La politica estera degli Stati Uniti dalla dottrina Monroe all’intervento nella Prima guerra mondiale

La dottrina Monroe costituisce il primo atto ufficiale della politica estera degli USA. Questa dichiarazione si chiama dottrina perché ispira una certa condotta. Fino al 1823 gli USA non hanno l’occasione per sviluppare una politica estera, impegnati come sono nella costruzione della federazione:

  • Guerra di secessione di 13 colonie che si staccano dalla madre patria per dare vita alla federazione, 1861-1865.
  • Piano di colonizzazione delle terre a Ovest (Far West)

Queste problematiche interne non permettono di parlare di una politica estera attiva. Non mancavano però, i principi sui quali gli USA avrebbero potuto costruirla. La dottrina Monroe è importante perché segna il momento in cui gli Stati Uniti sono chiamati a prendere posizione su eventi che seguono ai loro problemi: crisi rivoluzionaria nel Sudamerica. Sono gli stessi coloni spagnoli che si staccano dalla madrepatria per dare vita a colonie indipendenti. Queste rivoluzioni non nascono, dunque, dalle aspirazioni delle popolazioni autoctone, ma dagli stessi coloni spagnoli che detengono il potere politico, militare ed economico. Anche la Chiesa cattolica, a seguito di questa colonizzazione, aveva la sua influenza. Le rivoluzioni non sono come il nostro Risorgimento, ma provengono da élite oligarchiche che si garantiscono il potere indipendentemente dalla madre patria. Non sono rivoluzioni che portano a una democrazia. S’ispirano a movimenti liberali ma poi realizzano governi molto centralizzati se non addirittura dittatoriali. La storia dei Paesi del Sudamerica è fatta di continui colpi di Stato. Tutto si realizza al vertice. Sono rivoluzioni populiste. Caratteristiche che ci sono ancora oggi e che è importante tener presente perché queste radici della rivoluzione finirono per aprire nuovi spazi alle potenze europee che miravano a subentrare alla Spagna o al Portogallo. Prime fra tutte la Gran Bretagna che coltivava buoni rapporti con i 2 imperi coloniali, espandendo i propri rapporti economici, commerciali e anche strategici visto che la via verso le Indie passava attraverso lo Stretto di Magellano (non esisteva il canale di Panama). Anche la Francia cercò di crearsi i suoi spazi. Essa si sentiva autorizzata a estendere il suo intervento anche in Sudamerica in virtù dei principi rivoluzionari e sotto la bandiera della Santa Alleanza. Era importante che vi fosse anche il consenso della Gran Bretagna nella dimensione del Concerto europeo di cui la Santa Alleanza rappresentava solo il braccio armato. Tuttavia la Gran Bretagna si levò contro e si generano le prime tensioni interne per questioni extraeuropee.

In quel momento la GB occupò le isole Falkland (o Malvinas) perché a ridosso dello Stretto di Magellano. Il governo britannico fece appello agli USA perché si unissero alla GB per impedire l’intervento della Francia in nome della Santa Alleanza. Londra volle intervenire perché ormai era stata espulsa dall’America del Nord e aveva interesse a mantenere un suo ruolo. Quest’appello agli USA era strumentale a metterli a rimorchio dei britannici in quanto unici ad avere la flotta per intervenire. Gli USA sarebbero stati costretti a riconoscere il ruolo trainante della GB. Ecco il momento in cui gli USA sono chiamati a prendere posizione. Se non ci fosse stato questo richiamo britannico, la politica degli USA si sarebbe prolungata ancora rivolgendosi verso l’interno. L’attenzione era posta sul conflitto tra il nord industrializzato e il sud agricolo, conservatore e schiavista. Fino al 1865 non possiamo parlare di una politica estera attiva se non ricollegandola alla dottrina Monroe.

L’obiettivo era quello di dare una risposta alla GB ma anche alle potenze europee della Santa Alleanza. Quando fa questa dichiarazione, Monroe parte da una serie di principi ispiratori da ricercare nel testamento di Washington che sottoponeva alla riflessione dell’opinione pubblica alcune considerazioni che troviamo alle radici dell’isolazionismo di stampo nazionale. All’arrivo di Monroe la tradizione isolazionista è già nel DNA degli americani. Essa dice che gli USA sono “una potenza sicura entro le proprie frontiere”. Quindi possiamo fare da soli e non abbiamo bisogno di nessuno. Questa dichiarazione realistica è basata sulla posizione geografica degli USA. Washington aggiunge: “dobbiamo essere attenti a non farci coinvolgere nelle beghe tra le potenze europee guerrafondaie. Motivo per il quale ci siamo staccati da esse. “Noi siamo portatori di democrazia, investiti da Dio di una missione”.

Radici forti sia di carattere realistico che idealistico e moralistico. La politica estera americana è dunque compromesso di questi principi e ha successo ogni qualvolta essi operano in maniera equilibrata. Quando i motivi realistici o idealistici prevalgono sugli altri in maniera strumentale, gli USA sono andati sempre in contro a fallimento (vedi annuncio sulle torture commesse dalla CIA).

Monroe quando è chiamato dai britannici non può non tener presente questa situazione:

  1. Gli USA non avevano la forza per intervenire.
  2. Rischiavano di farsi coinvolgere nelle beghe europee di guerrafondai.

Prende una posizione di politica estera che segna l’estensione della tradizione isolazionista dal contesto nazionale a quello continentale. La dottrina Monroe è dunque definita come la dottrina dell’isolazionismo continentale.

Contenuti della dottrina nati come risposta all’invito britannico:

  1. “Gli USA non intendono intervenire negli affari del Sudamerica perché riconoscono il diritto di quei popoli all’autodeterminazione”. Dottrina di non intervento motivata sul piano dei principi. Non ammettono di non avere le forze per intervenire.
  2. “Come gli USA non intervenivano negli affari del Sudamerica anche le potenze europee non dovevano farlo”. Monroe aggiunge: “anche perché noi non ci occupiamo degli affari europei”. Di qui lo slogan l’America agli americani!
  3. Monroe sapeva che non avrebbe potuto fermare l’intervento europeo con una dichiarazione di principio, quindi minaccia che un intervento europeo sarebbe stato seguito da:
  1. Non riconoscimento di qualsiasi mutamento di sovranità da parte degli USA.
  2. Contro intervento come atto ostile nei confronti degli USA.
    Proprio nel momento in cui si allarga l’isolazionismo, si afferma l’imperialismo. Come se quell’area dovesse essere considerata parte degli Stati Uniti.

Questa dichiarazione sul piano formale ebbe un grande successo. Gli USA intervengono mettendo sulla bilancia il loro forte peso politico e morale. Tuttavia tale presa di posizione non servì a impedire l’azione delle potenze europee ma, anzi, portarono la GB e la Francia ad accordarsi. Riconoscono l’indipendenza di queste repubbliche che non mancano, grazie all’intervento di Simone de Bolivar, di lanciare l’idea dell’Unione panamericana che in fin dei conti era più anti-USA che anti-europea. I Paesi del Sudamerica si rendevano conto della potenza degli USA e soltanto l’Unione dei Paesi del Sudamerica avrebbe dato loro la forza per difendersi.

GB e Francia si spartirono queste repubbliche in sfere d’influenza economico-commerciali, sfruttando i centri di poteri locali, ossia le oligarchie. Le repubbliche che nascono sono instabili e ciò mette a rischio gli investimenti degli operatori economici e finanziari europei. Questi facevano appello ai rispettivi governi perché intervenissero in difesa di questi interessi. Quindi, nonostante la dottrina Monroe, le potenze europee si ritrovarono a dover intervenire per la tutela dei propri interessi; spesso sollecitati dagli stessi governi sudamericani. Le potenze europee intervengono senza che gli USA possano fare nulla perché non hanno la forza per respingerle. Dopo la dichiarazione Monroe si apre quindi una fase di stallo perché non c’è una politica estera attiva. La dichiarazione rimane sulla carta perché non è supportata dall’interesse degli USA volto ad ampliare, invece, le proprie frontiere.

1841 Memorandum Polk  relativo alla questione del Texas, contrasto con la Francia sulla questione del Messico. Non è un’evoluzione della dottrina ma una sua riaffermazione. Il memorandum è sulla scia della dottrina isolazionista.

Questa tendenza politica – attenzione non status! - inizia a evolversi alla fine della guerra civile. Tra il 1865 e il 1898 si verificò un periodo di evoluzione isolazionista su un piano economico. La dichiarazione Monroe era di carattere politico e quindi la dottrina isolazionista si evolve sul piano economico. Gli USA iniziano ad adoperarsi con le stesse motivazioni delle potenze europee sul piano economico. Il mercato interno diventa saturo e ha bisogno di espandersi secondo la logica dello sviluppo capitalistico. Gli USA guardano all’America centrale per poi estendersi al sud. Si procedette a investimenti in miniere e piantagioni. L’area caraibica è la prima in cui avviene questa estensione. Seguono il Venezuela e tutti gli altri Stati secondo una logica d’influenza decrescente verso il basso. Paradossalmente gli USA intervenivano al fianco delle potenze europee nonostante la dottrina Monroe. Un intervento che inizialmente ha solo l’obiettivo di riportare l’ordine per mettere a sicuro gli investimenti. Questa politica non manca di suscitare reazioni per il contrasto con la dichiarazione Monroe in rispetto dell’autonomia del Sudamerica. Le conseguenze di queste reazioni sono atti di sabotaggio. Gli operatori degli USA vengono chiamati predoni e vengono considerati peggio degli europei. La situazione esplode nel 1898 con la guerra contro la Spagna per Cuba. Furono gli stessi USA a provocare la guerra per giustificare la politica d’intervento. La repressione si estende dalle isole dei Caraibi per passare al Pacifico (Hawaii, Filippine).

1898 – anno della svolta imperialista. Il periodo 1823 – 1898 può essere considerato come un unico periodo in cui è necessario sottolineare questa evoluzione sul piano economico. L’esplosione della guerra contro la Spagna per Cuba segna la svolta imperialista, accompagnata dalla costruzione di una grande flotta. L’estensione al Pacifico fa sorgere l’esigenza di aprire il canale di comunicazione tra l’Atlantico e il Pacifico. Non era un progetto nuovo. In passato aveva preso di mira il Nicaragua, ma di fronte alle difficoltà di realizzazione fu riposto nel cassetto. Gli USA lo riprendono e lo spostano su Panama, mettendo da parte i britannici. Panama era allora una regione della Grande Colombia. Il governo statunitense si accorda con quello colombiano per farsi dare in affitto il terreno su cui costruire il canale senonché il parlamento colombiano respinge la ratifica dell’accordo e improvvisamente sul territorio panamense scoppia una rivolta sostenuta dagli USA. Da tale rivolta ne consegue la formazione dello Stato di Panama che si presenta, come Cuba, come ulteriore manifestazione dell’imperialismo USA. Con il governo panamense questi ultimi firmano un accordo di affitto di 99 anni per costruire il canale. Da questo momento l’area panamense non rappresenta solo un luogo d’interesse economico e finanziario ma anche per motivi di carattere strategico e di sicurezza che generano una spinta interventista; un po’ come il canale di Suez per i britannici. I Caraibi non a caso, vengono chiamati “il cortile di casa”. La svolta imperialista tradisce la tradizione isolazionista. Divenne un problema di politica interna. Il presidente Teodoro Roosvelt – già sottosegretario alla marina – è protagonista della costruzione della grande flotta. Si presenta alle elezioni dopo la presidenza McKinley partendo dalla posizione di vicepresidente 1901.

1904 Roosvelt si presenta per essere rieletto e deve giustificare all’opinione pubblica americana il perché di questa politica d’intervento. La sua spiegazione è il Corollario Roosvelt alla dottrina Monroe. Nonostante sia stato definito come un corollario, esso è, invece, un capovolgimento perché, mentre la dottrina Monroe abbraccia il non intervento, il corollario Roosvelt lo appoggia esplicitamente. La motivazione di Roosvelt è molto realistica: se non interveniamo noi per riportare ordine e stabilità in questi Paesi, lo faranno le potenze europee. Gli USA ritenevano che spettasse loro il compito d’intervenire. Dallo slogan l’America agli americani, si passa a quello l’America agli Stati Uniti.

Nuova tappa politica estera americana: 1898 -1908 Le due presidenze Roosvelt. Gli USA si affacciano sul Pacifico. Dottrina Hay (1899) con cui gli USA rilanciano il principio della Porta Aperta sui territori della Cina. Esso prevedeva eguali possibilità economiche per tutti. La penetrazione economico-commerciale-finanziaria non doveva portare alla suddivisione del territorio cinese in riserve di caccia ma eguali possibilità per tutti. 1900 gli USA si unirono alle potenze europee per reprimere la rivolta dei Boxer. È un affacciarsi degli USA sul Pacifico in posizione quasi marginale, come mediatori (pace di Portsmouth).

Viene anche in discussione la questione dell’annessione delle Filippine dopo la cacciata degli spagnoli. In seno al Congresso americano si sviluppò questo dibattito tra quelli a favore di una piena annessione e chi, invece, voleva limitarsi a esercitare un’influenza economico-finanziaria. Questa seconda corrente prevalse e le Filippine divennero un protettorato economico degli USA.

Questa tappa getta le basi della supremazia degli USA sul continente americano. La svolta imperialista ha rafforzato la politica isolazionista perché oltre ai principi ci mette anche la forza. Ai Paesi europei andava bene che gli USA intervenissero per riportare l’ordine perché ne usufruivano anche loro. Tuttavia nel lungo termine ciò avrebbe portato a espellere i loro interessi dal territorio americano.

[Bisogna tener conto anche della posizione del Canada che non voleva essere fagocitato dagli USA e quindi si barcamena tra gli USA e la GB. Alla fine entrerà nel Commonwealth per difendersi dalla supremazia degli USA. Il Canada è riuscito a mantenere una sua posizione sfruttando le rivalità tra GB e USA.]

Questa politica dell’intervento militare, definita la politica del “Big Stick” (grosso bastone) non manca di creare tensioni. Sul piano interno la dichiarazione Roosvelt servì a tacitare le critiche e sul piano esterno no. Aumentano gli atti di sabotaggio nei confronti degli USA. Furono proprio queste reazioni sul piano interno, soprattutto sull’aspetto morale, che portarono gli USA ad adottare strumenti meno appariscenti, meno invasivi come interventi militari. Si può parlare di un’evoluzione della politica imperialista che parte dal Big Stick e passa alla “Dollar Diplomacy” caratterizzante la presidenza repubblicana Taft (1908-12 NUOVA TAPPA). Questa nuova strategia si fonda sull’idea che certi obiettivi potevano essere meglio perseguiti in maniera più soft, finanziando quei gruppi di potere che garantivano gli interessi americani senza dover intervenire militarmente in modo diretto ma per interposta persona. Questo non fece che aumentare la pressione degli USA senza recuperare i valori morali perché condannabili sia la politica del Big Stick che quella della Dollar Diplomacy (politica di corruzione e tangenti). I rappresentanti diplomatici americani in questi stati venivano chiamati banchieri in quanto distribuivano finanziamenti per ottenere i propri obiettivi. Questa evoluzione non consente, dunque, un recupero dei valori morali di cui gli stessi USA si dichiarano difensori. La politica della Dollar Diplomacy, che avrebbe dovuto sostituire quella del Big Stick, finì per conviverci da allora a oggi. Quando le bustarelle non bastano, interviene l’azione militare. Proprio questo mancato recupero dei valori fa nascere lo scontro interno tra Repubblicani e Democratici (come oggi).

La campagna elettorale del 1912 vede proprio questa problematica diventare oggetto della competizione tra Democratici e Repubblicani. Wilson si presenta come chi vuole recuperare i valori dissipati dai Repubblicani. Egli era figlio di 2 protestanti imbevuti di puritanesimo, molto rigidi nel rispetto di questi principi. Wilson credeva in essi ma anche questo credo diventa poi strumentale, una volta salito al potere, per la tutela degli interessi degli USA. La politica d’intervento con Wilson assunse una posizione più forte delle precedenti presidenze soprattutto nell’area caraibica. Quando nel 1914 scoppia la guerra in Europa, gli USA sono pronti, in linea con la tradizione isolazionista, a dichiarare la propria neutralità. Questa posizione, sempre legata a interessi economici-commerciali-finanziari, consentì agli USA di fare affari con le potenze belligeranti. Diversamente, l’imperialismo delle potenze europee sfociava nel colonialismo e nell’annessione. Le Filippine rappresentano un esempio del fatto che gli USA non erano interessati a conquistare nuovi territori, se non per motivi strategici, piuttosto volevano ampliare i propri mercati.

Possiamo affermare che inizialmente gli USA fossero più vicini agli Imperi Centrali che non alle democrazie occidentali nonostante le chiare incompatibilità di principi. Ciò perché il primo blocco navale fu posto dalla GB e dalla Francia contro la Germania in contrasto con il principio della libertà dei mari professato dagli USA. Anche la Russia che negava la libertà religiosa veniva vista negativamente. Un altro problema era rappresentato dalla questione dell’indipendenza irlandese. La comunità irlandese era molto grande negli USA e quindi questi si schierarono contro la GB. Questo per sottolineare sempre gli aspetti strumentali. Infatti, la situazione cambia quando gli USA inizieranno a fare maggiori affari con le potenze occidentali soprattutto nella vendita di armi e finanziamenti a GB, Francia e dopo anche Italia. Si crea un connubio tra banchieri, finanzieri e commercianti di armi. I finanziamenti non venivano dal governo, ma dai privati cittadini che, dietro la promessa di lauti guadagni, mettevano a diposizione i propri risparmi per finanziare l’acquisto di armi da parte delle potenze dell’Intesa. Quando si parla della politica estera americana, non si sbaglia, dunque, a partire da considerazioni di carattere economico-finanziario. Se i finanziamenti fossero venuti dal governo, anziché dai privati, non si sarebbero creati nel dopoguerra tutti quei problemi legati alla restituzione dei depositi perché il governo avrebbe potuto fare concessioni o riduzioni.

In risposta al blocco navale, inoltre, la Germania finì per adottare una reazione forte con la guerra sottomarina che diventa più odiosa del blocco navale. Si potrebbe dire che tra il 1916-17, la simpatia degli USA verso le potenze centrali si rivolse a quelle occidentali, anche a seguito della caduta zarista. Ma proprio l’indebolimento delle potenze dell’Intesa tra il 1916-17 mise a repentaglio gli investimenti. Nonostante ciò, nel novembre del 1916 con le nuove elezioni presidenziali, Wilson condusse la propria campagna sulla linea della neutralità perché era quella che consentiva agli USA di fare affari. Gli USA divennero gli arricchiti di guerra. Ecco come s’indebolì la tradizione isolazionista nei confronti dell’Europa.

Novembre 1916 Wilson vince le elezioni sulla base della dichiarazione di neutralità – gennaio 1917 affondamento della Lusitania - aprile 1917 intervento degli USA in guerra. Queste date sottolineano un mutamento quasi repentino dovuto all’indebolimento delle potenze dell’Intesa. Gli affondamenti divennero il pretesto morale per convincere l’opinione pubblica della necessità d’intervenire: intervento come forma di prevenzione di ulteriori guerre. Questo prima dei 14 punti (gennaio 1918). I punti non sono altro che la formalizzazione dei principi che Wilson ha sostenuto al momento dell’intervento. Abbiamo, così, il passaggio all’internazionalismo wilsoniano. Intervenire in guerra in Europa significava venir meno all’idea di Washington di non farsi coinvolgere nei contrasti tra le potenze europee. Prevale la preoccupazione sulla restituzione dei finanziamenti concessi. Dietro la decisione d’intervenire c’erano le pressioni delle lobby finanziarie. Wilson ammantò queste motivazioni con dichiarazioni idealistiche: noi interveniamo per impedire che in futuro ci siano nuove guerre. Bisogna cambiare le regole e i rapporti fra gli Stati (internazionalismo) dettati al Congresso di Vienna. In realtà era un principio generatore di guerre! Le nuove regole andavano fondate sul principio democratico (esportazione della democrazia), cioè non spetta solo alle Grandi Potenze di garantire la sicurezza ma spetta a tutti gli Stati l’impegno di collaborare per il mantenimento della pace. In questo modo il principio dell’equilibrio non aveva più senso visto che tutti dovevano partecipare. Perché Wilson vuole scardinare questo sistema? Perché o s’inseriva nel sistema o lo scardinava. Gli USA vogliono diventare una tra le Grandi Potenze per non rimanere condizionati dagli accordi già esistenti tra le forze europee. Ecco perché questo scardinamento si accompagna al principio della “open diplomacy” in contrasto agli accordi segreti conclusi in seno al Concerto (es. Patto di Londra). Affermare il principio democratico nel rapporto fra gli Stati portava a farlo anche nel rapporto fra i popoli. Wilson diviene così il portabandiera del principio di nazionalità. Esso si può già ritrovare nella dottrina Monroe, ma durante tutto l’800 si attua nelle vicende europee. Wilson se ne fa portabandiera perché le potenze europee sono intervenute in America per fini imperialisti, non per difendere aspirazioni nazionali. Wilson appare il vero sostenitore del principio di nazionalità, benché, di fatto, lo sfrutti solo per fini propri. Questi principi li troviamo codificati nel gennaio del 1918. Gli Usa si mettono sul piedistallo per portare libertà e democrazia. Per permettere a tutti gli Stati di esprimere la propria volontà era necessario creare un foro dal qual ciascun Paese potesse dare il proprio contributo. Era un sistema meno elastico di quello del Concerto in cui le Potenze decidevano il dove (Congresso di Parigi, di Vienna, etc). Una prima forte differenza è la costituzione di un’organizzazione con le sue regole e i suoi principi. Di qui un’importante evoluzione: l’irrigidimento del sistema di sicurezza che perde la sua elasticità. I principi vengono predeterminati e prefissati per cui, al determinarsi della crisi, è essa che deve adattarsi ai principi e non viceversa. I principi sbandierati da Wilson furono dunque un fulmine a ciel sereno. Chi poteva non sottoscriverli?! Basti pensare ai movimenti nazionali che guardavano a Wilson (movimento iugoslavo, cecoslovacco, convenzione di Pittsburgh). Le Grandi Potenze, invece, erano molto diffidenti e sfiduciate anche se hanno poi accettato il sistema per farsi amici gli USA, dare a Wilson un contentino. Né GB, né Francia, né Italia erano convinte di poter affidare la propria sicurezza alla Società delle Nazioni. Questi principi alla base dell’internazionalismo wilsoniano furono spinti al punto tale da risolversi a danno degli stessi USA. Un’O.I. in cui tutti gli Stati dovevano essere presenti, avrebbe comportato che la maggioranza sarebbe appartenuta agli Stati europei i quali avrebbero così potuto decidere d’intervenire negli affari americani. Il principio democratico nel rapporto tra gli Stati si rivela quindi controproducente per gli interessi degli USA. Motivazione che induce il Congresso a respingere il disegno wilsoniano. Se si guarda alla struttura interna della Società, essa era composta dall’Assemblea (uno Stato, un seggio, un voto) e da un organo esecutivo, il Consiglio, dove si riproducevano le differenze tra grandi, medi e piccoli Stati. Ai grandi venivano attribuiti seggi permanenti, agli altri seggi a rotazione. Queste differenze furono tuttavia attutite dal fatto che il consiglio non poteva decidere se non all’unanimità. La differenza d’interessi che muoveva i vari Stati non permise l’effettivo funzionamento dell’O.I. portando gli Stati ad agire al di fuori di essa. Cosa che avverrà anche con l’ONU, dove anche uno solo può mettere in crisi il sistema nel CdS. Anche se per motivi diversi, ambedue i sistemi di sicurezza finirono per restare paralizzati. In conclusione la posizione Wilson si forma prima dell’entrata in guerra, poi vennero formalizzati i 14 punti di cui ricordiamo il nono, specifico per l’Italia. Alla conferenza della pace si crea la struttura di un nuovo ordine internazionale. Wilson viene in Europa come una sorta di messia per dettare le condizioni di una pace giusta e democratica, al contrario di quanto si sarebbe verificato concretamente a seguito del fatto che Wilson fu costretto a venire a compromessi con le altre potenze vincitrici. I trattati di pace non furono espressioni dei principi democratici e nazionali ma in essi prevalsero le esigenze di sicurezza e vincitrici, al punto tale che non fu possibile neanche ricostituire un equilibrio europeo e di concerto. Ecco perché parliamo dopo la Prima guerra mondiale di “lungo armistizio”: non funziona il sistema di sicurezza collettivo ma non funziona neanche il ritorno al concerto europeo perché i trattati di pace hanno messo in crisi le possibilità di un equilibrio di potenza. Allora tutto deve passare attraverso la revisione dei trattati di pace. Ecco perché vediamo nel modo in cui sono stati conclusi i trattati di pace le origini dello scoppio della Seconda guerra mondiale.

L’internazionalismo wilsoniano sfocia in una grave crisi per cui quando il presidente torna negli USA, il Congresso lo sconfessa e tra i motivi c’è non solo la Società delle Nazioni ma anche le concessioni che Wilson aveva approvato a favore del Giappone, pur di avere il suo consenso alla costruzione dell’O.I. Wilson, dunque, non si cura del parere delle altre potenze. I paesi più desiderosi di attivare il sistema della Società delle Nazioni erano i piccoli perché questa O.I rappresentava lo strumento più efficace per far valere i loro interessi e garantire la sicurezza. Il Giappone interviene in guerra senza che fosse richiesto. La sua preoccupazione era di restare fuori dalla spartizione delle colonie tedesche in Estremo Oriente. Si verifica una situazione paradossale: la Cina era alleata delle Potenze occidentali ma aveva in casa i giapponesi. La Cina aveva sperato di essere difesa ma rimase oggetto delle decisioni delle altre potenze. La bocciatura della politica wilsoniana era legata non solo alla Società delle Nazioni ma anche al fatto che il Congresso non condivideva le concessioni fatte ai giapponesi. Anche se in questo momento non intervengono in Estremo Oriente perché occupati in Europa, gli USA erano interessanti a mantenere una situazione di controllo sul Pacifico e in quest’ottica le concessioni di Wilson non furono viste positivamente dal Congresso. Con la conferenza di Washington del 1922 è quella nella quale gli Usa cercheranno di sottrarre al Giappone le concessioni che gli erano state precedentemente fatte.

Tra il 1899 e la Prima guerra mondiale, gli USA si affacciano sul Pacifico e cercano di affermare la propria posizione sul piano economico-commerciale (principio della porta aperta). Dopo la Prima guerra mondiale guardano all’Estremo Oriente in maniera più convinta e spingendo i britannici a sciogliere l’alleanza col Giappone del 1902, rinnovata nel 1912. La conseguenza della reazione anti-wilsoniana è la mancata ratifica del trattato di pace [penso si riferisca alla Cina] che includeva le concessioni fatte al Giappone. Si pone il problema dei rapporti sia con i Paesi vinti, in particolare la Germania, sia con i vincitori dai quali pretendono la restituzione dei finanziamenti. La sconfessione di Wilson significò la rinuncia all’internazionalismo wilsoniano e una ricaduta sul piano isolazionista che viene chiamata “Neo-isolazionismo”. A differenza della dottrina Monroe, che prevedeva un isolazionismo politico ed economico, dopo la caduta di Wilson, gli USA tornano a un isolazionismo che è solo politico mentre dal punto di vista economico devono recuperare i prestiti concessi agli europei. Non è una frattura netta ma mantengono una posizione interlocutoria almeno fino alla crisi del 1929 quando si potrà parlare di una frattura anche economica. Rimane, dunque, per il momento una sorta di cordone ombelicale che lega USA ed Europa.

Con la mancata rielezione di Wilson gli USA tornano a un isolazionismo chiamato neo-isolazionismo, politico ma non economico.

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