AVVISARE o AVVISTARE? Lo sguardo di Sartre fra egologia e teologia.

ritratto di Davide Cantino

L’occhio monoteista è quello che avvisa: se non osservi la mia legge non conservi la tua vita. Osservare – observo, as, āvi, ātum, āre, (1 tr.) – per salvare – servo, as, āvi, ātum, āre, (1 tr.) –: ‘uomo avvisato, mezzo salvato’. L’ontoteologia osservatrice vista il dogma conservatore nel quale deve vidimarsi ogni coscienza osservante: da quando l’Io umano ha avvistato il Male al di là Bene, il Bene in assoluto non ha più potuto vistare il Bene al di quale del Male; ma, dopo il sacrificio del Figlio del Bene assoluto, nessun uomo dovrebbe più sacrificare il Bene per il Male. Dal monocolo ontoteologico, l’in sé avvisa uniformemente. Dal binocolo ontoegologico il per sé avvista difformemente: in sé e per sé. Il per sé avvista (al di qua) delle possibilità che dipendono da sé. L’in sé avvisa (al di là) delle realtà di per sé indipendenti.

Nella parte terza, capitolo primo, paragrafo quattro (Lo sguardo) de L’essere e il nulla, Sartre scrisse che «Dio non è che il concetto dell’altro spinto al limite estremo»: Dieu n’est que le concept d’autrui poussé à la limite. Ma poche righe prima, lo stesso Sartre aveva scritto che «il mio peccato originale è l’esistenza dell’altro»: ma chute originelle c’est l’existence de l’autre. Si vede allora come, per l’ontoegologia, la chute è peccato in quanto “caduta” del soggetto fuori di se stesso: o nell’Essere metafisico o in quello fisico. Paradossalmente, il peccato originale professato dall’ontoteologia non è che una ricaduta fuori dall’Essere divino causata dalla caduta al di fuori dell’essere umano.

L’«altro» è la persona o la cosa (il soggetto o l’oggetto) per cui «io ho un di fuori»: j’ai un dehors. Ora, considerando le due ‘esteriorità’, rispettivamente teologica di Dio ed egologica dell’Io, diremo che Dio è le dehors dell’Io e l’Io, come soggetto, è le dedans dell’oggetto posto au-dehors. Dio è au-dedans dell’Io e il non-Io è au-dehors dell’Io e di Dio (come non-Dio o natura naturata). Dio avvisa l’Io au-dedans e l’Io avvista il non-Io au-dehors. Ma, per l’ontoegologia atea, sia dentro o sia fuori, l’alterità è sempre in ogni caso estranea al soggetto, all’Io: Dio stesso è alterità infinita di un Intero olico e il non-Io medesimo alterità finita di un Tutto panico.

L’«oggettità»: parola che in Sartre suona objectité. Se dovessi coniare un dizionario alla bisogna, direi che «oggettità» è quella del non-Io inteso come oggetto per l’Io e «obbiettità» quella di Dio inteso come soggetto dell’Io. Il problema, sia dell’«obbiettità» sia dell’«oggettità», resta l’«obbiettività» dell’Essere del Creatore e l’«oggettività» dell’essere del creato: in una parola, l’«oggettualità» come possibile o impossibile oggettivazione di entrambi. Ovviamente, Dio, anche se è, non è certo oggettivabile per l’Io; e, tuttavia, conserviamo la parola oggettità per significare il Suo Essere Altro dall’Io umano. Ontoteologicamente, potremmo anzi parlare di «obiettività dell’obiettità del Creatore» e di «oggettività dell’oggettualità del creato»:

 

  1. obbiettività del Creatore:      obbiettità obbiettabile.
  2. oggettività del creato:            oggettità oggettabile (o oggettivabile).

 

L’Io è soggetto a Dio e il non-Io è oggetto dell’Io; ma Dio non è mai oggetto dell’Io, poiché oggett(iva)bile è ciò che si può conoscere, obbiettabile ciò che non si può conoscere. Dio, come obbietto dell’Io, è obbiettabile. Il non-Io, come oggetto dell’Io, è oggettabile.

L’esistenzialismo egologico di Sartre evita l’oggettità come il diavolo l’acqua santa, perché l’altro, in quanto soggetto, non è da me mai conoscibile come oggetto (e nemmeno dev’esserlo): egli è per me una présence en personne. A ben vedere, il cattocristianismo era anch’esso sensibile a questo problema: chi è, il Figlio di Dio, se non quella «presenza in persona» che permette al credente di non considerare il Padreterno come qualcosa di “oggettivamente” inconoscibile? Per Sartre, l’altro è un «soggetto per me» in virtù di une liaison fondamentale où autrui se manifeste autrement que par la connaissance que j’en prends. Bello, questo verbo: je prends… ricorda tanto la “mela”: prendre c’est connaître. Oggett(iv)are non è obbiett(iv)are: oggettare è fare proprio (mangiare la “mela” oggetto di conoscenza del non-Io) conoscendo; obbiettare è non poter fare proprio (infatti, il cattocristianismo ha inventato non a caso il sacramento dell’Eucarestia: per permettere al credente, che non potrà mai diventare “conoscente” del suo Dio, di diventarne almeno “parente”). Per poter rendere obbiettabile Dio, l’Io umano dovrebbe essere in sé il Dio stesso che vuol conoscere, ma questo è impossibile; solo per un Essere che già sia in sé quello che vuole conoscere sarebbe possibile conoscere in sé rendendo oggettivabile quello che vuole conoscere: cioè, solo per Uno che sia Dio stesso.

Quindi, l’Io umano ha solo due possibilità:

 

  1. diventare parente di Dio, il Soggetto al quale è soggetto
  2. diventare conoscente del non-Io: l’oggetto di cui è soggetto

 

Il parēre di Dio è l’apparire di una presenza non oggettivabile dall’uomo come conoscenza, ma è una presenza della quale l’uomo pārens (in latino: osservante obbediente) può diventare eucaristicamente părens [entis, m. e f.] (in latino: parente) nel presente sacramentale sotto le specie del pane e del vino. Questa la lezione ontoteologica del cattocristianismo.

 

pārĕo, es, pārŭi, pārĭtum, ēre, (2 intr.):

1 apparire, mostrarsi: immolanti iocinora replicata paruerunt, nel fare il sacrificio gli si presentarono raddoppiati i fegati (delle vittime), SUET. Aug. 95, 1; cui pecudum fibrae, caeli cui sidera parent, per cui non hanno segreti le viscere delle bestie immolate, per cui sono aperti, intelligibili gli astri del cielo, VERG. Aen. 10, 176; impers. paret equivalente a videtur, sembra giusto, sembra opportuno, Ict.;
2 impers. paret, è chiaro, CIC. Mil. 15; si paret, se risulta, CIC. Verr. 4, 55;
3 essere a disposizione, agli ordini di uno, ► col dat.: magistratibus parere, essere al servizio dei magistrati, GELL. 10, 3, 19; quindi, trasl., obbedire, cedere, essere sottomesso: hic parebit et oboediet praecepto illi veteri, costui si adeguerà e obbedirà a quel ben noto antico precetto, CIC. Tusc. 5, 36; parere alicuius voluntati, sottomettersi alla volontà di uno, CIC.; parere in omnia (SEN.), ad omnia (VELL.), omnia (STAT.), obbedire in tutto; populo patiente atque parente, mentre il popolo era rassegnato e sottomesso, CIC. Rep. 2, 61; nulla fuit civitas quin Caesari parerent, non vi fu città che non riconoscesse l'autorità di Cesare, CAES. B. C. 3, 81, 2; oppidum, quod regi paret, la città che è sottomesa al re, PLIN. 6, 145; non precario iure parendi, non per una legge d'obbedienza ottenuta con preghiere, TAC. Germ. 44, 3; pass. impers.: dicto paretur, si obbedisce a quelle parole, LIV. 9, 32, 5; legato a centurionibus parebatur, i centurioni obbedivano al legato, TAC. Ann. 1, 21, 1; iracundiae parere, lasciarsi trascinare dall'ira, CIC. Att. 2, 21, 4; gulae parens, goloso, HOR. Sat. 2, 7, 111; parent promissis, accettano un'offerta, OV. Fast. 5, 504.

 

Giovanni 12,45: «chi vede me, vede colui che mi ha mandato»; ὁ θεωρῶν ἐμὲ θεωρεῖ τὸν πέμψαντά με. La θεωρία (-ας, ἡ) del “parente” di Dio (il Cristo) è contemplazione di una presenza sacramentale, non γνῶσις (-εως, ἡ) come conoscenza di una presenza esistenziale in questo mondo. E comunque, si noti, il verbo latino pārĕo ha due fondamentali significati: apparire e obbedire, manifestarsi a un soggetto che è soggetto a questo stesso manifestarsi, assoggettato ad esso. Il «dire» metafisico impone un «udire» che dev’essere «ubbidire»: il părens è parente (soggetto dell’amor di Dio) in quanto pārens, cioè obbediente (soggetto al timor di Dio); basta una «a» breve piuttosto che lunga, per significare latinamente l’unità indissolubile dell’essere parente e obbediente.

Dunque, ‘uomo avvisato mezzo salvato’: o obbediente e quindi parente di Dio, oppure disobbediente e perciò estraneo a Dio. Del resto, basta pensare a Luca 13,25 laddove il Signore dice agli “estranei” che non riconosce come “suoi parenti”: Οὐκ οἶδα ὑμᾶς πόθεν ἐστέ (Nescio vos unde sitis); «non so di dove siete». La categoria dell’«estraneità» può dunque essere o semplicemente egologica come mancata conoscenza umana del non-Io (oggetto fisico presente), oppure teologica come mancata presenza di Dio (soggetto metafisico assente).

Sartre indaga approfonditamente il concetto di apparition: per lui non è la visione della trascendente «estasi divina» del credente-parente, ma l’apparizione della trascendentale «estaticità umana» del conoscente-apparente. Giovanni 1,14: «il Verbo si fece carne»; ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο. Verbum caro factum est. Con Sartre, piuttosto, si dovrà dire che la presenza s’è fatta presente, cioè, con Heidegger, l’«Essere-in-Sé» è entrato nel «tempo per-me». Gli è che Dio non rientra fra les «choses» temporo-spatiales e dunque, finché rimane Padre-in-Sé non può essere conosciuto: deve farsi Figlio-per-sé, cioè per-noi.

Detto alla Sartre, l’«apparizione» è una faccenda che riguarda «una organizzazione senza distanza delle cose del mio universo»: une organisation sans distance des choses de mon univers… Giovanni 15,14: «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando»; ὑμεῖς φίλοι μού ἐστε ἐὰν ποιῆτε ἃ ἐγὼ ἐντέλλομαι ὑμῖν. Dio in-sorge quando in-giunge: ἐντέλλω = ἐν + τέλλω. Dio ‘giunge a dire’ ma ‘ingiunge di obbedire’: avvisa chi lo avvista. Dio prende le distanze da chi lo obietta pretendendo di conoscerlo alla maniera di chi oggetta. Matteo 7,21,23: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”». Οὐδέποτε ἔγνων ὑμᾶς· Numquam novi vos.

In polemica con Hegel, Sartre sostiene che essere non è conoscere, e prende le distanze dall’objet de connaissance alla ricerca di quella relation originelle che, sola, permette all’Io umano di “conoscere” un altro Io umano. Ne La malattia mortale Kierkegaard iniziò dicendo che «L’uomo è spirito. Ma cos’è lo spirito? Lo spirito è l’io». Pensando a Kierkegaard, direi che, teologicamente, nell’Io (finito) lo Spirito (infinito) è una presenza che l’anima dell’Io stesso può rendere non presente poi che non può renderla presente: essendo «il tempo presente» il momento sempre in movimento dell’anima umana in divenire, in questo moto la presenza dell’Immoto non può entrare “al presente”. È qui in questione quella relation de fuite et d’absence du monde par rapport à moi che Sartre rileva indagando quel néant che è l’oggetto per l’essere del soggetto, e altresì quell’être che non è il soggetto per il non-essere dell’oggetto.

Il concetto di absence può assumere due significati, a seconda che lo si intenda egologicamente come assenza di un ente fisico che è niente per un essente umano il quale, essendo per esso, è; oppure teologicamente come assenza di un soggetto metafisico che è nulla per un essente umano il quale, non essendo in Lui, non è. In Lui: essere in sé. Per esso: conoscere per sé. «L’esistere e il niente» e «L’essere e il nulla» da che il niente è l’assenza dell’oggetto-ente per il soggetto-esistente, mentre il nulla è l’assenza del soggetto-essente (Dio) nel soggetto-esistente (Io). La coscienza è infelice: egologicamente perché per poter conoscere l’altro fisico deve conoscere il niente che ella stessa è, teologicamente poiché per poter essere nell’Altro metafisico deve conoscere il nulla che ella stessa è.

Nella Dossologia della Messa la liturgia cattocristiana dice solennemente: «PER Cristo, CON Cristo e IN Cristo»; PER-CON-IN. Nella “dossologia” egoesistenzialista si dice che c’est dans et par la révélation de mon être-objet pour autrui que je dois pouvoir saisir la présence de son être-sujet: è in e per la rivelazione del mio essere-oggetto per altri, che io devo afferrare la presenza del suo essere-soggetto… dans et par… come un oggetto-ente-non-umano non può vedermi come soggetto-essente-umano, così Io, soggetto-essente-umano, non posso vedere il soggetto-essere-divino; ma è «per e con» il Suo essere nel tempo che posso essere anch’Io «in» Lui.

Sartre usa il suggestivo sintagma être-vu-par-autrui a significare quell’«essere-visto-da-altri» che anche per il teologo fa dell’Io tutto eccetto che un Ego oggettivabile fisicamente come un Io od obbiettivabile metafisicamente come un Dio: se egologicamente è vero che il mio vedere l’«altro-umano» è il mio essere visto da lui (être-vu-par-lui) allora teologicamente non è felso dire che il mio osservare l’«Altro-divino» è il mio essere osservante di Lui, cioè dei suoi precetti. E qui si conferma quanto detto poc’anzi: il giungere di Dio è il suo ingiungere all’Io, il sorgere divino è il suo insorgere nell’umano; l’osservare è per l’osservante un τέλλω che è compiere la volontà del suo Dio per giungere al fine – τέλος -εος, (contr. -ους, τό) – dell’essere alfine con Lui.

«La vita del mondo che verrà» è per le teologia cattocristiana lo sguardo di Dio su un Io “osservante”: lo sguardo con il quale lo Spirito di Dio, guardando all’anima di un Io umano, la fa diventare colui per il quale egli è al mondo; analogamente a come per l’egologia cattosartriana l’Io è celui par qui il y a un monde. Esser-ci. Da-sein. L’Io è colui per il quale c’è l’«esserci-al-di-qua» – dice l’egologo – (?) ma allora Dio è Colui nel quale v’è l’«Essere-al-di-là» – dice il teologo – (!); e francamente non sapremmo quale dei due confutare per primo. L’ateismo conclamato dell’esistenzialista Sartre, se lo conosci… lo eviti: l’«être-vu-par-autrui» est la vérité du «voir-autrui» (?); il teologo ci va a nozze, con questa professione trascendentale di trascendenza: diciamo allora che l’«essere-visto-da-Dio» è la verità del «vedere-gli-altri-Io». Dopodiché, non ci resta che cantare, in parrocchia: «amatevi, fratelli…» (Nella casa del Padre: canto numero 611).

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