla che separa la realtà umana da se stessa è all’origine del tempo» (ce néant qui sépare la réalité-humaine d’elle-même est à la source du temps): il défaut originale fu  dunque la mancanza che originò il tempo? Per chi ci crede: ebbene sì. La coscienza manca il proprio essere per un… “niente”. Il divario fra eius et sui fa del sé un soggetto inappagato che crede di poter appagare il proprio desiderio di identità nell’unità (bulimica) con un oggetto.

Per Lévinas godimento e nutrimento sono intimamente legati, ma sul piano fisico del bisogno soddisfatto; sul piano metafisico, per l’autore di Totalité et Infini, non si può e non si deve parlare di bisogno bensì di desiderio, il quale è caratterizzato proprio dall’essere inappagabile e quindi impagabile. Sul piano fisico, io sono sempre pago, poi che ho soddisfazione; sul piano metafisico io non m’appago mai, da che ho desiderio. Quindi, «…avendo riconosciuto i propri bisogni come bisogni materiali, cioè come capaci di soddisfazione, l’io può rivolgersi a ciò che non gli manca. Egli distingue il materiale dallo spirituale, si apre al Desiderio» – scrisse Lévinas. Si noti: mentre per soddisfare i suoi bisogni l’uomo deve volgersi a ciò che gli manca, al contrario, per esaudire i propri desideri egli deve rivolgersi a ciò che… non gli manca!

«Notiamo ancora – continua Lévinas – la differenza tra bisogno e Desiderio. Nel bisogno, posso far presa sul reale e soddisfarmi di assimilare l’altro. Nel Desiderio, non si dà presa sull’essere, non si dà sazietà, ma un futuro senza punti fermi davanti a me». Interessante, quel “far presa”: la presa è infatti il gesto di Eva (e Adamo) quando prende la mela, quando cioè «dà presa» sull’ente (malum) precludendosi la presa sull’essere. «N’est-ce que cela?». La disillusione della déception segue subito l’illusione della réplétion: il Desiderio sorge dall’originale peccato consistente nel voler mancare di qualcosa quando non si manca di nulla. «Il tempo presupposto dal bisogno – scrisse ancora Lévinas – mi è, infatti, fornito dal Desiderio. Il bisogno umano si fonda da sempre sul Desiderio». Col che, il filosofo di Kaunas si conferma eretico: il bisogno c’è da quando si è in questo mondo, ma, se si crede alla versione cattocristiana della storia, vi fu un tempo, prima del peccato originale, in cui l’uomo non era affatto nel bisogno di desiderare, dacché ai bisogni fisici poteva ovviare con l’albero della vita e a quelli metafisici con la presenza amichevole del suo Creatore.

La disillusione del desiderio lévinassiano cresce sulle radici della déception sartriana nel Desiderio insaziabile di un Desiderato (l’infinito metafisico di Dio) che, a differenza della soddisfazione fisica, non riempie ma svuota, poiché «il Desiderio è desiderio dell’assolutamente Altro. Al di fuori della fame che può essere soddisfatta, della sete che può essere estinta e dei sensi che possono essere appagati, la metafisica desidera l’Altro al di là delle soddisfazioni, senza che il corpo possa inventarsi un gesto per diminuire la aspirazione…». Per la «aspirazione del Desiderio» non c’è ma qualcosa di simile alla «soddisfazione del bisogno»; ed anzi, il gesto corporale di Eva quando prese la “mela” altro non è che il gesto di un corpo che si procura l’aspirazione proprio là dove non ce n’era il bisogno. L’aspirazione anela a un’esteriorità che è lo Spirito metafisico: l’interiorità dell’anima non lo conosce ma lo desidera. «Questa esteriorità rivela quindi l’insufficienza dell’essere separato, ma un’insufficienza senza soddisfazione possibile», dice Lévinas; l’esteriorità dello Spirito sta rispetto all’interiorità dell’Anima in «una distanza più preziosa del contatto, un non-possesso più prezioso del possesso, una fame che si nutre non di pane ma della fame stessa».

«Il possibile è un’assenza costitutiva della coscienza», dice Sartre; il quale, essendo egologo e non teologo, coerentemente sceglie come esempio della sua disquisizione la sete, bisogno fisico, e non qualche altra diavoleria relativa al desiderio metafisico di Lévinas. L’egologia si occupa più di bisogni che non di desideri. La sete-in-sé non avrebbe bisogno di dissetarsi, dacché nessun liquido per sé potrebbe saziarla; ma l’assetato è uno che può ambire a qualche bevanda per sé (stesso): la sete soddisfatta è un in sé che nessun assetato umano può pretendere per sé. Però, si tratta comunque di un bisogno fisico che a colpi di parziali soddisfazioni liquide arriva bene o male sempre a una soddisfazione relativa. L’assetato è un per-sé mancante e questo per-sé mancante è il possibile, dice Sartre. Una parziale soddisfazione della sete è sempre una possibilità, per l’uomo assetato; non altrettanto si può dire della sete di cui parla il Salmo 42, quello famoso in cui si narra della cerva che anela ai corsi d’acqua così come l’anima umana anela a Dio:

 

Come la cerva anela
ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela
a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio,
del Dio vivente:
quando verrò e vedrò
il volto di Dio?

 

L’anima desidera guardare a τῷ προσώπῳ τοῦ θεοῦ – dice il Salmo 42. La “prosopopea” del desiderio cantata da Lévinas è la stessa.

 

Mon âme a soif de Dieu, du Dieu vivant:

Quand irai-je et paraîtrai-je devant la face de Dieu?

 

La face. È le visage di Lévinas: il volto. Sartre non arriva a guardare così lontano: s’accontenta di un regard. La soddisfazione massima dell’egologo sta nel realizzare le possibilità che preservano la sua libertà: la libertà si fonda su possibilità realizzabili. Il desiderio di Lévinas è una possibilità irrealizzabile, almeno al di qua. Questa la differenza. In Giovanni 4 Gesù dice alla samaritana che cervava qualche soddisfazione dall’acqua di Sartre: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». Questa è l’acqua di Lévinas, per quanto egli, ebreo, non avrebbe diritto di attingere l’acqua viva del cattocristianismo.

«La sete è una mancanza», la soif est un manque, e come tale «vuole soddisfarsi», veut se combler. Peccato che mai – dice Sartre – può realizzarsi la coincidenza assoluta fra la mancanza dell’aver sete e la pienezza del non aver più sete: ciò significa che ogni umano assetato «è assillato dalla presenza di ciò con cui dovrebbe coincidere per essere sé»: hanté, assillato. Eccola, la coscienza infelice! Ma, fosse solo una questione di sete, il problema dell’angoscia esistenziale…

Sembra quasi che gli egologi siano in ultima analisi contenti, di non poter saziare la sete (in senso lato): la cosa che essi temono di più è diventare un freddo e morto in sé. Pur di restare per sé, l’egologo sopporta ogni forma di mancanza; del resto, solo un defunto può non aver più sete, ma proprio perché egli è in sé, purtroppo. Lo ammette, Sartre, che «la sete, il desiderio sessuale, al loro stadio irriflessivo e naturale, vogliono godere di sé»: veuleunt jouir d’eux-mêmes. Verbo pericoloso, jouir: la jouissance è diventata, in Lacan, la causa più diabolica del consumismo capitalistico, ma questa è una degenerazione politica della filosofia… senza arrivare alla psicoanalisi di Lacan o all’economia politica del marxismo, anche in Lévinas tutta la sezione seconda di Totalità e Infinito è dedicata a una «Interiorità ed Economia» che ha nella jouissance la manifestazione più genuina del vivre de

Le désir est un vide, dice Sartre, il desiderio è un vuoto. Ma, a differenza del desiderio metafisico di Lévinas, questo sartriano della sete è concepito in modo siffatto che «per il fatto stesso della soddisfazione, perde il suo carattere di mancanza»: de ce fait même du remplissement, elle perd son caractère de manque… anche se «il desiderio, per se stesso tende a perpetuarsi, l’uomo è ferocemente attaccato ai suoi desideri»: le désir par lui-même tend à se perpétuer, l’homme tient farouchement à ses désirs. La concezione sartriana del desiderio oscilla fra l’infinità metafisica e la totalità fisica: «si sa, del resto, che la coincidenza con il è impossibile», On sait de reste que la coïncidence du soi est impossible. Se coincidenza fosse possibile, l’essere umano sarebbe in sé, il che non può essere, se non al prezzo della vita; e quindi «il per-sé raggiunto con la realizzazione del possibile si farà essere come per-sé, cioè con un altro orizzonte di possibili»: le pour-soi atteint par la réalisation du possible se fera être comme pour-soi, c’est-à-dire avec un autre horizon de possibles.

La fuga degli orizzonti non rende mai possibile la veduta completa del panorama, per quanto l’uomo faccia tutto il possibile per sterminare tutti i suoi possibili – dice l’egologo. Come acqua che evapora, anche i vari possibili vanno incontro alla loro evanescenza: l’évanescence de la coïncidence avec soi. La fuga degli orizzonti recita in questo caso: ho sete – non ho più sete – ho sete – non ho più sete… col che nasce il tempo della sete, il tempo dell’assetato, la temporalità: «perché la sete è il suo possibile nello stesso tempo che non lo è». Presenza – Assenza – Presenza – Assenza… Alle orecchie di un desistente questo suona come una vera e propria “presa per il culo”. Acqua in bocca? No! e poi, che cos’è questo succedersi demenziale di insoddisfazione e soddisfazione? Uscir di pena è diletto fra noi!

Gradimento