Meritocrazia

 

Di meritocrazia si parla spesso, se ne parla in termini positivi e la si ritiene una modalità sociale auspicabile e da promuovere.

In questi frequenti riferimenti il nostro paese viene considerato completamente privo di meritocrazia e che più che il merito delle persone vengano premiate le conoscenze e le raccomandazioni.

 

Non mi riesce di condividere molto, o almeno con molti distinguo, l'enfasi con cui viene giudicata la meritocrazia e al di là del fatto che giudicare cosa sia il “merito” sia un'operazione abbastanza ardua, tanto sono vaste ed opinabili le possibilità di espressione umana, quando insieme ad ogni merito possono convivere mille demeriti, ma certo viviamo in una società dove sempre più l'uomo è ridotto ad un ruolo e il “merito” finisce per ridursi a quanto uno singolarmente riesce a distinguersi nel suo particolare ruolo.

 

Questo discorso del merito mi fa molto pensare ad una trasposizione della teoria di evoluzione darwiniana in campo economico sociale, una teoria per cui a meritare uno spazio nella vita siano quegli esseri che meglio vi si riescono ad adattare, ed anche per quanto inaccettabili possano essere le condizioni di adattamento; questa teoria può anche essere condivisibile e lodevole se riferita agli esordi della vita e a tutti i generi animali, uomo compreso, ma forse disprezzabile se invece riferita a una società moderna e civile, che ha percorso una lunga storia e che attraverso l'intelligenza avrebbe forse il compito-dovere di temperare e forse eliminare questo istinto di vita primario di lotta di tutti contro tutti per sopravvivere ed emergere, altrimenti sarebbe più che legittimo mettere in discussione l'utilità di quella stessa società con le sue regole e leggi.

 

Visto che il merito sembra essere inteso soprattutto come miglior capacità di adattamento e sopravvivenza, cosa impedisce di pensare, dentro il nostro tipo di società, che il vero merito non sia proprio il sapersi adattare e brillare per corruttività e spregiudicatezza ed opportunismo? Cosa impedisce di pensare che, nel nel nostro particolare, non sia proprio questa la meritocrazia?

 

Credo che questa concezione enfatica della meritocrazia sia del tutto funzionale alla permanenza ed allo sviluppo della nostra società di tipo capitalista, che si fonda, per il suo bisogno di perenne, e sebbene impossibile, espansione, sulla competizione e la rivalità, sulla lotta di tutti contro tutti, e che in questo contesto il “meritare” consista nel vendere anima e corpo per perseguire con ostinazione l'obiettivo della massima affermazione di se stessi, seguendo questa strada insensibilmente verso tutto ciò che la può ostacolare, che il più delle volte corrisponde all'insensibilità verso i propri simili.

Vista in questa luce, e mi riesce abbastanza difficile vederla sotto una luce diversa, la meritocrazia, se non per l'ambizioso, mi appare ben poco desiderabile e certamente ben poco evangelica e solidale e senza, con questo ragionamento, voler ridurre l'importanza del “merito” che può esservi e certo è, ma indipendentemente da qualsiasi foga competitiva.

Personaalmente trovo abbastanza antipatiche certe immagini soprattutto dei giovani, visto che questo fuoco della meritocrazia è soprattutto verso di essi che si rivolge, che vogliono essere “questo o quello” e per poi guardarsi allo specchio per potersi dire “sono questo o quello” e trarre il loro vanto, quella concezione di superiorità, così nemica di ogni solidarietà e senso di uguaglianza, le trovo molto antipatiche e stimolanti di un mondo poco desiderabile e guerresco.

 

Ripensando alla teoria di Darwin viene da considerare, di contro ad un progresso tecnico-scientifico indiscutibile e grandioso, che non ci sia stato nessun progresso morale e che quei primi uomini che si uccidevano fra loro per impossessarsi della preda, non siano molto diversi dagli altri che, metaforicamente, si uccidono per impossessarsi del “merito”; l'unico cambiamento che è avvenuto è stato nella sublimazione della identica aggressività, che si è travestita con modalità apparentemente più civili e cortesi, ma che a volte riescono ad essere anche più crudeli, nel loro subdolo mascheramento che mentre uccide, sempre metaforicamente, lo fa con quella civiltà tale da rendere la sua ingiustizia giusta.

 

Ma se il progresso morale umano fosse stato appena paragonabile a quello tecnico-scientifico si sarebbe dovuto “inventare” il modo per far cessare questa parossistica primaria competizione evolutiva; mentre ci piace illuderci di non essere ancora profondamente bestiali abbiamo forse trascinato fino ai giorni nostri i lati peggiori e, piccola postilla, sacrificandone i migliori, di quella bestialità.

La meritocrazia, per come si esprime (e senza voler indagare su quali meriti si fondi, spesso meriti che dal punto di vista morale sarebbero aberranti) è di fatto escludente, dà per scontato che per uno che sale un altro resti indietro (in fondo il merito non può che basarsi sul confronto) e sembrerebbe, in questa logica, che chi resta indietro fosse un rifiuto e per il suo attardarsi gli venisse quasi meno il diritto di uno spazio dignitoso dentro la società e che mancando di “merito” sarebbe stato un così disprezzato paria che la miglior opzione sarebbe stata il togliersi di mezzo.

Non era lo stesso nazismo, e in termini nazionalistici, una delle più radicali espressioni di “meritocrazia”? I tedeschi il popolo migliore (ed era fuor di dubbio che eccellessero in tanti campi), più nobile e più bello, e tutti gli altri popoli feccia da dominare, loro il popolo padrone e tutti gli altri buoni solo per esser schiavi.

 

Ma la meritocrazia, con queste intenzioni, è la negazione e quanto di più ostile esista verso l'umanesimo.

 
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