INNOCENZA e/è IGNORANZA

ritratto di Davide Cantino

ὁ ἀμνός  ὁ ἁγνός  ὁ ἀγνώς

(l'agnello, l'innocente, l'ignorante)

 

Il peccato implica un a priori innocente, la mancanza un a priori ignorante. Resterebbe da chiarire se l’ignoranza della coscienza possa definirsi incoscienza, ma forse questo resterà sempre oscuro; solo, forse, si potrebbe dire che insciente è l’ignorante e incosciente l’inconsapevole.

Indagando un po’ più a fondo l’«innocenza», si viene a sapere che essere innocenti è essere innocui: non essere nocivi, non nuocere; come testimonia il latino in (ne) + noceo = non nocens. Tra l’altro, è interessante sapere che la nex, nĕcis, (f.) è la morte etimologicamente connivente con nŏcĕo, es, nŏcŭi, nŏcĭtum, ēre, (2 intr. e tr.) ed anche con il nocumento della noxa, ae, (f.). Quando c’è di mezzo l’innocenza, insomma, ne va della morte. E quando c’è di mezzo l’ignoranza? Vedremo. Per ora constatiamo che nel cattocristianismo l’innocenza è significata con un Agnello: in greco ἀμνός (-οῦ, ὁ, ἡ); l’agnello è puro – ἁγνός (-ή -όν) – e il suo esser puro – ἁγνεύω – è purezza – ἁγνεία (-ας, ἡ) – ma non come ignoranza – ἀγνωσία (-ας, ἡ) – poi che ἁγνός non è ἀγνώς: ignoto.

Resta sconcertante la parentela fonica (per non dire fonetica) tra ἁγνός (innocente) e ἀγνώς (ignorante): se non fosse che il primo viene da ἁγνεύω (sono puro) e il secondo da γιγνώσκω (so), si potrebbe credere che ignoranza e innocenza siano in fondo la stessa cosa. E, pensando al peccato originale narrato da Genesi, certo inquieta, vedere che esso fu un peccato di conoscenza… Ma c’è di più, nel termine  ἁγνός se, come si dice, esso ha qualcosa a che vedere anche con il verbo ἅζω che significa venerare, rispettare, temere. Per servāre (conservare) la ἁγνεία (innocenza) bisogna observāre (osservare) il precetto che comanda la ἀγνωσία (ignoranza); e, siccome serbare l’innocenza è conservare la vita, ecco che risulta più chiaro il legame lessicale poc’anzi notato fra nŏcĕo e noxa nĕcis: il nocumento della morte. Se io «non-so» – ἀγνοέω / ne-scio – «non-nuoccio» – ἁγνεύω / in-noceo –: la mancanza dell’anima è l’ignoranza, quella dello Spirito è peccato; infatti, prima ancora di diventare senza-peccato come ἀναμάρτητος (-ον), l’innocente che ancora non aveva peccato era semplicemente ignorante in quanto ἀγνώτης (-ου, ὁ).

 

ἀναίτιος (-ον):

[αἴτιος]

a non responsabile, esente da colpa, innocente IL. 13.775 OD. 20.135 ecc. | ► τινος di qcs. HDT. 1.129.4, al. AESCHL. Ag. 1505, al. ecc. | ► τινι verso qcn. HES. Op. 827 = ► παρά τινι XEN. Cyr. 1.6.10 | οἱ ἀναίτιοι gli innocenti ANTIPHO 2.1.10 XEN. Hel. 1.7.24 ecc. | οὐκ ἀναίτιόν ἐστι e inf. è biasimevole XEN. Cyr. 5.5.22

b privo di causa, ingiustificabile PHILOD. Ir. 24.25 | sost. τὸ ἀναίτιον ciò che è senza causa ARISTOT. APr. 65b 16

c non causato PLOT. 3.1.1 ecc.

♦ avv. ἀναιτίως

senza causa SEXT. P. 3.67 GAL. 10.36

● fm. -ία AESCHL. Ch. 873 | ion. -ίη HDT. 9.110.3.

 

La colpa interrompe lo stato d’innocenza inaugurando la categoria di causalità morale dell’eziologia spirituale: se si guardano i significati del greco ἀναίτιος si vede solo un albero semiologico discendente da un’assenza di causa posta a monte: se ‘causa’ è αἰτία (-ας, ἡ) la sua assenza è ‘non biasimata’: ἀναιτίατος (-ον). La figura dell’imputato – ὁ αἴτιος – inizia con la configurazione della causa – αἰτία (-ας, ἡ) – e diventa correa di un ‘fruire impadronendosi’ – αἴνῠμαι – che forse non a caso collima con il ‘domandare’ di αἰτέω.

Incredibilmente, sembra si debba dire che l’«evo divino dello spirito» (aevum Spiriti), che a rigor di logica dovrebbe precedere quella dell’anima, è invece successiva all’«età umana dell’anima» (aetas animae). Pare quasi che l’anima umana abbia coniato per sé uno stato di peccato che in sé, come ἀναμαρτησία (-ας, ἡ), è innocenza di un essere che vuole sapersi di per sé ‘anima innocente’ in quanto ‘anima ignorante’, anima nell’ignoranza: ἀγνωσία (-ας, ἡ). L’errore della ἁμαρτία (-ας, ἡ) sembra essere alla radice dell’albero sia della vita sia della conoscenza, ma poi pare che un errore di conoscenza abbia causato all’uomo il peccato dello ἁμάρτημα (-ατος, τό), come se dalla beata ignoranza – ἀμαθία (-ας ἡ) – dell’innocente ἀμαθής & ἀμάθητος – ignorante – un qualche misterioso salto di qualità avesse improvvisamente distinto fra “vita in-nocua” nel senso di «non-mortale» (priva di nex) e “vita nociva” nel senso di «mortale», ma, in sovrappiù, con la beffa della noxa (colpa) metafisica oltre al danno della nex (morte) fisica.

La morte fisica (nex) entra nell’immaginario metafisico collettivo indissolubilmente congiunta con la colpa metafisica (noxa) sublimata presto in peccato quando la causa (αἰτία) facendosi errore deve rispondere in appello – αἴτησις (-εως, ἡ) [αἰτέω] – come imputata che postula il responso  di una responsabilità che da αἴτημα (-ατος, τό) diventa tragicamente ἁμάρτημα (-ατος, τό), cioè da domanda postulata a peccato assiomatico. Chi fa domande – αἰτητής (-οῦ, ὁ) – è peccaminoso – ἁμαρτής (-ές) –: il concetto umano di ănĭma, ae, (f.) “prende corpo” proprio quando l’anima umana postula in se stessa uno spīrĭtŭs, ūs, (m.) in se stesso divinamente incapace di contemplare la possibilità della morte e, col senno di poi, quest’anima si conia così il concetto di realtà foggiata ad arte sul concetto di incausato; questa possibilità che l’anima (umana) ha per sé di conoscere diventa effetto disgraziato di una realtà che lo spirito (divino) ha in sé di essere come causa graziata e gratificante. La causa dev’essere ritenuta graziata dalla causa: dev’essere incausata per poter essere immortale. Il principio (fuori del tempo) dell’immortalità sta proprio nel suo non avere un principio (nel tempo).

Voler nobilitare i propri natali è aspirazione di tutti, specialmente dei più disgraziati; e, in questo, pare che l’anima umana non abbia certo fatto eccezione, visto che ha fatto risalire la propria origine nientemeno che a uno spirito incausato: ha caricato sulle proprie spalle la croce della giusta causa per poter sollevare la schiena del “proprio” spirito dalla pesante responsabilità della causalità? La morte venne nel mondo per colpa di qualcuno che fuori dal mondo volle avere la conoscenza? ma se desiderò essere a conoscenza non fu forse perché questo qualcuno si domandò qualcosa credendo di trovarne la risposta in una cosa che sembrava una mela senza dar l’aria di essere il male di vivere? ed è inutile precisare che Dio l’aveva detto, che quella conoscenza era mortifera, dal momento che per chi conosce solo il «bene di essere» nessun «male di vivere» può essere lontanamente concepito senza essere esperito. Il poter obbedire vale se si può disobbedire; ma l’ubbidire non deriva automaticamente dall’udire un dire (per quanto divino): non è sufficiente udire, per ubbidire.

Uno sente ‘dire…’ ma poi si domanda – αἰτέω – se quel ‘dire’ è fondato. E così, anche il biblico nostro progenitore si domandò probabilmente cosa volesse dire, il ‘dire e non dire’ dell’«interdetto & detto» divino; sì, certo, in teoria fu detto, ma cosa esso volesse “veramente” dire lo si sarebbe potuto sapere solo conoscendone in pratica il sapore: sapĕre è verbo che in latino viene da un săpĭo, is, săpĭi, ĕre, (3 intr. e tr.) che significa sia aver sapore sia sapere. Conoscere è “sapere” il sapore. Ma come si fa a ‘sapere il sapore’ se non ci si mette in bocca il sapere che si vuole sapere? Così Eva imboccò Adamo! La metafora della mela significa proprio la necessità di disattendere il «dire» teorico (e teoretico) in un «dis-dire» pratico che, per quanto disdicevole, è pur sempre l’unico modo per dimostrare in pratica un insipiente teorema.

Si dice che la legge non ammette ignoranza, ignorantia legis non excusat, ma questo è un cavillo che può vigere solo nell’aetas animae: è infatti difficile immaginare un’innocenza, se non dopo che questa legge spietata è già stata “approvata” a mo’ di excusatio non petita. Per cognoscĕre l’innocenza bisogna prima sapĕre la colpevolezza. Diciamo quindi piuttosto che l’ignoranza dell’innocenza non scusa la conoscenza della colpevolezza; peccato, però, che (come disse l’«Agnello di Dio») può scagliare la prima lapidaria sentenza soltanto chi è senza peccato, cioè innocente. Lo “spirito della legge” è l’aborto dell’anima della legge stessa: in spiritus aevo (nell’evo dello Spirito) legis esse non necesse (l’essere della legge non necessitava); porre in essere la legge è deporre l’innocenza dall’essere per porla nell’esistere.

Innocenza e ignoranza sono eterogenee, come lo Spirito di Dio e l’Anima dell’Io. L’anima di un uomo che desiderasse diventare innocente sarebbe come lo Spirito di un Dio onnisciente che aspirasse a diventare ignorante: che non volesse più saperne, di nulla, per niente. L’Io che non scusa a posteriori le violazioni della legge che si ritrova nell’anima, ha lo spirito di trovarsi un Dio che assolve a priori le violazioni di una Legge in cui non si ritrova? Quale codice penale avrebbe potuto condannare Adamo ed Eva, se prima del loro peccato regnava sovrano un monarchico «stato di innocenza» nel quale qualunque democratico «stato di diritto» sarebbe stato inconcepibile?

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